Sarti Antonio: un diavolo per capello
Personaggi principali.
SARTI ANTONIO, sergente
RAIMONDI CESARE, ispettore capo
FELICE CANTONI, agente
ADELMO VALERIANI, direttore di banca
ELEONORA VALERIANI, moglie di Adelmo
FEDERICO SANGUINETTI, carabiniere
PINO ACQUACHIARA, regista televisivo
ROSAS, antagonista di Sarti Antonio
STEFANO, l’enciclopedico
GIORGIO, il «domenichino»
IO, il narratore, sempre presente accanto a Sarti Antonio, ma non sempre parlante.
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1.
La primavera, iniziata male in tutti i sensi, si è poi messa al bello e continua sotto buona stella. Dopo i fatti che hanno svegliato di brutto la città, le cose si sono calmate: gli studenti hanno deciso di star tranquilli e di fare il punto della situazione, il tempo fa il suo dovere e Raimondi Cesare, ispettore capo, è troppo occupato a cercare indizi contro gli «autonomi», per rompere.
Sarti Antonio, sergente, gode ottima salute e il periodo di calma. Sull’auto ventotto, naturalmente, a fianco di Felice Cantoni, agente. I viaggi sull’auto civetta sono diventati un tranquillo modo di fare turismo in città e dintorni.
Le polemiche fra gli intellettuali locali e i «nuovi filosofi», uniti nella lotta contro il signor sindaco, preoccupano solo gli intellettuali locali, i «nuovi filosofi» e il signor sindaco, senza turbare l’ordine pubblico. Il che è una bella cosa.
Ma non durerà in eterno, lo so io e lo sa Sarti Antonio, e ci sto pensando seriamente mentre l’auto ventotto rotola sulla statale verso Pianoro, costeggiando un fiume già morto.
Sarti Antonio sfoglia un giornale che poi getterà dal finestrino. Infatti: – Quante balle.
Felice Cantoni ferma l’auto ventotto al lato della strada, scende e torna indietro a piedi per il recupero dei fogli che il vento ha già sparso sull’asfalto. Protesta: – Perché non butti il tuo? Se non porto il giornale a casa, mia moglie non apre la porta. Che razza di modi sono? – Saltella dietro la cronaca di Bologna, e un motociclista lo evita per un pelo e urla un paio di sacramenti che non tengono conto dell’autorità di un questurino.
Sulla ventotto la radio comincia: «Attenzione. A tutte le auto! Attenzione: rapina in una banca di Loiano… I banditi hanno preso la strada per Bologna. C’è stato un conflitto a fuoco con i carabinieri della locale stazione… Attenzione: comunicare le posizioni…»
Felice Cantoni lascia perdere la cronaca e torna di corsa all’auto ventotto.
– Auto ventotto nei pressi di Pianoro sulla statale per Loiano…
«Benissimo, auto ventotto. Dirigersi verso Pianoro e intercettare alfetta chiara che sta dirigendosi verso Bologna. Fare attenzione: i due banditi sono armati di mitra… Tenersi in contatto con la centrale…»
Felice Cantoni, agente, fa partire l’auto ventotto e dallo specchietto retrovisore dà un’ultima occhiata al foglio di cronaca che finisce nel fiume.
– Dovrò comprarne un’altra copia prima di rientrare a casa.
– Pagherò io: adesso sta’ tranquillo e pensa alla strada; non voglio finire nel fiume come il giornale.
Felice Cantoni, agente, ritrova subito il buonumore perché gli basta l’occasione per spingere l’auto a tutta velocità. Come sta facendo.
Nella stessa occasione, Sarti Antonio, sergente, il buonumore lo perde, ma non protesta. Dice soltanto: – Occhio alla curva… Guarda prima di sorpassare! Bestia! Attento al ciclista. Bestia! – Felice Cantoni lo lascia dire perché non è una novità.
Sorpassano Pianoro Vecchio a tutta velocità e attaccano la salita di Livergnano e di qui la strada sarà in salita fin quasi a Loiano. Una salita a tornanti stretti, da infarto. Venti chilometri che possono far imbiancare i capelli.
Ma è destino che l’auto ventotto non arrivi a Loiano. Alla curva della «Fabbrica», un motociclista che scende sull’Honda 750 nuova nuova taglia la curva un po’ troppo stretta, striscia contro la fiancata dell’auto ventotto, sbanda, riesce a tenere e riprende la strada come se niente fosse. Anche Felice Cantoni fa i suoi miracoli per tenere l’auto in carreggiata, ma è costretto a imboccare una stradina laterale per non finire nel burrone di sinistra. La sbandata continua sul ghiaietto in salita e finiamo la corsa contro il cancello, chiuso, del cimitero di Pianoro Vecchio.
Per l’auto ventotto la caccia ai banditi è finita prima di cominciare. Quando Sarti Antonio riapre gli occhi, si trova davanti al naso il pilastro del cancello, ma non ha il tempo di imprecare perché ha un altissimo senso del dovere. Si attacca alla radio.
– Qui auto ventotto… Auto ventotto chiama la centrale… – Silenzio. – Pronto, pronto… Centrale? Qui auto ventotto… – Niente, e lascia cadere il microfono, e può sacramentare tranquillo com’è tranquillo un uomo che ha fatto interamente il proprio dovere. Si calma solo quando gli viene da vomitare, forse la paura, e si rivolge a Felice Cantoni con voce bassa: – E adesso? E adesso? Dove credevi di essere? A Monza?
Felice Cantoni è ancora al volante e lo stringe con forza. Ha gli occhi sbarrati e fissi su una cappella, all’interno del cimitero, proprio di fronte al cancello, che ha segnata sull’architrave la propria destinazione: «Per il riposo eterno della famiglia Cantoni». Felice si tocca le palle e, appena riesce, balbetta: – Che colpa ne ho io… Quel matto era tutto sulla sinistra… Non hai visto come ha preso la curva?
Sarti Antonio, sergente, urla: – Va bene, è andata! Adesso non muoverti di qui! Io scendo in paese a telefonare in centrale –. Al primo bar che incontra: – Passami Raimondi Cesare… Pronto? Sarti Antonio…
– Dove sei finito? Abbiamo perduto il contatto radio… Cosa succede? Dove sei? Che stai facendo?
– Siamo fermi, bloccati… L’auto ventotto non è in grado di riprendere il viaggio… Un incidente pauroso. Sto ancora male… Il vomito…
– C’era da immaginarlo. Figuriamoci se posso contare sull’auto ventotto quando ce n’è bisogno. Che pensi di fare adesso?
– Non ho idea.
– Ce l’ho io: fa’ in modo di bloccare la strada e non lasciar passare gente sospetta. Mando un’altra auto –. Chiude la comunicazione e Sarti Antonio, sergente, esce per tornare all’auto, davanti al cimitero, ma, ferma davanti al bar, vede l’Honda 750 che non aveva notato entrando. Il centauro è al banco e sul banco è posato il casco rosso. Il giovane è pallido come un morto e sta vuotando il secondo bicchiere di grappa.
– Figlio di… Figlio di… – Non gli viene. – Adesso torni su con me… Figlio di… Sai cos’hai combinato?
Il giovane non protesta: ne ha avuto abbastanza e si lascia trascinare fuori senza resistere, vuoto come un sacco di patate vuoto.
– Monta e riportami alla curva.
– Non… non è successo niente, vero?
– È successo, è successo, invece! Monta e non fare scherzi. E va’ piano!
– C’è… qualche ferito?
Sarti Antonio non gli risponde: si sistema dietro il centauro e la motocicletta parte lentamente, zigzagando.
– Fa’ attenzione, bestia! Non ne hai avuto abbastanza?
– Oddio, il casco! L’ho lasciato al bar.
– Lo prenderai dopo. Avanti.
Felice Cantoni li attende seduto su un paracarro.
– Eccolo, il nostro eroe… Siedi là e non ti muovere: dopo faremo i conti.
Il giovane è tranquillo come un agnellino da latte, ma appena vede il mitra che Sarti Antonio ha preso dal bagagliaio dell’auto ventotto, si alza e cerca di scappare verso il cimitero. Sarti Antonio gli è sopra e lo ferma.
– Adesso… cosa volete farmi? Non l’ho fatto apposta. Non potete… Lasciatemi andare!
– Ti ho detto di sedere e di stare tranquillo –. Il giovane siede, ma non è tranquillo. Anche perché Sarti Antonio toglie dal cavalletto l’Honda 750 e, barcollando per il peso che non gli è familiare, la porta sulla mezzeria della strada e la mette di traverso. Poi, a Felice Cantoni: – Mettiti cinquanta metri piú su e ferma tutte le auto che arrivano. Io aspetto qui. Occhi aperti, Felice, perché quelli sono armati e non scherzano.
– Lo so: qui non scherza nessuno.
Adesso aspettiamo gli eventi e siamo pallidi in quattro. Ma non succede niente per un bel po’. Arriva solo l’auto con Raimondi Cesare. Da Bologna.
– Cos’è accaduto?
Sarti Antonio, sergente, indica l’auto ventotto finita contro il cancello del cimitero, lungo la strada in salita, e indica il giovane ancora seduto sul fosso, ai bordi della strada.
– Quel bel tipo ci ha fatto finire in cimitero, ecco che cos’è successo.
Raimondi Cesare non scende dall’auto.
– Ne riparliamo in centrale. Si è visto nessuno?
Sarti Antonio, sergente, nega con un cenno del capo.
Per quello che ci riguarda la storia è finita. O meglio: è finita per il momento. Ricomincerà appena Sarti Antonio, sergente, si troverà nell’ufficio di Raimondi Cesare, ispettore capo.
– E ci verrai anche tu! – urla a Felice Cantoni, agente, che è a controllare i resti dell’auto ventotto.
– Dove?
– E spiegherai cosa volevi andare a fare in cimitero.
Felice Cantoni, agente, constata, scuote il capo e scende tristemente la stradina di campagna borbottando: – Un disastro! Ci vorranno due settimane a rimetterla in piedi, – quasi si trattasse di una persona amata. – E poi chissà come la sistemano, quei macellai. I nostri meccanici sono dei cani. Dovrò sorvegliare io il loro lavoro… Quell’auto era la meglio di tutto il parco macchine. Un orologio era. E questo qui… – Fa l’atto di colpire il giovane con una sberla.
– Te la rimetteranno a posto, sta’ tranquillo.
– È una parola: un massacro, ti dico. Un massacro. Va’ a vedere che disastro.
– E ringrazia che neppure ti sei graffiato.
Felice Cantoni, agente, alza le spalle e va a sedersi dall’altro lato della strada. Si trascina dietro il mitra, tenuto per la cinghia, come fosse un cagnolino al guinzaglio. E lui è un uomo distrutto.
Raimondi Cesare, ispettore capo, non lo guarda neppure: tiene il capo chino sulle carte sparse per il tavolo e parla, parla sottovoce, ma si sente che vorrebbe urlare.
– E cosí li abbiamo perduti, è vero come si dice, svaniti nell’aria come se non fossero mai esistiti. Vorrei solamente la certezza che sono passati mentre l’auto ventotto saliva la strada del cimitero, è vero come si dice, e poi sarei servito. E sarebbe servito anche lei, sergente Sarti Antonio.
– Mi pare impossibile… Mancavano piú di venti chilometri e non possono essere scesi tanto in fretta. Io penso…
– È quello che mi ripeto anch’io ed è quello che la salva, è vero come si dice. Almeno per ora. Questo dimostra ancora una volta che i miei uomini, è vero come si dice, non sono all’altezza…
– È stata una disgrazia. Io penso…
Raimondi Cesare picchia con una mano sul tavolo, ma senza alzare il tono.
– Lei, sergente Sarti Antonio, è uno di coloro che alle disgrazie è abituato da troppo tempo –. Quando parla con il «lei» è al limite della sopportazione, e Sarti Antonio avverte i primi sintomi, inconfondibili, della colite; da un bel po’ di tempo non aveva piú questi problemi e cominciava a illudersi di essere sulla strada della guarigione, alla faccia di tutte le diagnosi mediche di questo mondo. È bastato poco a togliergli l’illusione. Adesso non sa per quanto potrà resistere senza correre a un gabinetto. – In tutta questa storia, è vero come si dice, c’è un solo lato positivo: adesso lei andrà in ferie a Loiano.
– Non so se…
– Lo so io. C’è già una camera prenotata a suo nome all’Albergo della Posta. Ci vada e si rilassi, è vero come si dice, e cerchi di non perdere d’occhio il direttore della banca rapinata.
Sarti Antonio, sergente, non è d’accordo e ci prova ancora: – Non so se…
– Non c’è alcun bisogno che lei sappia se… Ho motivo di credere che il direttore della banca sia coinvolto e lei è il solo agente disponibile che il direttore, è vero come si dice, non abbia incontrato, grazie all’incidente d’auto. E poi non saprei a che altro adibirla: l’auto ventotto è in officina e ne avrà per un paio di settimane.
Piú niente da dire. Raimondi Cesare si passa una mano sui radi capelli incollati al cranio e prende appunti: per lui il dialogo è finito.
– Come… come si chiama?
Per la prima volta dall’inizio del dialogo, l’ispettore capo alza gli occhi dal tavolo.
– Non li legge lei i giornali?
Sarti Antonio annuisce, ma insiste anche se i dolori si fanno piú frequenti e acuti.
– Li leggo. Vorrei conoscere qualche particolare… Le mie indagini…
Raimondi Cesare, ispettore capo, non si trattiene piú. Si alza dalla poltrona e urla: – Le sue indagini? Chi le ha detto… Chi le ha parlato, è vero come si dice, di indagini? Lei deve seguire il signor Valeriani Adelmo. Notte e giorno. Tutto qui! E riferire al sottoscritto, è vero come si dice, ogni sua mossa, ogni atto, sia pure di poco conto.
– Ho capito.
– Ne sono lieto –. Risiede, e mentre Sarti Antonio, sergente, lascia l’ufficio, conclude: – E cerchi di non farsi notare troppo. Veda, se riesce, di passare inosservato, è vero come si dice.
Sarti Antonio, sergente, non obietta, anche perché non ha tempo. Gli serve un gabinetto. Il resto, per ora, è solo poesia: non conta molto.
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2.
L’Albergo della Posta è all’ingresso del paese, un po’ fuori dalla strada principale e in mezzo agli abeti: un albergo tranquillo, e Sarti Antonio, sergente, ha i brividi al pensiero di chi dovrà pagare il soggiorno dal momento che Raimondi Cesare, ispettore capo, non è stato molto chiaro in questo senso. Si è limitato a dire: «Adesso lei andrà in ferie a Loiano». E se queste sono considerate ferie a tutti gli effetti, c’è da pensare che siano a totale carico dell’usufruente; di Sarti Antonio, per intenderci.
Una passeggiata conoscitiva per Loiano, le Alpi dei poveri, un’occhiata all’interno della banca rapinata, tanto per prendere contatto con la realtà del luogo e con il direttore da pedinare.
Gara dura pedinare in questo paese, e ancor piú dura non farsi scoprire. Dovrò seguire il direttore travestito da lepre e nascondermi dietro i tronchi dei castagni.
Siede al bar di fronte alla banca e ordina un caffè, poi, come ogni questurino che si rispetti, alza il giornale a coprirsi il viso e aspetta.
Verso le dieci il direttore esce per bere un caffè, proprio al bar dov’è seduto Sarti Antonio, e rientra in banca. Verso le dodici Sarti Antonio, sergente, si alza per sgranchirsi le gambe e per controllare, attraverso la vetrina e da vicino, il signor Adelmo Valeriani. Ma non lo vede alla scrivania, oltre il banco per il pubblico.
– Sarà andato al cesso –. Alzo le spalle e mi auguro che sia come vuole Sarti Antonio, ma deve trattarsi di un bisogno lungo, perché vediamo, sempre attraverso i vetri, il signor direttore riprendere il suo posto di direttore dopo piú di un’ora d’assenza, entrando da una porta sul fondo del salone, nella zona riservata agli impiegati.
– Cominciamo bene –. Sarti Antonio fa il giro dell’isolato e ...