Imperial Bedrooms (versione italiana)
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Imperial Bedrooms (versione italiana)

  1. 148 pagine
  2. Italian
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Imperial Bedrooms (versione italiana)

Informazioni su questo libro

«Su di noi avevano fatto un film», dice Clay. Un film tratto dal libro che un loro amico aveva scritto ispirandosi alla sua storia e a quella di Blair, Trent, Julian e Rip. Il problema è che il loro amico, che sarebbe poi diventato uno scrittore e che si chiamava Bret Easton Ellis, ce l'aveva con Clay e per questo l'aveva trasformato nel narratore «bello e stordito, incapace d'amore e di bontà» di quel romanzo intitolato Meno di zero: «Ecco come diventai il giovane viveur rovinato e festaiolo che si aggirava tra le macerie, il sangue grondante dal naso, ponendo domande che non avevano mai bisogno di risposta». Ma oggi, venticinque anni dopo, Clay è tornato in città - di nuovo Los Angeles, di nuovo durante le vacanze natalizie - e questa volta è pronto a raccontare la sua storia in prima persona: senonché la storia, come canta Elvis Costello, molto spesso non fa che ripetere «gli antichi vezzi, le facili risposte, le stesse sconfitte».
Diventato (dopo aver abbandonato l'idea di fare lo scrittore come Bret) sceneggiatore di mediocre successo, Clay è a Los Angeles per scegliere il cast dell'ultimo film a cui sta lavorando. Qui incontra gli amici di gioventù, solo con più anni, più soldi e più problemi: Blair, la sua ex ragazza, si è sposata con Trent che nel frattempo è diventato un potentissimo agente delle star di Hollywood, Julian ha messo in piedi una discreta agenzia di escort, mentre Rip¿ Rip ha sempre fatto storia a sé.
Quando a una festa incontra la giovane, splendida Rain e se ne innamora - se la parola ha un senso per uno come lui - Clay precipita in una dimensione in cui paranoia e terrore sono i muri di un labirinto da cui non riesce, o non vuole, uscire.
Bastano questi accenni per far intuire al lettore il gioco di specchi, rimandi e false piste con cui Ellis, mai così disincantato e ironico, intesse il suo inquietante racconto. Disperazione e violenza, noia e glamour, autoindulgenza e degradazione sono gli atomi costitutivi del mondo (o dell'inferno) in cui Ellis, impeccabile come suo solito, ci fa da guida. «Ellis è un moralista che si interroga su come le persone si trasformano in mostri. A quale livello di dolore o di indifferenza l'uomo smette di essere umano?»
Financial Times «Ellis non solo scrive bene, ma sembra che lo faccia senza sforzo. Sesso, droga e chirurgia plastica».
Tatler

Domande frequenti

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2010
Print ISBN
9788806205256
eBook ISBN
9788858404218

Imperial Bedrooms

per R. T.
La storia ripete gli antichi vezzi, le facili risposte, le stesse sconfitte…
ELVIS COSTELLO, Beyond Belief
Non c’è trappola piú mortale di quella che prepariamo con le nostre stesse mani.
RAYMOND CHANDLER, Il lungo addio
Su di noi avevano fatto un film. Il film era tratto da un libro scritto da una persona che conoscevamo. Il libro era il semplice racconto di quattro settimane trascorse nella città in cui siamo cresciuti e in linea di massima era un ritratto fedele. Venne catalogato come romanzo, ma solo pochi dettagli avevano subito modifiche e i nostri nomi erano quelli veri e non conteneva nulla che non fosse accaduto veramente. Per esempio, c’era davvero stata la proiezione di un film di genere snuff in quella camera da letto di Malibu un pomeriggio di gennaio, e sí, ero uscito sulla terrazza che dava sul Pacifico dove l’autore aveva cercato di confortarmi, assicurandomi che le urla dei minorenni torturati erano finte, ma mentre me lo diceva aveva il sorriso stampato in faccia e io avevo preferito allontanarmi. Altri esempi: la mia ragazza aveva in effetti investito un coyote nei canyon sotto Mulholland, e una cena in famiglia da Chasen’s la sera della vigilia di Natale di cui mi ero casualmente lamentato con l’autore era resa in modo fedele. E una ragazzina di dodici anni aveva davvero subito uno stupro di gruppo – io ero in quella stanza di West Hollywood con lo scrittore, che nel libro registrava solo una vaga riluttanza da parte mia, senza descrivere con precisione come mi fossi sentito in realtà quella notte – il desiderio, lo shock, e la paura che mi faceva lo scrittore, un ragazzo biondo e isolato di cui la ragazza con cui stavo si era mezzo innamorata. Ma lo scrittore non avrebbe mai ricambiato del tutto il suo amore perché era troppo perso nella propria passività per darle il tipo di relazione di cui lei aveva bisogno, e cosí lei si era messa con me, ma a quel punto era già troppo tardi, e siccome allo scrittore non era piaciuto che lei si fosse messa con me, io diventai il narratore bello e stordito, incapace d’amore e di bontà. Ecco come diventai il giovane viveur rovinato e festaiolo che si aggirava tra le macerie, il sangue grondante dal naso, ponendo domande che non avevano mai bisogno di risposta. Ecco come diventai il giovane che non capiva mai come funzionavano le cose. Ecco come diventai il giovane che non aveva voluto salvare un amico. Ecco come diventai il giovane che non aveva saputo amare quella ragazza.
Le scene del romanzo che mi ferivano di piú erano quelle che raccontavano della mia relazione con Blair. Soprattutto una scena verso la fine del libro in cui io rompevo con lei sulla terrazza di un ristorante con vista sul Sunset Boulevard, dove un tabellone pubblicitario che diceva sparire qui continuava a distrarmi (l’autore aggiunse che quando avevo detto a Blair di non averla mai amata portavo gli occhiali da sole). All’autore non avevo mai accennato di quello spiacevole pomeriggio, eppure nel libro era riportato alla lettera e fu allora che smisi di parlare con Blair e non riuscii piú ad ascoltare le canzoni di Elvis Costello che sapevamo a memoria (You Little Fool, Man Out of Time, Watch Your Step) e sí, lei mi aveva regalato una sciarpa a una festa di Natale, e sí, mi era venuta incontro a passo di danza canticchiando le parole di Do You Really Want to Hurt Me dei Culture Club e sí, mi aveva definito un «furbacchione», e sí, aveva scoperto che ero stato a letto con una ragazza rimorchiata in una notte di pioggia al Whiskey, e sí, era stato l’autore a raccontarle tutto. Lui, lo capii quando lessi quelle scene riguardanti Blair e me, non era davvero legato a nessuno di noi – a parte Blair, naturalmente, e in realtà neanche a lei. Era soltanto uno che fluttuava nelle nostre vite e che non sembrava preoccuparsi della mancanza di spessore con cui percepiva ciascuno di noi né di aver condiviso i nostri stessi fallimenti privati con il resto del mondo, mettendo in vetrina la giovanile indifferenza, il luccicante nichilismo, e rendendo affascinante l’orrore di tutto ciò.
Ma non aveva senso prendersela con lui. Quando il libro venne pubblicato nella primavera del 1985, l’autore aveva già lasciato Los Angeles. Nel 1982 aveva frequentato la stessa piccola università del New Hampshire in cui avevo cercato a mia volta di eclissarmi, e dove ci eravamo a malapena sfiorati. (C’è un capitolo nel suo secondo romanzo, ambientato a Camden, in cui fa la parodia di Clay – l’ennesimo gesto simbolico, l’ennesimo crudele promemoria di ciò che provava nei miei confronti. Sciatto e non particolarmente sarcastico, fu piú facile scrollarsi di dosso quel richiamo piuttosto che ogni altro del primo libro, dove ogni particolare contribuiva a raffigurarmi come uno zombi incapace d’esprimersi, confuso dall’ironia di I Love L. A. di Randy Newman). A causa della sua presenza lí restai a Camden soltanto un anno e nel 1983 mi trasferii alla Brown, anche se nel secondo romanzo sono ancora nel New Hampshire nel trimestre autunnale del 1985. Mi dissi che la cosa non avrebbe dovuto infastidirmi, e invece continuai per un bel pezzo ad avere davanti agli occhi il fastidioso successo di quel primo libro. C’entrava in parte il mio desiderio di diventare uno scrittore a mia volta, e anche il fatto che avrei voluto scrivere io quel primo romanzo che invece aveva scritto l’autore – dopotutto era la mia vita e lui me l’aveva rapinata. Ma presto dovetti accettare che non avevo né il talento né la motivazione. Non avevo la pazienza. Volevo solo esserne capace. Feci qualche goffo, spietato tentativo, e dopo essermi laureato alla Brown nel 1986 mi resi conto che non ci sarei mai riuscito.
L’unica persona che espresse un qualche imbarazzo o sdegno riguardo al libro fu Julian Wells – Blair era ancora innamorata dell’autore e non le importava, cosí come non importava a molte delle comparse – ma lo fece in modo cosí spensieratamente altezzoso da rasentare l’euforia, benché l’autore avesse messo in piazza non solo la dipendenza dall’eroina di Julian ma anche il fatto che era fondamentalmente un prostituto indebitato con uno spacciatore (Finn Delaney) e veniva affittato a uomini arrivati da Manhattan o Chicago o San Francisco in tutti gli hotel che si affacciavano sul Sunset da Beverly Hills fino a Silver Lake. Julian, strafatto e pieno di autocommiserazione, aveva raccontato tutto all’autore, e il libro, vuoi per la sua grande diffusione, vuoi perché annoverava Julian tra i suoi protagonisti, sembrava dargli una sorta di autoconsapevolezza che rasentava la speranza e io credo che lui ne fosse segretamente compiaciuto, perché Julian non sapeva che cosa fosse la vergogna – fingeva solo di saperlo. E Julian si entusiasmò ancora di piú quando nell’autunno del 1987, ad appena due anni dalla pubblicazione del romanzo, uscí la versione cinematografica.
Ricordo che la mia trepidazione per il film iniziò una calda sera d’ottobre tre settimane prima dell’uscita nei cinema, in una sala di proiezione negli studi della 20th Century Fox. Ero seduto fra Trent Burroughs e Julian, che non si era ancora disintossicato e continuava a mangiarsi le unghie, contorcendosi nell’elegante poltrona nera in attesa spasmodica di ciò che avrebbe visto. (Vidi Blair entrare con Alana e Kim, Rip Millar al seguito. La ignorai). Il film era molto diverso dal libro nel senso che non c’era nulla del libro nel film. Ma malgrado tutto – la quantità di dolore che provai, il tradimento – mentre sedevo in quella sala di proiezione non potei fare a meno di riconoscere una verità. Nel libro tutto ciò che mi riguardava era accaduto. Il libro era una cosa che non potevo disconoscere, punto. Era brutalmente sincero e aveva una sua onestà, laddove il film era solo una bella bugia. (Fu anche un fiasco: molto pittoresco e sopra le righe ma anche sinistro e costoso, tanto da non coprire le spese quando uscí quel novembre.) Nel film venivo interpretato da un attore che in realtà mi somigliava piú del ritratto con cui l’autore mi aveva delineato nel libro: io non ero biondo, non ero abbronzato, e non lo era nemmeno l’attore. Di colpo ero anche diventato la bussola morale del film: blateravo nel gergo degli Alcolisti Anonimi, stigmatizzavo chiunque facesse uso di droghe e cercavo di salvare Julian. («Venderò la mia auto, – ammonivo l’attore che interpretava lo spacciatore di Julian. – Sono pronto a fare qualsiasi cosa»). Non si poteva dire altrettanto di come era stato adattato il personaggio di Blair, interpretato da una ragazza che in effetti sembrava proprio una del nostro giro – nervi a pezzi, sessualmente disponibile, facilmente vulnerabile. Julian era diventato la versione romantizzata di se stesso, nell’interpretazione di un talentuoso pagliaccio con la faccia triste che aveva una storia clandestina con Blair e poi capiva che doveva darci un taglio perché io ero il suo migliore amico. «Trattala bene, – diceva Julian a Clay. – Se lo merita davvero». L’ipocrisia assoluta di questa scena doveva aver fatto sbiancare l’autore. Con perversa soddisfazione sorrisi di nascosto tra me e me nell’istante in cui l’attore pronunciò quella battuta, dopodiché lanciai un’occhiata a Blair nell’oscurità della sala di proiezione.
Mentre il film scorreva sullo schermo gigante, una certa inquietudine cominciò a riverberare sulla platea silenziosa. Le persone del pubblico – cioè i veri protagonisti del libro – si resero rapidamente conto di quanto era successo. La ragione per cui il film aveva tralasciato tutto ciò che rendeva reale il romanzo era che i genitori ai vertici della casa di produzione non avevano certo intenzione di mettere in cattiva luce i propri figli passandoli ai raggi x come succedeva nel libro. Il film implorava la nostra solidarietà laddove il libro se ne sbatteva alla grande. E l’opinione comune nei confronti di droghe e sesso era mutata in fretta dal 1985 al 1987 (il passaggio di proprietà ai vertici della casa di produzione non fu d’aiuto) tanto che il materiale originale – sorprendentemente conservatore malgrado l’immoralità di superficie – dovette essere riplasmato. Il modo migliore di guardare al film era considerarlo un moderno noir anni Ottanta – la fotografia era sbalorditiva – e io sospiravo mentre la pellicola continuava a scorrere, interessato soltanto a poche cose: i nuovi, garbati particolari sui miei genitori mi divertivano fino a un certo punto, cosí come il fatto che la vigilia di Natale Blair trovasse suo padre divorziato in compagnia di una ragazza anziché di un ragazzo di nome Jared (il padre di Blair morí di Aids nel 1992, mentre era ancora sposato con la madre di Blair). Ma la cosa che mi è rimasta piú impressa di quella proiezione nell’ottobre di vent’anni fa è l’istante in cui Julian mi afferrò la mano, che si era intorpidita sul bracciolo tra i nostri posti. Lo fece perché mentre nel libro Julian Wells viveva, la nuova sceneggiatura del film lo faceva morire. Doveva essere punito per tutti i suoi peccati. Ecco che cosa esigeva il film. (Piú avanti, in veste di sceneggiatore, imparai che è ciò che esigono tutti i film). Quando passò quella scena, negli ultimi dieci minuti, Julian mi guardò nel buio, sbalordito. «Sono morto, – sussurrò. – Mi hanno ucciso». Aspettai un attimo prima di mormorare: «Però sei ancora qui». Julian tornò a guardare lo schermo e presto il film terminò, con i titoli di coda che scivolavano sulle palme mentre io (inverosimilmente) riportavo Blair alla mia università e Roy Orbison cantava lamentoso un brano sulla vita che svanisce in lontananza.
Il vero Julian Wells non morí in seguito a un’overdose a bordo di una spider rosso ciliegia su un’autostrada di Joshua Tree, accompagnato da un coro che sovrasta la colonna sonora. Il vero Julian Wells fu assassinato vent’anni dopo, e il suo cadavere scaricato dietro un condominio disabitato a Los Feliz dopo essere stato torturato a morte altrove. La testa era stata schiacciata – avevano colpito il viso con una tale violenza che era quasi accartocciato – ed era stato pugnalato in modo cosí feroce che l’ufficio del coroner di L. A. contò 159 ferite inferte da tre coltelli diversi, in molti casi sovrapposte. A ritrovare il cadavere fu un gruppo di ragazzi iscritti alla Cal-Arts che stavano percorrendo le strade intorno a Hillhurst a caccia di un parcheggio per la loro Bmw cabrio. Quando lo videro pensarono che quella «cosa» distesa accanto a un cassonetto della spazzatura fosse – e qui cito il primo articolo del «Los Angeles Times» sull’omicidio di Julian Wells comparso sulla copertina dell’edizione californiana –una «bandiera». Quella parola mi costrinse a fermarmi e a ricominciare a leggere l’articolo dall’inizio. Gli studenti che trovarono Julian erano giunti a quella conclusione perché Julian indossava un completo bianco Tom Ford (che era suo ma che non era ciò che portava la sera del rapimento) e la loro associazione di idee mi sembrava piú o meno logica, dato che la giacca e i pantaloni erano striati di rosso. (Julian era stato spogliato prima di essere ucciso e poi rivestito). Ma visto che avevano pensato che fosse una «bandiera», subito mi chiesi: e allora che cosa avevano visto di blu? Se il cadavere somigliava a una bandiera, continuavo a chiedermi, allora dov’era il blu? E allora capii: la testa. Gli studenti avevano pensato che fosse una bandiera perché Julian aveva perso cosí tanto sangue che la sua faccia accartocciata era di un blu talmente scuro da sembrare nero.
Tuttavia avrei dovuto capirlo prima, perché in fondo ero stato io a far finire Julian in quel posto, e avevo visto che cosa gli era successo in tutto un altro film.
La Jeep azzurra comincia a seguirci sulla 405 in un punto imprecisato tra il Lax e l’uscita per Wilshire. La noto solo perché l’autista guarda ripetutamente nello specchietto retrovisore sopra il parabrezza, da cui io fisso ubriaco sul sedile posteriore la scia rossa delle luci di posizione che scorrono fluttuanti verso le colline, un hip-hop inquietante che esce a basso volume dalle casse, il telefono che mi s’illumina in grembo con messaggi che non riesco a leggere, messaggi inviati da un’attrice che ho conosciuto quello stesso pomeriggio nella sala d’aspetto di prima classe dell’American Airlines al Jfk (dove mi ha letto la mano e ci siamo messi a ridacchiare entrambi), altri messaggi di Laurie a New York totalmente sfocati. La Jeep segue la berlina lungo il Sunset, superando le ville drappeggiate di luci natalizie mentre io mastico nervoso le mentine che tiro fuori da una scatoletta di Altoids senza riuscire a mascherare l’alito impregnato di gin, dopodiché la Jeep azzurra svolta a destra come noi e prosegue verso il Doheny Plaza, standoci alle calcagna come un bambino che si sia perso. Ma quando la berlina imbocca il passo carraio dove sotto una palma svettante il parcheggiatore e una guardia giurata alzano gli occhi dalle rispettive sigarette, la Jeep esita prima di proseguire oltre il Dohen...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. Imperial Bedrooms