Valentino
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Valentino

La madre - Sagittario

  1. 184 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Valentino

La madre - Sagittario

Informazioni su questo libro

Valentino è un bel ragazzo che studia medicina. Nei sogni di suo padre diventerà primario; nei sogni di sua madre sposerà una donna splendida. Solo sua sorella Caterina lo vede per quello che è: pigro, viziato e vanesio, destinato ad avere per moglie una donna brutta e ricchissima e ad andare incontro al fallimento. E Caterina, esclusa dalla vita, spettatrice in attesa che tocchi anche a lei una parte da protagonista, ci racconta ogni cosa con piglio ironico e concreto. In questo romanzo breve del 1957 ritroviamo l'arte di Natalia Ginzburg d'intessere una narrazione discorsiva e semplice con fatti rivelatori che portano allo scoperto la forza e la disperazione del vivere. Accade altrettanto nel «racconto lunghetto» Sagittario, anch'esso del '57, e nel breve, drammatico La madre (1948). Fra tic irrisori, piccole manie, discorsi ancor piú piccini e gesti impercettibili, la Ginzburg costruisce pagine magistralmente fresche, vive, luminose. Nuova edizione, con Notizie sul testo a cura di Domenico Scarpa, antologia della critica, bibliografia e cronologia della vita e delle opere.

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2011
Print ISBN
9788806205447
eBook ISBN
9788858404898
Valentino
La madre
Sagittario
Valentino
Le persone, i luoghi e i fatti che si trovano in questi racconti, sono immaginari. Ogni riferimento alla realtà è puramente casuale.
Abitavo con mio padre, mia madre e mio fratello in un piccolo alloggio del centro. Avevamo la vita dura e non si sapeva mai come pagare l’affitto. Mio padre era un maestro di scuola a riposo e mia madre dava lezioni di piano: bisognava aiutare un po’ mia sorella ch’era sposata con un rappresentante di commercio e aveva tre figli e non ce la faceva a andare avanti; e bisognava mantenere mio fratello agli studi e mio padre credeva che sarebbe diventato un grand’uomo. Io andavo alle magistrali e nelle ore libere davo qualche ripetizione ai bambini della portinaia: la portinaia aveva dei parenti in campagna e ci ripagava in castagne, mele e patate.
Mio fratello studiava medicina e ci volevano sempre dei soldi, ora per il microscopio, ora per i libri e le tasse. Mio padre credeva che sarebbe diventato un grand’uomo: non c’era forse una ragione per crederlo ma lo credeva: aveva cominciato a pensare cosí fin da quando Valentino era piccolo e adesso forse gli riusciva difficile smettere. Mio padre stava tutto il giorno in cucina e farneticava da solo: s’immaginava quando Valentino sarebbe stato un medico famoso e sarebbe andato ai congressi nelle grandi capitali d’Europa e avrebbe scoperto nuove medicine e malattie. Valentino invece non pareva che avesse voglia di diventare un grand’uomo: in casa, di solito si divertiva con un gattino; e faceva dei giocattoli per i bambini della portinaia, con un po’ di segatura e qualche vecchio scampolo di stoffa: faceva dei cani e dei gatti e anche dei diavoli con delle grosse teste e dei lunghi corpi a bitorzoli. Oppure si vestiva tutto da sciatore e si guardava nello specchio: a sciare non andava un gran che, perché era pigro e soffriva il freddo: ma si era fatto fare da mia madre un completo da sciatore tutto nero con un gran passamontagna di lana bianca: si trovava molto bello cosí vestito e passeggiava davanti allo specchio prima con una sciarpa buttata intorno al collo e poi senza; e s’affacciava al balcone per farsi vedere dai bambini della portinaia.
Molte volte si era fidanzato e poi sfidanzato e mia madre s’era data da fare a pulire la saletta da pranzo e a vestirsi per bene. Era successo già molte volte e cosí quando ci disse che si sposava entro il mese non credemmo e mia madre si mise stancamente a pulire la saletta da pranzo e indossò il suo vestito di seta grigia che era quello per gli esami al conservatorio delle sue allieve e per le fidanzate.
Cosí aspettavamo una delle solite ragazzine che lui giurava di sposare e piantava dopo quindici giorni e ormai ci pareva d’aver capito il tipo di ragazze che gli piaceva: ragazzine con dei berrettini che andavano ancora al liceo. Di solito eran molto intimidite e non ci facevano spavento un po’ perché sapevamo che le piantava e un po’ perché somigliavano tanto alle allieve di piano di mia madre.
Allora quando lui arrivò con la nuova fidanzata eravamo cosí sbalorditi che nessuno aveva fiato di parlare. Perché questa nuova fidanzata era qualcosa che non avevamo potuto immaginare. Portava una lunga pelliccia di martora e delle scarpe piatte con la suola di gomma ed era piccola e grassa. Aveva degli occhiali cerchiati di tartaruga e dietro gli occhiali ci fissava con degli occhi severi e rotondi. Aveva un naso un po’ sudato e dei baffi. In testa aveva un cappello nero tutto schiacciato da una parte: dove non c’era il cappello si vedevano dei capelli neri striati di grigio, ondulati al ferro e spettinati. Doveva avere almeno dieci anni piú di Valentino.
Valentino, parlava e parlava perché noi stavamo zitti. Valentino diceva cento cose insieme, sul gatto e sui bambini della portinaia e sul microscopio. Voleva subito condurre la fidanzata nella sua stanza a vedere il microscopio ma mia madre si oppose perché la stanza era ancora in disordine. E la fidanzata disse che del resto lei ne aveva visti tanti di microscopi. Allora Valentino andò a cercare il gatto e glielo portò. Gli aveva messo un nastro al collo e un sonaglio perché facesse una buona impressione. Ma il gatto era molto spaventato per via del sonaglio e s’arrampicò sulla tenda e di là ci guardava e soffiava col pelo tutto irto e gli occhi feroci e mia madre si mise a gemere per la paura che le sciupasse la tenda.
La fidanzata accese una sigaretta e cominciò a parlare. Parlava con la voce di chi è abituato a dare dei comandi e ogni cosa che ci diceva pareva che ci desse un comando. Disse che voleva bene a Valentino e aveva fiducia in lui; aveva fiducia che la smettesse di giocare col gatto e fare giocattoli. E disse che lei aveva moltissimi soldi e cosí potevano sposarsi senza aspettare che Valentino guadagnasse. Era sola e libera perché i suoi genitori erano morti e non aveva bisogno di render conto a nessuno di quel che faceva.
D’improvviso mia madre si mise a piangere. Fu un momento un po’ penoso e non si sapeva bene cosa fare. Perché non c’era nessuna specie di commozione in quel pianto di mia madre, ma solo dispiacere e spavento: io lo sentivo e mi pareva che anche gli altri dovessero sentirlo. Mio padre le batteva dei colpettini sulle ginocchia e faceva dei piccoli schiocchi con la lingua, come si fa per consolare un bambino. La fidanzata si fece a un tratto molto rossa in viso e s’accostò a mia madre: i suoi occhi splendevano inquieti e imperiosi e capii che avrebbe sposato Valentino a ogni costo. – Ecco la mamma che piange, – disse Valentino, – la mamma ha sempre le lagrime in tasca. – Si, – disse mia madre, e s’asciugò le lagrime e si lisciò i capelli e si raddrizzò. – Sono un po’ debole in questo periodo e mi viene da piangere sovente. La notizia m’ha colto un po’ di sorpresa: ma Valentino ha sempre fatto quello che ha voluto –. Mia madre era stata educata in un collegio signorile; era molto beneducata e aveva un grande controllo di sé.
Allora la fidanzata spiegò che quel giorno lei e Valentino sarebbero andati a comprare i mobili per il salotto. Altro non dovevano comprare perché c’era già tutto il necessario in casa sua. E Valentino disegnò a mia madre la pianta della casa, dove già abitava dall’infanzia la fidanzata e dove avrebbero abitato insieme: una villa a tre piani, col giardino, in un quartiere tutto di giardini e villette.
Quando se ne furono andati, per un po’ restammo zitti a guardarci; poi mia madre mi disse d’andare a chiamare mia sorella e io andai.
Mia sorella abitava all’ultimo piano d’una casa in periferia. Tutto il giorno batteva a macchina degl’indirizzi per una ditta che le dava un tanto ogni busta. Aveva sempre male ai denti e stava con una sciarpa intorno alla bocca. Le dissi che la mamma voleva parlarle; chiese cos’era, ma non glielo dissi. Era tutta incuriosita e si prese in collo il suo bambino piú piccolo e venne con me.
Mia sorella non aveva mai creduto che Valentino sarebbe diventato un grand’uomo. Non lo poteva soffrire e faceva una faccia cattiva ogni volta che ne parlava, e subito le venivano in mente tutti i soldi che mio padre spendeva per farlo studiare, mentre lei doveva battere indirizzi. Cosí mia madre le aveva tenuto nascosto il completo da sciatore e quando mia sorella veniva da noi bisognava correre nella stanza di Valentino e guardare che non ci fosse in giro quel vestito o altre cose nuove che s’era fatto.
Adesso era difficile raccontare a mia sorella Clara cos’era successo. Che c’era una donna con tanti soldi e coi baffi che voleva pagarsi il lusso di sposare Valentino e che lui ci stava. Che si era lasciato indietro tutte le ragazzine coi berrettini e girava per la città con una signora dalla pelliccia di martora a cercare dei mobili per il salotto. Aveva ancora pieni i cassetti di fotografie di ragazzine e di loro lettere. E nella nuova vita, con quella donna con gli occhiali di tartaruga e coi baffi, avrebbe armeggiato in modo da svignarsela di quando in quando per incontrarsi con le ragazzine dai berrettini; e avrebbe speso un poco di denaro per farle divertire: un poco di denaro: non molto, perché era fondamentalmente avaro nello spendere per gli altri il denaro che pensava gli appartenesse.
Clara restò ad ascoltare mio padre e mia madre e alzò le spalle. Aveva molto male ai denti e doveva battere indirizzi; e poi doveva fare il bucato e aggiustare le calze dei bambini. Perché l’avevamo scomodata a farla venire fin da noi, cosí che aveva perso il pomeriggio? Non voleva sapere niente di Valentino, cosa faceva e con chi si sposava: quella lí era certo una pazza, perché nessuna donna con la testa a posto poteva pensare sul serio a sposarsi con Valentino; oppure era una puttana che aveva trovato il suo merlo e probabilmente la pelliccia era finta: papà e mamma di pellicce non ci capivano niente. Ma mia madre disse che la pelliccia era proprio vera; e quella era una signora perbene e aveva un fare proprio da signora perbene e non era pazza. Soltanto era brutta da fare spavento: e mia madre si coprí la faccia con le mani e di nuovo si mise a piangere nel ripensare com’era brutta. Ma mio padre disse che non era lí la questione; e voleva dire dov’era la questione e stava cominciando tutto un discorso ma mia madre non lo lasciò finire: perché mia madre non gli lasciava mai finire i discorsi a mio padre e lui restava con le parole strozzate in gola e s’agitava e soffiava.
Si sentí un gran chiasso nel corridoio ed era Valentino che rientrava. Aveva trovato il bambino di Clara e gli faceva festa. Lo alzava su alto al soffitto e poi lo rimetteva a terra: e di nuovo lo faceva volare su alto e il bambino rideva forte. E per un momento Clara sembrò contenta di quelle risate del suo bambino: ma subito la sua faccia divenne amara e cattiva come sempre quando si trovava Valentino davanti.
Valentino si mise a raccontare che avevano scelto i mobili per il salotto. Erano mobili impero. Diceva quanto costavano, diceva delle cifre che ci sembravano enormi: si fregava forte le mani e gettava quelle cifre con gioia nella nostra piccola stanza. Tirò fuori una sigaretta e l’accese: aveva un accendisigari d’oro. Gliel’aveva regalato Maddalena, la sua fidanzata.
Non s’era accorto che noi eravamo muti e a disagio. Mia madre evitava di guardarlo. Mia sorella aveva preso in collo il bambino e gl’infilava i guanti. Da quando aveva visto l’accendisigari, s’era messa a sorridere a bocca stretta: si coprí quel sorriso con la sciarpa, e andò via col suo bambino in collo. – Che maiale, – disse dentro la sciarpa, sulla soglia.
Aveva detto quella parola pianissimo, ma Valentino sentí. Voleva rincorrere Clara giú per le scale e sapere perché aveva detto maiale, e mia madre lo trattenne a stento. – Perché maiale? – chiese Valentino a mia madre. – Perché m’ha detto maiale quella vigliacca? Perché mi sposo, mi dice maiale? Ma cosa crede quella brutta vigliacca?
Mia madre si lisciava le pieghe del vestito e sospirava e taceva; e mio padre si riempiva la pipa con le dita che tremavano forte. Poi sfregò un fiammifero contro la suola della scarpa per accender la pipa, ma allora Valentino s’accostò con l’accendisigari. Mio padre guardò un momento la mano di Valentino con l’accendisigari acceso: e a un tratto respinse da sé quella mano, scagliò via la pipa e lasciò la stanza. Poi di nuovo riapparve sulla porta, e annaspava e soffiava come se stesse per cominciare un discorso: ma invece se ne andò senza dir nulla, sbattendo forte la porta.
Valentino era rimasto senza fiato. – Ma perché? – chiese a mia madre. – Ma perché s’è arrabbiato? Che cos’hanno? cos’ho fatto io?
– È una donna brutta da fare spavento, – disse piano mia madre. – È proprio un orrore, Valentino. E siccome dice che è tanto ricca, la gente penserà che lo fai per i soldi. Lo pensiamo anche noi, Valentino. Perché non possiamo mica credere che ti sei innamorato, te che correvi sempre dietro alle ragazze carine, e una non ti pareva mai carina abbastanza. E queste cose in casa nostra non son mai successe: mai nessuno di noi ha fatto una cosa soltanto per i denari.
Valentino allora disse che non avevamo capito niente. La sua fidanzata non era brutta: almeno lui non la trovava brutta e in fin dei conti non doveva piacere solo a lui? Aveva begli occhi neri e un portamento distinto: e poi era molto intelligente, molto intelligente, con una grande cultura. Era stufo di tutte quelle ragazzine che non sapevano parlare di niente, e invece con Maddalena lui parlava di libri e d’un mucchio di cose. Non si sposava per i soldi: non era un maiale. Tutt’a un tratto si offese e andò a chiudersi nella sua stanza.
Nei giorni che seguirono, fece ancora l’offeso e l’uomo che sta per fare un matrimonio contrastato dalla famiglia. Era serio, dignitoso, un po’ pallido, e non ci parlava. Non ci mostrava i regali della sua fidanzata, ma ogni giorno ne aveva uno nuovo: al polso aveva un orologio d’oro a cronometro con un bracciale di pelle bianca; e aveva un portafogli di coccodrillo e ogni giorno una cravatta nuova.
Mio padre disse che sarebbe andato a parlare con la fidanzata di Valentino. Mia madre invece non voleva che andasse: un po’ perché mio padre era malato di cuore e non doveva emozionarsi; e un po’ perché lei non aveva nessuna fiducia nelle cose che poteva dire. Mio padre non diceva mai niente di sensato: forse il fondo del suo pensiero era sensato ma non arrivava mai a dire il fondo del suo pensiero: si perdeva in tante parole inutili e digressioni e ricordi d’infanzia e cincischiava e annaspava. Cosí in casa non gli riusciva mai di concludere un discorso perché non avevamo pazienza: e lui rimpiangeva sempre il tempo che ancora faceva scuola, perché là poteva parlare quanto voleva e non c’era nessuno che lo mortificasse.
Mio padre era sempre stato molto timido con Valentino: mai aveva osato rimproverarlo neppure quando era stato bocciato agli esami: e mai aveva smesso di credere che sarebbe diventato un grand’uomo. Adesso invece pareva che avesse smesso di crederlo: aveva un’aria infelice e pareva diventato vecchio tutt’a un tratto. Non voleva piú stare da solo in cucina: diceva che si sentiva impazzire in quella cucina senz’aria e si metteva seduto in un caffè sotto casa a bere il chinotto; oppure si spingeva fino al fiume e guardava pescare e ritornava a casa soffiando e farneticando fra sé.
Cosí mia madre, perché avesse pace, acconsentí che andasse dalla fidanzata di Valentino. Mio padre si vestí dei suoi vestiti migliori e mise anche il suo cappello migliore e dei guanti: e io e mia madre restammo affacciate al balcone a guardarlo mentre s’allontanava. E mentre lo seguivamo con gli occhi, ci prese un po’ di speranza che le cose potessero ancora aggiustarsi nel migliore dei modi: non sapevamo come, e non sapevamo neppur bene che cosa sperare di preciso, e non riuscivamo a immaginare che cosa potesse dire mio padre; ma fu per noi un pomeriggio sereno, come da un pezzo non ce n’erano stati. Mio padre rientrò tardi, e pareva molto stanco: volle mettersi subito a letto, e mia madre l’aiutò a spogliarsi e intanto lo interrogava: ma questa volta invece lui pareva che non avesse voglia di parlare. Quando fu a letto, con gli occhi chiusi, con un viso grigio come la cenere, disse: – È una brava donna. Ho pietà di lei –. E dopo un poco disse: – Ho visto la villa. Una gran bella villa, di gran lusso. Noialtri di un lusso cosí non ne abbiamo mai sentito nemmeno l’odore da lontano –. Rimase per un momento in silenzio, e poi disse: – Io tanto creperò fra poco.
Alla fine del mese ci fu il matrimonio: e mio padre scrisse a un suo fratello per chiedergli un prestito, perché tutti dovevamo esser vestiti con decenza e non far sfigurare Valentino. Mia madre si fece fare un cappello, dopo tanti anni: un cappello alto e complicato, con un nodo di nastro e una veletta. E tirò fuori la sua vecchia volpe con un occhio di meno: se puntava la coda contro il muso non si vedeva che mancava l’occhio: mia madre aveva già speso tanto nel cappello, che non voleva piú sborsare neanche una lira per quel matrimonio. Io ebbi un abito nuovo, di lanetta celeste, con delle guarnizioni di velluto: al collo avevo anch’io una piccola volpe, piccolissima, me l’aveva regalata la zia Giuseppina quando avevo compiuto nove anni. La spesa piú grossa fu l’abito per Valentino: un abito di panno blu marin, con una sottilissima riga bianca. Erano andati a sceglierlo lui e la mamma, e lui allora aveva smesso di fare l’offeso ed era felice e diceva che l’aveva sognato tutta la sua vita, un abito blu marin con una sottilissima riga bianca.
Clara disse che lei al matrimonio non ci veniva, perché non voleva immischiarsi nelle porcherie di Valentino e non voleva spendere dei soldi: e Valentino mi disse di farle sapere che stesse pure a casa ed era contento di non vedere il suo brutto muso la mattina che si sposava. E Clara disse che il muso l’aveva forse ancora peggio la sposa di lei: l’aveva vista solo in fotografia ma bastava. E invece poi comparve anche Clara quel mattino in chiesa, col marito e la bambina piú grande: e s’erano dati da fare anche loro a vestirsi per bene e mia sorella s’era fatta arricciare i capelli.
Per tutto il tempo della chiesa mia madre mi tenne stretta la mano e stringeva sempre piú forte: e nel momento che loro s’infilavano gli anelli chinò il viso e mi disse che le faceva troppo male guardare. La sposa era vestita di nero con la solita pelliccia lunga e la nostra portinaia che aveva voluto venire rimase delusa perché si aspettava i fiori d’arancio e il velo: e ci disse poi che non era stato tanto un bel matrimonio come aveva sperato dato che in giro correva la voce che Valentino si sposava con una molto ricca. Oltre alla portinaia e alla giornalaia dell’angolo non c’era nessuno che conoscevamo noi: e la chiesa era piena dei conoscenti di Maddalena, signore ben vestite con pellicce e gioielli.
Poi andammo nella villa e fu servito un rinfresco. Adesso che non c’era piú la portinaia e la giornalaia ci sentivamo proprio sperduti, mia madre e mio padre e io e Clara e il marito di Clara. Ce ne stavamo accosto alla parete e Valentino venne un attimo a dirci che non stessimo tutti insieme a fare tribú: ma noi continuammo a stare insieme. Le stanze terrene della villa e il giardino eran piene di quella gente che c’era in chiesa: e fra quella gente Valentino si muoveva tranquillo e loro gli parlavano e rispondeva: era molto felice col suo vestito blu marin dalla riga bianca sottile sottile e prendeva le signore a braccetto e le accompagnava al buffet. La villa era proprio molto di lusso, come aveva detto mio padre: e pareva un sogno che ora Valentino abitasse lí.
Poi gl’invitati se ne andarono via e Valentino e sua moglie salirono in automobile: andavano in riviera per tre mesi in viaggio di nozze. Noi ritornammo a casa. La bambina di Clara era molto eccitata per le cose che aveva mangiato al buffet e per tutto quello che aveva visto: saltava e non faceva che parlare e raccontava che aveva girato per il giardino e si era spaventata di un cane e poi era stata anche in cucina dove c’era una gran cuoca tutta vestita di celeste che macinava il caffè. Ma appena a casa noi cominciammo a pensare a quel debito che avevamo fatto col fratello di mio padre; eravamo stanchi e di cattivo umore e mia madre andò nella stanza di Valentino e si mise a sedere sul letto disfatto e pianse un poco. Ma poi prese a riordinare ogni cosa e mise in naftalina il materasso e coprí i mobili con le fodere e chiuse le imposte.
Pareva che non ci fosse piú niente da fare senza Valentino, senza piú niente da spazzolare e stirare e smacchiare con la benzina. Parlavamo poco di lui; io mi preparavo agli esami e mia madre andava spesso da Clara che aveva un bambino ammalato. E mio padre andava in giro per la città perché non gli piaceva piú star da solo in cucina: andava a trovare certi suoi vecchi colleghi e cercava di fare con loro quei suoi lunghi discorsi ma poi finiva col dire che tanto lui sarebbe morto fra poco e non gli dispiaceva di morire perché la vita non gli aveva dato un gran che. Qualche volta saliva su da noi la portinaia per portare un po’ di frutta, in cambio delle ripetizioni che avevo dato ai suoi figli: e sempre chiedeva di Valentino e diceva com’eravamo stati fortunati che Valentino si fosse sposato con una tanto ricca: cosí lei gli avrebbe messo su uno studio quando fosse stato dottore e noi potevamo dormire tranquilli che Valentino era a posto. E se lei non era bella meglio ancora, cosí almeno si poteva esser certi che non gli avrebbe messo le corna.
Passò l’estate e Valentino ci scrisse che ancora non ritornava; facevano i bagni e andavano in barca a vela e contavano di andare anche nelle Dolomiti. Era una bella vacanza e volevano godersela a lungo perché in città poi ci sarebbe stato da lavorare sul serio. Lui aveva gli esami da preparare e sua moglie si occupava sempre d’un mucchio di cose: doveva amministrare le sue terre e poi anche beneficenza e roba cosí.
Era già settembre inoltrato quando ce lo vedemmo arrivare a casa un mattino. Eravamo felici di vederlo: eravamo cosí felici che quasi ci pareva che non fosse piú niente importante la moglie che aveva preso. Era di nuovo seduto in cucina, con la sua testa riccia e i denti bianchi e la profonda fossetta nel mento e le grosse mani. Carezzava il gatto e diceva che voleva portarselo con sé: c’erano dei topi nella cantina della villa e cosí avrebbe imparato a mangiare i topi che adesso invece aveva paura. Rimase un pezzo con noi e volle mangiare un po’ di salsa di pomodoro sul pane, perché la cuoca loro non faceva la salsa cosí buona come noi a casa. Si portò via il gatto in un cestino ma lo riportò dopo qualche giorno: l’avevano messo in cantina che mangiasse i topi ma aveva cosí paura di quei grossi topi che piangeva tutta la notte e la cuoca non poteva dormire.
Fu un inverno duro per noi: il bambino di Clara stava sempre male, pareva che avesse qualcosa di brutto nei bronchi e il medico aveva ordinato un vitto sostanzioso e abbondante. E poi avevamo sempre la preoccupazione di quel debito col fratello di mio padre, che cercavamo di pagare un poco alla volta. Cosí anche se non avevamo piú spese per Valentino facevamo fatica lo stesso ad arrivare alla fine del mese. Valentino non ne sapeva niente delle nostre preoccupazioni; lo vedevamo di rado, perché doveva prepararsi agli esami; comparivano a volte lui e la moglie, mia madre li riceveva in salotto, si lisciava le pieghe del vestito e c’erano lunghi silenzi: mia madre stava seduta in poltrona, diritta, col suo bel viso bianco e delicato fra le ciocche dei capelli bianchi, lisci e fini come la seta: e c’erano lunghi silenzi, interrotti ogni tanto dalla voce gentile e spenta di mia madre.
Al mattino andavo a comprare a un mercato lontano, per vedere di risparmiare un po’ sulla spesa. Quella passeggiata che facevo al mattino mi piaceva molto, soprattutto all’andata quando avevo la sporta vuota: camminavo nell’aria fredda e libera e mi dimenticavo per un poco le preoccupazioni che c’erano in casa: e invece mi chiedevo tutte le cose che si chiedono di solito le ragazze, se mi sarei sposata e quando e con chi. Non sapevo proprio con chi mi potevo sposare perché in casa non venivano mai giovanotti: ancora quando c’era Valentino ne capitava ogni tanto qualcuno ma adesso piú niente. E mio padre e mia madre pareva che non pensassero mai che io mi potevo sposare: parlavano di me come se avessi dovuto restare sempre con loro e parlavano di quando avrei vinto il concorso di maestra e avrei portato un po’ di soldi a casa. Certe volte mi stupivo dei miei genitori, che non si chiedessero mai se mi sarebbe piaciuto sposarmi, o anche soltanto avere un vestito nuovo e uscire qualche domenica con delle ragazze. Mi stupivo, ma non provavo nessuna specie di rancore: a quell’epoca io non avevo dei sentimenti molto dolorosi e profondi: e mi sentivo piena di fiducia che presto o tardi le cose si mettessero meglio per me.
Un giorno mentre ritornavo dal mercato con la sporta, vidi la moglie di Valentino: era in automobile e guidava lei: fermò e mi disse di salire che m’avrebbe accompagnato a casa. Mi disse che lei ogni mattina s’alzava alle sette, faceva una doccia fredda e andava ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. Valentino La madre Sagittario
  5. Appendice