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Due
Mia madre e mio padre vivevano a San Juan, nella Sacramento Valley, a una dozzina di miglia dalla capitale dello stato. Vivevano in paradiso, ritiravano le loro pensioni statali, e stavano fluttuando attraverso il periodo piú placido della loro vita. Abitavano in una casetta di legno rosso della California, di quattro stanze, con un vasto albero di fico che ombreggiava il giardino retrostante. Una dozzina di galline chiocciavano fuori davanti alla cucina, erano degli animali ben pasciuti, si ingozzavano di fichi caduti e di ricca uva tokay che proveniva dalle viti che minacciavano lo steccato sul retro. Quelle galline deponevano uova enormi e calde che la mamma amava tenere fra le palme delle mani con ironica nostalgia, perché c’era stato un periodo nella sua vita, tanto tempo prima, in cui il numero dei bambini superava quello delle uova.
Su una botte sotto il fico dormivano i quattro gatti di papà, risplendenti divinità egizie, resi floridi dai cuori di bue, dai cervelli di vitello e dal latte. Quei quattro gatti avevano preso il posto dei quattro bambini che erano cresciuti e avevano lasciato la Valley per sposarsi, indebolirsi la vista e rovinarsi i denti, perché durante i primi tempi il lavoro era scarso e papà non guadagnava mai abbastanza per poter nutrire regolarmente i propri figli con cuori di bue, cervelli di vitello e latte.
Vivevano in un sereno isolamento, mio padre e mia madre, leggevano il «Sacramento Bee» e ascoltavano la radio, raccoglievano le uova e rastrellavano le grandi foglie verdi di fico, erano due persone vicine ai settant’anni, in trepidante attesa del postino che non li terrorizzava piú con i conti, e che arrivava sempre troppo in ritardo con le lettere dei figli che se ne erano andati.
Stella non doveva scrivere. Lei e suo marito vivevano in una fattoria fuori San Juan e due volte alla settimana portavano cassette di zucchine, pomodori, pesche, arance e burro.
Stella arrivava con le sue due bambine, e nei caldi pomeriggi papà sedeva con loro sotto il fico, dandogli di nascosto dei sorsi di vino fresco, raccontandogli storie, e domandandosi perché, nel nome di Nostra Signora del Monte Carmelo, lui non avesse nipoti maschi. Perché papà aveva sessantasette anni, e sebbene ammirasse le ragazze non italiane che i suoi figli avevano sposato, tuttavia le sospettava di usare qualche imbroglio nella procreazione, di non saperci fare.
Una volta alla settimana Joe Muto arrivava con il suo camioncino Ford per portare due galloni di chiaretto a cinquanta cent ciascuno. Portava volentieri con sé i quattro nipoti, bambini con gli occhi neri che gli assomigliavano, papà allora li guardava di traverso perché non erano suoi.
La vita senza nipoti maschi non era vita. Seduto sotto il fico, papà inclinava la brocca di chiaretto, dava una sorsata al vino fresco e rimuginava. Nel tardo pomeriggio arrivava il postino, e la mamma era al cancello vicino alla cassetta, in attesa, facendo finta di strappare erbacce qui e là. Se non c’era posta, strappava un’altra erbaccia o due, dava nervosamente un’occhiata alla strada verso Sacramento, e tornava a casa, traballando sui suoi piedi con l’artrosi. Papà guardava tutto ciò giorno dopo giorno. Alla fine perdeva la pazienza.
– Porta penna e inchiostro!
La mamma obbediente usciva dalla casa con una tavola e l’occorrente per scrivere, sistemava il tutto sulla botte sotto il fico, e si disponeva a buttare giú un’altra lettera di papà ai suoi tre figli: uno a Seattle, un altro a Susanville e il terzo al Sud. Quelle erano lettere che lei non spediva mai, erano solo un gesto di pacificazione, perché papà traeva molta soddisfazione dal dettare, si placava camminando su e giú sulle foglie che frusciavano, e fermandosi di tanto in tanto per inghiottire pensierosi sorsi di chiaretto.
– Mandala a tutti quanti. Scrivi chiaro. Scrivi esattamente quello che ti dico. Non cambiare nemmeno una parola.
Allora lei immergeva la penna, con le ginocchia contro la botte, seduta scomodissima su una cassetta di mele.
Cari Figli:
Vostra madre sta bene. Anch’io. Non abbiamo piú bisogno di voi ragazzi. Quindi divertitevi, ridete e scherzate, e scordatevi di vostro padre. Ma non di vostra madre. Non vi preoccupate di vostro padre. È per vostra madre. Vostro padre ha lavorato sodo per comprarvi le scarpe e farvi andare a scuola. Non rimpiange niente di niente. Non ha bisogno di niente. Quindi divertitevi, ragazzi, ridete e scherzate, ma qualche volta pensate a vostra madre. Scrivetele una lettera. Non scrivete a vostro padre perché non ne ha bisogno, ma vostra madre sta invecchiando, ragazzi. Sapete com’è quando invecchiano. Quindi divertitevi finché siete giovani. Ridete e scherzate e qualche volta pensate a vostra madre. Per vostro padre non importa. Non ha mai avuto bisogno del vostro aiuto. Ma vostra madre si sente sola. Divertitevi. Ridete e scherzate.
Il vostro affezionato
Nick Fante
E quando la mamma aveva terminato, lui dava un sorso alla brocca, schioccava le labbra, e aggiungeva: «Mandala via aerea».
Arrivai a San Juan a mezzogiorno, con l’aereo da Burbank e con l’autobus da Sacramento. I miei vivevano fuori città, dove l’asfalto finiva e l’ultimo lampione era lontano cento piedi. Camminando per la strada, vidi papà, oltre il vecchio steccato, seduto sotto il fico. La sua tavola per disegnare era appoggiata sopra la botte; e su di essa vi erano matite, righelli, una squadra. I gatti dormivano sull’altalena, uno sull’altro confondendo, nel caldo, le pellicce.
Sentendo il cigolio del cancello, papà si girò, con i suoi occhi flemmatici che si strizzavano per vederci meglio attraverso le onde quasi trasparenti di calore. Era la mia prima visita dopo sei mesi. Nonostante la vista indebolita, era gagliardissimo. Aveva delle mani spesse, simili a mattoni, e il collo era cotto dal sole, bello come un tubo di scarico. Quando gli fui a cinquanta piedi di distanza mi riconobbe. Lasciai cadere la mia ventiquattrore e gli tesi la mano.
– Ciao, papà.
Aveva le mani di Belzebú, dure e callose, con le dita nodose e tronche del muratore. Guardò in basso, verso la mia valigia.
– Cosa c’è là dentro?
– Camicie e cose del genere.
Mi ispezionò con attenzione.
– Nuovo, il vestito?
– Abbastanza.
– Quanto?
Glielo dissi.
– Troppo.
L’emozione stava aumentando dentro di lui. Era felice che io fossi a casa, ma cercava di non darlo a vedere, con il mento che gli tremava.
– Senti i peperoni? La mamma li sta friggendo.
E dalla veranda giunse un fiume di olezzo di ambrosia, erano dei peperoni verdi freschi che scoppiettavano nell’olio d’oliva dorato, ravvivato dalla fragranza dell’aglio e dal rosmarino balsamico, il tutto mischiato con il profumo della magnolia e con la verde e intensa ricchezza delle viti nella campagna retrostante.
– Che buon odore. Come stai, papà?
Si stava rimpiccolendo. Ogni anno un po’, o almeno cosí pareva. Né io né lui eravamo alti, ma ora, nella sua vecchiaia avevo la sensazione di essere piú alto di lui. Anche il giardino era piú piccolo, e mi meravigliai nel guardare il fico. Non si avvicinava nemmeno alla grandezza che immaginavo.
– Il piccolo. Come sta il bambino?
– Ancora sei settimane, piú o meno.
– E la signorina Joyce? – Lui la venerava. Non riusciva a chiamarla solo per nome.
– Sta bene.
– È alta? – si toccò il torace. – O bassa? – la sua mano scese sull’addome.
– Alta. Altissima, papà.
– Bene. Significa maschietto.
– Non saprei.
– Che significa, non saprei?
– Non si può mai essere sicuri di queste cose.
– Sí che si può, se si fanno le cose giuste.
Aggrottò le ciglia, guardandomi fisso negli occhi.
– Hai mangiato tante uova come ti ho detto?
– Non mi piacciono le uova, papà.
Sospirò e scosse la testa.
– Ti ricordi che ti avevo detto? Mangia molte uova. Tre, quattro al giorno. Se no, è una bambina –. Fece una smorfia e aggiunse: – Vuoi una bambina?
– Un maschio mi piacerebbe, papà. Ma bisogna accettare quello che viene.
Ciò lo preoccupò. Andava avanti e indietro sulle foglie di fico. – Non è modo di parlare, questo. Non va bene.
– Ma papà…
Si girò.
– Non mi dire ma. Non mi chiamare papà! Ve l’ho detto e ridetto, a tutti quanti: Jim, Tony, tu. Ho detto: uova. Molte uova. E guardali. Jim: niente. Sposato da due anni. Tony: niente. Sposato da tre anni. E tu. Cosa hai tu? Niente –. Mi si avvicinò, con la sua faccia contro la mia, colpendomi con il suo fiato al chiaretto. – Ti ricordi cosa ti avevo detto delle ostriche? Ora i soldi ce li hai. Ti puoi permettere le ostriche.
Ricordavo una cartolina dettata alla mamma e spedita a Joyce e a me durante la nostra luna di miele al Lake Tahoe. Vi era scritto che avrei dovuto mangiare ostriche due volte la settimana per aumentare la fertilità e per concepire figli maschi. Ma non avevo seguito quel consiglio perché le ostriche non mi piacevano. Non avevo nessuna personale animosità verso le ostriche. Era solo che non mi piaceva il loro sapore.
– Non vado pazzo per le ostriche, papà.
Questo lo colpí. Con il collo piegato e la mandibola spalancata, si gettò contro l’altalena e si asciugò la fronte. I gatti si svegliarono, e sbadigliarono con le loro lingue rosa e affilate.
– Santa Madre di Dio! Questa è la fine della stirpe dei Fante.
– Penso che sia maschio, papà.
– Tu pensi! – Mi maledisse, con un caustico balenio di italiano pirotecnico. Sputò ai miei piedi, disprezzando il mio gabardine e i miei mocassini sportivi. Estrasse un mozzicone di Toscanello dalla camicia e se lo ficcò fra i denti. Accese, e gettò lontano il fiammifero. – Tu pensi! E chi ti ha chiesto di pensare? Io ti ho detto: ostriche. Uova. Ci sono passato. Sono i consigli dell’esperienza. Cosa hai mangiato – caramelle, gelato? Scrittore! Bah! Puzzi come un appestato.
Quello era proprio mio padre. Non si era rimpiccolito, dopo tutto. E il fico era grande come era sempre stato.
– Vai da tua madre –. C’era del sarcasmo nel suo tono di voce. – Vai a dirle che bel pezzo di figliolo che ha.
Salutare la mamma era sempre l’impresa piú difficile quando si tornava a casa. Mia madre era del tipo di quelle che svengono, specialmente se eravamo stati via per piú di tre mesi. Entro i tre mesi c’era sempre un minimo di controllo della situazione. In quel caso infatti lei pareva solo vacillare pericolosamente e sul punto di cadere, dandoci il tempo di prenderla prima del crollo. L’assenza di un mese non comportava nessun problema. Piangeva solo per qualche momento prima del solito fuoco di domande.
Ma quello era stato un intervallo di sei mesi e l’esperienza mi aveva insegnato che non dovevo piombarle addosso. La tecnica era invece di entrare in punta di piedi, abbracciarla da dietro, annunciarsi con calma, e aspettare che le ginocchia le cedessero. Altrimenti avrebbe ansimato: «Oh, grazie a Dio!» e sarebbe crollata sul pavimento come un sasso. Una volta per terra aveva un suo modo di rendere molli tutte le giunture come una massa di mercurio, ed era impossibile sollevarla. Dopo che il figlio ritornato aveva annaspato e mugolato inutilmente, si alzava in piedi con le sue sole forze e immediatamente cominciava a preparare grandi cene. La mamma amava svenire. Lo faceva con grande maestria. Tutto ciò di cui aveva bisogno era un’imbeccata.
La mamma amava anche morire. Una volta o due l’anno, in special modo a Natale, arrivavano i telegrammi, annunciando che la mamma stava di nuovo morendo. Ma noi non potevamo rischiare che per una volta fosse vero. Da tutto il lontano ovest ci precipitavamo a San Juan per essere al suo capezzale. Moriva per un paio d’ore, producendo con la gola un frastuono come di casseruole, mostrando il bianco degli occhi, e chiamandoci per nome mentre entrava nella valle delle ombre. Poi improvvisamente si sentiva meglio, si levava dal suo letto di morte, e preparava per cena una enorme quantità di ravioli.
Era davanti ai fornelli, e mi dava la schiena, quando entrai in cucina e mi avvicinai in silenzio a lei. A metà strada, avvertí la mia presenza, e si girò lentamente, con un mestolo in mano. Sembrò sopraffatta da un senso di nausea, l’anima che abbandonava il corpo, l’ascensore che precipitava senza piú controllo, il momento di capogiro subito prima della caduta da una grande altezza; i suoi occhi si rovesciarono, il sangue abbandonò il suo viso subito pallido, le sue dita rimasero prive di forza e il mestolo finí per terra.
– Johnny! Oh, grazie a Dio!
Le corsi accanto e lei mi cadde fra le braccia, con i capelli del colore delle nuvole bianche vicino alla mia spalla e le mani intorno al mio collo. Ma non perse conoscenza. Sembrava avere un attacco di cuore. Me ne accorsi dal suo ansimare roco, dal tremito del suo corpo minuto. Con cautela la misi a sedere accanto al tavolo. Si appoggiò all’indietro, con la bocca aperta, un sorriso coraggioso sulle labbra, il braccio sinistro immoto lungo il fianco, vedevo che cercava di sollevarlo, ma non aveva abbastanza forza.
– Acqua. Acqua... per favore.
Le portai un bicchiere e glielo avvicinai alle labbra. Lo sorseggiò con fatica, ormai troppo distante, troppo svuotata, ormai a pochi secondi dall’altra sponda.
– Il mio braccio… non sento nulla… il mio petto… dolore… il mio bambino… il piccolino… non vivrò abbastanza per vedere…
Svenne a faccia all’ingiú sulla tovaglia di incerata a quadretti bianchi e rossi. Io ero quasi certo che stesse bene, ma quando le girai piano piano la faccia e vidi che le sue guance erano diventate di un cupo viola grigiastro sentii che quella volta mi ero sbagliato, e chiamai papà urlando.
– Chiama un dottore! Presto.
Ciò le restituí forza. Lentamente sollevò la testa.
– Sto meglio. È stato solo un piccolo attacco.
Adesso era il mio turno di mostrare debolezza, mi sentivo sollevato, improvvisamente esausto. Mi gettai in una poltrona e cercai di sbrogliarmi le dita mentre a tastoni cercavo da fumare. Entrò papà.
– Che succede?
Mia madre sorrideva con coraggio. Era cosí contenta di vedermi angosciato. Ora non aveva piú dubbi sul mio amore. Si sentí di nuovo forte.
– Non è nulla. Proprio nulla.
Era felicissima. Faceva le fusa. Si alzò e venne dove ero seduto, mi prese la testa fra le braccia e carezzò i miei capelli.
– È stanco per il viaggio. Portagli un bicchiere di vino.
Papà e io capimmo. Delle bestemmie tuonarono nella sua gola, a stento udibili, mentre apriva il frigorifero e ne estraeva una caraffa di vino. Prese un bicchiere dalla credenza e lo riempí. La mamma guardava sorridendo. Lui la guardò, furioso.
– E tu piantala.
I verdi occhi della mamma si spalancarono.
– Io?
– Piantala con questa storia.
Bevvi il vino. Era buono, venuto dalla terra calda di quelle pianure, delicatamente rinfrescato dal ghiaccio. La mamma era contenta di avermi in cucina. Vedevo che la sua colonna vertebrale si raddrizzava, che le spalle le si sollevavano. Mi prese il bicchiere di vino dalla mano e lo vuotò. Poi mi guardò attentamente.
– Che bella camicia. Te la lavo e te la stiro prima che tu vada via.
Mangiammo peperoni con formaggio di capra, mele salate, pane e vino. La lingua della mamma frullava senza tregua, una tarma finalmente libera. Normalmente papà l’avrebbe fatta tacere, ma s...