La pecora nera
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La pecora nera

Elogio funebre del manicomio elettrico

  1. 112 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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La pecora nera

Elogio funebre del manicomio elettrico

Informazioni su questo libro

«Il manicomio è un condominio di santi. So' santi i poveri matti asini sotto le lenzuola cinesi, sudari di fabbricazione industriale, santa la suora che accanto alla lucetta sul comodino suo si illumina come un ex-voto.
E il dottore è il piú santo di tutti, è il capo dei santi, è Gesucristo».
Nicola ci racconta cosí i suoi 35 anni di «manicomio elettrico», e nella sua testa scompaginata realtà e fantasia si scontrano producendo imprevedibili illuminazioni.
Un libro, e uno spettacolo teatrale, frutto di quasi quattro anni di ricerca, nei quali Ascanio Celestini ha ascoltato e raccolto in giro per l'Italia storie di manicomi. Attraverso le testimonianze e le memorie di infermieri, medici e pazienti si è reso conto non solo che l'istituzione manicomiale è di fatto ancora attiva ma soprattuto che le angosce e le paure dei matti sono ben vive dentro ognuno di noi. Ed è per questo che le storie fantasmagoriche che vengono raccontate in questo libro sanno commuoverci e divertirci.

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2013
Print ISBN
9788806193249
eBook ISBN
9788858401910

Terza parte

Io sono morto quest’anno

Uno

Io sono morto quest’anno.
Quest’anno ha aperto il supermercato.
Tutti vanno al supermercato.
Tutti tranne la suora.
La suora schifa il supermercato come schifava la macelleria e l’ortolano, il salumiere e il fornaio. Ma pure la suora ha capito che al supermercato i prodotti sono buoni, che c’è un ottimo rapporto qualità-prezzo. Cosí tutti i giorni io, Nicola e la suora andiamo a fare la spesa al supermercato.
Per uscire dall’istituto ci stanno due porte. La suora apre la prima e restiamo tutti e tre dentro una specie di buco. La suora chiude la prima porta, apre la seconda e usciamo. Perché dice che «l’istituto deve sempre stare chiuso sennò scappano i poveri matti, ma in qualche modo noi dobbiamo entrare e uscire. Cosí ci siamo inventati ’sta maniera delle due porte che una resta sempre chiusa e l’istituto è sbarrato come una cassaforte».
Pure al supermercato ci stanno due porte, ma sono di vetro trasparente e si aprono da sole.
Quando arriviamo le porte di vetro scorrono nella fessura di acciaio con un rumore elettronico.
È la cellula fotoelettrica che si accorge del cliente e gli apre la porta. Negli anni Sessanta, anche se erano favolosi… ’ste porte ce le sognavamo come i film di marziani che si mangiano le pasticche di pollo! Io, Nicola e la suora entriamo nel supermercato, ma tutti ci guardano strano. Perché la suora è vestita da suora e Nicola è vestito da matto e io mi vergogno di entrare al supermercato con un matto e una suora. Io voglio essere un cliente normale e non l’impresario del circo Orfei.
E poi la suora scureggia.
Cammina nel corridoio e scureggia.
Perché la suora è sorda. Le scuregge sue non le sente e si pensa che non le sentono manco l’altri. E invece tutti la sentono perché non siamo mica tutti sordi come la suora. Solo che all’istituto c’è gente che caca per terra e nessuno si stranisce se la suora scureggia, ma al supermercato tutti se ne accorgono e ci guardano storti. Per fortuna che poi se ne restano tutti zitti e fanno finta di niente. Fanno tutti la faccia distratta del tipico cliente che sta attento solo alla qualità del prodotto.
Soltanto Nicola ci fa attenzione.
Nicola le conta.
La suora scureggia e Nicola fa «una». La suora cammina, scureggia e Nicola «due». La suora si siede e scureggia. Nicola «tre». Certi numeri li strilla forte, dice «undici!» e la suora lo sente. Gli dice «che cosa sono ’sti numeri, Nicola?» e intanto scureggia. E Nicola «dodici». La suora dice che «è proprio vero quando si dice che uno dà i numeri per dire che è matto», e scureggia. E Nicola «tredici». Attraversa il corridoio come un treno a vapore. «quattordici, quindici, sedici...» Nel supermercato la suora chiede alle cassiere se gli danno una sedia. Tira fuori il fazzoletto dalla manica della tonaca e lo mette sul sedile. Perché la suora viene al supermercato solo per pagare alla cassa, ché non si fida di metterci i soldi in mano a me e Nicola.
Si siede vicino alla cassa a pregare.
La suora è un mozzico di donna che a malapena riesce a riempire l’abituccio che indossa. Sembra Cappuccetto Rosso da vecchia. Si passa il rosario in mezzo ai diti che parono ossi di pollo. Pare che la mano s’è sdrucita a strusciarsi i grani sbruzzolosi della corona. Gli diresti «suora lei dica il rosario che è il suo mestiere, ma oggi ci penso io a contargli ’ste palle. Le mani oggi me le consumo un po’ io al posto suo». Gli accarezzeresti la testa che è un pezzo di osso imbustato nella cuffietta. L’accarezzeresti come una bestiola di cane che si accuccia ai piedi del letto per custodire il tuo sonno.
Ma nessuno può toccare la suora. Se la tocchi lei strilla e arriva subito qualcuno a difenderla. Quel pezzo di osso nell’istituto è una reliquia difesa dagli infermieri che gli stanno sempre vicino. Anche dentro al supermercato ci sta una guardia giurata che sta pronta a correre quando strilla la suora.
La protegge come il filo spinato.

Due

Io sono morto quest’anno.
Quest’anno ho imparato a fare la spesa.
Per fare la spesa di qualità bisogna prendere solo prodotti di marchio. Non le sottomarche, primi prezzi, pezzi scontati. Con Nicola spingiamo il carrello nelle corsie del supermercato mentre che io prendo i prodotti di qualità, tipo lo yogurt Müller fate l’amore con il sapore che è buono perché è vellutato. Tipo la pasta Barilla che non scuoce mai… certo che se la lasci a bollire due ore si scuoce, mica è fatta d’amianto, ma nel suo tempo esatto è un prodotto di qualità speciale. E poi io penso che non mi piace l’acqua liscia, quella del rubinetto. Ma pure l’acqua troppo gassata mi fa venire i rotti. Io non bevo l’acqua liscia o gassata… io bevo Ferrarelle!
Invece Nicola si vede proprio che è matto. Lui cerca le riviste di donne che leccano gli uomini nudi. Io gli dico che «al supermercato mica ci stanno quelle riviste». Ma lui mi porta al reparto giornali e mi dice che «stanno qui, le vedi quante donne su quelle riviste? Lo vedi che stanno mezze spogliate?» Ma io gli dico che «sono Panorama, l’Espresso, Cronaca Vera. Ci stanno le donne co’ le sise di fuori, ma non leccano gli uomini nudi. Magari li leccano pure, ma su altri giornali».
Nicola dice che mo’ vendono pure certe riviste che «ci stanno solo figure». Dice che «sono riviste zozze cinesi. Perché sulle riviste di donne che leccano gli uomini si capisce tutto senza bisogno di leggere le parole. Non c’è da capire che è una telefonista del sagittario diplomata in ragioneria quella che lecca un camionista nudo leone ascendente bilancia. No. Non serve sprecare parole e i cinesi l’hanno capito. Hanno fatto le riviste di donne nude senza scritte inutili. In quelle riviste nessuno parla e si capiscono tutti, come al supermercato».
Nicola dice che non ci sta nemmeno il titolo. Nemmeno il prezzo. C’è solo il codice a barre per pagare alla cassa del supermercato cinese. Dice che «se te le fai arrivare in abbonamento non sprecano inchiostro manco per le barre del codice. Solo donne che leccano uomini nudi».
Lui si vorrebbe fare l’abbonamento e cosí gli arrivano direttamente all’istituto. Ma l’abbonamento non glielo fanno perché da ragazzino il padre non lo ha mai scritto alla anagrafe. E se non stai scritto da nessuna parte per i cinesi non esisti. Cosí... niente riviste.
Dice che «su queste riviste ci stanno le donne piú belle di tutti i tempi. I cinesi hanno clonato le attrici del cinema dei favolosi anni Sessanta. Hanno preso un capello di Sofia Loren e c’hanno fatto una dozzina di Sofia Loren cinesi per le riviste zozze. Hanno clonato Brigitte Bardot e l’hanno fatta accoppiare coi camionisti cinesi. Hanno clonato Marilyn Monroe e Gina Lollobrigida. Grace Kelly e persino attrici racchie come Ave Ninchi o la Sora Lella. L’hanno fatto per sfregio, per fare vedere che loro possono clonare chiunque. Hanno clonato le ciccione perché i cinesi possono fare prodotti di qualità, ma pure di quantità. Nicola dice che «i cinesi si mettono a ridere quando gli raccontiamo che in Europa hanno clonato ’na pecora. La pecora Dolly. In Cina hanno clonato tutto il nostro cinema dei favolosi anni Sessanta e noi stiamo ancora a clonare le pecore. Mo’ in Cina ci possono rifare i film degli anni Sessanta con tutti l’attori clonati. Noi che ci facciamo co’ tutte ’ste pecore? L’intervallo?»
Nicola dice che i cinesi si mettono a ridere, clonano Alberto Sordi e gli fanno fare un film zozzo dove si lecca la pecora Dolly.
Poi andiamo alle casse per pagare. La suora non si fida a metterci i soldi in mano. Paga lei, ma dobbiamo aspettare che finisce di dire il rosario.
Prega seduta vicino alle casse e nel controluce della porta scorrevole pare ancora piú piccola.
Prega e scureggia. Tutte e due sottovoce.

Tre

Io sono morto quest’anno.
Quando sei ragazzino non ci pensi alla morte.
E non è che ti immagini di campare per sempre. È proprio che non capisci che la morte è una cosa che esiste. Ma appena ci pensi diventi subito grande. E quando capisci davvero cosa è la morte significa che sei diventato già vecchio. Quando diventi vecchio... poi muori. E quando sei morto non diventi piú niente e non ti è servito di aver capito la vita o la morte.
Quando sei morto diventi un operaio di meno alla fabbrica. Un pedone di meno che traversa la strada. Un elettore che viene a mancare. Un inquilino che smette di sporcare le scale del condominio.
Io sono morto quest’anno.
Con Nicola pensiamo spesso alla morte.
Non ci importa del giorno in cui succederà ’sto fatto. Noi pensiamo a come avverrà. Per esempio io penso a mia nonna. Lei che andava a dormire alle otto di sera e si alzava alle cinque di mattina. Che incominciava la giornata bevendosi l’ovo fresco. Una sera è andata a dormire e non si è piú svegliata. Semplice. Per morire gli è bastato di non svegliarsi una volta.
Penso ai poveri matti del nostro istituto. A uno che stava sempre seduto, lo chiamavamo il professore perché ci pareva che stava in cattedra. Poi a gennaio si è alzato e a noi ci è venuto da ridere. Abbiamo detto «dove va? Perché si alza? Che è, ricreazione?» Ma questo si è messo a correre, ha abbassato la testa, ha attraversato la stanza e si è schiantato contro il termosifone. Nessuno se l’aspettava. Nessuno è riuscito a fermarlo.
Penso a uno che s’è impiccato. ’Na notte abbiamo sentito un rumore di ticchettio e Nicola ha detto che «sarà una specie d’orologio». E invece era questo che dondolava come un pendolo e sbatteva coi tacchi delle scarpe sul muro.
Penso a uno che s’è buttato dalla finestra e è finito in mezzo alle frasche. L’hanno ritrovato dopo ’na settimana che i topi gli avevano mangiato la faccia.
Penso a uno che gli stavo a misurare la febbre, mi sono distratto a parlare con Nicola e quando gli sono andato a cercare sotto all’ascella era sparito il termometro. Lui mi ha detto che «me lo sono mangiato». A me mi è venuto da ridere. Poi abbiamo chiamato il chirurgo, l’hanno aperto per togliere i frantumi di vetro, ma il mercurio era già andato in circolo e lui è morto avvelenato.
Poi non penso a nessun altro perché in verità pure i suicidi so’ pochi all’istituto da noi. Da noi non ci hanno voglia di vivere... figuriamoci se ci hanno la voglia di inventarsi una maniera per ammazzarsi.
Penso pure che nell’istituto nessuno muore d’infarto perché le pasticche e le gocce li tengono tutti tranquilli.
Per tutta la vita ho pensato a quale categoria di morti sarei appartenuto. Ai morti impiccati o a quelli mangiati dai topi. Ai morti che esplodono in mezzo alle guerre mentre vanno al supermercato o a quelli che non si svegliano e basta.
Penso a Marilyn Monroe che si ingoia un tubetto di barbiturici negli anni Sessanta, i favolosi anni Sessanta. Mo’ i barbiturici so’ una robba di antiquariato. Mo’ con certe pasticche non è manco facile ammazzarsi, magari ci provi e non ti riesce e fai pure ’na figuraccia.
La sera torniamo dal supermercato alle sette.
I matti hanno mangiato e si sono lavati. L’hanno spogliati e stanno tutti a letto. Con Nicola giriamo per la terapia. Distribuiamo gocce e pasticche.
Qualcuno fa storie e bisogna attappargli il naso per fargli aprire la bocca e buttarci dentro la pasticca. Qualcun altro se la nasconde sotto alla lingua e quando ci siamo allontanati la sputa dalla finestra. Io e Nicola ce ne accorgiamo il giorno appresso perché qualche piccione s’è mangiato la terapia e lo troviamo stecchito in mezzo al cortile.
Per convincere i poveri matti Nicola dice che «bisogna usare la psicologia», gli dice che so’ pasticche marziane. Dice che «nei favolosi anni Sessanta ci stavano i film di marziani che gli bastava mangiare una pasticca che c’è scritto pollo e è come se si mangiavano un pollo intero».
Nicola spinge il carrello e gli chiede «che volete mangiare stasera per cena? Il petto o la coscia?»

Quattro

I poveri matti dormono.
Io e Nicola ce ne andiamo in terrazza.
Ci guardiamo l’istituto che manco di notte si possono spengere tutte le luci. È un fatto di sicurezza, i matti non possono restare al buio. Perché il buio gli fa paura, e si può morire per la paura del buio.
A ogni corridoio o camerata ci rimane una lampada al neon. Visto dall’alto ’sto palazzone pieno di lucette pare un presepio. Solo che qua dentro il bambinello non ci nasce. Duemila anni fa è nato povero e dentro alla stalla. Mo’ non credo che ci avrebbe lo stoma...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. La pecora nera
  3. Prefazione di Concita De Gregorio
  4. La pecora nera
  5. Inizio
  6. Prima parte - Io ricordo la mia vita passata
  7. Seconda parte - Nicola ricorda la sua vita passata
  8. Terza parte - Io sono morto quest’anno
  9. Il libro
  10. L’autore
  11. Dello stesso autore
  12. Copyright