La morte del prossimo
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La morte del prossimo

  1. 152 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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La morte del prossimo

Informazioni su questo libro

La globalizzazione - e la fine delle diffidenze della Guerra Fredda - favoriscono la solidarietà con persone lontane. Questo amore per il distante sembra promosso anche dalle comunicazioni elettroniche e dai viaggi piú facili. Ma quello che amiamo cosí è spesso un'astrazione, e chi ne paga il prezzo è l'amore per il prossimo richiesto per millenni dalla morale giudaico-cristiana.
Come in un circolo vizioso, questa tendenza si salda con l'indifferenza per il vicino prodotta dalla civiltà di massa e dalla scomparsa dei valori tradizionali. E come nel momento in cui Nietzsche proclamò la «morte di Dio», siamo alla soglia di un territorio radicalmente nuovo. Dove la morale dell'amore non è piú possibile per mancanza di oggetto. «Ama Dio e ama il prossimo, diceva il comandamento. Ma già per Nietzsche Dio era morto. E il prossimo? Nel mondo pre-tecnologico la vicinanza era fondamentale. Ora domina la lontananza, il rapporto mediato e mediatico. Il comandamento si svuota. Perché non abbiamo piú nessuno da amare».

Domande frequenti

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Informazioni

1.

Lontano

La prossimitade e la bontade sono cagioni d’amore generative.
DANTE ALIGHIERI, Convivio, I, XII.
Viaggi.
Negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, prendevo ogni settimana il treno Zurigo-Milano. I Gastarbeiter italiani che lo affollavano, e proseguivano verso Napoli o Lecce, avevano scatoloni e valigie fissati con lo spago. Per loro il prossimo era una presenza scontata. Prima del Gottardo estraevano un cartoccio. Facevano girare pane e salame per lo scompartimento, versando vino scuro. «Vuole favorire?» diceva il capofamiglia, timidamente perché avevo in mano un libro. Proprio come nell’Odissea (III, 69; IV, 60; V, 95), per prima cosa si offre da mangiare. Solo quando l’ospite è sazio gli si possono fare domande. Non diversamente, per Mosè, Aronne e gli anziani, sapere e sapore avevano ancora la radice comune: cosí, salirono al monte «videro Iddio, e mangiarono e bevvero» (Esodo 24.11). Niente di simile accadeva negli scompartimenti che si fermavano in Svizzera, e neppure in quelli che proseguivano solo fino a Milano, per non parlare della prima classe. In tutti quegli anni – ho compiuto il percorso circa mille volte –, a parte questi emigrati, gli unici a offrirmi qualcosa sono stati due indiani che, alla sosta di Arth-Goldau, mi obbligarono a un pasto di asiatiche patatine.
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Quei passeggeri arcaici sono scomparsi, come la locomotiva a vapore. Oggi chi sale sul treno non ha prossimo nel senso piú letterale: sente ancora che gli uomini vivono di affetto, ma sa solo dimostrarlo a qualcuno lontano, gridando nel cellulare e disturbando chi è vicino.
A lungo, gli aerei si sono ispirati ai treni per realizzare i loro interni. Ora, sono i treni che si ispirano agli aerei: offrono quantità crescenti di riviste gratuite, che aiutano a dissimulare l’umanità vera seduta accanto, mostrandone una lucida, piatta e falsa, immagine di umanità-modello per occhi stanchi di realtà. A volte, ne offrono persino in vendita. Le inserzioni spiegano che possiamo comprare ovuli da centri specializzati, fornendo descrizioni e curricula dei genitori biologici: si può scegliere il colore degli occhi, dei capelli, la razza (chiamata con cortesia ethnic background, origine etnica), il livello accademico. Per poche decine di migliaia di dollari si acquista una nuova vita: è inclusa una garanzia di fertilità. Ma anche la sicurezza che l’embrione, che sarà un figlio, è una voce di catalogo, astratta e lontana: non è un prossimo.
Per guadagnare spazio, le ferrovie hanno abolito gli scompartimenti nei quali si formava complicità. Stanno per offrirci schermi individuali, che rinchiudono ognuno nel proprio posto senza sprecare centimetri con pareti. Forse perderemo, come in aereo, gli sguardi dal finestrino: gli schermi richiedono una certa oscurità. Ma le ferrovie forniranno, a quel punto, quello che il viaggiatore sempre piú chiede: un modo per evitare il contatto degli sguardi. Questo sembra infatti uno dei motivi per cui chi viaggia in aereo passa alla classe superiore, moltiplicando anche dieci volte il costo del volo: lo dicono oggi complesse ricerche di mercato, riscoprendo la fatica dello sguardo descritta da Freud un secolo fa.
È poco utile che le città, per ricreare vita comune, distribuiscano panchine nelle vie pedonali: tanti vi si siedono, ma non formano un gruppo. Come in treno, come in aereo, restano individui che parlano nel proprio cellulare o ascoltano il proprio auricolare.
Mezzi di comunicazione.
Nel 1949 George Orwell pubblicò 1984: dagli schermi il Grande Fratello – l’autorità onnipresente – entrava nelle vite private. Nel 1953, Fahrenheit 451 di Ray Bradbury descrisse una società in cui i libri erano vietati: le persone vivevano circondate da schermi e li chiamavano «la mia famiglia». In entrambi i racconti, il cittadino non notava piú quando il potere eliminava i vicini: vicino era, ormai, solo lo schermo.
Furono due libri di straordinario successo. La gente correva preoccupata a comprarli: se è stata scritta prima della nostra storia, questa non può essere la nostra storia ma solo un romanzo, pensava per scaramanzia. A loro volta, proprio le grandi vendite confermavano che erano solo due racconti, due best seller. Ma nella seconda metà del secolo XX molto di quel che era solo verosimile è diventato vero. Ora, è la nostra storia.
Lo schermo era nato per avvicinare le persone. Ma ai congressi, dove l’oratore e il pubblico potrebbero ancora esser vicini, ha assunto una funzione opposta. La spettacolarizzazione degli eventi culturali richiede luci puntate verso il palco, dove il conferenziere è circondato da monitor che gli rimandano la sua immagine. Non deve chiedersi: sono in rapporto con chi mi ascolta? Deve dirsi: mi piaccio cosí? Da quando è salito sul podio si è trasformato in modello. E un modello deve essere ammirato, non entrare in relazione. È un amante intransitivo: ci si aspetta che ami se stesso, ma in modo diverso da quanto prescriveva il comandamento. La vergogna del narcisismo – che accomunava gran parte delle culture tradizionali – si è sbriciolata sotto le spallate del mercato, che vende il superfluo solleticando autocompiacimento. Cosí, il pronome «io» (inglese: I) si è trasformato in prefisso di prodotti di successo: iPod, iBook. La parola «egoista», che era un’offesa, in un profumo alla moda (Égoïste), mentre un altro si chiama Envy me (invidiami), perché l’invidia è diventata qualità.
La pubblicità stradale creava – non sorridiamo – un tenue legame tra quelli che la leggevano. Ora, già li suddivide in piccoli gruppi: come la televisione, che è passata dalla trasmissione ampia, indirizzata a tutti (broadcasting), a quella ristretta (narrow-casting), suddivisa in pacchetti, da vendere a tipologie di utenti diverse. Un sensore riconosce il canale che il guidatore sta ascoltando e adatta l’annuncio al suo «profilo» di consumatore. È una radio alternativa? Cambia il pannello e offre prodotti biologici. È musica classica? Reclamizza camicie di taglio tradizionale. Ma sta per arrivare in autostrada il cartello definitivamente individualizzato. Riconosce l’auto: dalla banca dati, ritrova il nome del proprietario e gli fa l’occhiolino: «Bravo, Carlo Rossi. Hai fatto bene a comprare la XY. Ma se vuoi l’ultimo modello, c’è un’offerta speciale…» Con un limitato aumento di costi c’è un forte aumento di efficacia. Il messaggio è concentrato e personale. Il consumatore è inaspettatamente lusingato, ma definitivamente solo. Come il display del cellulare, come lo schermo del computer portatile, anche il cartellone pubblicitario ha imparato a seguirci: insieme, sono «la nostra famiglia».
Tradizionalmente, agli occhi era affidato il compito di identificare il prossimo. Il negoziante li alzava fino al cliente. Riconoscendolo sorrideva, accettava un assegno o gli faceva credito. Oggi, col biglietto da 500 euro potremmo salvare dalla fame intere famiglie africane, ma patirla noi perché non possiamo comprare un panino. La cassiera fa segno di no; oppure, invece di alzare la vista, l’abbassa verso la macchinetta. L’incontro del suo sguardo col lettore automatico di banconote ha sostituito quello con gli occhi del prossimo.
Ai giovani del dopoguerra è stato restituito senso sociale, e rispetto per la cultura, anche attraverso una critica ironica del muscoloso maschilismo fascista. In Italia, si leggevano libri come Fontamara di Silone e si vedevano pellicole come Il federale di Salce. Il fanatico fascista di questo film viveva dei suoi muscoli: scatto, salto nel fuoco, corsa. Niente cultura, niente psiche, niente senso. Niente senso? Il graduato della milizia fascista Primo Arcovazzi aveva ancora un prossimo, per quanto contorto dall’ideologia. Era convinto di essere un mattone nella costruzione di un’Italia che, se tutti fossero stati come lui, sarebbe stata migliore. In questo modo trascendeva se stesso. Gran parte dei neo-ciclopi che frequentano le palestre del XXI secolo, invece, non ha alcuno scopo a cui dedicare la sua forza, alcun senso ulteriore. Non si fonderanno in un gruppo, lo fanno solo per sé. Pompano il muscolo per farlo guardare, o per ammirarlo allo specchio: per diventare uomo-bicipite.
Siamo entrati in una dimensione umana senza precedenti. La distanza di Primo Arcovazzi da un attivista di sinistra della sua generazione – o da un lanzichenecco di secoli addietro – era ancora misurabile: quella tra lui e il nuovo muscoloso è incommensu- rabile.
Nelle civiltà piú antiche e piú semplici l’uomo non riusciva a contenere in sé il mistero della psiche. Cosí lo proiettava sull’ambiente circostante, soprattutto sulla natura: il sole ma anche la fonte, l’albero ma anche il vento erano personificati e considerati magici. Questo stadio è chiamato animismo. Poi, l’istituzionalizzazione della religione, soprattutto del cristianesimo, richiese che le forze psichiche determinanti – il «sacro» – fossero proiettate solo in alto e sottoposte a interpretazioni meno flessibili: fu lo stadio teologico. Con la «morte di Dio», neppure questo è piú stato possibile. Già nel XIX secolo, e in buona parte del XX, gli uomini proiettarono il baricentro della psiche sulle masse (che divennero il «nuovo sacro»), costruendo utopie sociali sempre piú rigide. Col XXI, anche queste sono state messe in liquidazione. Il vuoto, il freddo, i problemi interiori non possono piú essere espulsi fuori dalla personalità e dal corpo. Ciò crea ingorghi psicologici prima sconosciuti: nella loro perversione, anche le violenze di branco tentano inconsciamente di rompere quell’imprigionamento. L’utopia è solo individuale: nutre la mente di istruzione elitaria e realtà virtuale, il fisico di salutismo e chirurgia estetica. La superficie dell’uomo – letteralmente: la sua pelle – è diventata la superficie del mondo.
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Prossimità e istinto.
Dopo la morte di Dio, la morte del prossimo è la scomparsa della seconda relazione fondamentale dell’uomo. L’uomo cade in una fondamentale solitudine. È un orfano senza precedenti nella storia. Lo è in senso verticale – è morto il suo Genitore Celeste – ma anche in senso orizzontale: è morto chi gli stava vicino. È orfano dovunque volti lo sguardo. Circolarmente, questa è la conseguenza ma anche la causa del rifiutare gli occhi degli altri: in ogni società, guardare i morti causa turbamento.
La morte di Dio contraddice un bisogno presente nella cultura degli uomini. La morte del prossimo, invece, lascia senza risposta un bisogno ancor piú essenziale: una necessità non soltanto della cultura, come la religione, ma anche della natura, biologica. Il comandamento riguardante Dio era piú complicato: amalo – prescriveva – con cuore, anima, forza, mente. Quello rivolto al prossimo era piú semplice, perché è presente fin dallo stadio animale: già ami te stesso – ricordava –, fai lo stesso con lui. L’uomo – dicono la zoologia, l’etologia umana, la sociologia, l’antropologia e persino le neuroscienze – è un essere sociale. Gli altri uomini gli sono sempre stati necessari, in ogni senso. Oggi la loro funzione può essere in gran parte sostituita da macchine (per esempio il computer). Ma quel che non può essere sostituito è la presenza umana: la lontananza degli altri causa una privazione che è un vero danno psichico. L’uomo solo incontra la depressione; e, a circolo vizioso, l’uomo depresso è un uomo cui mancano la forza e la spinta per andare incontro al prossimo.
L’essere umano è dotato per nascita della capacità di imitare. In natura, all’interno di piccoli gruppi, guardare gli altri è la sua principale fonte di apprendimento. Konrad Lorenz e l’etologia umana hanno osservato che gli istinti sociali sopravvivono senza difficoltà in zone poco popolate: alle persone nuove si riservano curiosità e ospitalità. Ma, nelle grandi città, quegli istinti sono permanentemente sconvolti.
Nell’antichità, solo Roma superava nel mondo il milione di abitanti, e nel 1820 solo Londra. La maggior parte degli esseri umani conosceva soltanto 200 o 300 persone nella propria vita. Nel 1900 le città abitate da piú di un milione di persone erano 11, nel 2000 quasi 400, nel 2015 saranno 550. Anche dove non cresce la popolazione, crescono le fonti di rumore, causando un «sovraffollamento» di stimoli. Appena arriva la corrente elettrica in un villaggio, il piccolo spazio che per millenni era stato sufficiente a separare le capanne non basta piú: ogni individuo che usa televisione, stereo, elettrodomestici produce piú rumori della famiglia di dieci persone che non li aveva.
Dal 2007 piú di metà della popolazione del globo vive in città, soprattutto in megalopoli composte da decine di milioni di abitanti. L’alienazione non è piú una caratteristica dello sfruttamento industriale ottocentesco, né una nevrosi urbana dell’occidentale novecentesco: ha inghiottito i miliardi umani del Terzo mondo. Un cittadino può vedere, in ogni giornata, decine di migliaia di volti sconosciuti. Le persone che vede non sono modelli, perché sono troppe e perché non si distinguono tra loro. Per il suo istinto di imitazione, è proprio vero che nella folla si è soli. Il modello naturale è sparito per sempre. L’alienazione non è piú una patologia: di fronte all’inondazione permanente, evitare gli altri è diventato una condizione per sopravvivere.
Ognuno rientra a casa disorientato dall’incontro con infinite nuove persone che, contrariamente a quel che cerca l’istinto, non gli offrono conoscenza, perché mancano sia il tempo sia la possibilità di conoscere. Quando accende la televisione può incontrarne altre migliaia in pochi attimi, e ancor meno reali. Dobbiamo dargli torto se qui, finalmente, girando i canali, cerca e trova qualche viso noto, di cui ha disperato bisogno e che, a quel punto, si illude di amare? Quelle figure che gli vengono proposte, le celebrities, sono però piatte e fredde: non lo osservano come i compagni di viaggio in uno scompartimento, ma come i compagni di destino di Orwell e Bradbury. Restano, in ogni senso, lontane e possono solo ispirare lontana idolatria o invidia. Imitarle è tanto patetico quanto impossibile.
Per il pubblico è diventato piú difficile dire perché una celebrity è tale. Un giorno è «apparsa» sui media, ha «bucato lo schermo». Spesso, dietro a quest’immagine sta effettivamente una personalità non comune. Ma degli ideali di un tempo – Gandhi o Winston Churchill, Isadora Duncan o Picasso – si sapeva dire perché erano noti. Oggi, invece, la fama sembra conseguenza dell’essere celebrity, ma anche, circolarmente, sua causa. Le celebrities sono prima di tutto espressioni esagerate di se stesse, soprattutto della propria quasi digitale bellezza, lontana e intransitiva. Picasso aveva prodotto dipinti nuovi, Gandhi una nazione nuova. Le celebrities producono la propria fama: come il neo-ciclope, sono fini a se stesse.
In natura l’uomo reagisce a un’ombra con paura e interesse insieme: può indicare la presenza di un animale o di un altro uomo. Le immagini della televisione o del computer sono piú realistiche di un’ombra, ma meno vere come presenze. Ci abituiamo, cosí, a reprimere continuamente sia l’allarme sia la curiosità che, al primo impatto, ci hanno causato: tanto non sono reali. Ma la repressione permanente costa energia e irrigidisce, è un’artrite della psiche. L’abitudine a incontrare immagini non vere rende normale non provare sentimenti davanti a vere figure nuove.
A questo punto, quando scendiamo in strada siamo assuefatti a considerare tutto una recita commerciale: cosí, anche le persone reali sono costrette ad alzare continuamente il tono per farsi sentire. Il mendicante tradizionale – appartato e dignitoso, che regge una ciotola con una richiesta implicita – è diventato invisibile. Anche a lui si richiede l’esagerazione espressiva. Nella sua orrida provocazione erotica a rovescio, il mendicante postmoderno deve esprimere l’altra faccia del sesso esplicito e senza preliminari. Per ore in ginocchio, al centro del marciapiede, spacca un denso flusso di folla, reggendo un grande cartello: «Aiuto, ho fame». Gli estremi si toccano. Sullo stesso marciapiede elegante passano le modelle, e anche le modelle hanno fame. Spesso, la loro vita alimentare e sessuale è sconvolta. Dovrebbero essere, appunto, «modello». Ma il loro corpo urla una solitudine in cui nessuno vorrebbe trovarsi. Nelle sfilate, la posa, il passo, lo sguardo alteri e lontani non sottintendono, malgrado l’esposizione intima, un invito all’amore, ma proprio il suo contrario: una condizione irraggiungibile.
L’ansia è stato d’allarme per qualcosa che esce dall’ordinario: un simile non abbastanza simile, strano, straniero. Ma, vivendo nelle metropoli e nella società postmoderna, quest’ansia diventa permanente. Un fatto che non rimane senza conseguenze.
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I travolgenti cambiamenti sociali e tecnologici della fine secolo XX sono passati alla storia come «rivoluzione informatica». Gli Stati Uniti hanno conosciuto un aumento di prosperità e una diminuzione di criminalità con pochi precedenti nella storia. Ma, proprio in quel periodo, per l’altrettanto rapido lacerarsi dei rapporti umani e per la sguaiata obesità della cronaca nera, l’americano medio era convinto che la situazione economica stesse peggiorando e la criminalità crescendo. È una falsa percezione che si ripete in ogni angolo dell’Occidente, associata a trasformazione della fiducia nel prossimo in diffidenza.
Lo Home Office inglese rileva che, in un decennio, i furti in abitazioni private sono calati del 59 per cento, ma il 65 per cento della pubblica opinione crede che siano in aumento, incoraggiato anche dalla potente pubblicità che vende una nuova generazione di impianti d’allarme.
In 15 anni gli appartamenti disponibili a Monaco di Baviera aumentano del 20 per cento, mentre la popolazione cala del 7 per cento: eppure, proprio in quel periodo il mercato delle abitazioni non soddisfa piú i bisogni e il pubblico dibatte la «miseria abitativa». Si vuole stare da soli: continua a crescere la domanda di distanza.
Silenziosamente, col tempo, la diffidenza trabocca dagli impegni di lavoro e infiltra anche spazi privati. Non perché gli uomini siano necessariamente piú malevoli, ma perché nuove istituzioni legali, compagnie assicurative e altro, traggono il proprio sostentamento dalle rivalità. Negli Stati Uniti, ma presto anche in Europa, la continua crescita delle cause civili con richieste di danni ha avvelenato un filo portante del tessuto sociale: il vicinato. Nel vicinato, i bambini si facevano visita per pomeriggi interi, anche senza chiedere permesso. Oggi, però, se un bambino rompe involontariamente le ceramiche a casa del vicino questo può incaricare un avvocato di mandare l’elenco dei danni ai genitori. Andar a trovare quello che abita accanto diventa un po’ piú difficile. Per la prima volta nella storia del prossimo, ci si chiede se non è rischioso.
La tecnologia ha portato la musica a tutti, in qualunque momento e luogo, a basso costo, con riproduzioni di ottima qualità. Da sempre, si crede che la musica ingentilisca l’animo; anche quella piú violenta è considerata occasione per far socializzare i giovani e sottrarli ad attività disoneste. Ma gli apparecchi individuali hanno anche creato una condizione nuova, il sounding out. Basta provvedersi di auricolari per esportare anche fuori di casa il piacevole autismo digitale cui ci hanno abituati i riproduttori di musica domestici.
Quando mise al mondo il primo walkman, Akio Morita ne temeva già l’abuso e impose che ci fossero gli attacchi non per una, ma per due cuffie. Neppure il mitico capo e fondatore della Sony, però, poteva qualcosa contro l’invincibile mercato della distanza, che sta comprando il mondo. Il walkman è rimasto individuale: prodotto dall’individualismo mercantile, ha riprodotto individualismo musicale. Senza acquistare una costosissima casa circondata da giardino, è sufficiente premere il pulsante dell’iPod per rendere il vicino lontano. Fare movimento non è piú giocare al pallone coi figli o fare un giro in bicicletta fra fidanzati: sono centurie che corrono nel parco isolate, praticando ascolto solitario.
Il comportamento sociale non è solo un’invenzione della civiltà. Le sue forme elementari sono prosecuzione di un istinto già presente negli animali. La scimmia che ha imparato ad azionare un comando per raggiungere una banana rinuncia al frutto se si accorge che muovere quella leva provoca sofferenza a un’altra scimmia. Naturalmente, questo secondo quadrumane dev’essere vero, vicino e visibile: deve, sotto ogni aspetto, essere il prossimo.
Le neuroscienze hanno offerto conferme ad argomenti che rischierebbero di restare astratti. Nelle grandi scimmie, nell’uomo che ne è parente, sono stati scoperti i «neur...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. Indice
  5. Ringraziamenti
  6. La morte del prossimo
  7. Inizio
  8. 1. Lontano
  9. 2. L’inflazione della distanza
  10. 3. Insieme
  11. Nota bibliografica