Il responsabile delle risorse umane
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Il responsabile delle risorse umane

Passione in tre atti

  1. 262 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Il responsabile delle risorse umane

Passione in tre atti

Informazioni su questo libro

Un terrorista suicida si fa esplodere in un mercato di Gerusalemme. Una donna muore. Era straniera, viveva da sola in una squallida baracca di un quartiere di religiosi. Nessuno va a reclamare il suo cadavere all'obitorio del Monte Scopus. Eppure Julia Regajev aveva ancora formalmente un lavoro, come addetta alle pulizie in un grande panificio della città. Un giornalista senza scrupoli sfrutta il caso per imbastire uno scandalo e denuncia la «mancanza di umanità» dell'azienda, che non si è nemmeno accorta dell'assenza della dipendente.
Tocca al responsabile delle risorse umane, spedito in missione dall'anziano proprietario del panificio, cercare di rimediare al danno d'immagine. Ma il viaggio verso la compassionevole sepoltura della donna si rivela per lui molto piú importante di un'operazione di facciata nei confronti dell'opinione pubblica. Per un personaggio di Yehoshua, essere responsabile significa non tanto essere colpevole, ma soprattutto portare attivamente il peso di un imperativo morale. Cosí il responsabile delle risorse umane impara che anche una piccola colpa, come quella di cui si è macchiata la sua azienda, non va trascurata, perché anche le piccole colpe possono avere un potere terribile.

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2010
Print ISBN
9788806179083
eBook ISBN
9788858402115

Capitolo primo

Il responsabile

1.
Nonostante il responsabile delle risorse umane non si fosse cercato questa missione, adesso, nella luce soffusa e radiosa del mattino, ne capiva il significato sorprendente. E quando, accanto al falò ormai moribondo, gli era stata tradotta – e aveva compreso – la richiesta incredibile della vecchia in abito da monaca, aveva provato un fremito di gioia e la Gerusalemme tormentata e ferita da cui era partito una settimana prima gli era riapparsa in tutto il suo splendore: quello dei giorni dell’infanzia.
All’origine della missione c’era un semplice disguido burocratico, rimediabile, grazie all’intervento del direttore del settimanale, con una lettera di spiegazioni, magari accompagnata da una breve offerta di scuse. Ma il proprietario dell’azienda, un vecchio autoritario di ottantasette anni, era stato colto da un’ansia esagerata per la propria reputazione. Una semplice offerta di scuse avrebbe potuto far dimenticare in fretta l’intera vicenda, e questo non gli bastava. Aveva preteso da se stesso e dai suoi dipendenti un vero atto di contrizione, un pentimento esplicito, che aveva dato origine a quel viaggio verso orizzonti lontani.
Cos’era stato a turbare il vecchio? Cosa aveva risvegliato in lui quel sentimento quasi religioso? Forse il fatto che i suoi profitti non fossero stati intaccati dai giorni cupi in cui era piombata tutta Israele, e Gerusalemme in particolare? E che davanti alle difficoltà, e persino al tracollo, di altre aziende, il suo successo lo costringesse a tutelarsi ancor di piú dal biasimo pubblico che, per somma ironia, sarebbe stato stampato sulla carta che lui stesso vendeva al settimanale? Era vero che quel giornalista, eterno dottorando in lettere ed esponente radicale dei moralisti locali, disinibito dall’atmosfera familiare di Gerusalemme, in un primo tempo non aveva immaginato da dove arrivasse la carta su cui era stampato il suo feroce articolo; ma anche se l’avesse saputo, avrebbe forse addolcito una sola parola? Il direttore del settimanale, nonché suo proprietario, dopo aver letto le bozze del pezzo ed esaminato la foto del cedolino lacero e macchiato scoperto nella borsa della donna uccisa, aveva comunque ritenuto giusto avvisare il proprietario della fabbrica e chiedere un suo commento, o una lettera di scuse, evitando cosí di cogliere di sorpresa un amico, e di venerdí sera per giunta, con una storia che avrebbe potuto rovinare i loro rapporti.
Era davvero una vicenda tanto sgradevole? Naturalmente no. Ma in quei giorni tremendi in cui i passanti venivano dilaniati senza preavviso, la sensibilità morale sgorgava da luoghi impensati. Quindi, verso la fine della giornata di lavoro, quando il responsabile delle risorse umane aveva cercato di sfuggire alla chiamata del padrone – avendo giurato alla ex moglie che quella sera sarebbe tornato presto dal lavoro per essere a completa disposizione della loro unica figlia –, la segretaria del vecchio non gliel’aveva permesso. Intuendo l’inquietudine del suo superiore, aveva consigliato all’innervosito dirigente di farsi sostituire nei suoi impegni famigliari.
Tra il responsabile delle risorse umane e il proprietario della fabbrica regnava un rapporto di affetto e di fiducia sin dai tempi in cui il primo aveva ricoperto l’incarico di direttore vendite individuando nel Terzo Mondo insperate opportunità per i prodotti del nuovo stabilimento di carta e articoli di cancelleria dell’azienda. Quando il suo matrimonio aveva cominciato a vacillare, forse anche per colpa dei suoi frequenti viaggi, il dirigente aveva ottenuto un nuovo incarico. Sebbene a malincuore, il vecchio lo aveva nominato temporaneamente responsabile delle risorse umane di tutta l’azienda, in modo da permettergli di dormire a casa ogni sera e cercare di porre rimedio a quanto si era guastato. Ma l’astio raccolto durante la sua assenza si era distillato in veleno con il ritorno, e la separazione – in un primo tempo emotiva, poi razionale e infine sessuale – aveva seguito il suo corso. Anche dopo il divorzio, però, lui non si era affrettato a tornare alla mansione precedente, che pure amava, perché voleva riguadagnare almeno la fiducia dell’unica figlia.
Sulla soglia dell’ampio ufficio del proprietario, immerso in una penombra aristocratica e soffusa a ogni ora del giorno e in ogni stagione, al responsabile delle risorse umane viene gettato in faccia, con tono drammatico, il riassunto della storia che sta per essere pubblicata quel venerdí sul settimanale.
– Una nostra dipendente? – esclama il responsabile. – Non è possibile. Ne sarei al corrente. Ci dev’essere un errore.
Il padrone della fabbrica non risponde, gli tende le bozze dell’articolo che lui legge in fretta, ancora in piedi, dando una scorsa veloce a quel documento d’accusa dal titolo La crudele mancanza di umanità dei produttori e fornitori del nostro pane.
Una donna di circa quarant’anni, priva di documenti, se non il cedolino della loro azienda con la data del mese scorso, senza nome, strappato e pieno di macchie, era rimasta mortalmente ferita in un attentato avvenuto la settimana prima al mercato ortofrutticolo e per due giorni aveva lottato tra la vita e la morte senza che nessuno dei suoi colleghi, o dei suoi superiori, chiedesse sue notizie. E anche dopo la morte era rimasta senza nome, abbandonata nell’obitorio dell’ospedale mentre la direzione dell’azienda continuava a ignorare il suo destino e nessuno si preoccupava di darle una sepoltura. A quel punto seguiva una breve descrizione della fabbrica, il grande e famoso panificio fondato dal nonno dell’attuale proprietario al principio del secolo scorso, a cui recentemente si era aggiunto un nuovo stabilimento per la produzione di articoli cartacei e cancelleria. Corredavano il pezzo due fotografie che indicavano chiaramente i colpevoli. La prima, scattata molti anni prima, era una vecchia foto ufficiale del padrone, la seconda, piú recente, del responsabile del personale, un po’ buia e sfocata, scattata a sua insaputa.Sotto di essa, in una didascalia maligna, si diceva che l’uomo era giunto a occupare l’attuale posizione solo in seguito al suo divorzio.
– Quel giornalista è un vero serpente, – mormora il responsabile delle risorse umane: – quanto veleno si può riversare in un solo articolo?
Ma il vecchio esige un’azione immediata, non brontolii di protesta. Al giorno d’oggi le cose funzionano cosí, non è contro questo che bisogna combattere, ma contro l’accusa. E poiché il direttore ha acconsentito in via amichevole a pubblicare, insieme all’articolo, una loro replica o una lettera di scuse, per ridimensionare la condanna che potrebbe radicarsi nei cuori dei lettori se si aspettasse fino alla settimana dopo, è necessario agire subito, scoprire chi è la dipendente uccisa, qual era la sua mansione e come mai nessuno si è accorto della sua scomparsa. E magari, perché no, provare a incontrare di persona il «serpente», quel giornalista, e verificare cos’altro sa, o quale nuovo trabocchetto sta preparando.
In poche parole, il responsabile delle risorse umane deve tralasciare qualsiasi altro impegno e dedicarsi a tempo pieno a questa storia perché di sua competenza non sono solo le ferie, i permessi per malattia, le maternità o i pensionamenti, ma anche i casi di morte. E l’accusa di mancanza di umanità, o di indifferenza, dovuta a pura tirchieria, se dovesse essere pubblicata senza scuse o spiegazioni potrebbe suscitare una reazione piú forte, e magari ripercuotersi sulle vendite. Dopotutto il loro panificio è molto rinomato e il nome della famiglia del proprietario appare su ogni confezione che esce dalla fabbrica. Perché allora offrire un facile appiglio ai concorrenti in cerca di vendetta?
– In cerca di vendetta? – Il responsabile delle risorse umane sorride ironico. – Lei esagera. A chi crede che importi una faccenda del genere? E in momenti come questi, perdipiú?
– A me, – ribatte il proprietario della fabbrica, irritato, – e a maggior ragione in momenti come questi…
Il dirigente china la testa, piega l’articolo e lo fa sparire in tasca con un gesto veloce, cercando di chiudere il discorso prima che l’agitazione del vecchio trasformi una piccola svista burocratica in un vero e proprio danno alla sua carriera. – Non si preoccupi, – lo tranquillizza con un sorriso, – mi occupo io di questa faccenda. Domani mattina, come prima cosa.
Il vecchio si alza: alto, robusto, pallidissimo, elegantissimo; un antico ciuffo di capelli bianchi svolazza nella penombra come una candida colomba. L’ansia per il suo buon nome rende piú pesante la mano che stringe con forza la spalla del dipendente. – Non domani mattina, – l’ordine viene impartito con lentezza, scandendo le parole, – adesso. Stasera. Stanotte. Non c’è tempo. L’intera vicenda deve essere chiarita entro l’alba, perché domani mattina si possa inviare al settimanale una risposta convincente.
– Stasera? Stanotte? – si allarma il responsabile del personale. No. Si scusa. È già tardi. Deve correre a casa. Sua moglie, cioè, la sua ex moglie, questa sera è fuori Gerusalemme e lui ha giurato che avrebbe fatto da autista a sua figlia, perché la bambina non si azzardi a usare i mezzi pubblici. Che fretta c’è? Quel maledetto settimanale uscirà solo venerdí e oggi è martedí. C’è tempo.
Ma l’apprensione del proprietario per il suo buon nome lo rende irremovibile. Bisogna agire subito. Domani sera chiuderanno il numero e se la replica non arriverà in tempo non verrà pubblicata questo finesettimana, ma il prossimo, quindi per sette giorni rimarranno «scoperti», senza possibilità di ribattere. Se il responsabile delle risorse umane si rifiuta di occuparsi di questa vicenda con tanta determinazione, lo dica pure, non c’è problema, gli si troverà un sostituto, e magari non solo per questo incarico…
– Ma… un momento… mi scusi… – il dirigente si confonde, offeso da quella minaccia pronunciata con leggerezza, – e mia figlia? Chi può sostituirmi con lei? Sua madre, – aggiunge con amarezza, – lei ha avuto modo di conoscerla, mi ucciderà…
– La sostituirà lei, – lo interrompe il proprietario puntando l’indice verso la segretaria, diventata tutta rossa nello scoprire che le hanno assegnato un compito del genere senza prima chiedere il suo consenso.
– Mi sostituirà lei? E come?
– Proprio cosí. Sarà lei ad accompagnare sua figlia ovunque vorrà, e se ne prenderà cura come se fosse sua.Da questo momento in poi siamo tutti impegnati a dimostrare che anche noi possediamo un’umanità, non meno di quel serpente; e che il destino di questa donna ci sta a cuore. Ci pensi. Abbiamo forse altra scelta? No.
2.
– Sí tesoro, sí piccola mia, capisco. Lo so che non hai bisogno di me, però ti supplico, per la tranquillità della mamma, e anche per la mia, lascia che questa signora ti accompagni alla lezione di danza e ti riporti indietro. È giusto cosí, non c’è altro modo, davvero –. Il responsabile delle risorse umane imita il tono un po’ colpevole del proprietario della fabbrica nella speranza di rabbonire al telefono la figlia delusa, che aspettava il papà, e non una chauffeuse.
– Sí, è vero. Te l’ho promesso e giurato. Ma è successa una cosa terribile. Cerca di capire. Una nostra dipendente è rimasta uccisa in un attentato e io devo occuparmi di questa faccenda. Vuoi che mi licenzino? Non c’è altra scelta, – ribatte alla ex moglie che ha saputo dalla figlia della sostituta, e si è affrettata a telefonargli per accusarlo di dare una nuova prova di inaffidabilità.
Quella frase semplice e decisa, «non c’è altra scelta», pronunciata dal padrone della fabbrica, gli viene fuori ormai in un sussurro pacato, incoraggiante, come una sorta di giuramento. E non solo quella prima notte, lunga e contorta, in cui non ha esitato a rivolgersi persino ai morti, ma anche negli strani giorni che l’hanno seguita, e durante il funerale, celebrato in una terra lontana, piatta e gelida – nei momenti di incertezza e di crisi. Viene ripetuta e sbandierata come un vessillo durante un attacco, come un faro che lampeggia nel buio per infondere coraggio e indicare la direzione. «Non c’è altra scelta», bisogna farla finita con questa storia, anche se si deve rifare tutto il viaggio a ritroso.
Quella semplice frase pronunciata al telefono riduce all’obbedienza anche la sua segretaria, uscita quel giorno in anticipo senza permesso. Non le serve supplicare, giurare di aver già congedato la babysitter e che nessuno si può prendere cura del bambino. L’inquietudine per il buon nome del padrone ha dato al responsabile delle risorse umane il coraggio di mostrarsi inflessibile, e anche minaccioso. – Se non c’è altra soluzione porti qui anche suo figlio, mi prenderò cura io di lui, l’importante è scoprire in fretta a chi appartiene quel cedolino stracciato, lei è l’unica in grado di farlo.
In quel momento si abbatteva sul mondo una pioggia insistente, gonfia di venti, frutto prelibato di un inverno autentico, generoso e profondo, fastidioso ma confortante, che ci aveva visitato quell’anno. Un inverno a cui avevamo affidato la disperata speranza che raffreddasse la follia suicida dei nostri nemici, piú di tutti i poliziotti e le guardie private che circolavano tra noi. L’intero paese si era rivestito di verde, la terra era coperta di fiori e di steli, fragranza da tempo dimenticata. E noi non ci irritavamo, né ci lamentavamo per i nuovi e sorprendenti rivoli d’acqua che intralciavano il movimento sui marciapiedi e nelle strade perché sapevamo che non tutto sarebbe andato perduto; qualcosa sarebbe filtrato nei serbatoi nascosti e noi ne avremmo tratto beneficio nei giorni di calura.
All’imbrunire, quando la segretaria arriva imbacuccata e gocciolante, il responsabile delle risorse umane pensa a un primo sguardo che sia riuscita a trovare una sistemazione per il bambino. Ma dopo averla vista chiudere l’ombrello, togliersi la mantella giallastra e un’ingombrante pelliccia, scorge un marsupio in cui è infilato un marmocchio vispo, dalle guance rosee, con in bocca un grosso succhiotto, che osserva il dirigente con tranquilla curiosità. – È cosí che trasporta suo figlio? – domanda meravigliato. – Potrebbe soffocarlo –. Ma lei liquida la sua apprensione con tono perentorio, nuovo, diverso da quello usato in ufficio: – Si fidi di me –. Posa il piccolo sul tappeto e gli rimette in bocca il succhiotto. Il bimbo guarda di qua e di là, come per scegliersi un obiettivo meritevole, sputa il succhiotto, si gira carponi e prende a gattonare a velocità sorprendente con il succhiotto stretto fra le dita. La segretaria mantiene un tono secco ma familiare: – Ecco, gli vada dietro, – esclama, – ha promesso che l’avrebbe guardato lei –. Prende l’articolo, lo legge con aria severa, con grande lentezza, poi controlla la foto sfocata del cedolino, ritrovato sul corpo della dipendente uccisa, gira il foglio e si rivolge al superiore che ha già cominciato a seguire con passi esitanti il bambino: – Quando è avvenuto esattamente l’attentato in cui è morta questa donna?
Dopo essere stata informata della data precisa, la segretaria azzarda l’ipotesi che la vittima non abbia frequentato il posto di lavoro per almeno un mese prima dell’attentato e quasi certamente, al momento della morte, nonostante avesse appena ricevuto lo stipendio, di fatto non fosse piú una dipendente della fabbrica. Quell’articolo malvagio è dunque frutto di un malinteso.
Ma il responsabile delle risorse umane, senza distogliere gli occhi dal bambino già arrivato alla soglia della stanza e valutando se bloccarlo o lasciarlo uscire in corridoio, risponde cupo: – Dipendente o no, malinteso o no, bisogna scoprire chi è questa donna e perché nessuno si è accorto della sua scomparsa. Se è stata licenziata, o si è dimessa di sua volontà, come mai ha ricevuto lo stipendio dell’ultimo mese? Ci deve pur essere un appunto da qualche parte. Allora forza, per favore, non sprechi il suo tempo.
Poi segue il bambino che è filato fuori dall’ufficio e dopo essere rimasto per un istante spaesato dalla penombra del corridoio si è ripreso e si è messo a gattonare con nuovo slancio verso l’ufficio del proprietario.
«E poi ci si stupisce che a vent’anni non gli bastino le montagne dell’Himalaya», pensa il responsabile delle risorse umane seguendo passo passo l’energico marmocchio che di tanto in tanto, senza apparente motivo, si siede per una breve e dolce pausa di riflessione, per poi riprendere subito l’avanzata verso la meta originaria. Una stanchezza profonda e malinconica scende lentamente sull’uomo robusto, di media statura, quasi quarantenne, con i capelli brizzolati dal taglio austero, e nel cuore gli si risveglia uno strano rancore per quella sconosciuta che pare andata al mercato senza alcun documento per far ricadere proprio su di lui – che ora ha fame, sete ed è stanco dopo una giornata di lavoro – il compito di scoprirne l’identità.
Il piccolo arriva in fondo al corridoio, all’altezza dell’ufficio del padrone – che starà tranquillamente cenando, sicuro che il dirigente si faccia in quattro per difendere la sua reputazione –, e si ferma davanti alla lussuosissima porta, imbottita di pelle nera per nascondere a orecchi indiscreti i segreti che vi si ricamano dietro. La porta stimola in qualche modo i sensi del bambino, che inizia a colpirla entusiasta con il succhiotto, stretto ancora sorprendentemente nella sua manina, malgrado il lungo tragitto. Ma dal fondo del corridoio risuona già il grido della segretaria, trionfante per aver individuato la titolare del cedolino. «Dopotutto, – riflette il responsabile del personale con soddisfazione, – il mio è un reparto ordinato». Si china verso il bambino, lo allontana di scatto dalla magia della porta chiusa e prima che il piccolo esploda in un grido di protesta, lo solleva a mo’ di aeroplano ormai prigioniero e lo riporta alla madre che ha fatto apparire sullo schermo brillante del computer non solo una scheda con i dati della dipendente, ma anche una sua fotografia, piccola, a colori, che ritrae il viso sorridente e raggiante di una donna non piú giovane, dai capelli chiari.
– Sono quasi sicura che sia questa la persona che cerca, – la segretaria indica solennemente la foto; – le stampo subito la scheda cosí potrà controllarla di persona. E adesso che conosciamo la sua data di assunzione potrò persino rintracciare la minuta del colloquio che ha avuto con lei.
– Sono stato io ad assumerla? – Il responsabile del personale è stupito, ma non le riconsegna ancora il bambino, che intanto gli sta schiacciando un orecchio con la manina.
– E chi altri sennò? Lei è stato trasferito qui lo scorso luglio e come prima cosa ha preteso di occuparsi personalmente di tutte le assunzioni e i licenziamenti.
– Ma per quale incarico? – domanda il dirigente, turbato dalla scoperta di avere anche lui un legame con la donna morta. – In quale reparto? Con quali mansioni? Chi era il suo diretto superiore? Cosa dice il computer?
Il computer, però, è piuttosto vago. A giudicare dal numero di codice, la donna era in una delle squadre di pulizia che girano fra i diversi reparti e uffici. – Allora non c’è da meravigliarsi che anche la sua morte sia passata inosservata… – mormora il dirigente con tristezza.
Ma la segretaria, veterana del reparto e promotrice di ottime iniziative quali il cambiamento del nome da «Ufficio del Personale» a «Dipartimento delle Risorse Umane», o la scannerizzazione al computer delle fotografie dei dipendenti, non concorda con il suo superiore che di tanto in tanto ha ancora bisogno dei suoi consigli. Non è possibile che l’assenza di un lavoratore passi inosservata. Sopra ogni dipendente, anche l’ultimo dei facchini o degli addetti alle pulizie, c’è sempre qualcuno che ne controlla la presenza e si preoccupa di assegnargli i compiti.
Una febbre professionale, o forse persino etica, sembra avere investito la donna al punto da averle fatto dimenticare la sua casa, che solo fino a un’ora prima aveva lottato per non lasciare, e i due figli maggiori, in attesa della cena. Anche la tempesta invernale che infuriava contro le finestre si è calmata. Pare che gli scrupoli del proprietario della fabbrica si siano insinuati attraverso la port...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. Dedica
  5. Capitolo primo Il responsabile
  6. Capitolo secondo La missione
  7. Capitolo terzo Il viaggio
  8. Indice