Uno
Una donna brutta non ha a disposizione nessun punto di vista superiore da cui poter raccontare la propria storia. Non c’è prospettiva d’insieme. Non c’è oggettività. La si racconta dall’angolo in cui la vita ci ha strette, attraverso la fessura che la paura e la vergogna ci lasciano aperta giusto per respirare, giusto per non morire.
Una donna brutta non sa dire i propri desideri. Conosce solo quelli che può permettersi. Sinceramente non sa se un vestito rosso carminio, attillato, con il décolleté bordato di velluto, le piacerebbe piú di quello blu, classico e del tutto anonimo che usa di solito quando va a teatro e sceglie sempre l’ultima fila e arriva all’ultimo minuto, appena prima che le luci si spengano, e sempre d’inverno perché il cappello e la sciarpa la nascondono meglio. Non sa nemmeno se le piacerebbe mangiare al ristorante o andare allo stadio o fare il cammino di Santiago de Compostela o nuotare in piscina o al mare. Il possibile di una donna brutta è cosí ristretto da strizzare il desiderio. Perché non si tratta solo di tenere conto della stagione, del tempo, del denaro come per tutti, si tratta di esistere sempre in punta di piedi, sul ciglio estremo del mondo.
Io sono brutta. Proprio brutta.
Non sono storpia, per cui non faccio nemmeno pietà. Ho tutti i pezzi al loro posto, però appena piú in là, o piú corti, o piú lunghi, o piú grandi di quello che ci si aspetta. Non ha senso l’elenco: non rende. Eppure qualche volta, quando voglio farmi male, mi metto davanti allo specchio e passo in rassegna qualcuno di questi pezzi: i capelli neri ispidi come certe bambole di una volta, l’alluce camuso che con l’età si è piegato a virgola, la bocca sottile che pende a sinistra in un ghigno triste ogni volta che tento un sorriso. E poi sento gli odori. Tutti gli odori, come gli animali.
Io sono nata cosí. Bello come un bambino, si dice. E invece no. Sono un’offesa alla specie e soprattutto al mio genere.
– Fosse almeno un uomo, – sussurra un giorno mia madre a non si sa chi, sorprendendomi alle spalle. Lei parlava non piú di due o tre volte alla settimana, senza preavviso e mai a qualcuno in particolare.
Certo non parlava a mio padre. Lui invece ci provava. Le raccontava del suo lavoro, di me, della vita cittadina, le portava i saluti degli amici, finché ci sono stati.
Mia madre si è messa a lutto quando sono nata, la sua femminilità si è seccata crudele e veloce come il ricino di Giona, tutto in un momento.
Dopo che è tornata dall’ospedale non è piú uscita di casa, mai piú. All’inizio ha ricevuto molte visite, alcune di amicizia, altre di cortesia, moltiplicate dalla curiosità pettegola e scaramantica delle conoscenti: Dio quant’è brutta, tocca a te e non a me. Lei rimaneva seduta sul divano bianco del salone, vestita di scuro. Nessuno sa dire come si fosse procurata quelle gonne e quelle maglie nere, lei che vestiva di verde e azzurro da quando era bambina.
Io stavo nella culla della mia stanza e gli ospiti dovevano chiudere la porta quando entravano per vedermi. Mia madre si riparava dai commenti: Poveretta! Che disgrazia! Del resto c’è la tara! Sí, ma era un’altra cosa! Eh! Chissà se lei gliel’ha raccontata giusta a lui! Lei viene dalla campagna! Contadini erano, e là c’è sempre modo di far sparire una cosa cosí. Il sangue non perdona! Sarà normale di testa almeno? E pensare che loro sono cosí belli!
Mio padre è bellissimo: è alto, scuro di capelli e di carnagione, con due occhi neri cosí intensi che si deve regalargli l’anima. Di mia madre non so. Dicono che fosse bellissima prima. Io la guardavo solo qualche volta di nascosto e solo quando ero sicura che non mi vedesse. Avevo paura della sua espressione vuota. Anche lei non mi guardava e il cielo sa quanto avevo insieme paura e desiderio che lo facesse e non solo per controllare se intanto qualcosa era cambiato, se le preghiere disperate che all’inizio rivolgeva a un Dio sempre piú lontano avevano prodotto il miracolo.
In realtà non credeva davvero al miracolo, perché c’era la tara nella sua famiglia. Adesso so che è una tara piccola. Minuscola. Che lascia intatta la mente, il viso, la bellezza, la vita. Ma se ne sussurrava come di una tragedia. Ogni tanto nasceva un disgraziato, cosí si diceva. A caso, dove capita capita, come la grazia di Dio, come un sasso scappato di mano a un giocoliere nell’alto dei cieli amen.
– Non si può sfuggire alla tara, – dice un giorno a pranzo, rivolta al suo piattino candido da dessert. Il cucchiaino che tiene in mano sbatte violentemente sul tavolo e fa tremare la gelatina di fragole il cui odore mi colpisce improvviso, disgustoso.
Anche se lei ci aveva provato a sfuggirle, sposando un uomo bello, giovane, sano e di famiglia sana fino alle generazioni di cui si conservava memoria e storia. Nessun bambino dalle molte dita nascosto nelle stalle per tutta l’esistenza, affidato a servi fedeli e infine misteriosamente morto fra il sollievo di tutti.
Si parlava di sei sette dita per ogni mano, nei piedi anche di piú. Bambini incrociati con gli animali, con i ragni che camminano di notte a tradimento e te li trovi accanto silenziosi, paure fatte corpo e zampe a nostro oltraggio.
Cosí ero nata io. A tradimento, dopo una gravidanza incantevole, senza nausea e senza peso. Leggera mia madre mi aveva portato come un gioco che lei sapeva custodire. Si muoveva nei suoi vestiti azzurri e turchesi, come i suoi occhi di mare, diceva mio padre.
– Come sono le dita? – chiede alla fine di un parto durante il quale ha respirato e spinto, respirato e spinto, respirato e spinto, mano nella mano di mio padre.
– Le dita? Oh, quelle… perfette, – risponde l’ostetrica, sgomenta che di fronte a tanto disastro ci si preoccupi delle dita.
– Femmina?
– Femmina.
– La voglio vedere, – dice mia madre che si sente appena aggrappata all’orlo della felicità e ha ancora paura di cadere.
L’ostetrica non sa cosa fare: tiene in mano quel maldestro candidato alla specie umana che le ha rattrappito i pensieri:
– Non piange, – dice in fretta. – La porto in pediatria.
E scappa col grumetto nudo che sono io avvolto nel telo verde del parto, inseguita da mio padre, che non ha potuto ancora vedere perché ha fatto il marito e non il dottore, come voleva mia madre, e le ha tenuto la mano per tutto il tempo, ma è ginecologo e ha capito che qualcosa di tremendo è accaduto.
Io so tutto e anche molto di piú grazie alla zia Erminia, la sorella gemella di mio padre.
– Sono anch’io uno scherzo di natura, – risponde il giorno in cui le chiedo cosa vuol dire quell’espressione sussurrata intorno a me.
– Vedi? Del tutto uguale a tuo padre, ma donna. I dottori dicono che è impossibile, che io somiglio solo a lui, perché veniamo sicuramente da due ovuli diversi. Però abbiamo la stessa macchia a forma di mezzaluna qua dietro, vedi? – e piega il lungo collo elegante verso di me rovesciando i capelli neri. – E anche tre piccoli nei vicinissimi qui, – e alza la maglietta per mostrarli a lato dell’ombelico soffice, profumato di talco e calendula. – Siamo uno, ma divisi in due –. E ride di un riso forte che mi piace e spaventa.
Mia madre poté vedermi il giorno dopo. Non disse nulla. Guardava quello sbaglio, la mia testa sghemba, i lineamenti crudeli che lei aveva generato. Non mi prese in braccio, nessuno osò proporle di allattarmi.
Quando mia madre decise che non avrebbe piú ricevuto visite, mio padre mi portò nel suo studio. Per alcuni mesi rimasi nello spogliatoio delle signore, dentro la carrozzina giallo oro che lei aveva preparato per tempo immaginando le passeggiate lungo i portici di corso Palladio fino a piazza dei Signori, e magari nei giorni freschi su fino a Monte Berico a ringraziare i sette santi fondatori e la Madonna per tanta felicità.
Ogni quattro ore l’infermiera di mio padre mi dava il biberon e mi coccolava accarezzandomi sulla testa come si fa con i cuccioli di cane e di gatto. Lui all’inizio la rimproverava per questo gesto, in modo quasi distratto, come fa sempre per non ferire. Poi rinunciò.
A suo modo era una situazione protetta perché passavano di lí solo le pazienti di mio padre. Loro lo adoravano per quel misto di complicità e confidenza che nasce quando si deve condividere la propria intimità. Per un po’, grazie a una specie di proprietà transitiva, toccò anche a me qualche frammento di quell’adorazione. Ma durò poco: mio padre si accorse che stava perdendo le pazienti incinte, le quali vedevano nelle mie forme belluine la rappresentazione crudele delle loro paure.
– Credo che dovrebbe andare all’asilo, – dice improvvisamente zia Erminia a cena, una sera intorno ai miei tre anni.
Lei non abitava con noi, ma dopo la mia nascita veniva tutti i giorni. Scappava dal conservatorio dove insegnava pianoforte e correva a casa nostra dove faceva tutto: organizzare il lavoro della domestica di turno quando c’era, oppure seguire la casa quando la domestica, quasi sempre, non c’era.
In effetti metà del suo tempo lo passava a ricevere e scartare candidate all’assunzione: «Troppo giovane, viene per fare gli occhi dolci a tuo padre»; «Voce troppo stridula, manca di armonia»; «Troppo severa, ci tratta come reclute». Era esigente a causa mia, diceva. Cercava una persona che mi volesse bene davvero. Qualche volta credeva di trovarla e questa allora veniva assunta con tutte le solennità. Ma durava poco, se ne andavano tutte con delle scuse. Una volta una ragazza rimase un po’ piú a lungo e quando si licenziò disse qualcosa di molto vicino alla verità:
– C’è troppo dolore in questa casa.
La ricordo eccezionalmente lunga, la discussione sull’asilo.
– C’è tempo, – risponde mio padre.
– Ha bisogno di stare con i bambini, – incalza zia Erminia.
– Non ancora –. Mio padre mi guarda: – Le serve un supplemento di… giorni. Fra qualche anno ne avrà abbastanza per andare alle elementari.
– I piccoli sono piú accoglienti, hanno un’anima nuova e vedono con occhi ancora incolti. Se le diventano amici lo saranno per sempre –. L’ansia le aumenta il bisogno di sottolineare le parole con gesti un po’ teatrali.
Io seguo la discussione con la vita sospesa. So cos’è l’asilo, la zia Erminia mi ha parlato di quel paradiso di giochi e di bambini in cui si può gridare e correre. Non capisco i pericoli oscuri che teme mio padre ma non mi interessano, sento di poterli affrontare.
– La bambina resta a casa, – scandisce mia madre senza preavviso. E mentre tutti ci voltiamo a guardarla, lei scaccia una qualche mosca con la mano continuando a mangiare, gli occhi fissi sul piatto.
Non si parlò mai piú di asilo.
In effetti una donna che mi volesse bene nel frattempo era stata trovata intorno al mio primo anno di vita e la trovò mio padre.
Maddalena era una sua paziente. L’aveva seguita nella nascita di due bei bambini dai capelli rossi e la carnagione pallida che aveva perso in un incidente pochi anni dopo, insieme al marito.
– È depressa come un bradipo in vasca da bagno, – dice zia Erminia esasperata allargando una mano davanti a sé come per allontanare una visione orrifica. – Non va bene.
– Proviamo, – risponde mio padre tranquillo.
E Maddalena rimase.
A me sembrava bellissima. Lasciava una scia leggera, profumo di nebbia di pianura. Aveva anche lei i capelli rossi e sul viso le lacrime che versava abbondanti dal mattino alla sera si confondevano con le lentiggini.
– Asciuga anche queste, – dico una volta toccandole quei puntini scuri. E lei scoppia a ridere in sussulti veloci che la scuotono tutta.
Mi amò da subito con la forza di un bisogno. La mia natura sgraziata le suscitava un senso di protezione totale, quella che avrebbe voluto riversare sui suoi affetti che non aveva potuto difendere dal male.
– Zampilla come un’arteria recisa, – zia Erminia cerca paragoni estremi per convincere mio padre. – Ce la svuota, quella bambina, – e con un gesto ampio delle mani accompagna un immaginario torrente che corre a valle.
– Le vuole bene come può. La bambina ha bisogno di una figura… affettiva –. Mio padre cerca le parole per non mancare di rispetto a mia madre nemmeno in sua assenza. – Affettiva attiva, ecco. E Maddalena lo è.
Maddalena mi coccolava e mi insegnava a fare i dolci, a sbattere le uova con lo zucchero finché erano bianche e soffici come la panna montata, a gonfiare le chiare a bagnomaria con un movimento tondo e armonioso come l’onda del mare.
– Come la chiave di violino, – interviene zia Erminia un po’ contenta e un po’ gelosa di questa mia intimità. E traccia nell’aria il segno.
La zia Erminia non era materna, però era viva, un’artista. Era senza marito ma non sembrava senza uomini.
– Tanti quanti i pellegrini alla festa degli Oto vorrebbero sposarsela, – dice Maddalena con la libertà di chi ha rinunciato per sempre a quel tipo di interesse.
– Di maschi a Monte Berico alla festa degli Oto vanno solo traditori e ruffiani, a lavarsi l’anima dai frati perché non si sa mai, – interrompe zia Erminia. – A questi vuoi farmi sposare? – e ride, la testa all’indietro, i capelli inquieti come una promessa incerta.
Lei era in effetti bellissima. Come mio padre, aveva la capacità di dedicarsi completamente alle persone che aveva davanti. Le fissava con gli occhi neri profondi e all’improvviso le faceva sentire importanti. Non parlava molto ma il suo era un parlare che rivelava segreti oppure faceva accadere le cose:
«Oggi si cambia colore alla cucina!» e deposita sul tavolo due latte di colore giallo.
«Andiamo a Monte Berico. Su, scarpe basse e si corre!» e mi trascina fuori casa sotto gli occhi di mia madre che non risponde al saluto.
Uscivo solo di sera: prima di cena d’inverno, dopo cena d’estate. Ho capito tardi che la zia aspettava il buio. La mia reclusione era un ordine di mia madre, uscire era un tabú scolpito invisibilmente sulla marmorina elegante dei muri di casa, un tabú sul quale stava o cadeva quel residuo di vita che ancora la inabitava.
Prendevamo la via fra i due fiumi, poco illuminata e deserta. L’odore delle alghe cambiava a seconda delle stagioni: dolciastro d’estate, piú aspro d’inverno. Poi salivamo a Monte Berico per le scalette oppure da sotto, lungo i portici. Sempre di corsa, a perdifiato fin su, al piazzale, a guardare la città dall’alto.
– È immensa, – dico indicando sotto di me le sagome scure delle case e dei condomini in costruzione. – Come fanno gli abitanti a ritrovare la loro casa?
– Basta tenere i punti di riferimento –. E zia Erminia mi fa allineare l’occhio al suo indice che punta la Basilica palladiana con la cupola verde, gonfia sulla piazza dei Signori, o si sposta sulla facciata di San Lorenzo, o sulla Torre Bissara, «che una volta o l’altra viene giú come una piramide di noccioline».
– Mi porti un giorno a vedere?
– Si vede meglio da qui.
Qualche volta il suo dito si fermava su un palazzo di cui mi raccontava la storia mescolata con gli amori clandestini dei proprietari, le morti misteriose di servi e testimoni scomodi, le regalíe di un rampollo piú generoso, le alleanze fortunate, i tracolli disastrosi.
– La storia è solo pettegolezzo d’annata, ricordalo, – mi dice ridendo mentre il profumo dei suoi capelli mi si rovescia addosso e mi toglie il respiro.
Conosceva quei palazzi uno a uno. Col tempo venivo a sapere che in ognuno aveva un amico, un ammiratore. Attirava gli uomini con la bellezza esagerata di una carnagione scura che richiamava sensualità esotiche, con i capelli lunghi da adolescente, con la risata che scoppiava come una festa. E con la musica. Non era molto brava zia Erminia, ma erano pochi ad ascoltarla quando suonava. La sua era musica da guardare. Certi critici erano severi, dicevano che «oltre l’abbaglio della fisicità della concertista restava l’esercizio di una dilettante bene istruita», cosí mi lesse la zia Erminia ridendo una sera. Il pubblico invece la adorava e nella provincia era una celebrità.
Quando parlava, zia Erminia muoveva le mani nell’aria, sembrava un direttore d’orchestra che guidasse un’armonia di parole invece che di note. Lei aveva mani perfette: le dita lunghe e sottili si aprivano per spiegare un concetto importante, si chiudevano a pugno nervoso per sottolineare un’idea, tagliavano orizzontalmente lo spazio davanti agli occhi per chiudere un ragionamento. Ci si incantava a guardarle e quando zia Erminia suonava si spostavano cosí leggere sui tasti del pianoforte che ci si chiedeva se le corde non fossero mosse da una magia a distanza.
Io imparai presto a gesticolare come lei, non avevo alcun bisogno di esercitarmi: imparavo per affetto, per il desiderio di somigliarle. Le nostre conversazioni risultavano cosí buffi balletti delle mani, e da lontano poteva sembrare un personale linguaggio di gesti che e...