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L'accademia Pessoa
Informazioni su questo libro
Nella soffitta polverosa di Montevideo, in cui per anni ha perso tempo a ubriacarsi e a plagiare i grandi classici della letteratura universale, lo scrittore fallito Alonso Novarro, presidente dell'accademia per illetterati «Fernando Pessoa», un'associazione segreta di nemici dei romanzi, viene trovato morto da Hamete Benengeli, traduttore e nano. Accanto a lui un misterioso scritto in spagnolo nel piú perfetto stile ottocentesco: la traduzione del capitolo trentanovesimo dei Promessi sposi di Manzoni, che Manzoni non si è mai sognato di scrivere...
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Informazioni
Print ISBN
9788806188832eBook ISBN
9788858403587Dieci
XXXIX
Lí in su lo sbocco della Val Brembana, poc’oltre casa Tramaglino, nell’area in cui, quasi d’un tratto, venivano a interrompersi i vigneti, ed i frutteti, e i campi vasti di frumento sí abbondanti in quella zona d’alta Italia, per lasciar spazio a una sodaglia nuda e brulla, e coltivata a mala pena a cipuollotti, sorgeva a guisa di una rocca in cima a un colle anche un convento francescano, che dominava con lo sguardo sia la città che l’alpi Orobie e avea in di piú, fra l’altre cose, qualche funzione di spedale. Sorgente dalla viva roccia il lato che dava a ponente, esso mostrava dirimpetto a Bergamo e alla valle un muro fradicio, una muffa – del secolo decimoquarto –, certe finestre spente ed inferriate, talché non v’era chi, guardandolo dal borgo, non lo nomasse, con voce lombarda, «la bicocca». Due sentieruzzi che s’inerpicavano alla punta, deserti e vuoti e che, per loro naturale asperità di forma, lasciavano di giú fantasticare il mondo intorno a qualche crudeltà d’intenti degli abitanti di quel borgo; poi una legnaia, un orto secco, un cimitero: tal’era il mesto monastero antico all’epoca de’ fatti in corso.
Ora, rammenta ancora il nostro Ripamonti l’anno 1631 pel sorprendente, in vero, susseguirsi di moltissimi e gravissimi episodi d’alte febbri cerebrali «intra tamquam extra moenia» e, in un non gran lasso di tempo, in tutto quanto il territorio bergamasco e Val Seriana; il quale morbo ivi attaccò con tanta furia e tanta stizza come mai piú s’ebbe a vedere in tali luoghi.
Di molte gride e molti editti di cui i prefetti della Serenissima all’occasione vollero far sfoggio, una c’è parsa la piú acconcia ad esser quivi riportata; non per saggezza né per qualch’altra dignità di lode, bensí perché il destino avverso, quanto la buona provvidenza, segue spessissimo, s’è visto, le strade piú traverse e torte. E come tali deliberazioni, di quasi otto anni precedenti alle vicende che l’anonimo è or ora giunto a raccontarci, possano andarsene a toccare anche le vite, poi, de’ personaggi nostri, lo si vedrà ben presto, a guisa d’un torrente picciolo che vaghi e scorra a lungo per campagne smorte prima di gettarsi in Adda o in qualche Po.
Adunque sua Eccellenza Antonio Gradenigo, Rogato della Serenissima Repubblica, inviati in maggio a Bergamo certi ispettori suoi per l’emergenza sanitaria, e riferitogli da questi che i morti ormai eran arrivati già presso a dugento, provvide con un’ordinanza pubblica che s’apprestasse quel convento ad un ricovero agli infermi “et qualsiuoglia gente manifesti indizj di delirio o habbia la febbre o altri accidenti”. Misura questa, lo si vede, ben piú che nobile in teoria, ma di pochissima efficacia all’atto pratico. Si voglia ora di fatti per la grandissima abbondanza de’ malati, si voglia piú per la penuria di chirurghi, or non di rado si sentiva mormorar fra ‘l popolino che si guarivano piú i morti al cimitero che i pochi infermi ch’eran menati su al convento. S’usava, sempre piú frequentemente, o d’affidarsi a Dio, e dispregiarne i mezzi e gli emissari, o far da sé; e si sa ben che l’ignoranza suole seminar le ortiche che ad altri poi è dato raccogliere.
Tra i documenti cosí varii che ci è riuscito di scovare, il Viani e i suoi «Dialoghi su i nuovi rimedi efficaci» raccomandavano gl’antraci, il Todino l’opalo, «pistato in quantità abbondante», mentre il Zachia rassicurava «ch’a benefitio de’ malati, nulla ua a genio, spetialmente, quanto il potente influsso astrale della Libra. Ergo s’attenda il novo autunno».
A fine maggio, beatamente, i morti s’eran raddoppiati. Per giugno, annota il Lampugnano, si toccò quota cinquecento, e nella diffidenza per le autorità e la scienza, il male continuava a crescer sempre piú fiero e indisturbato.
Dunque, incalzato duramente dal tribunale della sanità, il Gradenigo volle stabilire in luglio che si rendesse obbligatorio il trasferirsi allo spedale di tutti quelli manifestamente infetti e «massime» coloro colti da pazzia. Fu messa in pratica la grida, s’estinse a ottobre ogni retaggio del malanno. Ma i miei ventun lettori saranno già per bene avvezzi a figurarsi il modo d’operar di que’ signori con le barbe e co’ pennacchi, che si svegliavan col pericolo alle porte per poi rimettersi a dormire giusto un istante dopo il primo suo acquietarsi. E cosí avvenne che, passato il male, o per cautela o, vien da dire, per dimenticanza, quella «bicocca» stette e il bergamasco ebbe da allora il proprio bravo manicomio.
Con ciò l’abbiamo terminata, adesso, questa cronica e, se la noia non è stata per chi legge di già troppa, ora torniamocene un poco ai fatti nostri e ai personaggi della storia.
page_no="79" Giunto che fu il momento di provveder la piccola Maria, che aveva ott’anni, ed i fratelli suoi di un po’ di buona educazione, s’ingannerebbe chi pensasse che Lucia si dimostrò al consueto troppo vereconda per aver pronti sulla lingua i mille insegnamenti che la vecchia madre usava; tutti i travagli del passato e la saggezza, poi, che l’esperienze sanno dare, l’avevan fatta anzi loquace, e molto ansiosa anche di raccontare ai figli di tutti i casi che aveva vissuto, e d’ammaestrarli, e di correggerli. Per meglio dire in somma, come piú poteva, di salvarli.
Bisogna confessar però che s’aggiungeva a questo un certo sguardo, un’aria accesa, tutta una pruderia nei modi che pure a Renzo e ad Agnese sembrava nuova e inusitata. Se passeggiava, solitaria, in mezzo al campo, se a notte si destava e tosto, corsa alla finestra, gridava in lacrime alla luna: «Oh cielo, oh cielo! Perché mai tanto accanimento sopra una serva del Signore?», se infine, a volte, ella torcevasi le mani con tanta forza, e rabbia, e smania, fino a di presso a scorticarle, «Eh poverina, – si dicevan – ché la bisogna pur capire. Con tutto quello che ha passato…»
Era diversa tuttavia, ora piú cupa, ora piú accesa; era turbata, sí come se le prime insidie di Rodrigo, un matrimonio andato a monte, un rapimento sol tentato, uno riuscito, prima il sequestro in un convento, poi in un castello, un voto sciolto, la pestilenza, il lazzaretto, la guarigione e poi la morte di chi teneva di piú caro al mondo l’avessero, per dir cosí, un poco segnata. Di motti, certo, ella ne aveva ricavati un mare, ma li viveva con animo scosso.
«Voi non pensiate – raccomandava ai suoi figliuoli – d’allontanarvi le sciagure rimanendovene buoni ed ubbidendo a me e al papà. Perché la sorte fa cadere i propri mali sopra il mondo e tutti, giusti o malandrini, a chi la tocca la tocca, eh, be’, si bagna». E poi talune volte ancora: «Non so, bambini, perché la vita sia tanto agra. So che dal cielo a volte vengono gli affanni, e di ciò noi rendiamo grazie senza mai chiederci il perché, giacché l’ho colto infine anch’io codesto sugo: che i mali e la fiducia in Dio fanno la vita un po’ migliore…»
La vecchia Agnese, seduta sur uno sgabello zoppo, era maravigliata. «Ma tu che vai dicendo adesso a dei bambini? Che novità è mai questa, che il Signore vuol farci soffrire? Sarebbe questo che vuoi intendere? Iddio è buonissimo, ragazzi!»
«Ah, madre, è facile…» gemeva.
«Che cosa?»
«Dico che è facile, per voi…»
«Facile assisterti? Aiutarti? Darti conforto come quando…?»
Quella scoteva oscura il capo, grigio già attorno ai ventott’anni, fissava il vuoto ad occhi spenti. «Si sa esser bravi a dar conforto, quando s’è speso il tempo in casa assieme alla propria prudenza. Ma io che di guai ne ho avuti, eccome…» e giú di nuovo a contar storie, d’innominati e lazzaretti.
«Se ti sentisse fra Cristoforo!» sapeva solo mormorare Agnese, e tra discorsi di tal sorta, trista scorreva l’esistenza della famiglia Tramaglino.
Il nostro Renzo, all’imbrunire, tornando dal suo filatoio, mai non mancava di restarsene sgomento nel ritrovare or la maggiore ginocchioni sopra di un gruzzolo di ceci, or la piú piccola a pregare, pallida e smunta come un cencio.
«Oh, che vi siete incitrullite?» gridava fermo sulla soglia. E quelle: «Sàlvati!» ed «Ammèn!»
Spesse le volte poi, la notte, prima di andarsi a coricare, in cui Lucia sostituiva alle preghiere certe sue crude penitenze tanto sonore da far rabbrividir la casa. E quando l’altro, sventurato, provava, con grazia o con forza, di farle riacquistar giudizio, ella a quel punto se ne stava attonita, come svuotata all’improvviso d’ogni pensiero e d’ogni voglia. «Codesto sugo…» mormorava.
«Che sugo? Che sugo, Lucia?»
«Il sugo di tutta la storia…»
«Non v’è alcun sugo! State cheta! Vedete sugo? Io no davvero. Vi prego, andatevene a letto!»
«Codesto sugo di afflizioni…sopra una serva del Signore…»
Renzo era, come ognun s’avvede, uno di quei tipi testardi che troppo spesso all’evidenza danno la forma del principio. «Pia, sí, è ben pia. Casta e divota come poche». Ma che nel capo della moglie non tutto andasse per la norma… «questo poi no, per la miseria!» Sí come il cane s’impossessa con fatica di un vecchio cencio e morde e ringhia contro chi provasi a sottrarglielo, cosí al suo affetto se ne stava stretto, per quanto logoro esso fosse, e combatteva contro i fatti e contro i discorsi del mondo. «Che! – rispondeva ai mormorii, a chi azzardava a ricordargli dell’esistenza del convento – Il manicomio, il manicomio! E cosa v’importa a voi altri? Avete forse l’occhio medico? S’ha da rinchiudere chi prega?Badate ad altro e andate in pace, se chi è fedele non vi garba…»
page_no="82" Però, benché non fosse stato mai uomo di lettere, egli era stato e ancora egli era, all’occorrenza, uno schiettissimo filosofo, e gli accadeva ben sovente di ritrovarsi a ragionare, solo e pensoso in sul lavoro, intorno ai casi della vita e alle fatiche, e agli episodi che l’avevano menato ad un tal punto.
La buona Agnese, accanto a lui, non si poteva piú tenere e ragionava ad alta voce che anche la muffa ha da grattarsi dal formaggio e che gli è meglio assai tagliar via il ramo secco che far morire tutto il pero. «In somma, dico, io sarei pronta a dichiarare Lucia pazza, magari a darla su al convento, se ciò salvasse la famiglia, e in primo luogo i nipotini, da certe sue diavolerie. Tanto lo dico e lo ripeto, che finirò presto a decidermi di denunziarla io stessa ai birri… Ah, lo vedrete, Renzo! E presto!»
Ma egli taceva e si pensava intanto a tutte quelle traversie degli anni scorsi, ad i suoi sforzi, al gran penare: e cosí giunse in capo a poco alla ben triste conclusione secondo cui l’amor piú vivo e piú sincero che avesse mai provato per Lucia, sua moglie, e’ fosse stato nel cercarla quando ella gli era piú lontana, in quel sognarla e non averla, nel battagliar per niente e nel rincorrer poco piú che la sua immagine. Buffo era il corso delle cose, il suo cangiare sempre in beffa, il suo volerlo insoddisfatto! Buffo era il gioco del destino; e benedetto, in fin de’ conti, quel criminale, don Rodrigo.
Fu in un mattino di gennaio ch’Agnese, in testa ad un manipolo di cappelletti, attraversò le vie di Bergamo a passo rapido e deciso…
page_no="83" – Conosci tu questo romanzo? – chiese una voce alle sue spalle.
Il buon Carletto Lorenzini fece cadere i fogli a terra. Poi si confuse, s’agitò, si chinò subito a raccoglierli. Lasciò l’impresa sul principio e, ritornato ginocchioni a rimirare a bocca aperta quella figura sulla porta – un’ombra fiera, a gambe larghe, completa di spada e cappello –, cacciò quell’«Oh!» che si teneva stretto in gozzo e mormorò presto: – Scusatemi… – tornando ad infossare gli occhi sopra la polvere del pavimento. – Mi son svegliato e non trovandovi… – Indicò intorno i fieri militi della colonna «Italia e Popolo», sparsi e scomposti nel buio dell’unica stanza della casetta abbandonata.
– Dunque sai leggere? Di’ un po’.
– Sí, certamente, – mostrò le pagine e sorrise, – Temevo fossero in spagnuolo.
– T’intendi delle belle lettere?
– Oh be’… ho studiato.
– Ah sí?
– E… ho scritto qualche articolo… di musica e politica.
– Come ti chiami?
– Lorenzini.
– Ma bene, bene… o, come diran tutti, Renzo, immagino. – Quell’altro non osò ribattere. – E dunque, dimmi, bravo Renzo: codeste pagine che hai in mano…
– Sí… – Rosso in viso, prese a risistemarle con gran cura dentro al borsone in pelle che se ne stava abbandonato a un angolo. – Sí, be’, gl’è che…
– Le riconosci oppure no?
page_no="84" – Sono, mi pare… Io non saprei.– Vide l’uruguayano sospirare e s’affrettò allora ad aggiungere: – Ne riconosco i personaggi.
Il traduttore alzò lo sguardo. Con tutta calma, poi, annuí e fece un passo: nel buio il ragazzo poteva distinguerne gli occhi, brillanti come due tizzoni. – E tuttavia non la vicenda. È vero?
– È vero. Sissignore, sí.
Carlo fremette nel sentire il peso caldo della mano di quell’uomo, sorta dal nulla a toccargli la spalla, fremette nel vedergli lo sguardo arrossarsi di lacrime. – Tu, Renzo, sei un bravo soldato, e parmi un giovine istruito.
– Grazie, signore.
– Ed è per questo che ti dico: fuggimi, e fuggi quello scritto. Esso è una gran fonte di mali e d’afflizioni. Quanto a me, sappi che io sono perduto.
– Perduto?
– Sí, dico: malato.
– Signore, oh quanto me ne duole!
– E se ora bramo di giungere a Roma, questa non è che la mia prece estrema.
– Prego?
– La prece, la preghiera! Non è che l’ultimo disio d’un condannato! Sí, Renzo, mio Renzo, è cosí. S’io vado a Roma… è per morirvi! – Ciò detto, si staccò da lui e infilò la porta.
Carlo rimase titubante. Fece due passi e azzardò il naso al vento gelido. – Signore? Scusi? – chiamò piano. – Orpo, ma quale personaggio!– Avanzò lungo l’orticello. – Certo una gran stazza d’eroe, un marcantonio, un carlomagno: ei pare escito da un romanzo, pare –. Poi realizzò, sentendo un gemito marcato provenir da destra. Si girò ed eccolo impalato. – Oh, buon signore…
Dritto, sul bordo del crepaccio, Rodríguez fissava la luna quasi partecipando della solenne immobilità dello scenario. Il suo cappello stretto in mano, l’aria rapita, stava in silenzio a dimostrare l’altezza dei propri pensieri. Il Lorenzini gli si fece a fianco, guardò il suo volto illuminato dai raggi lunari.
– Lo vedi com’è grande e pallida, codesta madre venerabile? Come la notte le s’inchina attorno e tutta quanta si sospende?
– Che male avete, posso chiedervelo?
– Ho il male dei moderni, amico… – Sorrise al giovane, indicando con un cenno il disco che li sormontava. – Plutarco e gli altri padri antichi, i gesuiti e gli alchimisti che le opponevano lo zolfo – oltre a Luciano, che ci assicura trattarsi di puro formaggio – le attribuivano sovente la virtú e l’intima sostanza del vetro lustro e dell’argento, e in ciò volevano indicarci null’altro che la sua eleganza e la preziosità di oggetto fabbricato ad arte, e la sua forma ben tornita, il suo carattere di specchio. La luna è specchio, e perciò, proprio in quanto specchio, ha facoltà di attrarre e di rapire chiunque vi si appressi incauto. Sugge gli umori ed i pensieri, ammalia. E vedi, amico, come lassú ogni cosa si rifletta vaga, pura e soave e indefinita, mentre noi, qui, nel rimirarla, ce ne restiamo punto attoniti e silenti, e ci sentiamo piú imperfetti? La luna ci ruba qualcosa. – Sospirò e rise: – Che regina!
L’altro non rispondeva, intanto, e stava con il muso in su.
page_no="86" – Lessi anni or sono nel Münchhausen che i seleniti hanno tre gambe. Con la mediana possono scalciare a maraviglia, e per il resto son pacifici. Per altri paiono lanterne, per altri ancora son diafani. Cirano vi volò e ivi scoprí, se ora non erro, fiere e abbondanti coltivazioni a cavolfiori; ma fu di certo il paladino Astolfo l’esploratore piú mirabile, trovando tosto sui suoi corni gli oggetti persi, per compensazione, in su la terra. Vedi, perciò, perché io dico che la luna è specchio, perché essa ha tutto ciò che qui non v’è.
Guardò il suo Renzo di uno sguardo ardente: – Conoscerai anche tu, ragazzo, la forza oscura del Licantropo ovvero del Gatto Mammone, e della strega teriomorfica con la gran testa da cagnaccio.
– Io no, davvero.
– Credoti.
– Perché?
– Perché son gente inesistente.
– Ciò mi tranquilla assai, signore.
– Perché son gente della Luna. Però esistettero in un tempo in cui le fole giacevano con noi quivi giú in terra, nel mondo dolce della maraviglia e nella luce meridiana dei nostri padri greci antichi. Il vostro candido poeta, il conte Giacomo Leopardi, sapeva questo molto bene e, quanto a me, io so di certo che ei si sforzava, mediante studi approfonditi della ballistica, astrofisica e de’ poemi medioevali, di fabbricarsi razzi e macchine volanti per r...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Colophon
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitre
- Ventiquattro