«Signore… non state bene? C’è qualcosa che posso fare per voi?»
«Prego?»
«Vi ho chiesto… Insomma, è piú di un’ora che state sospirando cosí, e mi chiedevo…»
«Lo so, sospiro molto. Forse vi infastidisco. D’altronde, voglio credere… un sospiratore dovrebbe spiacervi meno di uno starnutatore, o di un russatore, o… di uno sghignazzatore, ecco, oppure, ah! di un ruttatore… Provate a immaginarvelo, lo sentite? un uomo che per una malattia nervosa rutta ogni cinque secondi, ogni volta un boato… Per non dire di peggio, non costringetemi a dire, fate voi i dovuti confronti, considerate la gentilezza di un sospiro, gentile, sí, tenero e mesto, veramente gentile…»
«Tuttavia la singolare continuità di questi sospiri, ne converrete, ha prodotto un indistinto effetto di pena che ha saturato tutto lo scompartimento. Con la conseguenza che io non solo sono costretto a partecipare di tale pena, il che già mi pare cosa incivile, ma anche, per soprammercato, mi trovo ad ignorarne l’oggetto. Mi sia lecito, dunque, chiedervi perché sospirate».
«Perché… perché sono uomo di struggimenti. La mia vita, è uno struggimento; la mia memoria, è struggente… struggente, sí, sí…»
«Pensate di essere il solo? Avete detto: la mia vita, la mia memoria. Avreste dovuto dire: la vita, la memoria. Di tutti».
«Mi garba punto, questa democrazia. Guardate quel signore che sta passando nel corridoio, bocca volgare, occhio arrogante… orrendo orologio, piú orrendo telefonino, ah! e voi potete davvero attribuirgli un cavo speco interiore in cui riecheggino palpiti significativi, aneliti belli, la dulcedine amara del sentimento del cosmo? Un uomo cosí, sarà mai malinconico? Me-lan-cho-li-cus, saturnino? Guardatelo, si scioglierà mai nell’elegia? Si affinerà in umanistiche accidie?»
«Eppure anche quel signore, benché orrendo alla vista, lo concedo, anch’egli avrà in capo pallidi volti amati di defunti, l’immagine di una colonia estiva, il brivido del suo primo bacio…»
«Non bestemmiate, vi prego! Il brivido! So io che ne è stato di quel brivido! Intanto non un brivido ma una compiaciuta fojetta, un sudaticcio ammicco fra sé e sé… e poi tutto digerito, via, insieme alla mortadella e ai broccoli, bene impastato di salive… di suchi, di muchi… tutto assimilato, opacizzato, negato… Pallidi volti mi dice! Né pallidi né rubizzi invece! Colui ai morti non pensa mai, troppo incistato nelle sue busecche per dialogare con loro, e difatti, notare, prendere atto… non sospira… Voi l’avete forse visto sospirare? Volete che lo seguiamo?»
«Sentite un po’: me, mi avete sentito sospirare?»
«Effettivamente no».
«Eppure mi lusingo di avere l’aria un po’ piú alta di quell’essere, un po’ piú profonda…»
«Sí, sembrate abbastanza profondo».
«Dunque un padre me lo concedete, a cui pensare con struggimento?»
«Sarebbe morto, questo padre?»
«Evidentemente».
«Allora… in tal caso… unendo la profondità del vostro sguardo a questo che voi mi dite…»
«Ma guardate che io non parlavo del dolore, parlavo dello struggimento, siete voi che avete usato questa parola per primo, se volete saperlo mia madre è ancora viva e nondimeno mi strugge anche lei, pensarla voglio dire, pensare alla sua vita, a me visto da lei, a lei come la vedevo io e come la vedo adesso e come la penso quando non la vedo, al pensiero di lei insieme a mio padre, a come la vedeva lui, a come lei lo ricorda, vi basta? Montagne, di struggimento! Catene andine! Eppure non mi sembra di farla tanto lunga con i sospiri, è tutto dentro qui, nella scatola cranica, voi dovete essere rimasto fermo all’anatomia degli antichi, Galeno, Paracelso, gli spirti vitali, i fluidi, cuore e polmoni, tutto il sentimento in due pompe!»
«Finito?»
«Sí sí, finito».
«Allora ascoltate me adesso. Li conosco i tipi come voi. Se ne ho conosciuti! Quelli che pretendono che si possa essere tristi, che dico tristi? angosciati, disperati! senza manifestarlo nell’aspetto e nei modi, anzi, di piú: che proprio le persone apparentemente piú allegre siano le piú infelici… Tutta una retorica vischiosa, la retorica del pagliaccio triste, del buffone che soffre… il guitto straziato, dentro, nell’animuccio suo, sotto un chilo di manteche colorate… Comodo, molto comodo!»
«Gradirei qualche lume, se voleste illustrarmi tutta questa comodità…»
«Vi accontento subito. Se la spassano, barettini, seratine, vacanzine, sciampagnini… Sempre sopra le righe, brillanti… la risatina come forma del dire, la birrettina scura, piú scura, piú chiara, mexicana, irlandese, oh il compagnone! Fischietta motivetti americani, Glenn Miller… racconta barzellette, sapidissime arguzie, una scorta inesauribile, il nostro! La vettura sportiva, quel vomito plastico che addimandano Suv, l’incontenibile mole del suo ottimismo e della sua simpatia, quanto! Conosce un posticino, esclusivo… parla cosí, un posto da favola… un fritto misto che è la fine del mondo… e vai! È sempre domenica! Piú si è meglio è! Far casino, nel mucchio! Rompere l’anima al prossimo, andiamo! Con la moto d’acqua a stuprare il silenzio del golfo, si sappia della nostra esistenza perbacco! Ecco, fosse solo questo orrore… questo antropologico schifo… e invece no, e invece pretendono un’anima, costoro! Fare la vita del beato porco e voler passare per anime belle! Si rinuncia a nulla noi, per carità… Ma lo so io il marchingegno, roba vista stravista, pregiate la discrezione insinuano, pregiate la discrezione con cui non solo non vi faccio pesare il mio male ma addirittura ve lo capovolgo nel suo contrario, ah il gran decoro! Solo il profilo migliore, al nostro prossimo, colletti stirati, lavanda… Pregiate come siamo eleganti, si soffre ma non si dice, perché è di dominio comune, vero? che noi si soffre come bestie al macello, alla bella souffrance chi può mai rinunciare? Si soffre dunque, però intanto ci si lasci fare i buffoni… tra un antipastino e l’altro, cosí per gradire… Un tris di primini? diciotto assaggini? trentun stuzzichini? Bella vita: ma tristi… bisogna supporlo cosí, sulla fiducia… Comodo davvero, troppo comodo…»
«Dunque a vostro avviso la sofferenza si deve vedere? Perché sia credibile intendo».
«Vedere? Toccare si deve! Misurare! Tanto di sofferenza, tot gemiti; tanto di struggimento, tot sospiri. È matematico».
«Un po’ meccanico, forse».
«La giustezza è sempre meccanica, la congruenza, la precisione, il combaciamento, tutto meccanico. Vi buco una chiappa con uno spillone, voi dite “Ahi”, voi dite “Ohi”. Vi strangolo, voi rantolate. Vi viene in mente vostra madre, vostro padre, voi sospirate. Compagni di classe lontani, sospiro. Fugacità della vita, tanto per dire una banalità, fugacità della vita: sospiro. Nostra cameretta che ci fu un porto: sospiro. Ippocastani di un certo cortiletto d’infanzia: valanghe di sospiri. Fanciulle intraviste per un solo secondo, al parco, trent’anni fa: valanghe di valanghe. È cosí. Ci sono delle tariffe».
«Una visione alquanto fiscale, mi sembra».
«L’avete detto! Tutto uno sdoganamento di merci, una gabella continua… Ogni ricordo il suo dazio, svelti, pagare! In contanti! Nessuno sconto, filare! Merce di lusso l’ippocastano, genere voluttuario, si vede che puoi permettertelo! Ti costa una cifra! Sganciare!»
«Com’è allora che io, pur sentendo queste cose come le sentite voi, la cameretta, la fugacità, non sono altrettanto aduso ai sospiri?»
«Suppongo perché voi vi falsificate».
«Spiegatevi».
«Vi falsificate nell’ordinario, vi distraete nell’esterno. Prima vi ho studiato, sapete, quando avete preparato i biglietti per il controllore: prenotazione, supplemento, Milano Centrale Roma Termini via Bologna Firenze, tutto di questa roba siete diventato, per un attimo voi siete stato quei cartoncini, quei timbri, quei numerini piccini, per un attimo voi avete barattato vostro padre e vostra madre con quella miseria, vi siete reificato, quindi in quel momento non potevate sospirare, eravate di cartone! e un attimo dopo avete coinciso con l’aria condizionata, ho visto come avete guardato la levetta, dovete aver pensato: è tutta sul rosso, dovrei spostarla un po’ verso il blu, la sposto o non la sposto? questa levetta importantissima, fondamentale, il perno della mia vita, l’asse dell’universo, ma ecco un attimo dopo ancora il vostro sguardo è caduto sulla stampa della Maremma sopra il posto 52 e voi siete stato quei bufali, quei butteri, quel fango, per una frazione di secondo siete stato Carducci, poi avete visto dal finestrino una fabbrica, un silos, due nuvole, un prato, e avete coinciso con loro, fabbrica, silos, nuvole, prato. O sbaglio? No non mi sbaglio, perché voi dovete essere sempre vissuto cosí, alienandovi nelle parvenze, strappandovi in continuazione a voi stesso… Per questo non sospirate, perché per sospirare occorre essere molto soggettivi, molto, ma molto concentrati…»
«Quindi avrei sempre tradito, mi sarei sempre prostituito alla realtà esterna, un individuo volubile e superficiale…»
«Però io vi capisco, sapete? Non è facile rimanere sempre presenti a se stessi, c’è il rischio di impazzire… Vi dico una cosa: il giorno in cui smetterò di sospirare, quel giorno sarò diventato pazzo, arse alla fonte le scaturigini del dolore, l’anima calcinata, vetrificata…»
«La fabbrica, il silos… Vedo che diffidate delle cose, eppure anche le cose hanno un’anima, Sironi sapeva coglierla, nelle fabbriche, Morandi nelle bottiglie… Dovreste frequentare un po’ di piú la storia dell’arte…»
«La Pietà di Duccio, niente di tanto bello, da allora».
«Come volete. Ma pensate per esempio alla verdura, se io vi dico asparago, melanzana, cavolfiore, non potrete negare che alcune di queste entità vi suoneranno – suoneranno nell’animo vostro, nelle viscere vostre – intrinsecamente piú struggenti di altre, e non parlo del sapore, e nemmeno della forma: parlo dell’idea. Che mi dite?»
«La… sí… la melanzana è assai struggitiva, cara… oh melanzana!»
«Vi veggo commosso. E se vi bisbigliassi matita, matitino? Piú o meno dovremmo essere lí… Astuccio? Spuma nera? Benzolo? Traghetto? Fanale?»
«Basta, vi supplico, basta!»
«Grembiule? Schiscetta? Gheriglio?»
«Pietà!»
«Budino taschino temperino fortino? Bidello?»
«Mi arrendo, non parlate mai piú… Morire piuttosto… in silenzio… per favore…»
«Basta frignare! Contegno! Passiamo ai nomi propri, adesso vi servo io, struggimento allo stato puro, quintalate di milionate di struggimento: Lino Ventura! Eh? Già sbiancate… Il grande Lino, quegli occhi… Steve McQueen, Cincinnati! Emilio Salgari! Jack London! La Voce del Padrone! La Biblioteca Romantica! Robiola Gattino! La Risolatrice! La Coloniale! Bomboletto! Liberty Valance! Johnny Guitar! Posso andare avanti per ore, nomi su nomi, nomi qualsiasi, Ugo per cominciare, Ugo è molto commovente… Luciano, Gaetano… Sergio, Sergio è struggentissimo… Ines, Marisa, Rosina, nomi da paese… Ivano, nome da pasticcere… Sante, nome da pugile… Danilo, nome da mezzala… Santina, nome da intenerirsi… Gina, nome da ingelosirsi…»
«Danilo… Jack London, avete detto Jack London, dolore puro, fascinazione suprema… Voi siete un mostro, voi mi leggete dentro, sapevate esattamente quali nomi pronunciare per uccidermi… Mostro… mostro orrendo… Eppure da questo fondo di pozzo ove mi avete gettato io ho la forza di non concedervi nulla, nulla, capito? Perché quei nomi addolorano me, magari addoloreranno anche voi, ma per altri, per molti, saranno indifferenti, o piaceranno di un piacere non mesto, senza tremolii, siate giusto, adesso non pretenderete che Bomboletto susciti in tutti madreperlacee altissime malinconie, è un fatto mio questo, voi lo avete indovinato e quindi complimenti a voi, ma è la mia tristezza a dialogare con lui, è la mia tristezza la chiave…»
«Ognuno ha le sue, di chiavi. Conoscevo uno svizzero che piangeva ogni volta che vedeva passare in cielo un aeroplano: interrogatone, rispondeva esser quella la prova di nostra cacciata dall’Eden. Conoscevo una sarta che non poteva vedere alcun tipo di stoffa gialla senza cadere in una lunga prostrazione: interrogatane, farfugliava di non so quali sinestesie; richiesta di ulteriori spiegazioni, rispondeva villanamente. Conoscevo un ragazzo che non voleva ricevere regali, mai, da nessuno, perché lo angosciava l’idea di essere stato pensato con affetto dal donatore: anche nel regalo piú modesto, mi confidò un giorno, vedeva l’inizio della rovina economica dell’acquirente, quanti sudati soldarelli spesi per me che nemmeno lo uso tanto, questo regalo, nemmeno lo ammortizzo come dovrei, se lo sapesse come ci resterebbe male. E ne conoscevo un altro, di ragazzo, che invece si intristiva a vedere le facce della gente, qualsiasi faccia: questo assomiglia al nonno, pensava, ma non è il nonno; questa ha l’età di mia madre quando morí; questo non sa chi sono; questo mi fa pena di per sé; questo l’ho già visto in un’altra vita; questa avrei potuto amarla, dieci anni fa; questa… ma mi ascoltate?»
«Vi ascolto, vi as...