Suttree (Versione italiana)
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Suttree (Versione italiana)

  1. 568 pagine
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Suttree (Versione italiana)

Informazioni su questo libro

«Forse l'opus magnum di McCarthy.... Con ogni probabilità il suo libro più esilarante e insopportabilmente triste».

Stanley Booth


Per vivere Suttree pesca pesci gatto nelle acque limacciose del fiume Tennessee. E sul fiume vive, in una baracca galleggiante ai margini della città di Knoxville, fra ratti reali e metaforici. Ci si è trasferito dopo aver abbandonato un'esistenza di privilegi borghesi e pastoie religiose; l'ha fatto per vivere. Ora nel suo nuovo mondo impara ciò che il fiume insegna: che nel tutto in movimento - quel flusso ora grigio, ora bruno, nero, marrone, color peltro, ardesia, inchiostro o carbonio della cloaca maxima - «il colore di questa vita è acqua» e perciò solo «le forme più primitive sopravvivono».
Alcune di esse finiscono impigliate nelle sue reti di pescatore e, volente o più spesso nolente, Suttree deve tentare di portarle in secca, magari immergendosi con loro in liquidi a più alta gradazione.
Prima fra tutte la forma di uno spassoso troglodita come Harrogate, giovane topo di campagna con una passione contronatura per i cocomeri e una determinazione tanto candida quanto feroce a trasformarsi in ratto di città. A fianco di questo novello Huckleberry Finn e dei suoi guai Suttree impara altri colori dell'infinito scorrere.
Un prisma che si accende di tonalità disparate: il vermiglio del sangue che segna il corpo gigantesco del nero Ab Jones nella sua impari resistenza alla discriminazione razziale e l'oro smorto dei capelli della puttana Joyce nella sua scalata alla società, il nerobluastro della pelle antica della strega Mother She e il viola frusciante dell'abito da sera dell'androgino Di Fiore In Fiore. Il cenerino dei tanti vecchi, il rubizzo dei tanti ubriachi. Molti i colori che si spengono, inghiottiti da una città in piena trasformazione, un «accampamento dei dannati» che, stritolato, stritola.
Ulisse americano, Suttree osserva, partecipa, sbaglia e infine impara la più lapalissiana, la più vitale delle verità, «che di Suttree ce n'è uno e uno soltanto».

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2010
Print ISBN
9788806144401

Suttree

Caro amico adesso nelle polverose ore senza tempo della città quando le strade si stendono scure e fumanti nella scia delle autoinnaffiatrici e adesso che l’ubriaco e il senzatetto si sono arenati al riparo di muri nei vicoli o nei terreni incolti e i gatti avanzano scarni e ingobbiti in questi lugubri dintorni, adesso in questi corridoi selciati o acciottolati neri di fuliggine dove l’ombra dei fili della luce disegna arpe gotiche sulle porte degli scantinati non camminerà anima viva all’infuori di te.
Antichi muri di pietra sbiecati dalle intemperie, resti di fossili incastonati nelle strie, scarabei calcarei increspati sul fondo di questo scomparso mare interno. Esili alberi scuri oltre le cancellate laggiù dove i morti presidiano la loro piccola metropoli. Curiose architetture di marmo, stele e obelischi e croci e minuscole lapidi erose dalla pioggia dove con gli anni sbiadiscono i nomi. Terra satura di casse da morto di ogni tipo, ossa polverizzate e seta marcia, sudari macchiati di carogna. Là fuori sotto la luce azzurra del lampione i binari del tram corrono verso l’oscurità, curvi come speroni di gallo nel tramonto di princisbecco. L’acciaio restituisce la calura del giorno, la senti attraverso la suola delle scarpe. Prosegui oltre i muri ondulati di questo deposito, lungo stradine sabbiose dove auto fracassate occhieggiano torve da zoccoli di calcestruzzo. Attraverso grovigli di sommacco e fitolacca e caprifoglio vizzo che costeggiano i dissestati terrapieni d’argilla della ferrovia. Rampicanti grigi torti verso sinistra in questo emisfero boreale, ciò che li torce foggia la conchiglia del buccino. Erbacce cresciute dal rosticcio e dai mattoni. Un’escavatrice a vapore che svetta in solitario abbandono contro il cielo notturno. Passa di qui. Accanto a queste rotaie a zampa di lepre e a queste ganasce dove le motrici ruggiscono come leoni nel buio del deposito. Verso una città ancora più oscura, oltre i lampioni spenti a pietrate, oltre baracche storte e fumanti e cani di ceramica e copertoni imbiancati su cui crescono fiori sporchi. Lungo lastricati spaccati dal tempo, il lento cataclisma dell’abbandono, i cavi che fanno pancia da un palo all’altro fra costellazioni solcate di spaghi d’aquiloni, di lunghe lame fatte di bottiglie impastoiate o giocattoli per i più piccoli. L’accampamento dei dannati. Gironi dove forse lebbrosi purulenti si aggirano famelici senza campanello. Al di sopra della calura e dell’improbabile profilo della città si è alzata una luna d’ottone e le nubi le scorrono davanti come inchiostro annacquato. Gli edifici che si stagliano contro la notte fanno da bastioni a un lontano mondo derelitto, vecchi propositi dimenticati. Contadini venuti da lontano con le scarpe coperte di terra siedono per giornate intere muti come pesci sulla piazza del mercato. Questa città costruita secondo un modello sconosciuto, un’architettura ibrida che ripercorre l’opera dell’uomo in un breve compendio di aberrazione caos e follia. Un carnevale di forme eretto sulla piana del fiume che ha prosciugato la linfa della terra in un raggio di miglia e miglia.
Muri di mattoni scuri e vetusti delle fabbriche, le rotaie di una linea secondaria invase dalle erbacce, un canale di scolo di un putrido blu dove filamenti neri di scorie ignote ondeggiano nella corrente. Fogli di lamiera a intervallare i riquadri di vetro di finestre dai telai arrugginiti. Nella sfera del lampione una pietra ha aperto un ghigno a spicchio di luna e attraverso la perpetua spirale ascendente di insetti dallo squarcio cade una pioggia leggera e costante di quelle stesse creature bruciate e senza vita.
Qui dalla bocca dell’insenatura i campi si estendono verso il fiume, mentre in un delta di fango affiorano resti alluvionali e orrendi rifiuti, relitti di casse e preservativi e scorze di frutta. Vecchie latte e barattoli e oggetti domestici guasti che costellano il pantano fecale di queste secche come pietre miliari nelle forre inaccessibili della dementia praecox. Un mondo al di là di ogni immaginazione, malevolo e tattile e dissociato, lampadine bruciate come opalescenti polipi cimati color teschio ballonzolanti sul pelo dell’acqua e occhi spettrali di combustibile e qua e là forme maleodoranti di feti umani incagliati e gonfi come uccellini, con gli occhi tondi, e bluastri o color muffa.Più lontano nel buio il fiume scorre pigro e limoso verso mari meridionali, lasciandosi dietro il granturco piegato dalla pioggia e le misere colture e gli orti argillosi dell’entroterra, raschiando le sponde come polvere d’ossa, pregno di passato, sogni in qualche modo sparsi tra le acque, niente si perde mai per sempre. Case galleggianti ormeggiate al loro gherlino. Il fango di marea lungo la riva nervato e viscido come il lardo cavernoso di qualche gigantesca bestia impantanata e oltre la campagna che ondula a perdita d’occhio verso il Sud e le montagne. Dove cacciatori e taglialegna un tempo dormivano con gli stivali ai piedi alla luce morente dei loro mille fuochi e poi riprendevano il cammino, vecchi antenati teutonici con gli occhi accesi dal bagliore visionario di un’avidità sfrenata, ondate su ondate di violenti e folli col cervello pieno di equivalenti irreperibili di tutto ciò che fu, smilzi ariani col loro libercolo di scritti semitici decaduti che ridanno vita a tragedie e parabole là contenute, accecati e infiacchiti da una sete che nulla placa se non la restituzione all’oscurità assoluta.
Eccoci arrivati in un mondo dentro il mondo. In queste lande straniere, queste foibe e sodaglie interstiziali che i giusti vedono dalle auto e dai treni, un’altra vita sogna. Deformi o neri o folli, fuggiaschi di ogni risma, stranieri in ogni contrada.
La notte è tranquilla. Come un campo prima della battaglia. Sulla città incombe qualcosa di ignoto, arriverà dalla foresta o dal mare? I guardiani delle mura hanno fortificato la palizzata, le porte sono chiuse, ma bada, la cosa è all’interno, riesci a intuirne la forma? Il luogo in cui è custodita o le fattezze del volto? È una tessitrice, spola sanguinolenta lanciata attraverso una curvatura del tempo? Una cardatrice di anime dal manto del mondo? Una cacciatrice con segugi al seguito, o forse che dei ronzini scheletrici trainano per le strade il suo carro di morte mentre lei ricorda a tutti il suo commercio? Caro amico non conviene soffermarcisi perché è proprio cosí che la si invita a entrare.
Il resto è davvero silenzio. Ha cominciato a piovere. Una leggera pioggia estiva, la vedi cadere obliqua nelle luci della città. Il fiume scorre in un graal di quiete. Dal ponte quassù il mondo sottostante sembra un dono di semplicità. Curioso, niente di più. Laggiù dentro grotte di luce filtrata un gatto trasuda di pietra in pietra sul lastricato nero liquido e saldati in agili antipodi ottici sulla strada scura di pioggia gatto e controgatto si dileguano nel successivo reticolo di interstizi. Pallido lampo d’estate a valle in lontananza. Un sipario si alza sul mondo occidentale. Una sottile pioggia di fuliggine, insetti morti e ossicini anonimi. Il pubblico siede avvolto in uno strato di polvere. Dentro le orbite svuotate del cranio dell’interlocutore un ragno dorme e le spoglie snodate del buffone impiccato dondolano tra voli di mosche, pendolo d’ossa in abiti variopinti. Creature a quattro zampe corrono avanti e indietro sulle tavole. Le forme più primitive sopravvivono.
Gli occhi abbassati sull’acqua dove il sole mattutino disegnava ruote di luce, diademi a coda di pavone che intrappolavano ogni fuscello, ogni granello di sedimento, lunghe schegge e lame di luce nell’acqua torbida, slittanti come effetti strobo in cui filtravano e vorticavano le particelle. Una mano abbandonata sopra la falchetta e lui steso di traverso nello schifo, la punta di una scarpa che a intervalli regolari increspa la superficie del fiume nel leggero dondolio della barca che scivola con la corrente sotto il ponte e prosegue lenta oltre i piloni chiazzati di fango. Sotto gli archi alti e freschi e i montanti bui della campata dove i piccioni borbogliano e i loro sordi colpi d’ala risuonano come un lugubre applauso. Gli occhi alzati a questa cattedrale di volte coi suoi fossili di nodi del legno e le teste di chiodi pseudomorfe nel cemento grigio, in balia della corrente, l’ombra obliqua del ponte che piega l’ampiezza del fiume secondo la stessa illusione vertiginosa presupposta dalle vecchie auto da corsa immortalate sui dagherrotipi, le loro ruote rese ellittiche dalla velocità. Le ombre prendono forma sullo schifo, ne sposano la sagoma appiattita e si allontanano.
Con la mandibola nella piega del braccio osservava pigramente i fenomeni sulla superficie, chiazze di liquame che si muovevano appena, coaguli grigi di rifiuti senza nome e preservativi gialli che affioravano dall’oscurità in lenti rimestii come versioni giganti di fasciole o tenie. Il volto dello spettatore ondeggiava accanto alla barca, un volto seppiato che straorzava nella schiuma, occhi sfreccianti e una smorfia annacquata. Una correggia si torse mollemente sul pelo dell’acqua come se in profondità qualcosa di invisibile si fosse mosso e piccole bolle di gas esplosero in spettri oleosi.
Sotto il ponte si mise in piedi, raccolse i remi e cominciò a vogare verso la sponda sud. Qui fece virare lo schifo, infilò la poppa in una macchia di salici e procedendo a marcia indietro tirò su dall’acqua una grossa corda assicurata alla riva tramite un tubo di ferro conficcato nel fango. La fece passare dentro uno scalmo aperto fissato allo specchio di poppa. Poi ripartí, remando piano, con la corda che si sollevava dallo scalmo liscia e bagnata per tornare a immergersi nel fiume. Quando fu a circa trenta piedi da riva emerse la prima mosca, che agganciò la lenza finché lui si sporse a liberarla. Proseguí, con lo schifo di tre quarti controcorrente, gli ami che a uno a uno risalivano attraverso lo scalmo coi loro bocconi di carne slavati e a brandelli. Quando sentí il peso del primo pesce disarmò i remi gocciolanti, afferrò la lenza e la ritirò manualmente. Una grossa carpa fendette l’acqua, ruvido fianco corazzato, bronzeo e luccicante. Si puntellò su un ginocchio e tirò in secco il pesce, tagliò la lenza e infilò un’esca su un amo nuovo che lanciò oltrebordo e proseguí, vogando con un remo solo, mentre la carpa si contorceva sbattendo pesantemente sul tavolato.
Quando ebbe finito di raccogliere la lenza aveva raggiunto l’altra sponda del fiume. Innescò l’ultimo amo e lasciò scorrere la spessa funicella, guardandolo inabissarsi nell’acqua torbida in un nimbo splendente di scaglie di sole, una corona spezzata attraverso la quale brillò per un attimo l’ultimo boccone pallido di carne rancida. Disarmò i remi e di nuovo si stravaccò a prendere il sole sui sedili. Lo schifo oscillava piano, trasportato dalla corrente. Sbottonò la camicia fino alla cintola e si portò un avambraccio sugli occhi. Poteva sentire il fiume confabulare flebilmente sotto di lui, vecchio e denso fiume coperto di rughe. Sotto il flusso dell’acqua cannoni e affusti, orecchioni incagliati che arrugginivano nel fango, barche a chiglia decomposte in mucillagine. Leggendari storioni dal corpo corneo e pentagonale, pesci gatto e carpe cupree e lucenti come lasche, con il loro ventre pallido e senza sprue, una densa fanghiglia tempestata di vetri rotti, ossa e barattoli arrugginiti e cocci di stoviglie venati di crepe nere di fango. Dall’altra parte del fiume le sponde calcaree svettavano grigie e irregolarmente sfaccettate, le pareti striate d’erba nelle sottili faglie verdi. Nei punti a strapiombo sul fiume proiettavano un’ombra fresca e la superficie dell’acqua era calma e scura e rifletteva, come una piccola stella bianca, i contorni di un piviere sospeso nelle correnti ascensionali al largo della ripa. Sotto il sedile dello schifo un pesce gatto nuotava a secco, inarrendevole col suo largo muso contro la paratia.
Superando la bocca dell’insenatura alzò una mano e fece lenti cenni, mentre i vecchi neri coi vestiti a fiori e le cuffie in testa venivano avanti come un giardino ventoso, i bastoni ballonzolanti e le braccia scure per aria scomposte e quegli abiti sgargianti e primitivi che ondeggiavano nel movimento. Dietro di loro la città che si delineava aveva l’aria pesta, stanca, un profilo scuro e fumante contro un cielo di porcellana. La riva del fiume scintillava sudicia e tortuosa nella calura e non un suono attraversava la solitaria mattina d’estate.
Sotto il ponte a trespolo della ferrovia cominciò a ritirare l’altra lenza. L’acqua al tatto era calda e di una cremosità granulosa come di grafite. Era mezzogiorno passato quando finí, e per un momento rimase in piedi nella barca a considerare il pescato. Intraprese la risalita remando lentamente, mentre i pesci si dibattevano in un fondo d’acqua grigia sul tavolato dello schifo, i morbidi barbigli che tastavano le assi limacciose con stupore ottuso, i dorsi ricurvi nella luce del sole che già scolorivano in un pallore esangue. Gli scalmi di ottone cigolavano nei fermi e l’acqua del fiume si increspava viscosa contro la prua e si srotolava dietro la barca in una scia come di fango arato.
Uscí dall’ombra delle ripe remando controcorrente, passò la cava di sabbia e ghiaia e poi una serie di terreni aridi e polverosi dove delle rotaie correvano su un terrapieno di rosticcio e dei vagoni merci si ossidavano su binari morti, superò silos di lamiera ondulata galvanizzata che sorgevano su pianori scavati nella terra color mattone da cui sporgevano romboidi e volute di ...

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