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Capitolo secondo
Khodadad
– Khodadad?
– ...
– KHODAAADAAAD?
– ... – Neanche l’eco della montagna si scomodò per una risposta.
– KHODAAADAAAD? Ma dove sei finito? KHODAAADAAAD?
Simile a una matita che ricalca una linea già disegnata, Khodadad aveva piú volte macinato la ghiaia di quel sentiero che conduceva alle rovine della garitta: lo conosceva quasi in ogni sasso. Quella costruzione circolare in cima alla vetta, i suoi antenati l’avevano innalzata secoli prima per avvistare i nemici. In seguito, rassegnati ormai ai predoni, ne avevano avuto cura per le carovane di passaggio, sia per i rifornimenti che per gli scambi commerciali. Ma col mutare degli itinerari dei mercanti, era stata del tutto abbandonata alle intemperie. Era diventata il rifugio per i leggendari banditi delle storielle degli anziani, e il luogo preferito di Khodadad quando voleva cercare un po’ di solitudine e smarrirsi in una finta evasione. Lí, con la fantasia, poteva oltrepassare l’orizzonte, quel tratto che sfregia da sempre il cielo, scindendo reale e intangibile.
Aveva dovuto insistere per convincere suo cugino Reza a seguirlo fin lassú, ma poi nell’ultimo tratto aveva accelerato di proposito il passo per arrivare prima: voleva guadagnare un po’ di tempo per raccogliere le idee e trovare le parole piú corrette ed efficaci. Ma si accorse che Reza si affannava piú del solito nel salire.
– Sono qui, – gli gridò.
– Qui dove?
– In cima, dove se no?
– Non ce la faccio piú... Mi fa... mi fa male la pancia... mi fermo qui, io, – si sentí rispondere da Reza in preda allo sconforto e al malessere.
– Non ci pensare alla pancia, che è peggio, – cercò di rincuorarlo, pentito per la scelta infelice del luogo.
– Io non ci penso, sono le fitte a ricordarmelo.
Reza doveva davvero patire le pene dell’inferno, pensò Khodadad, altrimenti sarebbe salito come tutte le altre volte, malvolentieri, ma senza battere ciglio. Aveva già sperimentato che l’avrebbe seguito ovunque, e in qualsiasi condizione, bastava solo che glielo domandasse nel modo giusto e con argomentazioni convincenti. Proprio per questo ora si preoccupava tanto di come cominciare il suo discorso. – Fa’ un ultimo sforzo! Sali!
– Dio mio... muoio... – Quel lamento per Khodadad suonò come una preghiera affinché lo esonerasse da quell’ultimo tratto di fatica.
– Se sali quassú starai ancora piú vicino a Dio... ti passa tutto.
– Se muoio... qui... gli starò... piú... vicino... – gli rispose Reza con la voce sforzata che gli proveniva dalle profondità delle viscere.
Khodadad si sporse dalla vetta ma di Reza non c’era traccia: – Ehi, dove sei?
– Mi... sono... fermato... qui.
– Qui dove? Fatti vedere, pappamolle. Muoviti che poi dobbiamo tornare giú. Non ho voglia di giocare a nascondino ora.
– Ho... finito... Arrivo...
Poco dopo lo vide spuntare da dietro una roccia, qualche decina di metri piú in basso.
Khodadad iniziò a saltellare e sventolare le braccia come fossero due bandiere mosse da una folata di vento: – Sali, dài!
Reza si sporse di piú, aveva i pantaloni alle caviglie e con una mano teneva i lembi della camicia sull’addome. Agitò a sua volta il braccio libero e con la voce piú rilassata gli disse: – Un attimo. Sto arrivando –. Poi scomparve nuovamente.
Khodadad scosse il capo e serrò le labbra come per trattenersi. – Ti sembra il momento? – mormorò fra sé e sé andando a sedersi a gambe incrociate davanti alla garitta. Si mise a guardare quella distesa che conosceva in ogni suo bassorilievo e riprese a meditare su come incominciare il suo discorso.
Tutto attorno era illuminato dal sole di fine autunno: anche se era meno ostile di qualche mese addietro, inceneriva lo stesso l’ombra che tentava di avanzare. Sarebbe stato a picco ancora per poco, il tempo sufficiente per la consueta pennichella dei paesani prima di riprendere il lavoro fino al tramonto.
Quando finalmente Reza lo raggiunse, Khodadad lo invitò a sedersi accanto a lui con un movimento della testa, ma il cugino ansimava esausto e gli fece segno che aveva innanzitutto bisogno di riprendere fiato.
Khodadad notò che la fronte di Reza era corrugata e ricoperta da perline lucenti. Diverse chiazze di sudore si allargavano sulla camicia senza colletto un po’ sdrucita.
– Siediti! – insistette. – Guarda che spettacolo meraviglioso che si vede da qui.
Reza boccheggiava, ma rimase in piedi a gambe e braccia allargate per farsi rinfrescare dal vento tiepido che soffiava svogliatamente verso la valle. Gettò uno sguardo al panorama e confermò scettico: – Meraviglioso! – Poi aggiunse con il fiatone: – Sento la polvere in mezzo alle chiappe che... Un fastidio! Devo lavarmi. Dimmi quello che devi dirmi e torniamo giú.
Khodadad lo fulminò con gli occhi: – Non potevi proprio aspettare?
– Pensi che mi piaccia pulirmi con i sassi? – replicò Reza.
Khodadad arricciò un angolo della bocca. Quell’imprevisto aveva ingarbugliato i suoi pensieri. Allora, senza schiarirsi la voce e senza sapere ancora dove l’avrebbe portato la sua affermazione, commentò: – Da quassú... hai il mondo ai tuoi piedi.
– Quello che ho al mio piede destro è una vescica che ulula vendetta.
– Non capisci niente.
– Vuoi sentirla ululare?
– Non ci tengo. Siediti!
– Che cosa devi dirmi di cosí tanto segreto?
– Siediti!
– Sono sporco.
– Ma non ti eri pulito?
– Si, ma... finché non mi lavo...
– Guarda e dimmi cosa vedi, – gli ordinò Khodadad.
– Come? – domandò Reza disorientato.
– Semplicemente, devi dirmi quello che vedi!
– Ti devo dire ciò che vedo?
– Sí.
– Mi hai fatto venire fin qui per chiedermi questo?
– Voglio sapere da te... quello che provi... guardando il mondo da quassú.
– Il mondo?
– Sí.
– Stai diventando cieco?
Khodadad scansò gli insulti che gli affollarono la mente in un lampo e gli urlò: – Fa’ come ti dico!
Reza deglutí a fatica la poca saliva che aveva in bocca, appoggiò la mano destra sulla fronte per proteggere gli occhi dalla luce. Sotto il suo pollice una goccia di sudore scivolò giú dalla tempia, prese velocità e percorse tutta la guancia come se dovesse risalire il volto dalla parte opposta. Invece s’inabissò nella fossetta sul mento, per poi riemergere incerta, penzolare esposta al soffio del vento, allungarsi fino allo strappo e precipitare sul terreno, lasciando una piccola impronta circolare sulla polvere.
– Allora? – domandò Khodadad dopo un’attesa incalcolabile.
– Che cosa vedo? – Reza bisbigliò ancora la domanda senza altre obiezioni, poi disse: – Vedo a destra... il deserto e le solite montagne una in fila all’altra. A sinistra il paese e...e le stesse case di sempre. E...di fronte i nostri terreni. Cos’altro dovrei vedere?
– La destra è questa! – Khodadad scosse la testa afflitto e indicò con il braccio teso: – Il paese sta a destra! E il deserto sta a sinistra, di qua! Ma quando imparerai a distinguerle?
Reza fece mezzo giro su se stesso, fissò Khodadad negli occhi dall’alto verso il basso e indicò correttamente le direzioni: – Questa è la mano destra, lo so, e il deserto è alla mia destra. Questa è la mano sinistra... e il paese è alla mia sinistra. E i nostri campi... sono di fronte alla mia schiena. Come ho detto io. Ma... aspetta! Aspetta!
– Che c’è?
– Ho capito. Ho capito –. Reza allungò un braccio verso l’orizzonte e indicò in lontananza qualcosa che Khodadad non riusciva a identificare. – È quella che volevi farmi vedere?
– Quella, cosa?
– Quella montagna... Si è spostata da lí a là, – e con la mano indicò le due posizioni.
– Sei proprio uno scemo.
– Se non lo fossi non starei qui con te –. Reza scaricò la rabbia in un grugnito: – Di’ un po’! Tu cos’è che vedi? Dimmi una volta per tutte dove diavolo sarebbe questo «spettacolo meraviglioso» di cui parli sempre.
Khodadad lo guardò pieno di rancore, come se il cugino l’avesse pugnalato alle spalle.
– Maledizione! Che vuoi da me? – sbottò Reza. – Quello che vedo io è solo il deserto con le sue montagne e le sue valli, i campi dove verso il mio sudore ogni giorno, e il paese. Tutto è identico a se stesso, come sempre... Tu cosa ci vedi di diverso?
– Qui mi sento libero come quel falco che vola laggiú.
– Quello non vola libero, quello cerca il suo pranzo.
– Va dove gli pare, – disse Khodadad trasognante.
– Va sempre e comunque in cerca di una preda.
– È libero però.
– Libero da che?
– Da tutti.
– Ma se è un uccello solitario.
– Meglio soli che mal accompagnati.
– Sai, Khodadad, qual è il tuo problema?
Khodadad inclinò la testa da un lato, sospirò per cacciare via le palpitazioni che lo scuotevano e domandò: – Qual è il mio problema?
– Tu sei mal accompagnato soprattutto quando sei da solo.
– Grazie!
– Prego! Forza, che cosa dovevi dirmi di tanto segreto?
– Siediti qui accanto a me!
– T’ho detto che... non voglio sedermi, mi devo lavare.
– Tu pensi che quel falco da lí riesca a vedere la città?
– Se vuoi glielo chiedo –. Reza agitò il braccio verso il falco e urlò: – Ehi... Tu... Falco... Vuole sapere se da lí si vede la città –. Attese un attimo, poi aggiunse: – Grazie, glielo dico –. Tornò a fissare Khodadad: – Dice che solo nelle favole gli uccelli parlano.
– Ma smettila!
– Smettila tu! Mi hai trascinato fin qui per chiedermi se quel falco...?
– No.
– Allora?
Khodadad abbracciò le gambe, posò il mento sulle ginocchia e dondolandosi avanti e indietro per nascondere il suo tremito disse: – Andiamo in città! – Avrebbe voluto essere meno brusco, incantare Reza con le parole come quando gli raccontava un suo sogno fantastico o una di quelle storielle ascoltate dal mullah a lezione nella moschea, ma l’impazienza e l’emozione avevano avuto la meglio su tutte le sue intenzioni. E l’effetto era stato identico a quello ottenuto su un cobra alle prime note del flauto di un fachiro: suo cugino si era irrigidito come un bastone inanimato, dritto in piedi di fronte a lui.
Dopo qualche istante, Reza aggrottò la fronte mettendo in subbuglio le folte sopracciglia, e con tono incredulo gli domandò: – Mi vuoi togliere il primato nel dire stupidaggini?
– Perché no? – gli domandò Khodadad sincero.
– Perché no cosa? Andare in città o il mio primato?
– Andiamo in città! – perseverò Khodadad.
Reza fece una risatina di scherno impregnata di stanchezza, poi aggiunse lentamente, in modo quasi dolce: – Perché ci vorrà almeno un giorno di cammino per andare e tornare, se consideriamo quella piú vicina, e forse non basta neanche.
– Non dicevo adesso, – Khodadad cercò di attenuare il colpo inferto. Poi però gli uscí in un fiato: – Molto, molto presto.
– E quanto presto, nel tardo pomeriggio? – gli domandò ancora Reza, divertito.
– Prossimamente. Di sicuro non oggi e nemmeno domani. Ma presto.
– Io e te?
– Sí.
– Da soli?
– Sí.
– Mi sa che il sole ti ha cotto il cervello. Fatti sentire la fronte! – Reza gli appoggiò il palmo della mano sulla testa e lo ritirò veloce: – Accidenti se scotta.
– Dico seriamente.
– No no no! Tu stai farneticando. Rimani seduto qui tranquillo, non ti muovere! Io vado a chiamare il capovillaggio per farti venire a visitare, sicuramente hai una malattia grave.
– Non sto scherzando.
– Chiamo anche il mullah per le ultime preghiere.
– Smettila di fare il cretino!
– Io?
– Sí, tu. Ti ho detto che parlo seriamente.
– Con tutto il lavoro che ho da fare nei campi e... e le giornate che si accorciano... sarà impossibile arrivare cosí lontano.
– Sarà come bere un bicchiere d’acqua, – affermò Khodadad. – Neanche partendo di mattina all’alba ce la facciamo.
– Ce la facciamo tranquillamente, – ribadí ancora lui.
Reza rincarò divertito: – Voglio proprio vedere la faccia di zio Akbar o di mio padre quando glielo chiederai, – e per rafforzare le sue parole puntò il dito verso casa loro, giú nella valle. – Perché sarai tu a chiedere il permesso e a far ridere tutti i polli in tutti i pollai del paese. Non ci lasceranno mai andare.
Khodadad incassò l’obiezione di Reza in silenzio e cercò di riordinare nuovamente i pensieri nella sequenza che aveva prestabilito prima d’incominciare a improvvisare, quando tutto il suo ragionamento gli era sembrato convincente. Se solo non avesse esordito partendo dalla fine, adesso non sarebbe stato in quel vicolo cieco, pensò.
Osservò il cugino, finalmente in silenzio: le chiazze di sudore sui vestiti si erano già rimpicciolite lasciando un alone salino, aveva ripreso a respirare normalmente e gongolava del suo momento di gloria nella discussione. Khodadad capí che ormai era troppo tardi per cambiare strategia, avrebbe continuato cosí, diretto al punto che gli stava piú a cuore. Quindi, rasserenato, il tono privo di incertezze, disse: – Non dobbiamo chiedere il permesso a nessuno.
– No?
– Certo che no. Usa la testa! È sicuro come il susseguirsi dei giorni e delle notti che non ci lasceranno mai andare, se glielo chiediamo. Ci considerano ancora dei ragazzini.
– E come facciamo? Ci faranno la festa per tutto l’inverno quando torniamo... Tu forse no, ma io, personalmente, odio le feste al freddo del cortile o rinchiuso nella stalla.
– Ti prometto che zio Asghar non ti toccherà neanche con un dito, – disse Khodadad alzando un poco la voce per ostentare sicurezza. Ma sul profilo di Reza, che allungava le labbra chiuse verso la punta del naso, colse tutta la sua perplessità. Allora, per sciogliere i dubbi del cugino, aggiunse: – Voglio che andiamo in città, ma non ti ho mai parlato di tornare poi al paese –. E abbassò un poco la voce per creare piú complicità: – Capito?
Reza si piegò improvvisamente su di lui con lo stupore sfavillante negli occhi: – Vuoi dire che... – Si guardò attorno, abbassò anche lui la voce perché nessun’altra improbabile presenza potesse sentire le sue parole: – Vuoi dire... vuoi scappare di casa?
Khodadad si sentí sollevato per quella domanda, spostò il peso del corpo da una parte all’altra in cerca di una posizione piú comoda, poi allungò le gambe e con gli occhi assottigliati per il sole che gli falciava il volto, rispose sereno: – Ragiona! Vuoi passare un altro inverno a tessere tappeti tutte le sere? Vuoi stare tutta la primavera, l’estate e l’autunno prossimi a faticare come un mulo e a lamentarti come una serva?
– Solo uno stupido ti risponderebbe di sí.
– Rispondimi! – Khodadad lo esortò un po’ spavaldo.
– Sai che ti dico? Ti dico proprio di sí, – gli rispose Reza facendolo spazientire.
– Ma perché non mi vuoi dar retta? – chiese quasi urlando Khodadad. – Siamo grandi ormai, ce ne possiamo andare dove ci par...