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Marchesa Colombi
Chi prima non pensa in ultimo sospira
Era la vigilia di Natale del 1876; una giornata rigida se Dio ne manda. Gelavano i vapori sui cristalli delle botteghe, ed i denari nelle tasche dei compratori.
Per le strade tutti camminavano frettolosi, un po’ curvi, col bavero alzato, le mani in tasca ed il naso violetto.
Ma tutti camminavano. C’erano i doni da comperare, le provviste straordinarie pel Natale, gli inviti, gli augurî, le visite. Ad ogni passo si urtava un commesso di negozio o un facchino carico di pacchi; un venditore di giornali che offriva un sonetto per domandare la strenna nel bel metro di Petrarca; una frotta di bimbi imbacuccati nelle pelliccie, che facevano sorvolare sulle testine bionde il palloncino del Bon Marché.
Nei negozi non avevano un minuto di pace. Le botteghe di giocattoli si votavano con tanta rapidità da far credere che le bambole, i fantocci, le piccole locomotive, i reggimenti di soldatini di piombo, e tutti gli animali dell’arca di Noè, stanchi della lunga reclusione in una vetrina, avessero emigrato in massa in cerca di miglior vita.
Avevano emigrato infatti nei palazzi dei bambini ricchi, per trovarci, quello che si trova spesso nelle emigrazioni – l’isolamento, il disinganno ed il collo rotto.
I panettoni poi, invadevano Milano. Se ne vedevano per le strade, su per le scale, nelle anticamere; avvolti soltanto in una carta con una fettuccia rossa, o chiusi nelle ceste; portati a mano, accatastati sui carri, buttati alla rinfusa nei panieri o sorretti sul capo da un garzone di bottega, come le paste famose del panattiere di Faraone.
La quantità spropositata di panettoni che si vendeva, non aveva riscontro che nella quantità spropositata di carta che si consumava per avvolgerli.
La città aveva quell’aria di festa, di gioia, di aspettativa che assume ogni anno in quel giorno solenne, grazie al buon cuore, alle buone borse, ed al buon appetito dei milanesi, che tutto il mondo conosce.
Ottavio usciva dal negozio di oreficeria aperto allora allora dai signori Carenzi e Confalonieri, portando in mano una lunga busta di velluto, dalla cui forma si poteva indovinare che conteneva una coppa.
Era un bell’uomo sui sessantacinque anni; alto, pallido, dai lineamenti regolarissimi, con la barba intera ancora folta ma completamente bianca, ed una quantità di capelli bianchi che sporgevano disotto al cappello sulla nuca. Però se si fosse scoperto il capo, si sarebbe veduto che era soltanto una frangia, una mezza corona che gli cingeva di dietro la testa calva, alla maniera del San Giuseppe dipinto.
Quella canizie dava alla sua fronte un’ampiezza straordinaria, che aggiungeva nobiltà al volto, su cui gli occhi, d’un azzurro profondo, irradiavano un’espressione serena.
Egli era ancora sotto l’impalcato di legno che nascondeva il futuro arco della Galleria, quando s’imbatté in un giovinotto che camminava stecchito col naso al vento, e l’aria soddisfatta d’un uomo che ha una grande opinione di sé.
– Buon giorno, signor Geremia, – disse Ottavio stendendogli la mano.
– Jerry, Jerry, – corresse l’altro dandogli due o tre scosse al braccio da smontargli la scapola. – Da noi in Inghilterra si dice Jerry; ah! non posso soffrire le vostre cadenze svenevoli.
– Neppure in bocca alle sue belle allieve? – domandò Ottavio sorridendo.
– Le mie belle allieve parlano inglese con me; – poi soggiunse con sussiego, – e finiranno anche a pensare come gl’inglesi. Ah! le vado correggendo. Preparo loro una buona lezione per domani.
– Appunto, – disse Ottavio. – Lei domani pranza da loro. Ho udito che le ripetevano l’invito ieri sera nell’accompagnarla fuori. Tra vicini di casa si sente tutto.
Il maestro ripigliò tutto gongolante:
– Ecco. È questa la lezione che preparo. Io non pranzerò in casa Monferrano domani.
– No? Allora vuol dire ch’io non capisco piú l’inglese. Mi pareva che avesse promesso di andarci a patto di fare il quattordicesimo... mi pareva...
– Ho promesso a questo patto, infatti. Le ho obbligate a combinare quel numero per essere io a rompere il malaugurio del tredici. Ma all’ultim’ora mancherò, e saranno appunto in tredici a tavola.
Ottavio si mise a ridere ed esclamò:
– Ah! è il solito apostolato della Società dei Tredici! Mi pare che abbia già fatto lo stesso scherzo anche l’anno scorso.
– Non fu lo stesso; tutt’altro. L’anno scorso sapevo che dovevano essere dodici, ed all’ora del pranzo mi sono presentato improvvisamente per obbligarli ad ammettere il tredicesimo.
– E la lezione non fu sufficiente?
– Che! Ci vuol altro a vincere le superstizioni degl’italiani! Il signor Monferrano tenne il broncio tutta la sera.
– E lei quest’anno ripete la prova? Ci mette dello zelo.
– Sicuro, sicuro. È una missione che ho assunta. Sono membro della Società dei Tredici di Londra che è divisa in tanti gruppi di tredici persone ciascuno, ed il tredici d’ogni mese dà un banchetto di tredici tavole e ci si siede in tredici per ogni tavola, e durante il pranzo...
– Lo so, – interruppe Ottavio, – si deve rovesciare il sale, spandere l’olio sulla tovaglia, capovolgere il pane, fare la croce colle posate... mi ricordo; me l’ha detto piú volte.
– Ah! una grande istituzione! – esclamò l’inglese. – Farà molto, molto bene!
– Senza dubbio; specialmente all’oste che fornisce i pranzi, – rispose Ottavio; e salutando il giovane umanitario, riprese la sua strada verso il corso di Porta Venezia.
Entrò in una bella casa sul Corso, salí al primo piano, e suonò alla porta.
– Sono ancora a tavola? – domandò alla cameriera coll’aria d’un intimo della famiglia.
– No, hanno pranzato piú presto oggi; hanno già illuminato l’albero, ed ora sono passati in sala a prendere il caffè.
– Tanto meglio. Non annunciarmi. Voglio passare in tinello per mettere sull’albero una cosuccia anch’io.
– Passi pure, signor Loreni, – disse la cameriera: e si ritirò.
Egli entrò pian piano. L’uscio di comunicazione fra il tinello e la sala era spalancato, e s’udiva dall’altro lato un cinguettio di bimbi, uno strisciar di piedini, un rider sommesso.
– Mamma, i numeri li estraggo io? – diceva una voce di ragazzetta.
– Uh! Maria, vecchiona! – esclamava una voce di bimbo. – A dieci anni vorresti far la parte del piú piccolo? Tocca a me che ho soltanto sette anni.
– Se ha da essere il piú piccolo, – ribatteva Maria, – tocca ad Alfredo.
– Che cosa ne capisce Alfredo? Non sa leggere i numeri; vero, Fedino?
– Appunto, perché non ne capisce nulla farà le cose senza malizia.
– Ed io che malizia ci metto?
– Tu l’anno scorso hai estratto tutti i numeri tuoi.
– L’ho fatto apposta, eh?
– Già che lo hai fatto apposta! Sicuro!
– Che sciocca! Ho forse gli occhi nelle unghie?
– Può darsi. Ti ci vedo un arco nero; sarà il sopraciglio...
Ottavio conosceva quelle vocine garrule, e mentre guardava l’albero, che lo nascondeva completamente a chi fosse entrato dalla sala, sorrideva a quelle piccole liti a cui era avvezzo.
Da molti, molti anni passava in quella casa tutte le feste solenni; amava quella signora che aveva veduta piccina; amava quei ragazzetti cresciuti sotto i suoi occhi, che gli parevano suoi; amava quei bambini rosei e chiassosi; gli tenevano luogo della famiglia che non aveva.
Ad un tratto s’udí la voce del babbo:
– State zitti, bimbi. Bisogna concludere che inviti s’hanno da fare questa sera per domani.
– Ma, i soliti, – rispose la signora. – Quelli che non hanno famiglia. Il maestro di piano e sua sorella; i due praticanti del tuo studio; tuo cugino capitano; e poi ci sarà Loreni...
– No, no! Loreni è troppo vecchio!
– È noioso!
Erano due vocine di bimbi che gridavano cosí; i bimbi rosei ch’egli amava tanto!
Ottavio Loreni stava collocando la busta colla coppa d’argento sopra un ramo dell’albero. Rimase lí colle mani stese, trattenendo il respiro. Aveva ricevuto un urto nel cuore. Tuttavia pensava:
«I bimbi non sanno quel che si dicono. I ragazzetti piú grandi mi amano meglio».
Il babbo riprese:
– Ma che! È tutt’altro che noioso. Vi racconta le fole! vi diverte...
– No, non mi diverte. Io non lo voglio vicino a tavola.
– Neppur io!
– Siete ingrati e scortesi tutti e due, – disse il babbo. – Peggio per voi. Starà accanto a Maria.
– Ah no, babbo! Per carità! – gridò Maria. – Parla senza denti.
– Se non ne ha, lo sfido a far altrimenti, – osservò una voce in falsetto da maschio adolescente.
– Ma dice sempre le stesse cose; io non so trattenermi dal ridere.
– E ridi; chi te lo impedisce? – tornò a dire l’adolescente.
– Ho paura di offenderlo. Piglialo accanto a te, e fa come vuoi.
– Ti ringrazio tanto. Io non studio archeologia; e le facezie dell’altro secolo non mi fanno ridere; mi fanno dormire.
Anche loro! I ragazzetti che aveva veduti crescere e che gli parevano suoi! Ottavio si lasciò cadere le braccia e rimase come istupidito.
Intanto di là continuavano a discorrere.
– Chissà che si possa evitare d’invitarlo, – osservò la signora, la signora ch’egli aveva veduta piccina. – Finora non è venuto...
– Ma ti pare! – osservò il marito. – Se non viene gli scriverai. Tutti gli anni ti ha mandato un dono, e l’hai sempre invitato a pranzo. Se quest’anno non lo inviti crederà che tu sia offesa, perché non t’ha fatto il dono, e che finora lo invitavi soltanto per quello.
– Che! Io non ci bado affatto. Lo inviterei pover’uomo. Noioso o no, ci sono avvezza. Ma senti che nessuno lo vuole accanto? Non so dove collocarlo...
– Al Luogo Pio Trivulzio, mamma; è il suo posto, – suggerí Leonardo, l’adolescente.
Ottavio non stette ad udir altro. Colle mani tremanti scrisse dietro una carta da visita:
«Dispiacente che un impegno precedente mi impedisca di venire domani a domandare alla signora Giulia la mia parte di panettone, depongo in questa coppa i miei auguri, coi chicchi pei bimbi».
Attaccò la coppa col biglietto ad un ramo dell’albero; poi uscí pian piano com’era entrato, e passando in anticamera accennò alla cameriera che stesse zitta.
Scese le scale in furia, ripassò frettoloso per le strade brulicanti di gente, senza guardare né i negozî né i passeggeri; – omai era estraneo a quella febbre d’augurî e di doni con cui si manifestava negli animi lombardi l’amor del prossimo elevato all’ultima potenza.
Rientrò in casa col volto accigliato ed il cuore gonfio di sdegno.
– Domani pranzerò qui, – disse alla donna di servizio che era venuta ad incontrarlo in anticamera; – fa le tue provviste.
– Gesú bambino! – esclamò la serva irritata. – Che provviste vuole che faccia a quest’ora?
– Ingegnati.
– Ingegnati è presto detto. Ma la piazza è spogliata come se ci fossero passati i ladri. I Cristiani ci pensano la vigilia al pranzo di Natale. E poi che costrutto c’è a pranzare solo un giorno simile? Perché non va da quei signori delle altre feste? Io non sono una schiava, poi. Almeno il giorno di Natale ho diritto di godere un po’ di libertà.
Ottavio fece una sfuriata: che il padrone era lui, e pranzava dove gli piaceva, e se non le accomodava se ne andasse, che di serve era pieno il mondo...
Poi prese il lume ed i giornali ed entrò in camera.
Si buttò a sedere con un giornale aperto dinanzi; ma mentre fisava gli occhi su quella «Rassegna Politica» e ne leggeva macchinalmente le parole, il suo pensiero ci leggeva tutt’altro:
«L’ultimo bollettino ufficiale giunto per telegrafo da Vienna...»
– Non mi vogliono piú; sono troppo vecchio. I bimbi mi trovano noioso; i bimbi che amavo! Stupidi! Ed i ragazzetti che ho veduto crescere mi deridono! Maria non mi vuole accanto; Leonardo mi manda al Luogo Pio Trivulzio. Ecco il buon cuore della gioventú! Ecco! I vecchi sono noiosi; mandateli agli ospizi. Ah, per Dio! Se questa è l’educazione moderna... bei soggetti che diventeranno quei monelli! Se aspettano ch’io li guardi ancora in faccia...
– «L’ultimo bollettino ufficiale...»
– Ed anch’essa la signora Giulia, che ho veduta alta cosí... La chiamavo semplicemente Giulia allora. Anch’essa, se avesse potuto evitare d’invitarmi, ci avrebbe avuto gusto. Ed io la credevo una buona donna!
Altro che buona! Le piacciono i miei doni, quelli sí; ma i miei denti vecchi, le mie orecchie indebolite, le mie rughe, il mio cranio pelato... «Chissà che si possa evitarlo». Lei ha dei figli giovani, un marito giovane, sono tutti giovani – anche il cugino capitano magari – e stanno bene fra loro; e di vecchi non ne vogliono. Chi è vecchio peggio per lui!
– «L’ultimo bollettino...»
– Ed io, balordo, mi rallegravo delle loro feste e dei loro doni di Natale. Mi commovevo come uno sciocco, e credevo che mi volessero bene. Quello è un bene. Fossi andato a mani vuote l’avrei visto quel bene. Era pel dono che m’invitavano; ed ero il guastafeste là dentro; lo spauracchio dei bimbi, il ridicolo dei giovinetti, la bestia nera di tutti...
– «L’ultimo bollettino ufficiale giunto per telegrafo...»
– Quando penso con che cuore io portavo il mio dono! Stupido! Sporgevo una coppa d’argento per mendicare: «Per carità un po’ d’affetto...» Bell’affetto! Mi gettavano l’elemosina d’un compianto; mi chiamavano pover’uomo. Ah sí; pover’uomo davvero con quella sorta d’amici... Gente ipocrita senza cuore...
E fremeva, e teneva sempre l’occhio intento su quell’unico punto del giornale, ed il suo pensiero ci vedeva passare vampe di sdegno, parole d’ira.
– «L’ultimo bollettino ufficiale...»
– Maledetto il bollettino ufficiale! – gridò strappando e gettando a terra con dispetto il giornale. – Non ne capisco nulla.
E si mise a passeggiare su e giú per la stanza; ed a misura che il bollore della collera si calmava, rifaceva colla memoria la lunga strada del passato.
Rivedeva suo padre. Non era un bel signore come lui, suo padre. Era un notaio accreditato, laboriosissimo, che aveva faticato tutta la vita per mettere insieme onestamente un patrimonio.
L’aveva esercitata con amore la su...