Il caso sbagliato
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Il caso sbagliato

  1. 376 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Il caso sbagliato

Informazioni su questo libro

Fino a qualche tempo fa, Milton Chester Milodragovitch terzo, Milo per gli amici e anche per i nemici, non se la passava poi male. Tallonare coniugi infedeli gli rendeva quanto bastava a pagarsi da bere al Mahoney's, il suo bar preferito.
Poi la legge sul divorzio è cambiata, lasciarsi è diventato facile, e Milo si è ritrovato a ingannare la noia guardando le montagne dalla finestra del suo ufficio. Finché, naturalmente, non bussa alla sua porta una donna.
Helen Duffy, goffa e bellissima. Suo fratello è scomparso. Un bravo ragazzo, uno studente modello che non farebbe male a una mosca. Milo non crede ai bravi ragazzi, però comincia a indagare. Per portarsi a letto Helen; senza immaginare che l'indagine sul fratello sarà tutto fuorché routine.
Fra drink e anfetamine, criminali dilettanti e professionisti, Milo dovrà scavare nel fango per portare alla luce radici e ragioni dello spaccio di droga, della corruzione sempre più capillare, di una città che pare senza speranza e senza redenzione. «Dopo la scomparsa di Edward Bunker, l'America perde con James Crumley l'ultimo ribelle della sua letteratura, uno dei suoi scrittori di maggior talento e più stimati dai colleghi. Un gigante come Ray Bradbury battezzò "Crumley" il protagonista di tre suoi libri; Neal Stephenson ha detto che L'ultimo vero bacio è il Grande Romanzo Americano; Elmore Leonard, Dennis Lehane, Joe Lansdale, Pete Dexter lo leggono e rileggono».

Matteo Persivale, «Corriere della Sera»

Domande frequenti

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2010
Print ISBN
9788806192259
eBook ISBN
9788858402290

Capitolo sesto

Lei se n’era andata, ma i soldi erano ancora sulla scrivania. Considerandoli una piccola ricompensa, e chiedendomi cosa avessi in testa, li girai a mio nome e compilai una distinta di versamento. Helen Duffy non aveva firmato un contratto, ma c’era stato un passaggio di denaro. Di conseguenza, avevo una cliente. Le mie spese erano già ingenti ma, purtroppo, non c’era verso di farsele rifondere: l’assicurazione del Toyota era scaduta, cosí tutto quello che mi avevano portato via dal suo interno era solo l’ennesima causa persa; i due lividi che mi aveva rifilato Reese erano diventati ampie chiazze giallastre, senza che questo alleviasse la mia umiliazione; avevo rotto una vecchia amicizia, non solo personale ma anche sportiva; infine, sospettavo che il ricordo di Helen Duffy non si sarebbe mantenuto piacevole. Quindi lasciai in bianco la nota spese e scrissi, in grossi caratteri, il nome del fratello alla sommità di un nuovo blocco di carta gialla, ma le informazioni in mio possesso erano vaghe e allo stesso tempo confuse. Augurandomi che l’ignoranza non finisse per rivelarsi un handicap mortale, lasciai in bianco anche la pagina del blocco.
Per iniziare a tenere le distanze dal mio fiasco imminente, lanciai un’occhiata in direzione dei Diablo. Attorno alle vette si stavano già aggirando temporali estivi, solcati da tracce di fulmini e pronti a lanciare scrosci di pioggia sottili, troppo lievi per soffocare la forza di un eventuale incendio. L’indomani mattina li avrei visti, gli incendi provocati dai fulmini, ma non sarebbe piovuto a sufficienza per spegnerli, e lo smog della valle si sarebbe caricato dell’odore di resina e di fumo. Nuvole grigie erano destinate a sormontare i crinali e i declivi boscosi, rese tremule dalle fiamme; gli animali avrebbero preso a scendere, agitati, a valle, e la gente di Meriwether si sarebbe messa a guardare verso le colline, tra chi si augurava che gli incendi non spaventassero i turisti o rovinassero la pescosità dei torrenti e chi, invece, sperava che si espandessero a tal punto da diventare incontrollabili per le squadre della Forestale e richiedere l’intervento dei volontari, cosí che – magari – un paio di giorni di lavoro all’inferno fossero sufficienti per procurarsi un paio di notti di ciucca. Io, per me, visto che alcuni di quei boschi erano il mio unico asso in una manica già fin troppo vuota e larga, mi auguravo l’arrivo di un nuovo fronte freddo da nord-ovest, di qualche giornata di pioggia battente, di qualche temporale senza fulmini, di nuvole capaci di oscurare il sole, di un po’ d’aria fresca che allentasse la morsa del caldo e, per finire, di una pioggerella lenta e incessante.
Non tutte le speranze sono vane, non tutte le preghiere restano inascoltate. Proprio quando, ormai, mi ero rassegnato a dire addio ai miei boschi, le tapparelle delle finestre a ovest – che avevo abbassato a difesa dal sole pomeridiano – si oscurarono, scosse da una raffica di vento. Andai a sollevarle; il fronte freddo era già in attesa proprio dietro lo Sheba Peak, un vasto tappeto di nuvole bluastre cariche di pioggia i cui lembi facevano capolino da dietro la vetta per sfiorare il sole ormai calante. Proprio davanti ai miei occhi, il cono grigio dello Sheba cadde preda di quelle braccia vaporose. E per l’ennesima volta, per gentile concessione delle famigerate divinità che proteggono gli sciocchi e gli ubriachi, la lunga e malevola estate iniziò a cedere.
Il vento salí d’intensità, scuotendo le tapparelle con un secco, tremante rumore simile a quello delle ossa gettate da un indovino e iniziò a gemere anche piú in basso, nelle cavernose strade domenicali, scavalcando dalle teste dei turisti, finora cotte dal sole, i loro scadenti cappelli da cowboy, gonfiando questa o quella camicia, allungando il passo dei pedoni. Alzai la testa ad affrontarlo, piegai il viso da una parte.
Simon, capace di sentire nelle ossa il sopraggiungere del vento e dell’aria fresca, capace di prevedere i cambiamenti meteorologici con maggior precisione delle formiche o dei rondoni, stava valicando il Dottle Bridge diretto a nord, con passo malfermo e zoppicante, simile a un granchio malconcio e impegnato a mettere in sicurezza la propria tana. Indossava un ampio soprabito di tweed, acquistato di sicuro giusto pochi istanti prima in uno spaccio dell’Esercito della salvezza a sud del fiume.
Cosí adesso ce l’ha lui, pensai. Il soprabito. Era quello di mio padre, un pesante Harris Tweed comprato a Winnipeg in un giro di bagordi, un indumento che amava e indossava in ogni occasione possibile, come farebbe una donna con la sua pelliccia nuova. Infagottato in quel soprabito, i capelli neri, folti e ingovernabili che lo sovrastavano a mo’ di colbacco, era pronto ad affrontare qualsiasi tormenta. A casa lo usava addirittura come vestaglia, al posto di tutte quelle che gli comprava mia madre. All’aperto era diventato il suo scudo, la cappa contro i pugnali del mondo in agguato. Certe volte, con quel pastrano addosso, se il vento o le sue stesse enormi dita non avevano ancora provveduto ad arruffargli i capelli, se il rossore indotto dal whisky riusciva ancora ad assomigliare a una sorta d’abbronzatura, poteva anche essere scambiato per un imprenditore di successo e non già un ricco ubriacone. Dopo la sua morte iniziai a infilarmelo io: quel robusto, intenso odore di lana, sudore e whisky mi faceva passare ogni paura, e come un cucciolo me ne andavo a dormire sul divano dello studio, fin quando mia madre non me lo aveva portato via per regalarlo, assieme a tutti gli altri abiti paterni, all’Esercito della salvezza.
Potevano prenderseli gli avvinazzati e i vagabondi, aveva detto lei, cosí tutta la città avrebbe saputo una volta per tutte che anche lui era stato uno di quelli. Io non ero nemmeno riuscito a protestare, a capire come oppormi a quell’odio feroce che le sgorgava dall’animo come vampate di calore da una casa in fiamme. Le avevo chiesto perché se lo fosse sposato, allora. «Per causa tua!» era stata la risposta, data con una tale veemenza da farmi vacillare. Ma cosa intendesse l’avevo capito solo molti anni piú tardi, ed era da quel momento che mi innervosivo ogni volta che qualcuno parlava in mia presenza di aborti volontari.
Cosí ero cresciuto come desiderava mia madre, guardando gli abiti di mio padre andare su e giú per le strade di Meriwether a scaldare la schiena dei disperati che ne erano venuti in possesso. Nel suo completo prediletto, un abito di tweed, c’era finito sepolto un ingegnere in pensione della Northern Pacific. Gli stivali Russell di serpente, unti e bisunti e sempre piú sconquassati, erano invecchiati ai piedi di un netturbino del posto. Una volta mi era capitato di vedere i suoi calzoni Malone da caccia indossati da una squaw di Willomot, ubriaca marcia, la cerniera rotta da cui spuntava – come un pezzo d’intestino – un brandello di mutandine rosa. Col passare degli anni avevo visto mio padre bagnato fradicio negli androni delle case – serpentelli di piscio colavano dal marciapiede sulla strada; avevo visto ultimi giri di bevute che gli scivolavano in corpo come colpi di grazia, e poi me l’ero ritrovato sotto gli occhi, malfermo sui piedi e scaraventato come un cadavere ambulante fuori da qualche bar a notte fonda. Lo avevo osservato ficcarsi uova e cervella nella bocca sdentata, e avevo fissato un’intera brigata di uomini perduti avviarsi alla morte vestiti dei suoi cenci.
E, col passare degli anni, avevo tentato di ricomprare quanto piú potevo, sperperando la mia paghetta adolescenziale negli spacci dell’Esercito della salvezza, nei Goodwill, nei negozi di seconda mano dell’intera Meriwether. Li avevo cercati, i suoi vestiti, sulle strade e nei bar e negli hotel pulciosi, per poi acquistarli e dar loro fuoco. Non appena gli avvinazzati avevano capito il giochetto, mi ero ritrovato ad acquistare molti piú vestiti di quanti mio padre avesse mai posseduto in tutta la sua vita, e, avessi avuto maggiore disponibilità economica, gli ubriaconi della nostra bella città si sarebbero ritrovati ricchi ma nudi come vermi.
In tutto ’sto gettare quattrini dalla finestra, comunque, avevo appreso che anche loro erano uomini che avevano avuto delle esistenze piene di opportunità, non tutte andate a puttane. E che avevano ancora dei sogni, sogni e menzogne sufficienti a tener loro compagnia. A differenza di mia madre, erano ubriaconi ma onesti, gente che non provava spesso vergogna. In certi momenti, sbronzi o sobri che fossero, riuscivano persino a ricordare il proprio nome; avevano osservato il mondo per un lungo, intenso istante, e l’avevano trovato imperfetto. Via via che assegnavo a ciascuno di loro un nome e una storia, avevo iniziato a vederli tutti quanti, nei bar e al lavoro – sí, molti ce l’avevano, un lavoro, spalavano via la merda di Meriwether come negri bianchi – e piú li vedevo piú preferivo il loro, di mondo, a quello dei sobri. E finalmente avevo capito la sfida insita nel loro patetico motto: Non sono alcolizzato, amico, e non vado a nessun cazzo di meeting. Per la loro salvezza non c’era bisogno di esercito.
Poco prima di partire per la Corea mi convinsi di aver rintracciato tutti i vestiti di mio padre eccetto il soprabito; che, probabilmente, era stato sgraffignato al volo da qualche alto e corpulento professore oppure era finito fuori città, lungo i binari, a scaldare la schiena di questo o quel vagabondo. Al mio ritorno dalla guerra anche il soprabito era riapparso in strada, ma a quel punto non me ne fregava piú un accidente. La guerra mi aveva fatto capire che non sono il tipo dell’eroe, e l’atteggiamento infantile di alleviare il dolore bruciando gli indumenti paterni mi era sempre parso un tantinello eroico. Fu per questo che ci detti un taglio. Quando scorgevo il soprabito in giro per la città mi toccavo il cappello e gli offrivo un saluto: che scaldasse pure quelle schiene che ne avevano bisogno. Ormai ne aveva viste di tutti i colori, tanto da convincermi che non ce l’avrei fatta, in vita, a vederlo schiantare, che ci avrebbe seppellito tutti quanti.
Una volta, in seguito, pensai di aver trovato anche il suo cappello rosso da caccia. Era appollaiato in testa a un indiano Assiniboin ormai cadavere su un camion di bestiame che si era perso l’ultima curva giú da Willomot Hill. Anche alla sgangherata luce della mia autopattuglia ero riuscito a leggere il nome scritto a inchiostro sul feltro, e che spuntava nero come il sangue attraverso l’unto e il sudore di chissà quanti uomini. Ma l’avevo tracciato io, quel nome, con i miei scarabocchi infantili, non era la salda calligrafia di mio padre; e l’inchiostro si era allargato là dove l’indiano aveva cercato, come il cowboy in un western di serie B, di combattere fino all’ultimo col cappello in testa.
Fu allora che piansi per mio padre. O forse per me stesso. E piantai l’ufficio dello sceriffo. Basta con gli incidenti di macchina, con le risse nei bar, coi bambini perduti che piagnucolavano all’imboccatura buia di un canyon, con le liti familiari. Basta coi soprabiti e i cappelli.
E adesso quel soprabito era passato da un letto di morte a un negozio di roba usata, per poi arrivare a Simon. Non annunciava la morte, ma la vita; Simon stava morendo da anni. Mi sporsi dalla finestra, nel crepuscolo sempre piú fitto, attaccai a gridare e ad agitare la mano nella sua direzione, col vento e i primi goccioloni di pioggia che mi sbattevano in faccia. Simon non mi udí, e s’infilò nel Mahoney’s come se fosse arrivato a casa.
Riesumati gli stracci logori del mio passato, decisi di darci un taglio e rimettermi al lavoro. Chiamai Dick, nella speranza che potesse dirmi il nome dell’albergo di Helen e del professore di storia che aveva avuto il piacere di vivere col fratellino. Rispose una delle piccole. Di solito coi bambini non si cava un ragno da un buco, al telefono, ma l’infinita pazienza di Marsha aveva tirato su una figlioletta obbediente che andò subito a chiamare il padre.
Tornò all’istante. – È occupato, signore, – disse meticolosa, – e non può venire al telefono. Potrebbe... vorrebbe lasciare un messaggio?
– Tesoro, va’ per favore a dirgli che c’è Milo e che si tratta di una cosa importante.
Dopo un’attesa piú lunga la bimba fu di ritorno, la voce infantile carica di stupore e scuse. – Pronto?
– Sí.
– Gliel’ho detto, ma lui non mi ha risposto.
– Be’, grazie, tesoro, – dissi, ma un attimo prima di riagganciare udii rumore di passi e la voce ovattata di Dick, senza però capire cosa stesse dicendo.
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– Che cazzo vuoi? – mi chiese.
– Due cose, vecchio mio. Il nome del motel di Helen e quello del tizio al dipartimento di storia che abitava con Raymond l’estate scorsa. Okay?
Non rispose subito, ma continuò ad ansimare nella cornetta. – Perché non te le togli da solo le dita dal culo, una volta tanto?
Alle sue spalle, udii il tipico sussurro stupefatto di Marsha. – Richard! Non davanti...
Poi cadde la linea. Misi giú la cornetta, composi le prime due cifre del numero di Dick con l’idea di sistemare alla meno peggio le cose, ma d’un tratto mi resi conto che non avrei saputo cosa dire. Quindi la posai di nuovo. Per riprenderla ancora una volta e chiamare Hildy Ernst.
Il telefono squillò sino a farmi dolere l’orecchio, ma alla fine mi sentii rispondere da una voce senza fiato, neanche avesse appena fatto chissà quante rampe di scale.
– Pronto, – disse. Hildy aveva una di quelle voci che fanno incazzare le donne e andare in brodo di giuggiole gli uomini. Mi tremarono subito le ginocchia. In sottofondo però si udivano strani rumori, grugniti gemiti e tonfi, come se nel suo salotto si stesse disputando il campionato di wrestling della NCAA.
– Hildy, sono Milo.
– Ma che bello. Dov’eri finito, amore?
– A rimettermi in sesto. Come te la passi?
Comme çi, comme ça. Sai anche tu quanto ci si annoia, d’estate, tesoro.
– Giusto.
– Allora perché non mi hai chiamata, cattivone?
– L’idea ce l’avevo. Ma ogni volta che ci provavo, mi veniva un tale tremito alle mani che non riuscivo neanche a fare il numero.
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– Che dolce che sei, Milo –. Un tonfo, poi qualche ululato di gioia.
– Ma che cazzo sta succedendo?
– Oh, sono passati degli amici. Stiamo giocando a sciarade. Non è che vuoi passare anche tu?
– No, grazie, – dissi. – Troppa gente mi rende nervoso. E poi sto lavorando. E avrei bisogno di qualche informazione. La scorsa estate, un professore di storia ha piantato la moglie per andare a vivere con uno dei suoi studenti... un maschio.
– Che tragedia.
– E mi chiedevo se tu ne conoscessi il nome.
– Certo che sí.
– Ovvero?
– Se te lo dico, prometti di passare a trovarmi?
– Non oggi, però.
– Promesso?
– Sicuro, Hildy.
– Non ti credo, tesoro. Comunque si chiama Elton Crider, ed è uno di quei tipi hillbilly, tutti ossa e pomo d’Adamo. Allora, passerai presto?
– Come no.
– Sei un vero figlio di puttana, Milo.
– Ascolta, Hildy...
– Che c’è?
– Ma cosa ci hai trovato, in me?
– Con quelli piú giovani mi annoio, Milo. Da parte mia si aspettano gratitudine e stop, – disse, scoppiando poi a ridere con quella voce roca e sensuale.
– Grazie, – le dissi, e riagganciai ridendo. Hildy era proprio il tipo di donna capace di far innamorare un uomo di non piú verde età... a patto che potesse tenerle testa. E io non ce la facevo.
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Elton Crider non era nell’elenco del telefono, e quando mi recai in macchina all’indirizzo in possesso della segreteria dell’università scoprii che vi abitava un’altra famiglia, la quale non aveva la minima idea di dove fossero andati a finire, i Crider, escluso il fatto che erano rimasti piú o meno in zona. Cosí chiamai la mia quinta colonna alla compagnia telefonica, che per cinquanta dollari – la sua tariffa nei weekend – fece un salto in ufficio e mi procurò il nuovo indirizzo di Crider e il numero di telefono.
Alle dieci di sera e una buona ventina di chilometri su per il Meriwether River, mi ritrovai quindi davanti a una casa buia e a un garage vuoto. Suonai lo stesso il campanello, accostandomi il piú possibile alla porta riparata dal tetto appena sporgente di quella costruzione nuova e pacchiana, visto che cadeva una pioggerella sottile. Porta che si spalancò cosí in fretta da farmi quasi rotolare nell’oscurità dell’ingresso.
– Brutto figlio di puttana, – gracchiò dalle tenebre una voce stridula. Poi spuntò una mano che prese a schiaffeggiarmi con rabbia, accompagnata da una ripetuta serie di insulti. Arretrai sulla bassa veranda di cemento, ma la mano mi venne dietro.
– Signora, guardi che mi arrendo, – dissi, cercando di ripararmi il volto già paonazzo.
– Elton? – chiese lei, la mano alzata chissà dove e pronta a colpirmi di nuovo.
– No, signora.
Lei fece un passo indietro per accendere la luce esterna. Ci studiammo a vicenda al bagliore giallastro di una lampada insetticida. Era una tipa alta, infagottata in una vestaglia di ci...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. Dedica
  5. Capitolo primo
  6. Capitolo secondo
  7. Capitolo terzo
  8. Capitolo quarto
  9. Capitolo quinto
  10. Capitolo sesto
  11. Capitolo settimo
  12. Capitolo ottavo
  13. Capitolo nono
  14. Capitolo decimo
  15. Capitolo undicesimo
  16. Capitolo dodicesimo
  17. Capitolo tredicesimo
  18. Capitolo quattordicesimo
  19. Capitolo quindicesimo
  20. Capitolo sedicesimo
  21. Capitolo diciassettesimo
  22. Capitolo diciottesimo
  23. Indice