Non lasciarmi
eBook - ePub

Non lasciarmi

  1. 304 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Informazioni su questo libro

Kathy, Tommy e Ruth vivono in un collegio, Hailsham, immerso nella campagna inglese. Non hanno genitori, ma non sono neppure orfani, e crescono insieme ai compagni, accuditi da un gruppo di tutori, che si occupano della loro educazione. Fin dalla piú tenera età nasce fra i tre bambini una grande amicizia. La loro vita, voluta e programmata da un'autorità superiore nascosta, sarà accompagnata dalla musica dei sentimenti, dall'intimità piú calda al distacco piú violento. Una delle responsabili del collegio, che i bambini chiamano semplicemente Madame, si comporta in modo strano con i piccoli. Anche gli altri tutori hanno talvolta reazioni eccessive quando i bambini pongono domande apparentemente semplici. Cosa ne sarà di loro in futuro? Che cosa significano le parole «donatore» e «assistente»? E perché i loro disegni e le loro poesie, raccolti da Madame in un luogo misterioso, sono cosí importanti? Non lasciarmi è prima di tutto una grande storia d'amore. È anche un romanzo politico e visionario, dove viene messa in scena un'utopia a rovescio che non vorremmo mai vedere realizzata. È uno di quei rari libri che agiscono sul lettore come lenti d'ingrandimento: facendogli percepire in modo dolorosamente intenso la fragilità e la finitezza di qualunque vita.

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2017
Print ISBN
9788806231774

Parte prima

Capitolo primo

Mi chiamo Kathy H. Ho trentun anni, e da piú di undici sono un’assistente. Sembra un periodo piuttosto lungo, lo so, ma a dire il vero loro vogliono che continui per altri otto mesi, fino alla fine di dicembre. A quel punto saranno trascorsi quasi esattamente dodici anni. Adesso mi rendo conto che il fatto che io sia rimasta per tutto questo tempo non significa necessariamente che loro abbiano grande stima di me. Ci sono ottime assistenti a cui è stato chiesto di abbandonare dopo appena due o tre anni. E poi me ne viene in mente almeno una che ha operato per oltre quattordici, malgrado fosse un’assoluta nullità. Quindi non ho nessuna intenzione di darmi delle arie. Ma so per certo che sono soddisfatti del mio lavoro, tanto quanto, nell’insieme, lo sono io. I miei donatori hanno sempre reagito meglio del previsto. I loro tempi di recupero sono stati alquanto straordinari, e quasi nessuno è stato catalogato come «soggetto problematico», almeno prima della quarta donazione. Sí, è vero, forse adesso mi sto davvero dando delle arie. Ma per me significa molto, essere in grado di svolgere bene il mio lavoro, specialmente quando si tratta di mantenere «calmi» i miei donatori. Ho sviluppato una sorta di istinto nei loro confronti. So quando è il momento di essere presente e confortarli, quando lasciarli soli con se stessi; so quando ascoltarli, qualunque cosa abbiano da dire, e quando, con un’alzata di spalle, dirgli che è arrivata l’ora di darci un taglio.
Comunque sia, non voglio prendermi tutti i meriti. Conosco altre assistenti, in servizio in questo periodo, che sono altrettanto brave e non ricevono neanche la metà dei riconoscimenti che ricevo io. Se fossi una di loro, capirei un certo risentimento nei miei confronti – il monolocale in affitto, l’auto, e soprattutto il fatto di poter scegliere di chi prendermi cura. E inoltre sono una studentessa di Hailsham – che per alcuni è da solo motivo sufficiente per mandarli su tutte le furie. Kathy H., dicono, sceglie chi vuole, e sceglie sempre quelli come lei; quelli di Hailsham, o qualcuno che proviene da qualche altro posto privilegiato. Non c’è da stupirsi che il suo stato di servizio sia ottimo. L’ho sentito ripetere talmente tante volte che dovete averlo sentito dire anche voi, e forse in tutto questo c’è qualcosa di vero. Ma io non sono certamente la prima a cui viene concesso di scegliere, e dubito di essere l’ultima. E comunque ho fatto anch’io la mia parte prendendomi cura di donatori cresciuti in ogni dove. Tenetelo a mente: quando smetterò di fare questo lavoro saranno passati dodici anni, ed è soltanto negli ultimi sei che mi hanno permesso di scegliere.
E poi per quale motivo non avrebbero dovuto? Gli assistenti non sono mica degli automi. Fai del tuo meglio per ciascun donatore, ma alla fine le forze ti abbandonano. La pazienza e l’energia non sono risorse illimitate. Cosí, quando hai la possibilità di scegliere, naturalmente scegli qualcuno simile a te. È ovvio. Non sarei potuta andare avanti tutto questo tempo se non fossi riuscita a condividere con i miei donatori ogni singolo attimo della loro esistenza. E comunque sia, se non avessi cominciato a scegliere, come avrei fatto a riavvicinarmi a Ruth e a Tommy dopo tutti questi anni?
Ma negli ultimi tempi, naturalmente, i donatori che conosco sono sempre meno, e quindi, in pratica, la mia scelta è stata piuttosto limitata. Come vi dicevo, questo lavoro diventa molto piú faticoso quando non si prova un legame profondo con il donatore, e sebbene mi mancherà non fare piú l’assistente, con la fine dell’anno penso sia giunto ormai il momento di smettere.
Ruth, per inciso, è stata soltanto la terza o la quarta donatrice che ho potuto scegliere. Le era già stata assegnata un’altra assistente, e ricordo che cercare di essere affiancata a lei aveva richiesto una certa dose di sfacciataggine da parte mia. Alla fine però c’ero riuscita, e nell’istante stesso in cui la rividi, in quel centro di riabilitazione a Dover, tutte le nostre divergenze – sebbene non sparirono completamente – mi apparvero molto meno importanti: non quanto il fatto di essere cresciute insieme a Hailsham, o di sapere e ricordare cose sconosciute ad altri. Fu da quel momento, credo, che cominciai a cercare tra i donatori persone che appartenevano al mio passato, e ogniqualvolta mi fu possibile, qualcuno che proveniva da Hailsham.
Ci sono stati periodi nella mia vita in cui ho cercato di lasciarmi alle spalle Hailsham, quando mi sono detta che non dovevo piú voltarmi indietro. Ma a un certo punto smisi di opporre resistenza. Avvenne con un donatore in particolare, durante il mio terzo anno come assistente; fu la sua reazione quando gli dissi che venivo da Hailsham. Era stato appena sottoposto alla sua terza donazione, non era andata bene, e doveva essere consapevole che non ce l’avrebbe fatta. Respirava a fatica, ma si era voltato verso di me e mi aveva detto: «Hailsham. Scommetto che doveva essere bellissimo». Poi la mattina seguente, mentre chiacchieravo per cercare di distrarlo un po’, gli chiesi dove fosse cresciuto lui; menzionò un certo posto nel Dorset e i tratti del suo viso, solcato da macchie e cicatrici, si piegarono in una smorfia inattesa. In quel momento mi resi conto quanto disperatamente desiderasse dimenticare. Al contrario, voleva sapere tutto di Hailsham.
Cosí, per i cinque o sei giorni successivi gli raccontai qualunque cosa volesse sapere, mentre lui se ne stava lí sdraiato, immobile, collegato a una macchina, un sorriso gentile a illuminargli il volto. Si informava su tutto, dalle cose piú importanti a quelle minime. Dei tutori, o di come ognuno di noi conservasse sotto il letto un piccolo baule con la sua collezione di oggetti, un «baule dei ricordi», e il calcio, il softball, lo stretto sentiero che girava tutt’intorno alla casa madre, ai suoi angoli e le crepe piú nascoste, il laghetto delle anatre, il cibo, la vista sui campi che si godeva dall’aula di Educazione artistica in una mattina nebbiosa. Talora mi faceva ripetere le cose piú e piú volte; cose che gli avevo raccontato appena il giorno prima, e a proposito delle quali mi faceva domande come se le sentisse per la prima volta. «Avevate un padiglione per lo sport?» «Qual era il tuo tutore preferito?» All’inizio pensavo fosse semplicemente l’effetto delle medicine, poi mi resi conto che la sua mente funzionava alla perfezione. Il fatto è che non soltanto voleva sentir parlare di Hailsham, voleva ricordare Hailsham, come se si trattasse della sua infanzia. Era consapevole di essere giunto alla fine del suo ciclo, ed era questo il suo desiderio: che gli parlassi di Hailsham, cosí che tutti quei particolari divenissero parte integrante di lui, cosí che durante quelle notti insonni, fatte di sedativi e di dolore e di spossatezza, la linea di confine tra i suoi e i miei ricordi si assottigliasse. Fu quello il momento in cui compresi per la prima volta, fino in fondo, quanto eravamo stati fortunati – Tommy, Ruth, io, tutti noi.
Ancora oggi, mentre percorro la campagna in auto, continuo a vedere cose che mi fanno ripensare a Hailsham. Mi capita di passare accanto a un campo avvolto dalla nebbia, o di intravedere il particolare di una grande casa in lontananza mentre scendo lungo la strada, di soffermarmi persino su come i pioppi siano disposti in un certo modo sul fianco di una collina, che subito mi viene da pensare: «Forse ci siamo! L’ho trovata! Quella è davvero Hailsham!» Poi mi rendo conto che non è possibile e procedo oltre, i pensieri che vagano altrove. Soprattutto, ci sono quei padiglioni. Li scorgo ovunque, all’estremità dei campi da gioco, piccoli prefabbricati di colore bianco con una fila di finestre sistemate in alto in maniera innaturale, quasi ripiegate sotto le gronde. Penso che ne abbiano costruiti molti del genere negli anni Cinquanta e Sessanta, che è con ogni probabilità il periodo in cui è stato costruito anche il nostro. Se mi imbatto in uno di questi padiglioni mentre sto guidando, lo fisso piú a lungo che posso, e un giorno o l’altro andrò a sbattere da qualche parte, ma non riesco proprio a farne a meno. Non molto tempo fa stavo attraversando una zona semideserta nel Worcestershire quando ne vidi uno vicino a un campo da cricket, talmente simile a quello di Hailsham che feci inversione e tornai indietro per andare a controllare meglio.
Amavamo il nostro padiglione per lo sport, forse perché ci faceva venire in mente quelle piccole, adorabili case di campagna che si vedono in tutti i libri illustrati quando si è bambini. Mi ricordo quando facevamo le elementari, mentre imploravamo i tutori che ci facessero lezione nel padiglione invece che nella solita aula. E poi alle medie – quando avevamo dodici anni e stavamo per compierne tredici – quello era diventato il luogo ideale dove andare a nascondersi con l’amica del cuore ogniqualvolta si aveva voglia di allontanarsi dal resto di Hailsham.
Il padiglione era sufficientemente ampio per ospitare due gruppi separati senza che si dessero fastidio l’un l’altro – durante l’estate, poi, poteva venire ad aggiungersene un terzo sulla veranda. Idealmente, però, ognuno avrebbe desiderato il posto per sé e per i propri amici, cosí c’erano spesso piccoli sotterfugi e litigi. I tutori ci raccomandavano in continuazione di comportarci in modo civile al riguardo, ma in pratica il gruppo necessitava di una forte personalità, e magari piú d’una, per avere una qualche probabilità di prendere possesso del padiglione durante l’intervallo o quando non eravamo impegnati. Io stessa non ero propriamente un tipo arrendevole, ma immagino che fu per merito di Ruth se riuscimmo a usarlo cosí spesso.
Di solito ci sistemavamo sulle sedie e sulle panche lí intorno – eravamo in cinque, sei se si univa anche Jenny B. – e ci facevamo delle lunghe chiacchierate. C’erano conversazioni che potevano avere luogo solo quando si entrava in quel padiglione; ci confidavamo quello che ci preoccupava, oppure finivamo per ridere come matte, o per litigare in maniera furibonda. Perlopiú, però, era un modo per rilassarsi un po’ in compagnia delle amiche piú care.
In quel pomeriggio particolare a cui mi riferisco, stavamo in piedi sugli sgabelli e le panche, pigiate contro i finestroni. Questo ci garantiva una discreta vista sul North Playing Field, dove circa una dozzina di ragazzi del nostro anno e di quello successivo si era raccolta per giocare a calcio. Era una giornata luminosa, ma doveva aver piovuto da poco perché ricordo che il sole baluginava sulla superficie fangosa dell’erba.
Una di noi osservò che avremmo dovuto mantenere un certo contegno, ma in pratica nessuna accennò ad arretrare. Poi Ruth disse: – Non sospetta assolutamente niente. Ma guardatelo! Non ha il minimo sospetto.
Quando pronunciò queste parole, la osservai per cogliere in lei dei segnali di disapprovazione nei confronti di ciò che i ragazzi avevano intenzione di fare a Tommy. Ma un istante dopo Ruth fece una risatina ed esclamò: – Che idiota!
Mi resi conto che per Ruth e per le altre, qualunque cosa i ragazzi decidessero di fare, il loro era un mondo a parte; che approvassimo o meno, non aveva nessuna importanza. Ci eravamo radunate attorno a quelle finestre non tanto per godere dell’ennesima umiliazione di Tommy, ma semplicemente perché avevamo sentito parlare di quest’ultimo complotto e, vagamente incuriosite, volevamo osservare cosa sarebbe successo. In quel periodo, non credo che l’interesse per ciò che facevano i ragazzi tra di loro andasse molto oltre. Per Ruth, per le altre, era qualcosa di molto distante, e ho idea che fosse cosí anche per me.
O forse mi ricordo male. Forse anche allora, quando vidi Tommy attraversare quel campo a perdifiato, con un’espressione manifesta di felicità dipinta sul volto per il fatto di essere stato riammesso nel gruppo, pronto a prendere parte a quel gioco in cui tanto eccelleva, forse provai una leggera fitta di dolore. Ciò che davvero ricordo è che notai che Tommy indossava la polo blu leggera che aveva preso in occasione del Grande Incanto del mese prima – quella di cui era orgogliosissimo. Rammento di aver pensato: «È veramente stupido, a giocare con quella maglia addosso. Si rovinerà di sicuro, e poi chissà come si sentirà dopo». A voce alta, e con noncuranza, dissi: – Tommy si è messo quella maglia. La sua polo preferita.
Credo che nessuna mi udí, perché stavano tutte ridendo di Laura – il pagliaccio del gruppo – che stava mimando a una a una tutte le espressioni che apparivano sul volto di Tommy mentre correva, agitava le mani, urlava, dribblava. Gli altri ragazzi si muovevano tutt’attorno al campo in quella maniera deliberatamente languida che assumevano durante il riscaldamento, ma Tommy, nella sua eccitazione, sembrava già lanciato a tutta velocità. Ripetei, alzando il tono di voce: – Si sentirà male se rovinerà quella maglia –. Questa volta Ruth mi udí, ma probabilmente pensò che la mia dovesse essere una specie di battuta, poiché ridacchiò con indifferenza e poi aggiunse qualche commento sarcastico.
A quel punto i ragazzi avevano smesso di palleggiare, e stavano ammassati l’uno contro l’altro con i piedi nel fango, il petto che si sollevava e si abbassava impercettibilmente mentre aspettavano che si formassero le squadre. I due capitani prescelti avevano un anno piú di lui, sebbene fosse noto a tutti che Tommy era di gran lunga migliore di qualunque altro giocatore di quella classe. Gettarono in aria la monetina, poi quello che aveva vinto fissò gli altri.
– Ma guardatelo, – disse una voce dietro di me. – È assolutamente convinto di essere il primo. Guardate!
C’era davvero un che di comico in Tommy in quel momento, qualcosa che induceva a pensare, massí, se davvero è cosí stupido, allora se lo merita. Gli altri ragazzi facevano finta di ignorare questo processo di selezione, fingendo di non preoccuparsi minimamente se fosse arrivato il loro turno. Qualcuno chiacchierava tranquillamente, altri si risistemavano i lacci delle scarpe, altri ancora si limitavano a guardarsi la punta dei piedi mentre calpestavano il fango. Tommy però fissava ansioso il capitano, come se avessero già chiamato il suo nome.
Laura continuò a recitare per tutto il tempo della formazione delle squadre, mimando ogni singola espressione che appariva sul volto di Tommy: quella ansiosa ma piena di speranza dell’inizio; lo sgomento e la preoccupazione quando dopo quattro chiamate lui non era stato ancora scelto; il dolore e il panico quando cominciò a farsi strada dentro di lui la consapevolezza di ciò che stava realmente accadendo. Io però non badavo piú a Laura, perché stavo osservando Tommy; ero consapevole di ciò che stava facendo, solo perché le altre continuavano a ridere e a incitarla. Poi quando Tommy fu lasciato completamente solo, e tutti i ragazzi iniziarono a ridacchiare, udii Ruth che diceva:
– Ci siamo. Attente. Sette secondi. Sette, sei, cinque…
Non terminò la frase. Tommy cominciò a urlare a squarciagola, e i ragazzi, che adesso sghignazzavano apertamente, presero a correre verso il South Playing Field. Tommy si lanciò al loro inseguimento – era difficile dire se il suo istinto gli imponesse di dar loro la caccia o se fosse terrorizzato all’idea di essere lasciato indietro. Ben presto però desistette e rimase lí, in piedi, lo sguardo irato fisso su di loro, il volto scarlatto. Poi prese a strillare e a gridare, un miscuglio inintelligibile di parolacce e di insulti.
Ormai eravamo abituate agli accessi d’ira di Tommy, cosí scendemmo dagli sgabelli e ci sparpagliammo tutt’intorno alla stanza. Cercammo di trovare un altro argomento di conversazione, ma continuavamo a sentire Tommy in sottofondo che non accennava a smettere, e sebbene all’inizio ci limitammo a roteare gli occhi tentando di ignorarlo, alla fine – probabilmente dieci minuti dopo esserci allontanate dalla nostra postazione – eccoci di nuovo alla finestra.
Gli altri ragazzi a quel punto erano completamente fuori portata, e gli epiteti di Tommy ormai non erano piú rivolti a nessuno in particolare. Stava semplicemente farneticando, agitando forsennatamente le braccia da tutte le parti, verso il cielo, contro il vento, rivolto al palo della staccionata piú vicino. Laura commentò che forse stava «provando il suo spettacolo». Un’altra fece notare che ogni volta che si metteva a urlare sollevava un piede, con la gamba rivolta all’infuori, «come un cane che fa la pipí». A dire il vero, anch’io avevo notato quel movimento, ma ciò che mi aveva colpito di piú era che ogni volta che pestava il piede per terra, chiazze di fango gli svolazzavano attorno agli stinchi. Ripensai alla sua preziosa maglietta, ma era troppo lontano per capire quanto fosse macchiata di fango.
– Immagino che ci sia qualcosa di crudele, – osservò Ruth, – nel modo in cui lo provocano. Ma la colpa è sua. Se imparasse a mantenere il controllo, lo lascerebbero in pace.
– Non smetteranno di tormentarlo, – disse Hannah. – Anche Graham K. ha un caratteraccio, ma questo li tiene a bada. Il motivo per cui si accaniscono contro Tommy è che lui è un buono a nulla.
Allora tutte ci mettemmo a parlare contemporaneamente, su come Tommy non avesse mai nemmeno tentato di essere creativo, sul fatto che non aveva prodotto assolutamente niente per la Fiera di Primaver...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Parte prima
  4. Parte seconda
  5. Parte terza
  6. Il libro
  7. L’autore
  8. Dello stesso autore
  9. Copyright