La vita e il tempo di Michael K
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La vita e il tempo di Michael K

  1. 208 pagine
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La vita e il tempo di Michael K

Informazioni su questo libro

Un paese stretto nella morsa di una guerra dalle ragioni oscure, con il suo sinistro corredo di convogli militari lungo le strade, campi di lavoro e di «rieducazione» dietro reticolati di filo spinato. Una città tormentata dall'urlo delle sirene del coprifuoco e da sommosse che ne devastano interi isolati. E in mezzo a tutta questa violenza insensata, un uomo, dal labbro leporino e lento di mente, che insieme alla vecchia madre si unisce alla folla dei disperati in fuga verso le campagne, nel tentativo di raggiungere la terra d'origine: la fattoria dove la madre ricorda vagamente di esser nata. Ma il viaggio, almeno per Anna K, termina presto, tra le pareti di un ospedale. A Michael non resta che continuare a cercare quell'angolo di terra da solo e, una volta trovatolo, provare a dare nuove radici alla sua vita di outsider. Ma la guerra lo scova anche lí e cerca di trascinarlo a forza dentro la sua logica delirante, e dentro la Storia, salvo accorgersi infine, attraverso lo sguardo di una delle poche persone rimaste ancora lucide, che dietro quella "maschera da buffone" e quell'arrendevolezza disarmante cova un'anima irriducibile, una delle poche ultime "anime universali" rimaste nel mondo.

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2015
eBook ISBN
9788858401095
Print ISBN
9788806174026

Parte prima

La prima cosa che la levatrice notò di Michael K quando lo aiutò a uscire dal ventre materno fu che aveva il labbro leporino. Il labbro si arricciava come una lumaca, e la narice sinistra era dilatata. Nascondendo per un attimo il neonato alla vista della madre, la donna aveva inserito il dito nel piccolo bocciolo della bocca e si era rallegrata di trovare il palato intero.
Alla madre disse: – Dovresti essere felice, portano fortuna alla casa –, ma fin dall’inizio ad Anna K non piacque quella bocca che non si chiudeva e quella carne rosa, viva. Tremò al pensiero di quello che le era cresciuto nel ventre per tutti quei mesi. Il bambino non riusciva ad attaccarsi al seno e urlava dalla fame. Provò col biberon. Se non riusciva a succhiare dal biberon gli dava il latte col cucchiaino, spazientita quando lui tossiva, sputacchiava e piangeva.
Si chiuderà quando cresce, – assicurò la levatrice. Comunque il labbro non si chiuse, o non si chiuse abbastanza, e il naso non si raddrizzò.
La donna cominciò a portare il piccolo con sé al lavoro e continuò a portarselo anche quando non era piú un bebè. I sorrisetti e i bisbiglii la ferivano, cosí lo teneva lontano dagli altri bambini. Anno dopo anno Michael K se ne stette seduto su una copertina a guardare la madre che lucidava i pavimenti altrui, e imparò a stare buono.
Per via della menomazione e anche perché era un po’ lento, Michael fu ritirato dalla scuola dopo un breve periodo di prova e affidato alla protezione della Huis Norenius, a Faure, dove, a spese dello Stato, trascorse il resto dell’infanzia in compagnia di altri bambini sfortunati, afflitti dalle patologie piú diverse, imparando rozzamente a leggere, scrivere e far di conto oltre che a spazzare, lucidare, rifare i letti, lavare i piatti, intrecciare cesti, lavorare il legno e scavare. All’età di quindici anni fu dimesso da Huis Norenius e inviato a lavorare presso il dipartimento Parchi e giardini dei servizi municipali di Città del Capo con la funzione di giardiniere di terzo grado (b). Tre anni dopo lasciò il servizio presso Parchi e giardini e, dopo un breve periodo di disoccupazione trascorso sdraiato sul letto a guardarsi le mani, cominciò a lavorare come custode di notte dei bagni pubblici di Greenmarket Square. Un venerdí notte, mentre tornava a casa dal lavoro in metropolitana, fu aggredito da due uomini che lo picchiarono, gli portarono via l’orologio, i soldi e le scarpe, e lo lasciarono a terra in stato confusionale, con un taglio sul braccio, un pollice slogato e due costole rotte. Dopo quell’incidente K lasciò il lavoro di notte e ritornò a Parchi e giardini, dove lentamente fece carriera, fino a diventare giardiniere di 1º grado.
Per via della sua faccia K non aveva amiche. Si sentiva meglio quand’era solo. Tutti e due i lavori che aveva fatto gli avevano permesso una certa dose di solitudine, anche se giú nei bagni pubblici si era sentito oppresso dalla brillante luce al neon che si rifletteva sulle mattonelle bianche e creava uno spazio senza ombre. I parchi che preferiva erano quelli con alti alberi di pino e sentieri ombrosi bordati di agapanto. A volte di sabato non sentiva lo sparo di cannone che annunciava il mezzogiorno e rimaneva lí a lavorare da solo tutto il pomeriggio. La domenica mattina dormiva fino a tardi e il pomeriggio andava a trovare sua madre.
In una tarda mattinata di giugno, nel trentunesimo anno della sua vita, a Michael K fu consegnato un messaggio mentre rastrellava le foglie secche del De Waal Park. Il messaggio, di terza mano, veniva da sua madre: era stata dimessa dall’ospedale e voleva che lui l’andasse a prendere. K mise via i suoi attrezzi e andò in autobus al Somerset Hospital dove trovò la madre seduta su una panca davanti all’entrata, in un quadrato di sole. Era vestita di tutto punto, ma aveva le scarpe buone accanto. Quando vide il figlio si mise a piangere, coprendosi la faccia con le mani, per non farsi vedere dagli altri malati e dai visitatori.
Per mesi Anna K aveva sofferto di un grave gonfiore alle gambe e alle braccia, e adesso anche la pancia aveva cominciato a gonfiarsi. Quando era entrata in ospedale non era in grado di camminare e respirava a malapena. Era rimasta per cinque giorni parcheggiata in un corridoio tra una serie di vittime di accoltellamenti, assalti e sparatorie, che la tenevano sveglia con le loro grida, dimenticata dalle infermiere che non avevano tempo da perdere con una vecchia, mentre lí era pieno di giovani che stavano morendo in modi ben piú spettacolari. Appena arrivata le avevano dato l’ossigeno per rianimarla e poi l’avevano curata con iniezioni e pillole per ridurre il gonfiore. Quando aveva bisogno della padella, però, non c’era quasi mai nessuno che gliela portasse. Non aveva la vestaglia. Una volta, mentre avanzava a tentoni verso i bagni, appoggiandosi alla parete, era stata bloccata da un vecchio con un pigiama grigio che si era esibito dicendole delle oscenità. I bisogni corporali divennero per lei un tormento. Quando le infermiere le chiedevano se aveva preso le pillole, diceva di sí, ma spesso non era vero. Poi, anche se il respiro era andato migliorando, le gambe cominciarono a pruderle talmente che era costretta a tenere le mani sotto il corpo per controllare la tentazione di grattarsi. Il terzo giorno cominciò a scongiurare che la rimandassero a casa, ma evidentemente non si era rivolta alla persona giusta. Le lacrime che pianse il sesto giorno dunque erano soprattutto lacrime di sollievo, perché scappava da quel purgatorio.
Michael K chiese se poteva usare una sedia a rotelle ma gli fu rifiutata. Sorreggendo la mamma, con la borsa e le scarpe di lei nell’altra mano, riuscí a fare i cinquanta passi che li separavano dalla fermata dell’autobus. C’era una lunga fila. L’orario incollato al palo prometteva un autobus ogni quarto d’ora. Aspettarono un’ora, con le ombre che si allungavano, nel vento sempre piú freddo. Non riuscendo a stare in piedi, Anna K si era seduta con le spalle contro un muretto e le gambe tese davanti a sé, come una mendicante, mentre Michael teneva il posto nella fila. Quando l’autobus arrivò, non c’erano posti a sedere. Michael si aggrappò a un sostegno e abbracciò la madre per non farla sballottare. Arrivarono nella sua stanza a Sea Point che erano già le cinque.
Da otto anni Anna K lavorava come cameriera presso una coppia, un fabbricante di maglieria in pensione e la moglie, che abitava in un appartamento di cinque stanze a Sea Point, sull’Oceano Atlantico. Secondo quanto previsto dal contratto, Anna K entrava in servizio la mattina alle nove e andava via la sera alle otto, con un intervallo di tre ore nel pomeriggio. Lavorava cinque o sei giorni la settimana, a settimane alterne. Aveva diritto a due settimane di vacanze pagate all’anno e a una stanza per sé nello stesso edificio. Lo stipendio era buono, i datori di lavoro persone ragionevoli, trovare lavoro era difficile, e lei non era scontenta. Era un anno però che, quando si chinava, le girava la testa e sentiva un’oppressione al petto. Poi le era venuta l’idropisia. I Buhrmann avevano continuato a tenerla per la cucina, riducendo la sua paga di un terzo, mentre per le pulizie avevano assunto una ragazza. Le avevano permesso di rimanere nella sua stanza, che era a loro disposizione. L’idropisia peggiorava. Per settimane, prima del ricovero in ospedale, era stata costretta a letto, senza poter lavorare. Viveva nel terrore del momento in cui i Buhrmann avrebbero smesso di farle la carità.
La sua stanza, nel sottoscala del Côte d’Azur, avrebbe dovuto ospitare l’impianto di aria condizionata, che non era mai stato installato. Sulla porta c’era un cartello con due ossa incrociate e un teschio in rosso, con sotto la scritta PERICOLO GEVAAR – INGOZI. Non c’erano prese d’aria né luce elettrica, e puzzava sempre di muffa. Michael aprí la porta, fece entrare la madre, accese la candela, e uscí mentre lei si preparava per andare a letto. Passò quella sera, la prima dopo il rientro a casa, e tutte le sere della settimana seguente, con lei: le riscaldava la zuppa sul fornello a cherosene e cercava di esserle d’aiuto come poteva, faceva tutto ciò che era necessario e la consolava accarezzandole le braccia quando era colta da una delle sue crisi di pianto. Una sera gli autobus non partirono affatto da Sea Point e lui dovette trascorrere la notte nella stanza della madre, dormendo sullo stuoino col cappotto addosso. In piena notte si svegliò, freddo come un pezzo di ghiaccio. Non poteva dormire, e non poteva andarsene per via del coprifuoco, cosí rimase lí a tremare seduto su una sedia fino al mattino, mentre sua madre gemeva e russava.
A Michael K non piaceva l’intimità fisica cui lo costringevano le lunghe serate in quella minuscola stanza. Era turbato dalla vista delle gambe gonfie di sua madre e quando doveva aiutarla a scendere dal letto guardava da un’altra parte. Aveva le braccia e le cosce coperte di graffi (per un certo periodo era arrivata addirittura a mettersi i guanti la notte). Ma lui non si tirava mai indietro dinanzi a quel che considerava suo dovere. Il problema su cui si era interrogato a lungo anni prima, dietro alla baracca delle biciclette a Huis Norenius, e cioè perché mai fosse venuto al mondo, aveva trovato una risposta: era venuto al mondo per accudire sua madre.
Non c’era nulla che suo figlio potesse dirle in grado di calmare il terrore di Anna K di fronte alla prospettiva di quello che sarebbe potuto succederle se avesse perso la sua stanza. Le notti passate tra i moribondi al Somerset Hospital le avevano chiarito quanto potesse essere indifferente il mondo di fronte a una vecchia con una malattia sgradevole in tempo di guerra. Non essendo in condizione di lavorare, sapeva che se non finiva in mezzo alla strada era solo grazie all’incerta benevolenza dei Buhrmann, al senso del dovere di un figlio scemo e, come estrema risorsa, grazie ai suoi risparmi, nascosti in una borsa nella valigia sotto il letto, con i soldi nuovi in un borsellino e quelli vecchi, ormai privi di valore, che non aveva cambiato per troppa diffidenza, in un altro.
Cosí, quando una sera Michael era arrivato parlando di licenziamenti nel dipartimento Parchi e giardini, lei aveva cominciato a pensare con insistenza a qualcosa che fino a quel momento aveva accarezzato solo come un sogno: al progetto di abbandonare una città dalla quale oramai poteva aspettarsi ben poco per ritornare alla piú tranquilla campagna della sua infanzia.
Anna K era nata in una fattoria nel distretto di Prince Albert. Il padre non aveva un posto fisso, beveva; e durante i primi anni della sua infanzia si erano trasferiti da una fattoria all’altra. La madre lavava i panni e lavorava in cucina; Anna l’aiutava. In seguito si erano trasferiti nella cittadina di Oudtshoorn dove, per un certo periodo, Anna era andata a scuola. Dopo la nascita del suo primo figlio, Anna si era trasferita a Città del Capo. Poi ne aveva avuto un secondo, di figlio, da un altro uomo, quindi un terzo, che era morto, e alla fine Michael. Nel ricordo, gli anni prima di Oudtshoorn erano rimasti come i piú felici della sua vita. Un’epoca di calore e di abbondanza. Ripensava a quando se ne stava seduta nella polvere del pollaio mentre le galline starnazzavano e raspavano la terra; ripensava a quando andava a cercare le uova sotto i cespugli. A letto, nella sua stanza senz’aria, durante i pomeriggi invernali, con la pioggia che fuori scorreva sugli scalini, sognava di andarsene da quella violenza insensata, dagli autobus pieni zeppi, dalle file per comprare il cibo, dai bottegai arroganti, dai ladri e dai mendicanti, dalle sirene nella notte, dal coprifuoco, dal freddo e dalla pioggia, e di ritornare in una campagna dove, se doveva morire, sarebbe almeno morta sotto un cielo azzurro.
Nel comunicare per sommi capi a Michael le sue intenzioni non parlò di morte o di morire. Gli propose di lasciare Parchi e giardini prima che lo licenziassero e di accompagnarla in treno a Prince Albert, dove lei avrebbe preso in affitto una stanza mentre lui cercava lavoro presso qualche fattoria. Se per caso gli avessero assegnato una casa grande abbastanza, sarebbe andata a vivere con lui e avrebbe tenuto a posto la casa, altrimenti lui sarebbe andato a trovarla il fine settimana. Per dimostrare che diceva sul serio, gli aveva fatto tirar fuori la valigia da sotto il letto e in sua presenza aveva contato i soldi nuovi che, gli disse, aveva messo da parte a quello scopo.
Si aspettava che il figlio le chiedesse come poteva credere che un piccolo centro di campagna avrebbe accolto due persone estranee, di cui una per di piú vecchia e malata. Si era perfino preparata la risposta. E invece Michael non aveva messo in dubbio nemmeno per un attimo le sue parole. Cosí come in tutti quegli anni passati a Huis Norenius si era detto che sua madre l’aveva lasciato lí per un motivo che, anche se per il momento non gli era chiaro, poi avrebbe capito; allo stesso modo ora aveva accettato, senza metterne in discussione il buonsenso, i progetti che la madre aveva fatto per loro due. Non vedeva le banconote sparse sulla coperta, ma, con l’occhio della mente, una casetta imbiancata di fresco nella distesa del veld, con un ricciolo di fumo che usciva dal comignolo, e sulla porta la mamma, in buona salute e sorridente, che l’accoglieva dopo una lunga giornata.
Michael non si presentò al lavoro il giorno dopo. Con i soldi della mamma arrotolati e infilati nei calzini, se ne andò fino alla stazione, all’ufficio centrale per le prenotazioni. Lí l’impiegato gli disse che sarebbe stato ben felice di vendergli due biglietti per Prince Albert o per la stazione piú vicina su quella linea («Prince Albert o Prince Alfred?» aveva chiesto), ma che non poteva pensare di salire su un qualsiasi treno se non aveva i posti prenotati e il permesso di allontanarsi dalla Penisola del Capo, in cui era stato proclamato lo stato d’emergenza. La prima prenotazione che poteva fargli era per il 18 di agosto, due mesi dopo, quanto al permesso, quello l’avrebbe potuto ottenere solo dalla polizia. K supplicò di poter partire prima, ma inutilmente: lo stato di salute di sua madre non rappresentava una motivazione sufficiente, spiegò l’impiegato, che, anzi, gli consigliava di non accennare neppure alla sua malattia.
Dalla stazione K andò a Caledon Square e rimase in fila per due ore dietro una donna con un bambinetto frignante in braccio. Gli diedero due serie di moduli, una per sua madre e una per lui. – Attacca la prenotazione ferroviaria sui fogli azzurri e portali nella stanza E-5, – gli disse la funzionaria di polizia dietro il banco.
Quando pioveva, Anna K spingeva un vecchio asciugamano sotto la fessura della porta per evitare che l’acqua filtrasse dentro. La stanza odorava di Dettol e di talco. – A vivere qui mi sento come un rospo sotto un sasso, – aveva bisbigliato. – Non ce la faccio ad aspettare fino ad agosto – . Poi si era coperta la faccia ed era rimasta stesa, in silenzio. Dopo un po’ Michael sentí che non riusciva a respirare. Andò al negozio dietro l’angolo. Non c’era pane: – Niente pane, niente latte, – disse il commesso, – vieni domani –. Comprò latte condensato e biscotti, e poi rimase al riparo del tendone, a guardare la pioggia. Il giorno dopo portò i moduli nella stanza E-5. I permessi sarebbero stati spediti a tempo debito, gli dissero, una volta viste e approvate le richieste da parte della polizia di Prince Albert.
Tornò a De Waal Park dove gli dissero, come prevedeva, che il suo lavoro si sarebbe concluso alla fine del mese. – Non fa niente, – disse al capo, – io e la mamma ce ne andiamo comunque –. Ricordava le visite della mamma a Huis Norenius. Qualche volta gli aveva portato le caramelle gommose, altre volte i biscotti al cioccolato. Passeggiavano per i campi da gioco e poi andavano a prendere il tè nella sala dell’istituto. Nei giorni di visita i bambini portavano le divise migliori e i sandali marroni. Alcuni di loro non avevano genitori, oppure erano stati dimenticati. Di sé K aveva detto: – Mio padre è morto e mia madre lavora.
Si era fatto un giaciglio di cuscini e coperte nell’angolo della stanza e passava le sere seduto al buio ad ascoltare il respiro di sua madre. Lei dormiva sempre di piú. A volte si addormentava anche lui, seduto lí, e perdeva l’autobus. La mattina dopo si svegliava col mal di testa. Durante il giorno girovagava per le strade. Tutto era sospeso nell’attesa dei permessi, che non arrivavano.
Una domenica mattina presto andò a De Waal Park e ruppe il lucchetto che chiudeva il capanno con gli attrezzi dei giardinieri. Prese qualche attrezzo e una carriola che spinse fino a Sea Point. Trafficando nel vialetto dietro l’edificio, aprí una vecchia cassa e mise insieme una piattaforma quadrata di sessanta centimetri di lato con uno schienale rialzato che fissò sulla carriola con il fil di ferro. Poi cercò di convincere sua madre a fare un giro su quel trabiccolo. – L’aria ti farà bene, – le disse. – Non ti vedrà nessuno, sono le cinque passate e il lungomare è deserto. – La gente può vedermi dalle case e non ho voglia di dare spettacolo, – rispose lei. Il giorno dopo cedette. Col cappello, il cappotto e le ciabatte si trascinò fuori nella penombra del tardo pomeriggio e lasciò che Michael la sistemasse sul carrettino. Attraversarono Beach Road e raggiunsero il viale lastricato che correva parallelo al lungomare. In giro non c’era nessuno, solo una vecchia coppia che portava a spasso il cane. Anna K si teneva, rigida, ai bordi della piattaforma e respirava la fredda aria di mare, mentre il figlio la sospingeva per la passeggiata a mare. Dopo un centinaio di metri, Michael si fermò per farle vedere le onde che si frangevano sulle rocce, poi proseguí per altri cento metri, si fermò di nuovo, quindi la riportò a casa. Era rimasto sorpreso dal peso della madre e dall’instabilità del carretto, che a un certo punto si era inclinato rischiando di farla finire a terra. – Ti fa bene un po’ d’aria fresca nei polmoni, – le disse. Il giorno dopo pioveva e rimasero in casa.
Pensò alla possibilità di costruire un vero e proprio carretto con una cassa di legno montata su due ruote di bicicletta, ma non sapeva dove trovare l’asse.
Poi un tardo pomeriggio dell’ultima settimana di giugno una jeep militare che scendeva a tutta velocità per Beach Road investí un ragazzo che attraversava la strada e gli fece fare un volo fino ai veicoli parcheggiati...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. La vita e il tempo di Michael K
  4. Parte prima
  5. Parte seconda
  6. Parte terza
  7. Il libro
  8. L’autore
  9. Dello stesso autore
  10. Copyright