Italia
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  1. 112 pagine
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Informazioni su questo libro

«La casa a volte mi sembrava troppo stretta per contenere tante vite, come se gli spazi mancassero e ogni incontro fosse un urto, come accade ai baristi dietro al bancone». Una famiglia italiana uguale a tante altre e diversa da tutte. Trent'anni di illusioni e paure raccontati dalla cameriera Italia, arrivata a casa Marziali da un misterioso Istituto dov'è stata formata per compiere al meglio la sua missione: vegliare sulla famiglia accompagnandone nell'ombra l'esistenza.
È come sfogliare un album dove le foto sono incollate in fretta e a volte sono staccate, una collezione di immagini precise eppure leggermente sfocate, come se il tempo le consumasse dall'interno togliendo loro ogni possibilità di bloccare gli attimi. La famiglia Marziali cerca di restare in posa, immobile nella serenità, ma colpe antiche e smanie recenti la agitano di continuo. Il padre ingegnere è un reduce della Repubblica Sociale Italiana, vorrebbe dimenticare molte cose ma non può; la madre, bella e distante, teme la vita, se ne protegge, fino a scivolare nell'assenza. E i figli sono tre discese che fuggono via dalla morsa della realtà: Tancredi entra nei gruppi terroristici dell'estrema destra, nella Roma degli anni di piombo; Giovanni sceglie l'arte come soluzione al problema dell'esistenza, ma le parole non lo salvano; Marianna ama senza tregua, ama e sogna e ogni volta cade, fino a farsi male, e ogni volta si rialza.
E Italia guarda e protegge tutti, spolvera e ascolta, cuce e aggiusta. Ma chi è questa ragazza che sa tanto più degli altri, che sembra rispondere a un ritmo più lento e profondo, al battito che precede e contiene ogni vita?

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2010
Print ISBN
9788806203801
eBook ISBN
9788858403822
Nella mente ho scritto sempre, come su un foglio bianco, ma le date mai: ogni giorno l’ho registrato come un giorno qualunque, senza ricordi o speranze, senza precisione. I sogni non hanno date, hanno dentro di sé quello che possono avere e nient’altro.
Un pomeriggio di primavera sono arrivata a casa Marziali – anche i cognomi sui citofoni, che illusioni – perché all’Istituto mi avevano detto ora hai vent’anni, Italia, sei pronta a guadare il fiume. Ti aspetta una buona famiglia, gente per bene che ha bisogno di un aiuto e lo paga onestamente. Mi sono vestita con gli abiti migliori che avevo, quelli che indossavo a Natale e a Pasqua, semplici e puliti, ho preso gli autobus che mi hanno indicato e alle tre stavo sotto il palazzo dei Marziali, in via del Giuba. L’appuntamento era un’ora dopo e cosí ho fatto un giro, poi mi sono seduta su uno scalino e ho atteso che il tempo passasse. Ho visto che il quartiere era tranquillo come un giorno di vacanza, tutto era aperto ma sembrava chiuso, anche i volti delle persone che camminavano lungo la strada. Tutto era verde e grigio, indifferente, riposava lo sguardo e dopo poco le mani non mi tremavano piú. Dopo un’ora ero pronta per conoscere la famiglia Marziali, quasi mi sembrava di conoscerla già un po’.
La notte mi era apparsa in sogno mia madre. Non l’ho mai conosciuta, ma era lei, ne sono certa: piccola e immensa come ogni madre giovane. Aveva tra le dita un pacchetto rosso con un fiocco nero, sorrideva, me lo porgeva e quando facevo per prenderlo lo ritirava con un sorriso, e poi mi ha detto Italia mia, questo è il mio dono per te, qui dentro c’è ogni cosa che ti servirà, c’è la tua vita. Non lo aprire mai.
I signori Marziali erano una bella coppia. Lui alto e magro, stempiato, ingegnere. Lei bionda e insicura come una donna del Nord calata a Roma per amore. Accanto a loro i tre figli in scala. Marianna, la grande, aveva dodici anni e portava i capelli stretti da un cerchietto di velluto viola; indossava una gonna blu e i mocassini, la divisa della scuola delle suore, sorrideva piano con un incisivo spezzato. Quello di mezzo, Tancredi, pesava troppo e dondolava sugli scarponcini slacciati. Ha balbettato un saluto e si è accostato molle alla sorella. Il piccolo avrà avuto cinque anni, era biondo come una moneta d’oro e guardava la finestra con gli occhi socchiusi. Vattene via, brutta, mi ha detto, e la madre lo ha sgridato. Non essere maleducato Giovanni, la signorina Italia starà con noi e devi volerle bene.
Mi sono sembrati tre insetti nel becco della vita.
L’ingegnere mi ha comunicato le condizioni economiche e gli orari: questi sono i soldi, le saranno versati ogni primo del mese su un conto corrente che le faremo aprire nella banca qui vicino, lei avrà liberi la domenica e il pomeriggio del giovedí, potrà riposarsi dalle quattordici alle sedici, a luglio verrà con noi al mare, ad agosto farà quello che vuole. Accetta?
D’accordo, ho risposto, e intanto pensavo: un anno, un anno e basta. Tutta la vita no, dio mio, ti prego, dammi la forza per restare un anno e poi andare via, ma già sapevo che era impossibile, che sarei rimasta fino alla fine. Fino alla fine: su questo all’Istituto sono chiari, inflessibili.
Mi hanno mostrato la mia stanza, un loculo accanto alla cucina, con una porta che dava su un minuscolo ballatoio e un’altra che si apriva su un bagnetto di piastrelline arancioni, con la vasca corta dove lavarsi in ginocchio. Nella stanza c’erano un armadio scuro e un letto, un quadro con un gabbiano in volo sul mare azzurro e un crocefisso soffocato da un ramoscello secco d’ulivo.
Ti piace? Può andare bene? La stanza ti piace? mi ha domandato nervosa la signora. I bambini sbirciavano dalla porta, l’ingegnere era già lontano. È una stanzetta piccola ma calda, vero? Magari tu puoi sistemarla meglio, fai come vuoi, Italia.
Non preoccupatevi per me, non serve, ho risposto, a me va bene tutto.
Ogni casa ha un suono e un ritmo, mi hanno spiegato all’Istituto. Là parlano cosí, in modo semplice eppure senza dire nulla chiaramente. Bisogna capire, educarsi poco alla volta a intendere e a non fare obiezioni. Chi domanda troppo resta indietro, dimenticato tra le parole. Una compagna piú vecchia una volta chiese come mai il mondo è cosí ingiusto, e qualcuno ha tanto e qualcuno non ha niente e aspetta solo di essere chiamato per servire. Come mai lei non aveva avuto neppure un padre e una madre che la proteggessero. Perché doveva inchinarsi davanti ai lupi come una pecora. Le dissero qui nessuno si piega, qui si impara ad accettare, e poi non le dissero piú nulla. Sta ancora all’Istituto, la vecchia compagna, aspetta, le altre tacciono e vanno, lei aspetta e impara la sua parte. Ogni casa ha una musica, sta nelle pareti che trattengono le parole, il tono delle voci, le grida, il silenzio, i fiati. La signora Marziali mi ha ordinato di pulire il salone appena sveglia, di lucidare tutte le scarpe e preparare le tazze della colazione prima delle sette e mezza. Mi alzavo che era notte fonda e mentre gli altri dormivano mi sedevo su una poltrona di velluto del salotto, cercando di ascoltare il suono della casa. Cinque minuti, non di piú, perché poi tutto si confonde, entrano nella testa le note degli appartamenti accanto, i rumori chiusi nei muri di divisione, altre melodie, e anche perché dovevo sbrigarmi a nettare. All’epoca, e per molto tempo ancora, non intesi nulla. C’era come un fruscio di fondo, uno scalpicciare, un andare via sommesso. Allora mi alzavo e iniziavo a riassettare, a cacciare la polvere dalle cose. È pieno di oggetti antichi, il salotto, quadri grandi e bui di campagne sommerse dal tempo, mobili pesanti, e ninnoli d’argento sui tavoli di marmo: bomboniere matrimoniali, mi aveva spiegato la signora. Una volta usava cosí, cinque confetti in una concolina d’argento, qualcosa dura e qualcosa sparisce in un minuto. È il matrimonio, aveva aggiunto con un fremito sorridente la signora. Io cercavo di spolverare come se ogni granello di polvere fosse una vergogna da cancellare. Non doveva rimanere neppure una molecola di sporcizia, e anche se era difficile pensare che da una mattina all’altra si potesse accumulare chissà quale onta, io pulivo ogni oggetto con cura, implacabilmente, perché la polvere è come un pensiero. Volevo che fossero contenti di me, che raccontassero ai loro amici d’aver trovato una ragazza brava, vent’anni ma una sicurezza. O forse non era neanche questo, in fondo l’ingegnere e la moglie uscivano poco e raccontavano niente. Forse era l’educazione che avevo ricevuto, le parole dell’Istituto che mi portavo dentro come un monito. Ognuno deve fare ciò che deve e nient’altro. Chi dubita è perduto. Chi pensa troppo, pensa male.
Dopo aver pulito il salotto in ogni angolo, tornavo in cucina per preparare la colazione. I primi giorni tenevo la lista appesa al muro della stanza, scritta a pennarello rosso e blu su un foglio a quadretti, poi l’ho assorbita nelle cellule. L’ingegnere prendeva solo un caffè nero, la moglie un tè leggero con i biscotti, i bambini latte tiepido, pane bruscato e marmellata di pesche. Il sole cresceva tra i palazzi e la luce del giorno entrava piano piano in casa, come uno sciame di moscerini d’oro. Avevo sempre tanto freddo, la mattina. Ma quando suonava la sveglia nella camera dei signori, io ero pronta, la casa era pronta.
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L’ingegnere usciva la mattina alle otto e rientrava all’una e trenta precise ansimando leggermente perché faceva sempre le scale a piedi per tenersi asciutto. Pranzava con la famiglia e si coricava con la signora fino alle quattro del pomeriggio. Non facevano mai l’amore di notte, o almeno io non li ho mai sentiti, sempre dopopranzo, nella loro camera con gli avvolgibili abbassati. Da oltre la porta chiusa arrivava qualche lieve gemito, come di cani a una catena che per un attimo sembra rompersi e poi stringe di nuovo. Alle quattro e dieci l’ingegnere usciva dalla camera da letto in giacca e cravatta, prendeva la sua borsa di cuoio e tornava al lavoro.
I bambini giocavano nelle loro stanze, i maschi in una, di fronte ai bagni, la femmina da sola in un’altra, in fondo al corridoio, e non sentivano niente. Giocavano silenziosi, come se mettessero a posto qualcosa, anche quando facevano disordine. Ai maschietti piacevano tanto le costruzioni, erano capaci di costruire ogni figura con quei pezzetti di plastica colorati sparsi sul pavimento. Facciamo case e palazzi come papà, diceva Tancredi, piazzato in mezzo a quelle rovine che a poco a poco diventavano alte, mettevano cortili e tetti e ospitavano soldatini. Giovanni aggiungeva dettagli, qui ci sta bene un po’ di rosso, diceva, qui è bello un balconcino giallo, qui tolgo. Seduti sul parquet, passavano ore a incastrare i mattoncini, poi in un attimo distruggevano tutto: il grande dava manate alle case e rideva forte, spaccava alla cieca, mentre il piccolo si metteva i pezzi in bocca e bisognava supplicarlo di sputarli, se ti vanno in gola muori soffocato, sputali ti prego, implorava la mamma, e Giovanni sorrideva a denti stretti, la faceva soffrire. Marianna invece giocava con le bambole, ne aveva tre che si chiamavano come lei e i fratelli, e le metteva a dormire sotto lenzuola e coperte di carta, le guardava zitta per tanto tempo, fino a quando non si svegliavano.
Io rimettevo tutto a posto quando, verso le cinque, arrivava il momento dei compiti. Su questo i genitori non ammettevano proteste o rinvii: tutti e tre dovevano abbandonare i giochi, tirare fuori dalla cartella libri e quaderni e fare il proprio dovere. Le lampade si accendevano sui tavoli e i bambini iniziavano a leggere e scrivere, a faticare. Marianna era la piú volenterosa e precisa, con la schiena dritta riempiva le righe della sua calligrafia piccola e rotonda, incolonnava numeri, ripeteva a bassa voce le lezioni. Andava avanti fino all’ora di cena senza mai alzarsi, i suoi quaderni non avevano neppure un’orecchietta e le matite erano sempre ben temperate nell’astuccio. Se le domandavo: è difficile? lei diceva di sí con la testa e corrugava la fronte. I voti non erano mai alti, ma comunque sempre piú che sufficienti. Tancredi non riusciva a stare seduto, scriveva solo con la matita per poter cancellare e ricominciare, e cancellava tanto. Quando aveva finito, ripassava ogni lettera e ogni numero a penna. Leggeva i libri in silenzio, muovendo le labbra, e poi ripeteva da solo la lezione in un angolo, balbettando un poco e tremando di rabbia quando non gli tornava alla memoria la parola del libro. Giovannino invece in pochi minuti faceva tutto e bene, prendeva sempre nove o dieci e non gli importava niente. Mi sbrigo, diceva, tanto i compiti sono stupidi, sono solo una cosa stupida da finire in fretta. Era piccolo e non voleva dire le preghiere, la sera, prima di andare a letto. Eppure con il pigiama azzurro sembrava un angelo.
Per tanti anni ho servito a tavola senza rovesciare sulla tovaglia neanche una goccia di brodo o una foglia d’insalata. La signora mi chiamava suonando una campanella d’ottone, e quel tintinnare raccontava il suo umore. Se la campanella era lieve, lei stava bene, se era insistente e rabbiosa, lei stava male. Io in cucina aspettavo, vestita con il camice celeste cielo e un grembiule bianco come una nuvola. Dindindín, suonava la signora, e io portavo il cibo a tavola, cercando di essere quasi invisibile per non disturbare con la mia presenza i discorsi dei signori. I bambini non potevano parlare, non avevano il permesso. Quando si è piccoli bisogna solo tacere e ascoltare, diceva l’ingegnere, la schiena dura come un generale e i polsini bianchi poggiati sulla tovaglia. La moglie gli chiedeva del lavoro, di quel cantiere in Abruzzo che stava finendo, di quelle carte che al ministero qualcuno doveva firmare perché cominciasse un lavoro nuovo. Allora hanno firmato? domandava troppo spesso, irritando l’ingegnere. Era spaventata dalla miseria, la signora, temeva che da un momento all’altro tutto potesse esserle tolto, la casa, i bambini, persino la fettina e l’insalata sui piatti di ceramica bianca, persino i piatti. Viveva in un’apprensione perenne, come chi crede di avere avuto troppo, immeritatamente, come chi sa che il suo posto dovrebbe essere un altro, tra i disgraziati e gli infelici.
C’era sempre una strana tensione, a tavola, come se il pranzo potesse interrompersi da un momento all’altro per colpa di qualcosa di sconosciuto e tremendo. Mangiavano tutti poco, le porzioni erano frugali, il tempo breve. Ogni tanto il padre chiedeva ai bambini notizie sulla scuola: andava tutto bene, erano bravi, si comportavano da ometti? Loro annuivano, e il discorso finiva lí. Quando arrivavano le pagelle, l’ingegnere le leggeva con attenzione, ripetendo a voce alta i voti, commentandoli sempre con una certa asprezza. Sette in italiano, Marianna, come mai? Non ti piace leggere e scrivere? Non sai che chi non conosce la grammatica e la sintassi non conosce le regole della vita? Non sai che le parole e le frasi si devono concatenare senza errori, che ogni sillaba deve stare al posto giusto? Non sai che chi parla da cane vive da cane? Sette non è un brutto voto, papà, rispondeva la bambina con il mento che le tremava, altri hanno sei e anche cinque, solo Michela Rossetti e Margherita De Biase hanno di piú. E tu sei meno di loro, ti senti meno di quelle due smorfiose? Io pretendo che la prossima pagella sia quella della prima della classe, la prima, non la seconda o la terza, capito? Tancredi s’agitava sulla sedia davanti al padre, non aspettava nemmeno i rimproveri, per paura li anticipava. Devo fare meglio, papà, devo prendere voti piú alti, io studio tanto ma durante i compiti e le interrogazioni mi emoziono e dimentico quasi tutto. Però ti prometto che faro di piú, papà, te lo giuro sulla mia testa, io voglio essere bravo, bravissimo. Solo Giovanni reggeva lo sguardo severo del padre. Piccolo com’era non cedeva di un millimetro, non piegava la testa. L’ingegnere parlava e Giovanni taceva, aspettando che le parole si consumassero nel vuoto, come piccoli fuochi destinati alla cenere. Sembrava che tutto gli fosse indifferente, che già avesse compreso quanta inutile ambizione c’è in ogni vicenda umana, quanta febbre sudata.
Sembrano strani, gli uomini, sembrano tutti diversi e anche pazzi, e orgogliosi nelle distanze, ma non credere che sia cosí, Italia. Gli esseri umani sono tutti uguali, sono la stessa vita raccontata in mille modi diversi, e alla fine una storia vale l’altra perché la storia è una sola, tempo che passa. Questo mi hanno detto all’Istituto e io ci credo, perché loro sanno tanto e io non so niente. Non sapevo nemmeno come fermare il sangue che usciva dalla testa di Giovanni. Ho provato con l’acqua e con un asciugamano, anche con le parole ho provato, gli dicevo adesso basta sangue, adesso fermati, e il sangue usciva da quell’uovo rotto contro lo spigolo del muro, e Giovanni nemmeno piangeva, stava muto mentre il rosso gli colava sulla faccia e sulle mani strette attorno alla bocca. Il fratello l’aveva spinto con forza, come per allontanarlo per sempre, e il muro l’aveva fermato. Tancredi, lui sí che piangeva come un vitello grasso, e ripeteva mi dispiace, non volevo, mi dispiace, mentre Marianna teneva il viso girato per non vedere.
I genitori quella sera erano andati a teatro, l’abbonamento li costringeva a sorbirsi qualsiasi cosa e tornavano sempre di malumore. Chiacchiere, diceva l’ingegnere, gente che parla a vuoto, che non si vergogna di niente, neanche degli applausi. La signora invece ogni volta provava a difendere lo spettacolo, ma debolmente e solo perché le piaceva l’idea che qualcuno si mostrasse al mondo fingendo di essere un altro. Un cappellino, una giacchetta gialla, e non sei piú lo stesso, è sciocco ma anche bello.
Giovanni perdeva sangue e restava in piedi, lo guardava gocciolare sul parquet, e io pulivo il legno scuro con lo straccio della cucina e poi glielo passavo tra i capelli impastati di rosso e di biondo, dicevo adesso finisce, coraggio Giovannino, adesso per forza finisce. Allora Tancredi ha abbracciato forte il fratello, gli chiedeva scusa, e poi si è inginocchiato. Anche Marianna s’è messa in ginocchio, con le mani giunte, ma sempre voltata dall’altra parte, e pregavano. E a un certo punto il sangue s’è arrestato, Giovannino era pallido e rosso come il muro dietro di lui, ma calmo. Adesso andiamo a dormire, ha detto, non ci facciamo trovare svegli da papà, e tutti e tre si sono sdraiati nel suo letto, mormoravano parole che non capivo, e poi ridevano, e poi dormivano.
Tancredi cresceva piú degli altri, al parco correva poco, non voleva giocare a pallone e nemmeno pattinare sulla pista di cemento. Restava seduto sulla panchina accanto a me e cresceva senza disperdere un grammo di energia sul prato. Era una spanna piú alto dei suoi coetanei e pesava venti chili di piú. La madre in ogni modo cercava almeno di non fargli mangiare le unghie, ci passava sopra un liquido nauseante, chiudeva le mani grassottelle del figlio nei guanti di lana, anche a primavera, ma non c’era niente da fare, Tancredi rosicchiava di continuo, tarlo di se stesso, finché le unghie erano solo delle lunette minime che sporgevano appena dall’osso. Masticava anche la pelle in cima alle dita, masticava fitto e inghiottiva. Non si muoveva, ma voleva vestirsi quasi sempre con la tuta, per stare comodo nel lardo. I compagni di classe lo prendevano in giro, lo chiamavano palla di ciccia e anche lo scorticato, per via di quelle mani consumate, e lui soffriva, ma non riusciva a cambiare, i pochi soldi che il padre gli passava finivano tutti in cioccolata e patatine nel bar fuori dalla scuola e a casa divorava anche il pane secco.
Non mi piace giocare con gli altri, diceva quando lo incoraggiavo ad abbandonare la panchina, sto bene qui, guardo le persone e immagino le loro storie, cerco di capire chi sono i buoni e chi sono i cattivi. Vedi quel signore con il cappello e il cane grande? Sembra cattivo, ma è buono, e invece quella signora che mangia da sola il gelato, quella è solo cattiva. Sto qui con te, Italia, se mi tieni la mano ora non mi mangio le unghie. Dài, raccontami qualcosa di quando eri piccola. Io gli tenevo la mano sudata e cercavo di ricordarmi qualcosa di bello di quando avevo la sua età, le storie dell’Istituto. Avevamo la divisa uguale, tutte quante, mangiavamo a mezzogiorno e alle sette, su tavole lunghe trenta metri, in sale grandi come la malinconia, con delle nuvole arancioni di umidità sulle pareti. Si sentivano solo i cucchiai che pescavano la minestra, qualche naso che tirava su, qualche colpetto di tosse. C’era una gran pace, sembrava che tutte quante ci muovessimo secondo un accordo prestabilito, come piccole foglie di un albero. E tu eri contenta? mi domandava Tancredi, stringendomi la mano piú forte. Non lo so, non me lo chiedevo, nessuna se lo chiedeva, era una domanda inutile. Senza fare nulla, ci preparavamo al mondo, mi preparavo a stare con te, Tancredi. E allora lui si alzava e cominciava a camminare intorno alla panchina, a correre un poco, e girava girava, e poi si risedeva e diceva non so perché, ma a volte sono tanto arrabbiato, vorrei che tutto fosse diverso, non so come, però diverso, ma che Marianna e Giovanni siano sempre accanto a me, e anche papà e la mamma, e che tutto resti cosí com’è, anche questa cosa che mi gratta dentro.
In certe domeniche di pioggia, quando uscire per andare al parco o altrove era impossibile, a Marianna piaceva molto cambiarsi tante volte d’abito. Apriva l’anta con lo specchio del suo armadio e si rimirava facendo le facce delle donne grandi: sorrideva, o s’accigliava, oppure fingeva indifferenza, si sistemava i capelli con un gesto rapido e vezzoso, si toccava il collo con la mano aperta. Voleva che i fratelli e io ci sedessimo sul letto per stabilire come stava meglio, se con la gonna scura e la maglietta azzurra o con il vestito rosa e gli occhiali da sole della madre, con i capelli su o giú. Le piacevano un mon...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. Italia