Il libro della memoria
«Quando il morto piange, è segno che è in via di guarigione» disse solennemente il Corvo.
«Mi duole di contraddire il mio illustre amico e collega, – soggiunse la Civetta, – ma per me quando il morto piange, è segno che gli dispiace a morire».
COLLODI, Le avventure di Pinocchio
Stende sul tavolo davanti a sé un pezzo di carta bianca e con la penna scrive queste parole. È stato. Non sarà mai piú.
Lo stesso giorno, piú tardi, torna nella sua stanza. Prende un nuovo foglio e lo stende sul tavolo davanti a sé. Scrive finché non ha riempito la pagina di parole. Poi, quando legge quel che ha scritto, fatica a decifrarle. Quelle che gli riesce di comprendere non sembrano dire ciò che pensava di avere scritto. Poi esce dalla stanza per cenare.
La notte si dice che domani è un altro giorno. Nuove parole cominciano a risuonargli in mente, ma lui non le trascrive. Decide di chiamarsi A. Cammina avanti e indietro fra tavolo e finestra. Accende la radio. La spegne. Fuma una sigaretta.
Poi scrive. È stato. Non sarà mai piú.
Vigilia di Natale 1979. La sua vita non sembrava piú svolgersi nel presente. Ogni volta che accendeva la radio e ascoltava le notizie dal mondo, si ritrovava a immaginare che le parole descrivessero fatti accaduti tanto tempo fa. Pur vivendo nel presente, era come se lo guardasse dal futuro, e quel presente-passato era cosí remoto che anche gli orrori del momento, che normalmente lo avrebbero colmato di indignazione, gli sembravano sorpassati, come se la voce alla radio leggesse le cronache di una civiltà sepolta. Successivamente, in un momento di maggior lucidità, avrebbe definito quella sensazione «nostalgia del presente».
Far seguire un ragguaglio dettagliato sulle tecniche classiche di memorizzazione, completo di tabelle, diagrammi, illustrazioni. Raimondo Lullo, ad esempio, o Robert Fludd, per non parlare di Giordano Bruno, il grande nolano arso sul rogo nel 1600. Luoghi e immagini come catalizzatori per rammentare altre immagini e altri luoghi: eventi, episodi, manufatti bruciati di una vita. Mnemotecniche. Far seguire il concetto di Bruno secondo cui la struttura dell’umano pensiero corrisponde a quella della natura. E concludere infine che ogni cosa per qualche aspetto è collegata a tutte le altre.
Contemporaneamente, come in parallelo all’argomento di cui sopra, una breve dissertazione sulla stanza. Ad esempio l’immagine di un uomo seduto da solo nella stanza. Citando Pascal: «Tutta l’infelicità degli uomini deriva da una sola causa: dal non saper restarsene tranquilli, in una camera». Come nella frase: «Scrisse Il libro della memoria in questa stanza».
Il libro della memoria. Libro primo.
Vigilia di Natale 1979. È a New York, solo nella sua stanzetta al numero 6 di Varick Street. Come molti edifici del quartiere, questo un tempo era adibito al lavoro. Intorno a lui sopravvivono resti di quella vita passata: intrecci di misteriose tubature, soffitti di lamiera affumicata, radiatori che sibilano vapore. Ogni volta che i suoi occhi si posano sul pannello di vetro della porta, legge a rovescio queste parole stampate rozzamente: R. M. Pooley, Elettricista Autorizzato. In quella stanza non avrebbero mai dovuto abitarci delle persone. Era stata costruita per i macchinari, le sputacchiere e il sudore.
Non poteva chiamarla casa, ma negli ultimi nove mesi era stata tutto quello che aveva. Poche decine di libri, un materasso sul pavimento, un tavolo, due sedie, un fornello elettrico e un lavandino scrostato, solo acqua fredda. Il bagno è in fondo all’atrio, ma se ne serve solo per cacare. Pisciare, piscia nel lavandino. L’ascensore è fuori servizio da tre giorni, il che, essendo la stanza all’ultimo piano, gli fa passare la voglia di uscire. Non che lo spaventi il pensiero che, al ritorno, dovrebbe fare dieci rampe di scale: è l’idea di stancarsi a quel modo per ritrovare un simile squallore. Rimanendo a lungo nella stanza, generalmente riesce a riempirla con i suoi pensieri, e questo contribuisce a dissiparne la tetraggine, o se non altro a renderla meno incombente. Viceversa ogni volta che esce, i pensieri li porta con sé, e pian piano durante la sua assenza la stanza si svuota dei suoi sforzi di abitarla. Quando torna deve ricominciare il lavoro daccapo, e questo costa fatica, autentica fatica dello spirito. Considerando le sue condizioni fisiche dopo l’ascesa (petto che si dilata come un mantice, gambe rigide e grevi come tronchi), dare inizio alla lotta interiore richiede molto piú tempo. Frattanto, nell’intervallo tra l’attimo in cui apre la porta e quello in cui comincia a riappropriarsi del vuoto, la sua mente vaga in un panico senza nome. È come se lo costringessero a contemplare la propria sparizione, come se, nel varcare quella soglia, entrasse in una nuova dimensione, prendendo posto dentro a un buco nero.
Sopra di lui scure nubi solcano il cielo incatramato, allontanandosi nella sera di Manhattan. Sotto, i rumori del traffico che romba verso lo Holland Tunnel; code di auto dirette a casa, nel New Jersey, la sera della vigilia di Natale. Alla porta accanto tutto tace. I fratelli Pomponio, che arrivano puntuali ogni mattina per fumare i loro sigari e ritagliare lettere di plastica per le insegne – attività che mantengono lavorando dalle dodici alle quattordici ore al giorno – probabilmente sono a casa a prepararsi per il cenone. Tanto meglio: negli ultimi tempi uno dei due restava a dormire in bottega, tenendo inesorabilmente sveglio A. con il suo russare. L’uomo dorme proprio di fianco ad A., oltre la parete sottile che divide le loro stanze, e ora dopo ora A. resta a letto con gli occhi sbarrati nel buio, tentando di sincronizzare i suoi pensieri con la risacca dei sogni agitati, adenoidali dell’altro. I grugniti montano gradualmente e al culmine di ogni ciclo si fanno lunghi, penetranti e quasi isterici, come se, col calare della notte, il russante dovesse riprodurre il rumore della macchina che lo incatena tutta la giornata. Per una volta A. può contare su un sonno tranquillo e ininterrotto. Neppure l’arrivo di Babbo Natale lo disturberà.
Il solstizio d’inverno: è il periodo piú buio dell’anno. Non fa in tempo a svegliarsi la mattina che già sente il giorno scivolargli via. Non c’è luce dove affondare i denti, né sensazione del tempo che si apre. Al contrario, un’eco di porte che si chiudono, di serrature che scattano. È una stagione ermetica, un lungo momento introverso. Il mondo esterno, il tangibile mondo della materia e dei corpi, non sembra piú nient’altro che un’emanazione del suo spirito. Ha l’impressione di scivolare tra gli avvenimenti, di incombere sulla propria presenza come uno spettro, quasi stesse vivendo in un punto adiacente a lui stesso... non proprio lí, ma nemmeno altrove. L’impressione di essere stato segregato, e al contempo di passare attraverso le pareti. A un certo punto postilla a margine di un pensiero: tenebra nelle ossa; prendere nota.
Di giorno il riscaldamento esce dai radiatori a tutta birra. Anche adesso, in pieno inverno, deve tenere la finestra aperta. Viceversa la notte è completamente spento. Dorme completamente vestito, con due o tre maglioni, raggomitolato in un sacco a pelo. Anche nei fine settimana spengono il riscaldamento, giorno e notte, e negli ultimi tempi quando certi giorni si è seduto al tavolo per cercare di scrivere, non sentiva piú la penna fra le dita. In sé questa mancanza di comodità non lo disturba; ma ha come l’effetto di mantenerlo sempre fuori equilibrio, proiettandolo in uno stato di perenne vigilanza introspettiva. A dispetto delle apparenze, quella stanza non rappresenta un rifugio dal mondo. In essa non c’è nulla di accogliente, né promesse di vacanze di sogno. Queste quattro mura recano solo i segni della sua inquietudine, e per trovare un po’ di pace in un luogo simile lui dovrà scavare sempre piú profondamente in se stesso. Ma piú scava, e meno gli rimarrà da scavare: questo dato gli sembra inconfutabile. Presto o tardi, il suo io è destinato a esaurirsi.
Di notte l’energia elettrica viene dimezzata, poi riprende, poi diminuisce di nuovo senza ragione apparente. E come se le luci fossero controllate da un nume giocherellone. Quel brigante di Edison non ha registrato questo posto, e nessuno ha dovuto mai pagare l’elettricità. Non solo: anche l’azienda dei telefoni si è rifiutata di riconoscere l’esistenza di A. Sono tre mesi che il telefono funziona perfettamente, e non ha ancora ricevuto una bolletta. L’altro giorno ha chiamato per risolvere il problema, ma si è sentito rispondere che a loro non risulta niente. Chissa come, è sfuggito alle grinfie del computer, e nessuna delle sue chiamate è mai stata registrata. Il suo nome non compare sugli elenchi. Se ne avesse voglia, potrebbe passare i momenti d’ozio telefonando gratis nei paesi piú lontani. Ma in effetti non c’è nessuno con cui voglia parlare. Né in California, né a Parigi, né in Cina. Per lui il mondo si è ridotto a quella stanza, e fino a quando non sarà riuscito a comprenderla deve restare dov’è. Solo una cosa è certa: finché è lí non può essere altrove. E se non gli riesce di trovare quel luogo, per lui è assurdo pensare di cercarne altri.
Vivere nella balena. Una chiosa su Giona, e sul significato del rifiuto di parlare. Testo parallelo: Geppetto nel ventre del pescecane (una balena nella versione Disney), e la storia di come viene salvato da Pinocchio. È vero che per diventare un bambino in carne e ossa devi tuffarti negli abissi marini e salvare tuo padre?
Formulazione dei temi proposti. Seguono altre puntate.
Poi il naufragio. Crusoe sull’isola. «Quel bambino potrebbe essere felice se restasse a casa, ma se va via diventerà il piú infelice tapino che sia mai venuto al mondo». Consapevolezza solitaria. O come ha detto George Oppen: «Il naufragio del singolare».
Una visione di onde tutto intorno, acqua senza confini come l’aria, e sotto una calura da savana. «Io sono separato dall’umanità, un solitario, un reietto dall’umano consorzio».
E Venerdí? Non ci sono Venerdí, almeno non qui: tutto cio che accade è anteriore a quel momento. O invece: le onde avranno cancellato ogni impronta.
Postilla prima sulla natura del caso.
È cosí che comincia. Un amico gli racconta una storia. Passano diversi anni, e lui torna a pensare alla storia. Non è che cominci con la storia; piuttosto, nell’atto di ricordarla, si è reso conto che gli sta succedendo qualcosa. Perché non gli sarebbe venuta in mente se quanto ne ha ridestato la memoria, qualunque cosa sia, non si fosse prima di tutto manifestato in sé. Ignoto a se stesso, aveva scavato un cunicolo fino a un punto di memoria quasi dispersa, e adesso che affiora qualcosa in superficie non sa piú stabilire quanto tempo sia durato lo scavo.
A Parigi durante la guerra, il padre di M. si era nascosto molti mesi dai nazisti in una chambre de bonne. Alla fine era riuscito a scappare, rifugiandosi in America e iniziando una nuova vita. Erano passati gli anni, piú di venti. M. era nato, cresciuto e alla fine era andato a studiare proprio a Parigi, dove aveva trascorso varie settimane difficili alla ricerca di un’abitazione. Proprio quando cominciava a disperare, trovò una piccola chambre de bonne. Appena trasferito, scrisse una lettera a suo padre per comunicargli la bella notizia. Circa una settimana piú tardi gli arrivò la risposta: il tuo indirizzo, scriveva il padre... be’, è lo stesso palazzo dove sono stato nascosto in tempo di guerra. Proseguiva descrivendo i dettagli della stanza. Risultò proprio la stessa che aveva preso in affitto suo figlio.
Perciò tutto ha inizio con questa stanza. Dunque inizia con quella stanza, e al di là di essa c’è il padre, c’è il figlio e c’è la guerra. Parlare della paura, e ricordare che l’uomo che si nascose in quella stanzetta era ebreo. Osservare inoltre: la città era Parigi, A. ne è tornato da poco (il quindici dicembre), e una volta ci è vissuto un anno intero in una chambre de bonne... dove ha composto il suo primo libro di poesie, e suo padre è andato a trovarlo compiendo il suo unico viaggio in Europa. Ricordare la morte del padre. E – piú importante di tutto – comprendere, al di là di essa, che la storia di M. non significa nulla.
Malgrado ciò, è da qui che comincia. La prima parola appare solo nell’attimo in cui non si riesce piú a spiegare niente, in un momento dell’esperienza che sfida ogni significato. Trovarsi a non poter piú dire nulla. O, invece, dire a se stessi: è questa l’ossessione che mi possiede. Per poi capire, quasi nel medesimo respiro, che questa è l’ossessione che lui possiede.
Stende sul tavolo davanti a sé un foglio bianco e con la penna scrive queste parole. Possibile epigrafe a Il libro della memoria.
Poi apre un libro di Wallace Stevens (Opus Posthumous) e ne ricopia la frase seguente.
«In presenza di una realtà straordinaria, la coscienza prende il posto dell’immaginazione».
Lo stesso giorno, piú tardi, scrive ininterrottamente per tre o quattro ore. Poi rilegge lo scritto, e trova interessante un solo paragrafo. Pur non sapendo bene cosa farne, decide di conservarlo, e lo ricopia su un taccuino a righe.
Quando muore il padre, scrive, il figlio diviene padre e figlio di se stesso. Guardando suo figlio si rivede nel volto del bambino. Immagina ciò che vede il bambino quando lo guarda, e si accorge di trasformarsi nel padre di se stesso. Inspiegabilmente la sensazione lo commuove: non soltanto la vista del bambino, e nemmeno il pensiero di vivere in suo padre, ma quanto nel bambino rivede del suo passato scomparso. È forse nostalgia della sua vita ciò che sente, un ricordo dell’infanzia, da figlio di suo padre. Allora si ritrova incomprensibilmente a tremare di gioia e sofferenza, se ciò è possibile, come se procedesse insieme avanti e indietro, nel futuro e nel passato. E ci sono momenti, e ce n’è spesso, in cui tali sensazioni sono talmente forti che la sua vita non sembra piú svolgersi nel presente.
La memoria come luogo, edificio, colonnato, portici, cornicioni. Il corpo nella mente, come camminando in essa, trasferendoci da un luogo all’altro, e il rumore dei nostri passi che si spostano dall’uno all’altro luogo.
«Bisogna di conseguenza utilizzare un congruo numero di luoghi, – scrive Cicerone, – che dovranno essere ben illuminati, ordinatamente disposti, divisi da intervalli moderati; e immagini, che siano efficaci, nettamente definite, caratteristiche, e che abbiano il potere di presentarsi all’anima e di colpirla rapidamente... Giacché i luoghi molto somigliano alle tavolette cerate o al papiro, le immagini alle lettere, l’ordine e la disposizione delle immagini allo scritto, e il discorso alla lettura».
Ritornò da Parigi dieci giorni dopo. Era stato laggiú in viaggio di lavoro, la prima volta che andava all’estero dopo cinque anni. Le fatiche del viaggio, dei colloqui continui, delle troppe bevute con vecchi amici, della prolungata lontananza dal figlio bambino alla fine lo avevano stremato. Restandogli ancora qualche giorno prima della fine del viaggio, decise di andare ad Amsterdam, che non aveva mai visitato. Pensava: i quadri. Ma una volta laggiú, a fargli piú impressione fu una cosa che non aveva affatto previsto. Senza un motivo particolare (sfogliando pigramente una guida turistica trovata nella camera d’albergo) decise di andare a visitare la casa di Anne Frank, che era stata trasformata in museo. Era una mattina di domenica grigia di pioggia, e i lungocanali erano deserti. Salí la scala angusta e ripida ed entrò nell’alloggio segreto. Lí, in piedi, nella stanza di Anne Frank, la stanza in cui aveva scritto il diario, vuota ora, con le foto ingiallite dei divi hollywoodiani che lei aveva attaccato alle pareti, all’improvviso scoppiò a piangere. Non in singhiozzi che avrebbero potuto esprimere un profondo, intimo dolore, ma in un pianto muto, con le lacrime che gli scendevano dalle guance, come una semplice risposta al mondo. In seguito comprese che in quel momento era iniziato Il libro della memoria. Come nella frase: «In questa stanza ella scrisse il suo diario».
Dalla finestra di quella stanza, che dava sul cortile interno, si vedono le finestre di una casa dove abitò Cartesio. Ora nella corte ci sono altalene per bimbi, giocattoli sparsi fra l’erba, deliziosi fiorellini. Quel giorno, guardando fuori dalla finestra, si domandò se i bambini proprietari di quei giocattoli avessero un’idea di cos’era accaduto trentacinque anni prima proprio lí dove lui si trovava. E se l’avevano, cosa voleva dire crescere all’ombra della stanza di Anne Frank.
Per ripetere la citazione di Pascal: «Tutta l’infelicità degli uomini deriva da una sola causa: dal non saper restarsene tranquilli, in una camera». Circa nello stesso periodo queste parole entrarono nei Pensées: dalla sua stanza in quella casa ad Amsterdam Cartesio scrisse a un amico in Francia. «Esiste una nazione, – chiedeva con entusiasmo, – dove un uomo puo assaporare la liberta cosí pienamente come accade quassú?» In un certo senso ogni cosa può venire letta come una postilla a qualcos’altro. Per esempio, si può immaginare Anne Frank, studentessa universitaria ad Amsterdam, che legge le Méditations di Cartesio. Se fosse sopravvissuta. Immaginare una solitudine cosí opprimente e inconsolabile da far smettere di respirare per centinaia di anni.
Rimane affascinato dalla scoperta che Anne Frank è nata lo stesso giorno di suo figlio. Il dodici giugno. Sotto il segno dei Gemelli. Un’immagine gemellare: un mondo dove tutto è duplice, e ogni cosa si ripete sempre due volte.
La memoria: lo spazio in cui le cose accadono per la seconda volta.
Il libro della memoria.Libro secondo.
Le ultime volontà di Israel Lichtenstein. Varsavia, 31 luglio 1942.
«Con zelo e fervore ho lavorato per raccogliere materiali d’archivio. Mi è stato dato l’incarico di custode. Ho nascosto il materiale. Nessuno sa all’infuori di me. Mi sono fidato solo dell’amico Hersh Wasser, mio sovrintendente... È ben nascosto. Prego Iddio che non vada perduto. Sarà quanto di piú bello e di migliore abbiamo fatto nei giorni della presente calamità... So che non vivremo a lungo. Salvarsi e sopravvivere dopo delitti ed eccidi cosí orrendi non e possibile. Perciò io stendo questo mio testamento. Forse non sono degno di essere ricordato, ma scrivo solo per la mia fermezza nell’operare per la Società Oneg Shabbath con l’incarico piú pericoloso, poiché fui io a nascondere l’intero materiale. Sarebbe poca cosa perdere la mia vita, ma metto a repentaglio quella della mia cara consorte Gele Seckstein e del mio tesoro, la mia figlioletta Margalit... Non chiedo riconoscenza, né monumenti, né lode alcuna. Chiedo solo un ricordo, che la mia famiglia, mio fratello e mia sorella che sono all’estero, conoscano il destino delle mie spoglie... Chiedo che sia ricordata la mia sposa. Gele Seckstein, artista, autrice di decine di opere, ricca di talento, non riuscí mai a esporre, non le toccò una mostra. Nei tre anni di questo conflitto ha lavorato con i bambini, come educatrice, insegnante, ha disegnato le scenografie e i costumi per le loro recite, ricevendo dei premi. Adesso, con me, ci prepariamo a ricevere la morte... E voglio che si ricordi la mia bambina, Margalit, che oggi compie 20 mesi. Ha imparato lo yiddish alla perfezione, parla puro yiddish. A 9 mesi ha cominciato a parlarlo correntemente. Come intelligenza è alla pari dei bimbi di 3... o 4 anni. Non voglio vantarmi di lei. Testimoni, che me lo hanno riferito, sono i maestri della scuola di Nowolip...