La ragazza perduta
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La ragazza perduta

  1. 138 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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La ragazza perduta

Informazioni su questo libro

«L'ultimo colloquio al telefono dunque rovesciò le nostre vite: per accumulo, per eccesso, quasi che esse potessero cambiare solo traboccando. Zezi poi asserí, magari velleitariamente, che era stato come il sussulto piú luminoso d'una lampadina prima che si fulmini. A voler chiamare luce l'infelicità, o addirittura la violenza, e buio l'assestamento raggiunto fra noi».
Un racconto: l'insolito regalo di compleanno di un marito a una moglie che lo accusa di non amarla più. Quando scende la sera, e fa freddo fuori e dentro, alla luce blanda di una lampada un uomo «quasi vecchio» legge alla sua compagna una storia d'amore che ha appena finito di scrivere per lei, nel tentativo di ritrovare l'intesa d'un tempo.
Torna così un inverno lontano e insolitamente nevoso, quando un giovane magistrato all'inizio della sua carriera arriva dal continente su un'isola. Là, dentro una precaria camera d'affitto, gli tocca smaltire insieme alle carte processuali la noia della solitudine. Ma una sera la telefonata di una sconosciuta increspa la calma triste e piatta di quello scenario. Sembra un errore, uno scherzo, e invece è l'inizio di una relazione.
Chi lo chiama è Zezi, una diciassettenne buffa («una squaw bambina»), persino bella e a suo modo infelice: d'una «fragilità impudica ». Insiste a cercarlo, serenamente sfacciata, con la sua voce puerile ma di contralto; e presto il magistrato non riesce a fare a meno di quelle telefonate. S'imbatte allora in una realtà sconosciuta, che è già amore, anche se il nome gli verrà solo più tardi; una zona inesplorata di sé nella quale si perde, costretto a fare i conti con la propria vita, in bilico tra le rigidità della professione e le imprudenze frivole (le assennate follie?) della ragazza. Ma cosa cerca Zezi? Perché vanta amori di ogni genere e con indecenza soave si dà della puttana? Forse per recuperare qualcosa che ha perduto, che non ha mai avuto? Per mitomania? O soltanto per civetteria? Che si tratti di bisogno di protezione o di malizia, lei gli propone un fidanzamento, però condizionato. Così il giudice prende a frequentarne ogni giorno la villa, Villa Mimosa, imparando da un vecchio grammofono lo strazio dei tanghi argentini e la Pavane di Ravel; ma dopo non sta ai patti: come se d'improvviso si fossero scambiati innocenza e corruzione, in un gioco delle parti che è la dolorosa fine d'ogni gioco. Segue un anno di sospensione e silenzio, poi la storia si ripete: lo squillo di una telefonata sembra riaprire il ciclo. Ma l'emozione che ne deriva è una vertigine dissolta in un attimo, «come nei sogni di chi crede di stare su un precipizio e invece si ritrova sopra un qualsiasi gradino». Come se una nuova cognizione del dolore avesse d'un tratto cancellato quella strana passione, lasciando solo uno sconforto cocente degli altri e di sé.
Quella di Mannuzzu è una scrittura che s'impregna di dolore, malinconia, sbigottimento.
Un perimetro di tensioni e passioni, dove tutto procede per sottili trapassi, in una prosa fitta di dialoghi, stranita e colma di risonanze.

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2011
Print ISBN
9788806206437
eBook ISBN
9788858404379

Seconda parte

1.

Fu un anno, dovunque, di molta neve. Caduta tra febbraio e marzo, quando ormai sul calendario l’inverno volgeva alla fine. Ero stato trasferito in quella città – piccola città oltremare, quasi sul bordo di un’isola – per assumervi le funzioni di giudice, dopo avere vinto un concorso e avere compiuto, altrove, un troppo breve periodo di tirocinio. Quindi le difficoltà d’un mestiere che di fatto mi era ignoto si combinavano con quelle dell’adattamento a un ambiente non mio: e nei cui confronti anzi sentivo affinità scarse.
Lo stipendio a quell’epoca non era alto, io venivo da una famiglia povera. Avevo trovato alloggio presso il maresciallo Prunas, pensionato dei carabinieri che viveva solo, affidandosi a una parente per qualche saltuario aiuto domestico. Questo maresciallo aveva riportato dalla guerra la mutilazione d’una gamba, con l’interruzione della carriera; e ora faceva il rappresentante di non so quale ditta. Era un uomo taciturno, addirittura un po’ torvo, cosí claudicante sull’arto artificiale: partiva con un sidecar al mattino presto, rimaneva fuori sempre; in quasi tutto il suo appartamento si ammucchiavano, fino al corridoio, gli scatoloni dei prodotti in deposito. Si trattava d’un appartamento vasto: poco arredato piú che disordinato; e la ghisa stinta dei termosifoni intiepidiva appena, solo dopo il tramonto.
Ciò divenne motivo di particolari disagi per l’inasprirsi, tardivo, dell’inverno. In tribunale non avevo un ufficio e dovevo scrivere le sentenze nella camera d’affitto, portandomi dietro i fascicoli. Cominciò a nevicare il pomeriggio presto; e smise solo col crepuscolo, quando lo strato bianco era alto: non passavano piú veicoli e invece venivano voci e gridi. L’appartamento del maresciallo si trovava al mezzanino del Palazzo dei mutilati, poco sopra la strada: nella quale, al chiarore dei lampioni, ragazzi e anche adulti avevano iniziato i consueti scherzi. Però io non avevo voglia di partecipare alla festa.
Nevicò ancora di notte; al mattino uscí il sole; ma poi il cielo si fece di nuovo scuro e tornò a nevicare. Continuò cosí per piú di tre settimane, evenienza straordinaria in quella città, e non solo in essa, a memoria d’uomo. Le nuvole si addensavano e ne scendevano inesorabili piccole mosche di nevischio e poi fiocchi piú larghi, presto turbinanti; intanto il cielo era diventato uniforme, senza colore. Sui marciapiedi resisteva una crosta gelata, dove venivano aperti corridoi sporchi. In quel periodo mi era comparso nel viso uno strano sfogo, un eczema da cui non riuscivo a guarire; mi aveva costretto a lasciarmi crescere la barba. Le due cose – il disagio e anche l’esasperazione della neve, il fastidio insistente della malattia, se era tale – restano unite nel ricordo, come da un legame incomprensibile. Ed entrambe sembrano parte non secondaria della vicenda che intendo raccontare, o almeno del suo inizio; tanto che ritornarci con la mente mi cagiona ancora malinconia.
Dunque, stavo nella camera dove avevo trovato una sistemazione di fortuna, presso il maresciallo Prunas, ed era una sera fredda quasi alla vigilia del lungo periodo di neve: lavoravo a una sentenza, avvolto nella sciarpa di lana e con le gambe riparate da una coperta che toglievo dal letto; quando venne, insolitamente, il trillo del telefono. L’apparecchio, nero, a muro, era in corridoio: in fondo a quel corridoio mal rischiarato e ostruito da cataste di scatole. Il maresciallo non era in casa, andai a rispondere. Dall’altra parte una voce femminile domandò: «Chi parla?»; e, non c’era nessuno che potesse cercarmi lí, risposi: «Prunas». La sentii esitare: «Scusi, ho sbagliato», poi subito chiedere, benché ci fosse contraddizione: «Chi, personalmente?» Feci il mio nome e come la udii commentare, con una risatina: «Il giudice», capii che invece non aveva chiamato per errore.
Domandai a mia volta: «Chi parla?» Non lo disse ma continuò, rapidamente: «Come si trova nella nostra città?», e poi: «Non le sembra una città infelice?» Dipese forse da quell’aggettivo; o fu anche colpa della vita isolata che conducevo. Risposi: «Sí, mi sembra un po’ triste. Però non la conosco, posso ingannarmi». «È una città infelice, – ripeté. – Lo sa chi c’è nato. Lei intende trattenersi?» Mi pareva che cosí il discorso, con una sconosciuta, prendesse una piega troppo personale; ma trovai soltanto una frase goffa: «Si vedrà». Rise ancora: «Si vedrà che cosa?» A quel punto lo scherzo minacciava di protrarsi oltre il dovuto, e comunque in me prevalse l’imbarazzo: «Va bene, buona sera», la congedai; sentendo che concludeva: «Qui non si vede mai nulla, stia tranquillo».
Poteva essere appunto uno scherzo, o la manifestazione d’una solitudine e d’una mania. Dopo una decina di minuti il telefono suonò di nuovo. «Il signor Prunas?», riconobbi la voce femminile, ora irridente. Ma subito cambiò tono, remissiva: «Sono l’impertinente che poco fa ha sbagliato numero. Non tema, non ho processi né cause. Volevo solo chiederle scusa». M’interruppe, mentre cercavo di dire che non era necessario: «Non è vero che io sia nata qui. Però questa è davvero una città infelice. Cattiva, anche: e fa diventare cattivi. Ma a noi non interessa questa città, non le sembra?» Rispondere non era facile; tentai di scherzare, con un’imprudenza di cui non avevo pratica: «Che ci interessa, allora?» «A lei non so. Posso dirle di me. In questo momento, parlare un po’ con lei». «Come si chiama?», domandai. Rise: «Che le importa?» «Di dove è?» Ci fu silenzio: «Vede, – riprese, – sempre chi non dovrebbe fa alla fine ciò che non dovrebbe». Aveva abbassato la voce: «Gli uomini, in particolare. Proprio chi non dovrebbe chiede ciò che non dovrebbe».
Il discorso andò avanti stentato. «E le donne?», adesso ero io che cercavo di sollecitarla, scioccamente, e lei dava risposte brevi e incerte. «È cosí, – soggiunse dopo poco, per concludere, – nulla capita come lo si è pensato». «Per esempio?» «Per esempio questa telefonata». Non era un complimento: «Ma no, – m’interruppe di nuovo. – Vale per tutt’e due. E allora bisogna togliere il disturbo. Auguri».
Venne lo scatto del microfono, deposto chissà dove, e poi il segnale monotono della linea occupata. Il corridoio era ancora piú freddo della mia camera, cosí squallido. Ero rimasto – in piedi davanti all’apparecchio nero e alla parete – un po’ male: la voce era educata e dolce, e fresca mi pareva, con un lieve accento dell’isola e forse della città, le vocali che inclinavano a chiudersi troppo. Confusamente ne avvertivo la lusinga, come un’eco, proprio adesso che taceva; e mi dava insieme piacere e dispiacere.
Passarono cosí due giorni. Poi richiamò alla stessa ora: «Si è offeso?» Mentre le dicevo di no, che non c’era motivo, con molte parole, contento irragionevolmente di sentirla, dalla porta d’ingresso venne il rumore della chiave nella serratura: tornava il maresciallo, il solito basco calcato fino agli occhi. Ne provai imbarazzo, lei domandò: «Che succede?», come lo salutai. Dovetti spiegarle: «È il mio padrone di casa». «Il signor Prunas?», subito rise. «Lo conosce?», era entrato nella sua camera, sapevo che ci si sarebbe trattenuto. Rispose di no: «Ha i baffi?» Poi mi domandò perché mi facevo crescere la barba. «Lei sa troppo di me»: però glielo spiegai, accennando all’eczema. «È contagioso? Comunque non importa, non ci incontreremo mai». E dopo: «Ha provato con i maghi? Ne conosco una bravissima, posso darle l’indirizzo. Fa anche buoni prezzi».
Ma subito cambiò tono: «Pensavo di chiederle una cosa, ufficialmente, – le avrei sentito usare quella parola, ufficialmente, molte altre volte nello stesso modo. – Posso telefonarle ancora, di tanto in tanto?» Cercavo la risposta, con un filo di disagio allegro: intanto, sulle stampelle e senza l’arto artificiale, il maresciallo avanzava per il corridoio, verso la cucina. Lei dovette accorgersene: «Il signor Prunas svolazza di nuovo lí? Farà almeno qualcosa di simile, se non ha i baffi». Insisteva, mentre a me veniva da ridere: «Seriamente, me lo dica: va a salti?» «È zoppo, – sussurrai nel microfono, – mutilato di guerra: gli manca una gamba». Tralasciò i commenti: «Va bene, mi dica un’ultima cosa. Lei crede nella giustizia? Sarebbe carino da parte di un giudice. Ma capisco che non è facile». Mi tornò il sospetto che fosse coinvolta in faccende del nostro Palazzo: «Quanti anni ha?» «Mille». «E lei ci crede?», domandai a mia volta. «Si offende di nuovo se le dico di no? Ho conosciuto un giudice. Be’, non l’ho conosciuto profondamente. Siamo stati vicini, ecco. Capirà: vicinissimi. Credo che lui alla fine non ci credesse, – intendeva: nella giustizia. – Almeno, non sino in fondo. Deve essere antipatico, no?» «Lei deve essere molto giovane, – dissi. – Non sarà una bambina?» «Sono vecchia, decrepita»: evidentemente fidando nel contrario, con civetteria.
Cosí ci salutammo. «Che farà adesso?», mi aveva domandato. Le avevo spiegato che sarei uscito per la trattoria: «Qui fa molto freddo». «Non c’è riscaldamento?», «Quasi». «Se permette le dico che è stato abbastanza bravo. Molto piú dell’altra sera. Si copra bene».
Ne provai piacere, una specie di piacere che durava anche quando a letto, due ore dopo, sfogliavo il giornale e poi cercavo il sonno, e l’indomani in udienza: un piacere leggero e senza motivi, quindi piú forte. Credo fossi già innamorato di lei, che lo fossi dalla prima telefonata: ricordarne le frasi d’esordio («Il giudice?», con la risata appena contenuta, e: «Non le pare una città infelice?») mi ha fatto male a lungo, come ogni altra cosa avesse avuto attinenza con noi, o la riguardasse. – E c’era, sí, la soddisfazione non consueta di avvertire un simile interesse nei miei confronti, esplicito; ma fin da allora c’era insieme qualcosa che contava di piú: e che però cosí all’inizio era come se non ci fosse, in un vibrare delle disponibilità che non chiedeva nulla in cambio: dentro un colore della vita nuovo, gratuito e apparentemente inconsumabile.
Piú di tutto ho nostalgia di una libertà cosí felice. Richiamò l’indomani, stessa ora: «Ha freddo?» «Non tanto». «È solo in casa?» «Sí». «Vada a mettersi il cappotto. Vada, – insisté, – l’aspetto». E dopo: «È un loden verde, no?» E ancora dopo, subito: «Come fa a uscire se gli manca una gamba?» (del maresciallo Prunas). «Ha un sidecar, – spiegai, – una moto con la carrozzella. Ha anche un basco che si tira sugli occhi. Non so come riesca a guidare». «Lei sa guidare?» Ammisi di no. «Potrei insegnarle. In un’altra vita. Lei crede nella reincarnazione?» Pretese la risposta: negativa. «E nella vita eterna? Io invece credo nella reincarnazione. Non nella vita eterna. In chi le piacerebbe reincarnarsi?»
Capivo dunque, e anche mi dicevo, che – malgrado la voce spontanea e viva – sarebbe potuta essere una donna anziana o addirittura vecchia («decrepita», con le sue parole); o menomata, anche gravemente; o molto brutta. Anzi i modi dell’approccio avrebbero portato a sospettarlo. O a sospettare, peggio, un suo qualche interesse collegato al lavoro che facevo. Me lo dicevo, ma per non crederci; e non avrei mai rinunciato a quelle telefonate serali che, sebbene a contarle fossero poche, avevano piantato in me radici profonde. «È bionda o bruna?», le avevo domandato. «Viola. Porta sfortuna, è vero. Ma che posso farci?» Avevo ripreso: «Sarebbe meglio se sapessi almeno il suo nome di battesimo, non le sembra?» «Non sono battezzata». Poi aveva continuato: «Sono un insetto. Per questo non esco mai di casa». Aveva una voce che scorreva piana, nonostante ciò che poteva dire: e tuttavia inconfondibile, subito; di contralto e insieme di bambina.
Mi dava un voto, salutandomi al termine del colloquio. Quella sera disse: «Buona notte. Cinque meno. Con due insufficienze si è bocciati». È incredibile come potessi restare deluso e turbato. Aveva spiegato: «Ha presente la storia di quel tale che scende fra i morti per riportare su la moglie e la perde quando si volta a guardarla? Capiterebbe altrettanto».
C’era stata una pausa, non breve; e aveva concluso, di malumore: «A parte che il mio cane la morderebbe». «È cattivo?», tentavo di scherzare, perché non smettesse. «È Cerbero portinaio dell’inferno. No, poverino: è un vecchio cane da difesa. Un mio angelo custode. Però geloso», e interruppe la comunicazione.
Ma poi l’indomani, alla solita ora, erano venuti gli squilli del telefono – non piú di un paio, correvo a rispondere: «Ha freddo? Vada a infilarsi il cappotto che l’aspetto». E quando, ubbidiente, ero tornato aveva proseguito: «Sa, ho pensato che potrei reincarnarmi nel suo loden. Se è abbastanza liso». Mi appoggiavo sulla catasta di scatole, o anche mi ci sedevo sopra, rivolto verso la parete e il nero dell’apparecchio, nel corridoio poco illuminato, stringendomi dentro il cappotto che mi aveva fatto indossare, finché non mi diceva il voto: contento, inverosimilmente, se era alto («Le sembro giusta?»); e restando per qualche momento lí anche dopo che mi aveva salutato e avevo deposto il microfono.
Quando iniziò a nevicare era la terza sera che lei non chiamava. Cosí guardavo con rancore il turbinio allegro dei fiocchi e poi i giochi di quanti erano scesi per le strade, eccedendo in berretti e sciarpe. E cosí alla libertà di cui ho detto era succeduto un vincolo di cui non sopportavo il peso, anche se lo sentivo non meno naturale e potevo solo patirlo: l’una e l’altro diventati me stesso. Mi convincevo che non avrei piú udito quella voce, che era perduta: la vita di prima, cui venivo reso, mi pareva angusta, quasi un castigo. Però contraddittoriamente aspettavo, adesso fin dal pomeriggio, chiuso in camera tra mobili mal assortiti, nuovi dozzinali e vecchi con chissà quali storie, faticando come non mai a studiare o a scrivere, uscendo per la trattoria sempre piú tardi.
Chiamò l’indomani ed ero senza fiato nel sollevare il microfono e nel dire pronto. «È assiderato?» «Lei è molto cattiva», risposi esultante. «Deve scusarmi. Ci sono stati degli inconvenienti e poi ieri ho fatto festa per la neve. Sa, ho un fidanzato. Solo che è sposato. È un amore un po’ infelice»: però non m’importava, né provavo gelosie, pago che fosse di nuovo lí a parlare con me. «Ha mai visto Biancaneve e i sette nani?», soggiunse. «Mettiamoci d’accordo», cominciavo, ma m’interruppe: «Prima vada a infilarsi due cappotti. Uno sopra l’altro. E si involga bene nella sciarpa». E quando fui tornato: «Ce l’ha la sciarpa? Se non ce l’ha chiudo, finis». «Facciamo un patto, – avevo ripreso. – Lei deve avvertirmi quando non telefona. Giacché non mi vuole dare il suo numero». «Se non la trovo peggio per me. Pazienza», e tacque. «Ha visto com’è cattiva?» «È questa città, gliel’ho detto. Però smetta di sgridarmi, le toccherà un voto terribile: ha visto Biancaneve
Spiegò che lo davano al Verdi: «Io l’ho visto anni fa, con una persona cara». «Il suo fidanzato?» Rise: «Allora non pensavo a lui. È passato tanto tempo: però me ne ricordo abbastanza. Lei è fidanzato?» «Temo di no», provai anch’io a ridere. Ma cercava un’altra domanda: «Dov’è finito il signor Prunas?» Data la neve, veniva a prenderlo un taxi. «E quella sua lebbra: come la chiama, l’eczema?» «Va peggio. Credo mi abbia fatto male aspettare inutilmente le telefonate». «Dovrebbe andare dalla maga che le ho detto. È miracolosa. Qualche volta, almeno». Ci fu silenzio, perché adesso esitavo. «Questa è la nostra povera vita, – sospirò. – La giustizia?» «Mi bocci, ma risponda, – finalmente mi ero risolto. – Perché è cosí cattiva?» Ci fu di nuovo silenzio: «Tutti siamo cattivi; anche molto cattivi, – rispose. – Ora però buona notte».
«Che ha fatto nella neve?», domandai. «Che si fa? Le solite cose. A me piace solo l’idea. Poi siamo stati al Circolo, come sempre. Per giocare a carte». «Col suo fidanzato?» «Col mio fidanzato». «È simpatico?» Stette come a pensare: «Immagino si ami ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. La ragazza perduta
  4. Prima parte
  5. Seconda parte
  6. Terza parte
  7. Il libro
  8. L’autore
  9. Copyright