La ventisettesima città
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La ventisettesima città

  1. 660 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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La ventisettesima città

Informazioni su questo libro

«Un romanzo immaginifico e fantasioso sui nostri tempi».

Los Angeles Times

St. Louis, nel Missouri, è una città paralizzata dall'immobilismo e dall'apatia e l'unico avvertimento che un giorno riesce a scuoterla dal torpore è l'arrivo del nuovo capo della polizia, S. Jammu, indiana di Bombay. Jammu è giovane, ha un grande carisma, e, non appena si insedia, comincia a rendersi conto che a St. Louis i cittadini piú in vista sono coinvolti in un intrigo politico-economico di dimensioni gigantesche. Cosí decide di mettere loro alle calcagna degli uomini fidati per frugare fin negli angoli piú reconditi della loro esistenza. Senza sapere che questo la costringerà a frugare anche nella propria.

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2010
Print ISBN
9788806174408
eBook ISBN
9788858403105

1

Ai primi di giugno William O’Connell, capo della polizia di St. Louis, annunciò le sue dimissioni e il consiglio dei delegati di polizia, trascurando i candidati appoggiati dall’establishment politico della città, dalla comunità nera, dalla stampa, dall’associazione degli agenti di polizia, e dal governatore del Missouri, decise di conferire la carica quinquennale di capo della polizia a una donna che aveva già fatto parte della polizia di Bombay. La città rimase di stucco, ma la donna – una certa S. Jammu – accettò l’incarico prima che chiunque potesse fermarla.
Era il 1º agosto. Il subcontinente indiano salí di nuovo all’onore della cronaca locale il 4 agosto, quando lo scapolo piú ambito di St. Louis sposò una principessa di Bombay. Lo sposo era Sidney Hammaker, presidente della Hammaker Brewing Company, l’industria-simbolo della città. Della sposa si disse che era favolosamente ricca. Nei resoconti delle nozze i giornali riportarono che aveva una collana di brillanti assicurata per undici milioni di dollari, e che si era portata una schiera di diciotto persone di servizio per accudire alle proprietà degli Hammaker a Ladue, fuori città. I fuochi artificiali sparati durante il ricevimento per il matrimonio sommersero di cenere i prati a un paio di chilometri di distanza.
Una settimana piú tardi cominciarono i primi avvistamenti. Una famiglia indiana di dieci elementi venne notata su un’aiuola spartitraffico, a poca distanza dal Cervantes Convention Center. Le donne indossavano sari, gli uomini completi neri, i bambini pantaloncini corti da ginnastica e T-shirt. Tutti con in volto un’espressione lievemente infastidita.
All’inizio di settembre scene di questo tipo erano diventate una costante della vita quotidiana in città. Capitava di vedere degli indiani bighellonare senza motivo apparente tra Dillard e il centro di St. Louis. Li si poteva osservare stendere coperte nel parcheggio del museo di arti figurative e prepararsi un pasto caldo all’aperto, giocare a carte sul marciapiede davanti al National Bowling Hall of Fame, prendere in considerazione case in vendita a Kirkwood e a Sunset Hills, fare fotografie davanti alla stazione dell’Amtrak in centro, oppure far grappolo attorno alla capote di una Delta 88 ferma su Forest Parkway. I bambini avevano sempre l’aria beneducata.
L’inizio di autunno era anche la stagione in cui si faceva vivo un altro – e piú familiare – visitatore d’oriente, il Profeta Velato di Khorassan. Un gruppo di uomini d’affari aveva evocato il Profeta nel secolo diciannovesimo, perché li aiutasse a raccogliere i fondi per iniziative filantropiche. Ogni anno Egli tornava e Si reincarnava in uno dei cittadini piú illustri, la cui identità rimaneva rigorosamente segreta creando con il Suo mistero anagrafico un’atmosfera giocosa e incantata. È stato scritto:
Là su quel trono, al quale la fede cieca
Di milioni lo innalzò, sedeva il Profeta-Capo,
Il Grande Mokanna. Steso sui lineamenti era
Il Velo suo d’Argento, che aveva lí calato
Per misericordia, onde celare a vista mortale
Il viso suo abbagliante di luce immensa.
La pioggia cadde una sola volta in settembre, il giorno della Parata del Profeta Velato. L’acqua ruscellava lungo gli strumenti delle bande in marcia, e i trombettieri faticavano ad accostare la bocca all’imboccatura. I ponpon avvizzivano macchiando di colore le mani delle ragazze che poi se le passavano sulla fronte nel mandare indietro i capelli. Parecchi carri si impantanarono.
La sera del ballo per il Profeta Velato, il piú importante avvenimento dell’anno, violente raffiche di vento abbatterono i fili elettrici dell’intera città. Nella sala Khorassan del Chase-Park Plaza Hotel il ballo delle debuttanti si era appena concluso, quando andò via la luce. Arrivarono di corsa i camerieri con dei candelabri, e quando accesero il primo la sala si riempí di un mormorio di sorpresa e costernazione: il trono del Profeta era vuoto.
In Kingshighway una Ferrari 275 nera oltrepassò a tutta velocità i supermarket privi di finestre e le chiese massicce della zona nord della città. Eventuali curiosi avrebbero potuto scorgere una tunica immacolata dietro il parabrezza, una corona sul sedile del passeggero. Il Profeta stava andando verso l’aeroporto. Parcheggiata l’auto in una corsia di emergenza, Egli si precipitò nell’atrio del Marriott Hotel.
– Ha dei problemi, per caso? – disse un ragazzo d’albergo.
– Io sono il Profeta Velato, cretino.
All’ultimo piano dell’albergo, Egli si fermò a una porta e bussò. La porta venne aperta da una donna alta e coi capelli scuri in tuta da jogging. Era molto carina. Scoppiò a ridere.
Quando il cielo prese a illuminarsi, in basso, verso oriente, sopra l’Illinois meridionale, i primi a saperlo furono gli uccelli. Lungo le rive del fiume e in tutti i parchi e le piazze del centro, gli alberi presero a stormire e frusciare. Era il mattino del primo lunedí d’ottobre. In centro gli uccellini si stavano svegliando.
A nord del quartiere degli affari, dove vivevano i piú poveri, una leggera brezza mattutina portava un odore di liquore stantio e di sudore innaturale tra i viali dove nulla si muoveva e tutto ristagnava: una porta sbattuta con violenza si udí fino a molti isolati di distanza. Nei cantieri ferroviari della conca centrale della città, in mezzo al ronzio di montacarichi difettosi e alle improvvise terrificanti vibrazioni delle barriere anticicloniche, uomini dai capelli cortissimi sonnecchiavano nelle cabine degli scambi. Alberghi a tre stelle e cliniche private con una vista pessima occupavano gli spazi lí attorno. Piú lontano, a occidente, il terreno si faceva collinoso, e alberi piú sani e vigorosi collegavano i vari insediamenti, ma questa non era piú St. Louis, erano sobborghi residenziali. A sud si stendevano file e file di casette cubiche in mattoni dove vedovi e vedove stavano distesi sul letto, e gli avvolgibili alle finestre, abbassati secoli fa, non sarebbero stati alzati neanche quel giorno.
Ma nessuna parte della città era morta piú del centro. Qui, nel cuore di St. Louis, al riparo dal lancinante traffico notturno sulle quattro autostrade, c’era dovizia di parcheggi. Qui i passeri bisticciavano e i piccioni mangiavano. Qui il municipio, una copia con tetto a displuvio dell’Hotel de Ville di Parigi, si ergeva con un suo splendore bidimensionale al centro di un’area piatta e vuota. L’aria in Market Street, il corso principale, era pulita, sana. Su entrambi i lati si sentivano gli uccellini cantare singolarmente, o in coro, come in un prato, come nei giardini sul retro di casa.
La custode di questa pace non aveva chiuso occhio per tutta la notte a Clark Avenue, poco piú a sud del municipio. Il capo Jammu, al quinto piano del quartier generale della polizia, stava aprendo il giornale del mattino e lo dispiegava sotto la lampada della scrivania. L’ufficio era ancora al buio e, dal collo in giú, con le spalle curve e strette e le ginocchia ossute nei calzettoni e i piedi irrequieti, il capo appariva agli occhi del mondo come una scolaretta intenta a ripassare la lezione.
Ma la testa non era altrettanto giovane. Mentre si chinava sul giornale, la luce della lampada evidenziò ciocche bianche tra i capelli neri e serici sopra l’orecchio sinistro. Come Indira Gandhi, che in quella mattina di ottobre era ancora viva e primo ministro dell’India, Jammu era brizzolata in modo asimmetrico. Teneva i capelli lunghi abbastanza da poterli raccogliere e fissare sulla nuca. Aveva una fronte ampia, naso affilato e curvo, e labbra grandi che parevano esangui, bluastre. Quand’era riposata, gli occhi scuri dominavano il viso, ma quella mattina erano offuscati e segnati da borse. Una miriade di piccole rughe tagliava la pelle liscia ai lati della bocca.
Girando una pagina del «Post-Dispatch», trovò quello che cercava, una sua fotografia presa in un giorno buono. Sorrideva, gli occhi seducenti. La didascalia «Jammu, uno sguardo al privato» le riportò sulle labbra lo stesso sorriso. L’articolo che l’accompagnava, di Joseph Feig, scorreva sotto il titolo UNA NUOVA VITA ALLA CITTÀ. Prese a leggere.
Pochi lo ricordano adesso, ma il nome Jammu apparve sui giornali americani una decina di anni fa. Era l’anno 1975. Il subcontinente indiano era in tumulto in seguito alla sospensione dei diritti civili da parte del primo ministro Indira Gandhi e ai severi provvedimenti da lei presi nei confronti dei suoi avversari politici.
Tra le varie versioni contrastanti e pesantemente censurate, una strana storia accaduta a Bombay arrivò alla stampa occidentale. Riguardava un’operazione nota come Progetto Poori, attuata da un funzionario di polizia di nome Jammu. A Bombay, a quanto pareva, la polizia si era data alla vendita all’ingrosso di alimentari.
L’operazione allora sembrò folle: e anche oggi non la si definirebbe altrimenti. Ma ora che un ghiribizzo del fato ha portato Jammu a St. Louis nel ruolo di capo della polizia, la gente si chiede se il Progetto Poori fosse davvero cosí folle.
Durante una recente intervista nel suo vasto ufficio di Clark Avenue, Jammu ha parlato delle circostanze che la condussero al progetto.
«Prima che la signora Gandhi sospendesse la Costituzione, il paese era come la Danimarca di Gertrude: marcio fino alle radici. Ma con l’imposizione della legge presidenziale, noi dell’esecutivo avemmo la possibilità di fare qualcosa in merito. Nella sola Bombay arrestavamo 1500 persone la settimana per varie violazioni e sequestravamo 30 milioni di rupie in merce illegale e contanti. Quando due mesi piú tardi facemmo il punto dei nostri sforzi, ci rendemmo conto di aver fatto dei progressi insignificanti», ricordava Jammu.
La legge presidenziale ha origine da una norma della Costituzione indiana che concede al governo centrale poteri illimitati in tempi di emergenza. Per questa ragione i diciannove mesi di applicazione di tale legge vennero denominati l’Emergenza.
Nel 1975 una rupia valeva circa dieci centesimi di dollaro.
«All’epoca ero vicecommissario, – ha detto Jammu. – Suggerii un metodo diverso. Dal momento che minacce e arresti non funzionavano, perché non tentare di sconfiggere la corruzione sul suo terreno?
Perché non mettere in piedi anche noi un’impresa e sfruttare le nostre risorse e la nostra influenza per creare un mercato piú aperto? Scegliemmo un genere di prima necessità: il cibo», ha aggiunto.
Cosí fu concepito il Progetto Poori. Un poori è una specie di frittella fritta nell’olio, assai diffusa in India. Alla fine del 1975 Bombay era ormai nota ai giornalisti occidentali come l’unica città in India dove i viveri erano abbondanti e i prezzi moderati.
Ovviamente l’attenzione si concentrò su Jammu. Il modo in cui aveva condotto l’operazione, ampiamente riportato sui quotidiani e su «Time» e «Newsweek», fece leva sull’immaginazione delle forze di polizia di questo paese. Ma senza dubbio nessuno avrebbe potuto prevedere che un giorno si sarebbe insediata a St. Louis con il distintivo di capo sulla camicetta e una pistola d’ordinanza sul fianco.
Il commissario Jammu, tuttavia, all’inizio del terzo mese di servizio, fece sembrare questa cosa la piú naturale del mondo. «Un buon capo accentua il suo impegno personale a ogni livello dell’organizzazione, – ha ribadito. – Portare una pistola è un simbolo del mio impegno.
Ovviamente è anche uno strumento di forza letale» ha aggiunto, sprofondando nella sua poltrona da ufficio.
Lo stile franco e coraggioso di Jammu nel dirigere l’apparato di polizia le è valso una reputazione letteralmente universale. Quando la ricerca di un sostituto per il capo William O’Connell finí in uno scontro di opposte fazioni, il nome della Jammu fu uno dei primi proposti per una candidatura di compromesso. E, sebbene lei non avesse alcuna precedente esperienza in materia negli Stati Uniti, il consiglio di polizia confermò la sua nomina a neppure una settimana dal suo arrivo a St. Louis per una serie di colloqui.
A molti apparve sorprendente che questa donna indiana avesse la cittadinanza americana richiesta obbligatoriamente per occupare quel posto. Ma la Jammu, nata a Los Angeles da padre americano, dice di aver fatto ogni sforzo per mantenerla. Sin da bambina aveva sognato di stabilirsi in America.
«Sono molto patriottica, – ha detto con un sorriso. – Chi risiede qui da poco, come me, spesso lo è. Io spero vivamente di passare molti anni a St. Louis. Insomma, sono qui per rimanerci».
Jammu parla con un lieve accento inglese ed esprime con straordinaria chiarezza il suo pensiero. I lineamenti fini e la figura minuta, sono lontani anni-luce dallo stereotipo del rozzo capo di polizia maschio americano. Ma il suo stato di servizio dà un’impressione totalmente diversa.
Cinque anni dopo il suo ingresso nel corpo di polizia indiano, nel 1969, era già assistente dell’ispettore generale di polizia del Maharashtra. Cinque anni piú tardi, alla sorprendente età di trentun anni, era stata nominata commissario della polizia di Bombay. A trentacinque è contemporaneamente il piú giovane capo della polizia nella storia recente di St. Louis e la prima donna a ricoprire questa carica.
Prima di entrare a far parte della polizia indiana si era laureata in ingegneria elettronica all’università di Srinagar, nel Kashmir. Aveva frequentato anche per tre semestri un corso post-laurea di economia all’università di Chicago.
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«Ho lavorato sodo, – ha detto. – Ho avuto anche molta fortuna. Dubito che avrei ottenuto questo posto se il Progetto Poori non avesse avuto una cosí buona accoglienza sulla stampa. Ma, chiaro, il vero problema è sempre stato il mio sesso. Non è cosa da poco liquidare cinque millenni di discriminazione sessuale.
Fino a che non sono diventata sovrintendente, mi sono sempre vestita da uomo» ha ricordato Jammu.
Evidentemente simili esperienze giocarono una parte decisiva nella scelta di Jammu da parte dei commissari. In una città che ancora lotta per superare la propria immagine di «perdente», la scelta poco ortodossa del consiglio gioca favorevolmente sotto il profilo delle relazioni pubbliche. Attualmente St. Louis è la piú grande città degli Stati Uniti ad avere una donna a capo della polizia.
Nelson A. Nelson, presidente del consiglio, ritiene che St. Louis dovrebbe trarre prestigio dal fatto di aver aperto alle donne l’amministrazione cittadina. «È una battaglia civile nel senso piú proprio della parola», ha commentato.
Jammu, tuttavia, non ha dato molta importanza all’affermazione. «Sí, d’accordo, sono una donna» ha detto con un sorriso.
Uno dei suoi primi obiettivi è quello di rendere piú sicure le strade della città. Pur non commentando l’operato dei precedenti capi della polizia in questo ambito, ha affermato che lavorerà in stretto contatto con il municipio per definire un piano articolato atto a combattere la criminalità nelle strade.
«La città ha bisogno di una nuova vita, di una scossa dalle fondamenta. Se riusciremo a convincere il mondo degli affari e le associazioni cittadine ad aiutarci... se sapremo far capire alla gente che questo è un problema regionale... sono convinta che in brevissimo tempo riusciremo a rendere di nuovo sicure le strade», ha detto.
Il capo Jammu non ha paura di manifestare le sue ambizioni. Non è difficile azzardare che troverà un’opposizione fiera e invidiosa a ogni suo tentativo. Ma i suoi successi in India la rivelano come un avversario temibilissimo e una figura politica da non perdere d’occhio.
«Il Progetto Poori è un ottimo esempio, – ha fatto notare. – Applicammo un diverso procedimento a una situazione apparentemente disperata. Creammo bazaar davanti a ogni stazione di polizia. Ciò migliorò la nostra immagine pubblica, e sollevò il morale. Per la prima volta da decenni non avemmo difficoltà ad attirare reclute molto qualificate. La polizia indiana ha una reputazione di corruzione e brutalità dovuta in larga misura all’incapacità di reclutare agenti responsabili e di buona istruzione. Il Progetto Poori cominciò a cambiare le cose.
Alcuni detrattori di Jammu hanno espresso timori a proposito del fatto che un capo della polizia abituato all’atmosfera piú autoritaria dell’India potrebbe mostrarsi insensibile al tema dei diritti civili a St. Louis. Charles Grady, portavoce della sezione locale dell’American Civil Liberties Union, è andato anche oltre, insistendo che Jammu venisse licenziata prima che si verificasse un «disastro costituzionale».
Jammu respinge con forza tali critiche. «Mi ha sorpreso molto la reazione della comunità “liberal” locale, – ha detto. – Le loro obiezioni sorgono, ritengo, da una profonda quanto generica sfiducia nei confronti del Terzo Mondo. Sorvolano sul fatto che il sistema di gov...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. Dedica
  5. 1
  6. 2
  7. 3
  8. 4
  9. 5
  10. 6
  11. 7
  12. 8
  13. 9
  14. 10
  15. 11
  16. 12
  17. 13
  18. 14
  19. 15
  20. 16
  21. 17
  22. 18
  23. 19
  24. 20
  25. 21
  26. 22
  27. 23
  28. 24