La vita oscena
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La vita oscena

  1. 160 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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La vita oscena

Informazioni su questo libro

Un bambino osserva il mondo degli adulti con la sua voce tersa e visionaria. Il padre che guida velocissimo cantando jingle di Carosello, ma da quando la moglie si è ammalata spesso ferma l'auto di colpo e «fa la faccia della morte». La madre che era una hippy ma da quando ha perso i capelli usa parrucche che la fanno sembrare un'astronauta. Rimasto solo, ormai adolescente, il protagonista sprofonda nell'alcol e negli psicofarmaci finché non manda a fuoco la casa. E comincia la sua iniziazione all'abisso, dove droga e irrefrenabile desiderio sessuale ricalcano il meccanismo dell'attesa e del consumo che riempie le nostre esistenze.

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2010
Print ISBN
9788806200015
eBook ISBN
9788858404126
La vita oscena

Uno

Mio padre morí all’improvviso, di ictus.
Gli sopravvisse mia madre, malata da anni di cancro.
Sarebbe dovuta morire prima lei.
Tutti aspettavamo la morte di mia madre.
Ogni giorno, da quattro anni.
Non se ne parlava.
Lo si sapeva, tutti lo sapevano.
Quello era vivere la morte.
La morte di mia madre.
Invece morí lui.
Mia madre la prese come un’offesa inimmaginabile.
Sí. Era morto prima lui.
Per anni lei aveva lottato contro il cancro.
Adesso era rimasta da sola.
Sola con me e mio fratello.
Io avevo quattordici anni.
Mio fratello otto meno di me.
Da quattro anni ero alcolizzato.
Da quando mia madre si era ammalata nessuno in casa aveva mai pronunciato la parola cancro.
Si diceva una brutta malattia.
Quella di mia madre era alle vie linfatiche.
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Una mattina improvvisamente non aveva piú voglia di alzarsi dal letto. Il giorno dopo uguale. Il medico di paese sentenziò che mia madre era depressa. La depressione era la mancanza di voglia di. Dopo di poteva seguire qualunque cosa. Mia madre sbrogliava la sua vita quotidiana ma senza nessuna voglia. Tutto allo stesso modo la stancava.
Le diedero parecchi psicofarmaci.
Dopo mesi, era chiaro a tutti che quella depressione era strana.
Iniziarono gli esami.
E cosí arrivò la notizia.
Era una brutta malattia.
In metastasi.
Mia madre aveva quarant’anni.
In casa mia tutto si raggelò. Cominciarono a scarseggiare le parole. Mia madre sarebbe morta in breve tempo.
In casa mia tutto si raggelò. Prendendo la forma di un infinito silenzio.
Il tempo che rimaneva ci mangiava il cuore e i pensieri.
Era un brutto tempo. Mio padre si ammalò di cuore.
Avremmo dovuto fare dei progetti.
Ipotecare un futuro.
Qualunque.
Invece, nessun progetto.
E poi c’ero io, ed ero un bambino.
I miei giorni si susseguivano a cucchiaiate dense di nero lunare.
Non piú parole. Grumi di nero notturno negli interstizi del tempo. Come se zone di realtà venissero sempre piú divorate spopolava il buio e il buio era il mio presente che si frantumava in confusa rivolta contro la vita intera.
Non era quello che avrei voluto.
Cosí inesausta veniva la sera.
Era un’altra vita.
Muta e dilagante sul limitare del buio giorno dopo giorno.
Giorno dopo giorno. Questo è quello che avvenne. Da parte sua mio padre si sentí perso come un bambino. Il suo atteggiamento, specialmente nei miei confronti, mutò.
Iniziò a trattarmi come uno straniero.
Mio padre aveva paura.
Paura di tutto.
Una sera camminava avanti e indietro in sala da pranzo, diceva che c’erano dei rumori strani, che non aveva mai sentito. Io ero con lui e sentivo gli stessi rumori. Quando mio padre camminava si sentivano i rumori. Quando stava fermo svanivano. Per ore abbiamo passeggiato nella stanza. Alla fine abbiamo scoperto che erano le bretelle di mio padre a fare quel rumore ma non siamo riusciti a ridere, quando hai paura del mondo hai paura anche delle bretelle e non ne ridi.
Al mattino mio padre mi svegliava dando un colpo forte alla porta della mia stanza.
Le mie giornate iniziavano con un boato.
Sull’eco di quel boato sfilavano le ore.
Spenta ogni energia io cominciavo a entrare in una dimensione parallela dove tornavo a me stesso bambino prima che tutto andasse a rotoli e strappavo la coda alle lucertole e pensavo che era ben bizzarra, la vita delle lucertole e la vita in generale, degli animali e delle persone.
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I giorni presero a rotolare uno sull’altro e avevano tutti lo stesso sapore che finiva.
Anni prima, eravamo stati in una piscina.
Non c’era quasi nessuno, era il nostro regno. Mio padre, mia madre e io. Abbiamo giocato per ore. Ricordo che a un certo punto decisi di salire su un’altalena. Mia madre mi spingeva da dietro, assieme ridevamo. Io guardavo il cielo del tardo pomeriggio ed era immenso e mi sembrava di poterci cadere dentro.
Cadere nel cielo.
Nell’azzurro infinito.
La piú bella paura del mondo.
Poi lentamente l’altalena si è fermata.
Con mio papà e mia mamma siamo andati a prendere un gelato, era buono.
Con la malattia, i miei genitori si scoprirono cattolici praticanti.
Non lo erano mai stati, prima.
La domenica ci si svegliava all’alba per andare ai santuari a chiedere un miracolo.
I viaggi si svolgevano in silenzio.
Io guardavo fuori il paesaggio e le cose del mondo che mi sembravano stupide.
Che stupida quella betoniera, pensavo.
Che stupidi quei cavalli, pensavo.
Arrivati al santuario si spronavano i santi al miracolo. Cosa costava a loro, ai santi, un miracolo. Uno solo, uno soltanto. E allora accensioni smodate di lumini e letture pensierose di per grazia ricevuta disegnati e scritti con mano incerta, e silenziosi ritorni in lacrime.
Questo era quello che facevamo. Nessuno ci credeva davvero, al miracolo, ma qualcosa bisognava pur fare, specialmente la domenica, quando la loro attività era chiusa.
L’attività dei miei genitori era la gestione di un’edicola.
Mio padre aveva una cantina sotto l’edicola.
Nella cantina di mio padre c’era sempre piú disordine, e in quei giorni, in quegli anni era impossibile capire dove mettere mano. Libri degli anni Settanta si accatastavano su giornali nuovi, e giocattoli rotti si cumulavano senza costrutto insieme a vecchie macchinette per la distribuzione delle caramelle ormai in disuso.
Passava parecchie ore al giorno nel suo sgabuzzino, mio padre.
A mettere in ordine.
Cosí diceva.
Ma io non gli credevo.
Pensava il caos e lo smontava, ci nuotava dentro e ne usciva fuori per poco. Poi ci risprofondava dentro, e cosí ricominciava.
Erano la sua testa e le sue mani che si mischiavano alle cose dentro quella cantina.
Come in un oceano piccolo per creare un movimento che navigando a vista d’oggetti quotidiani non lo facesse impazzire, si allontanava da tutto, lontano dai giorni, remando tra oggetti, mio padre.
Io decisi di fare il ginnasio. Nessuno dei miei aveva mai studiato. Era quanto di piú lontano ci fosse dalla mia famiglia. Il modo piú diretto per essere altrove da quella palude di oggetti e sentimenti che si sfaldavano inesorabilmente. Brutto oceano.
Brutto.
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Due

Mio padre prima guidava la macchina e cantava le canzoni di Carosello assieme a me. Io ero un bambino e lui poco piú di un ragazzo. Lui andava a piú di cento all’ora e tutta la macchina tremava e noi due eravamo come su una navicella spaziale. Dicevamo stupidate sui nostri parenti, o sui pannolini pubblicizzati da Pippo l’ippopotamo.
Eravamo complici.
Eravamo due bambini. Ma da quando mia madre si era ammalata succedeva spesso una cosa.
Mentre guidava mio padre all’improvviso faceva la faccia della morte e fermava l’auto, parcheggiavamo per stare lí.
Ma il tempo non si fermava. Io so cosa aveva mio padre e facevo finta di sistemare lo specchietto retrovisore oppure frugavo nel cruscotto.
Io non so cosa cercassi, nel cruscotto.
Ma andava bene che lo facessi.
Qualunque cosa fosse era una cosa e non era la morte che cercavo nel cruscotto quando mio padre faceva quella faccia, quella faccia.
La faccia della morte era un modo di guardare fisso e bloccato perché oltre non c’era niente piú da guardare. Era il contrario della vita perché la vita come una trasmissione televisiva continua a scorrere, non s’incanta lí spaventata, programma dopo programma avanza.
Invece, tutto sospeso.
Non c’erano fatti. Sentivo i nostri respiri.
I rumori fuori attutiti, strani.
E poi il nulla dappertutto.
Dappertutto.
Il nulla.
Nella vita quotidiana abbiamo tutti bisogno di cose. Ero piccolo ma già sapevo che riempirsi di cose è un modo che usiamo per sentirci il piú lontano possibile dal nulla. Per questo le case si riempiono di elettrodomestici e di lampadari dalle forme piú strane da cambiare il piú possibile insieme ai divani e alle poltrone e a tutto il resto.
Bisogna smuovere tutto, cambiare tappezzeria.
Perché la morte è quando tutto resta fermo.
Fermo. Allora è come se il pavimento diventa di ghiaccio e si incrina, si fa un crepaccio e la gente ci scompare dentro, con i suoi nomi e le sue cose, e dentro, dentro è sotto la terra, è il cimitero.
Invece se si pulisce sempre la casa è diverso.
Invece se si comprano tanti detersivi è diverso.
Bisogna pulire le posate.
Passare lo straccio.
Bisogna darsi tanto da fare per non incrinare quel ghiaccio. E finirci dentro.
Dopo, riaccendeva la macchina.
Mio padre faceva finta che non fosse accaduto nulla e ripartivamo in silenzio.
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Io mettevo via le cose e chiudevo il cruscotto.
Accendevo la radio.
La radio diceva le notizie.
Faceva sentire le canzoni.
Cosí eravamo in un mondo e tutto scorreva di nuovo.
Finalmente. Fuori c’erano le case e le automobili.
Un giorno mio padre stava per dire una parola ma non la disse, fece silenzio.
Non la disse in un modo che era piú squassante che se l’avesse urlata, quella cosa.
Eravamo io e lui soli.
Quella parola la trattenne.
Quella parola. Era la paura di quello che sarebbe venuto dopo.
Quel silenzio rimbombava dentro di me come uno schiaffo infinito.
Io la sapevo, quella parola, cancro, e me la ripetevo di giorno e di notte, e di notte me la immaginavo come un granchio che entrava nella bocca di mia madre e le strappava la vita con le chele.
Un altro giorno, dopo essere stati in ospedale a trovare mia mamma, mio padre e io siamo andati a pesca.
Abbiamo preso diversi pesci, anche uno tutto strano, forse una scardola, che qualcuno doveva avere pescato prima di noi e poi aveva ributtato nell’acqua.
Era un pesce con il labbro lacerato per intero. Scampato a un’altra cattura. Io guardavo i suoi occhi che stavano per morire e mi sembravano i miei che mi guardavano trapiantati in un altro corpo smarriti.
A un certo punto senza parlare anche io e mio padre ci siamo guardati negli occhi chiedendoci il perché di quell’orrore.
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Cosa voleva dire.
Stare lí, pescare.
Eravamo, come dire, attori senza piú un dramma.
Non quello, non lí.
Veniva sera e non sapevamo cosa fare.
Non capivamo perché eravamo in quel luogo.
Cosa c’entravano i pesci.
Cosa c’entravamo noi che li pescavamo per portarli a casa e mangiarli.
Cosa c’entrava.
Era come se avessimo sbagliato film.
Abbiamo ributtato tutti i pesci in acqua.
E siamo tornati a casa come dei maghi piccoli.
Incapaci di fare magie.
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Tre

Il mio primo anno di superiori lo passai in cantina.
Guardavo un ragno che pendeva dal soffitto. Lui mi guardava dal filo, ogni mattina a un’altezza differente nell’aria mi scrutava, ci scrutavamo a vicenda senza sapere l’uno del mondo dell’altro ma non ci ignoravamo. Eravamo due estranei lí per vivere e non morire ancora. Lui tesseva la sua tela, io con i pensieri sbrogliavo continuamente la mia perché era incomprensibile, andava rifatta.
Il ragno tesseva la sua tela con impegno. Ogni giorno allo stesso modo. Il numero delle sue vittime era la sua esistenza. Tutto, in lui, era finalizzato a trasformare altre vite nella sua. I succhi gastrici trasformavano in lui altri insetti, pensavo, e lui era il risultato dei suoi succhi gastrici mischiato alla morte di altri ripetuta, studiata ad arte per la vita. Ero convinto che mi guardasse con attenzione. Di certo io guardavo lui.
Di certo i nostri occhi si incontravano.
Non so se i ragni ci vedano, né come.
Ma lui mi guardava.
Non so quante forme di vita ogni giorno cerchino di sopravvivere, né in che modo lo facciano, con quali espedienti. So la determinazione, la rivolta di tutti contro tutti. Minime porzioni d’universo incarnate in regni animali, con le loro storie.
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Un’inesauribile volontà di vivere nella propria forma.
Per mantenerla il piú a lungo possibile.
Il ragno in forma di ragno.
L’uomo in forma di uomo.
Alternando vicende e cose, giorni e notti. Per vivere.
Attraversando il tempo.
Perché cosí si fanno le storie, e vanno avanti.
La storia mia e quella del ragno.
Io avevo una famiglia.
La stavo perdendo.
Il ragno avrà avuto la sua.
Non la vedevo.
Vedevo la sua vita ripetersi.
La vita di un ragno.
L’attesa della mosca.
Il suo arrivo.
Il dibattersi dell’insetto nella tela.
Il dibattersi del ragno attorno all’insetto.
A cosa pensano le mosche mentre muoiono? pensavo.
A cosa pensa il ragno mentre un altro essere sta per diventare l’episodio, uno tra i tanti, che garantisce ancora un po’ della sua esistenza, quale macchina è mai la vita in questa cantina e dappertutto?
A tratti mi pareva che fossimo spiati, io e il ragno.
Che qualcosa d’invisibile si divertisse a osservare l’unione improvvisata, nello spazio e nel tempo, di due forme di vita cosí diverse, ma pur sempre vita, in uno strano connubio, in un sodalizio avventato e casuale. L’essere lí, puramente nostro, per motivi cosí remoti e ineffabili e al contempo impressi a fuoco nella nostra storia.
Io e il ragno.
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Eravamo prigionieri.
Prigionieri dei limiti che la natura ci aveva imposto.
Prigionieri di una storia.
La vita di un ragno e la storia di un ragazzo.
Strano.
Strano, ogni tanto mi dicevo.
Poi mi addormentavo.
Poi quasi mi svegliavo.
Osservavo il ragno nel dormiveglia.
Lo vedevo staccare le zampe delle mosche, e le altre parti de...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. La vita oscena