Condizioni di lavoro, prezzi, trasporti e media, ambiente, tempo libero, alimentazione, forme di risparmio e rischi connessi, organizzazione della famiglia, la possibilità stessa di progettarsi un'esistenza. Piaccia o no dipendono tutte da decisioni che provengono, piú che dal governo della nazione, dal governo delle imprese. Tuttavia queste ultime non paiono tener sempre conto delle conseguenze sulle nostre vite delle loro attività.
Da tempo si insiste, su scala internazionale, affinché le imprese agiscano in modo socialmente piú responsabile su base volontaria. Ma teoria e pratica della «responsabilità sociale dell'impresa» diverranno comuni soltanto quando un'apposita riforma del governo dell'impresa le inserirá tra i suoi principî costitutivi.

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L'impresa irresponsabile
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Argomento
EconomiaCategoria
Teoria economicaParte terza
L’integrazione della responsabilità sociale
nel governo dell’impresa
Capitolo dodicesimo
Responsabilità dello stato nella moltiplicazione
di imprese irresponsabili
Secondo una rappresentazione assai diffusa, ai tempi della globalizzazione le grandi imprese avrebbero sopraffatto lo stato. È una constatazione implicita nel nome stesso di «transnazionali». Tutti sanno che le loro attività produttive, finanziarie e commerciali ignorano le frontiere. I capitali si muovono da un continente all’altro alla velocità della luce: letteralmente, perché questa è la velocità dei bit. L’innovazione tecnologica e organizzativa rimescola i fattori di produzione a livello internazionale in modo talmente rapido e intricato da rendere impossibile per lo stato la regolazione dei loro rapporti, com’esso poteva fare – dando sostegno, in aggiunta, al compromesso keynesiano-fordista tra capitale e lavoro – quand’era sovrano entro i suoi confini territoriali.
Una simile rappresentazione dello stato quale attore che si arrende, suo malgrado, alla forza incontrollabile dell’impresa perché questa è divenuta globale è in buona misura fittizia. La situazione si è evoluta semmai in senso contrario. La proliferazione di grandi società impegnate anzitutto a massimizzare il loro valore di mercato, sulla base d’un paradigma per cui la produzione diventa un elemento secondario del governo dell’impresa, donde segue la crescita del proprio tasso di irresponsabilità nei confronti di ogni altro portatore di interessi, è stata metodicamente preparata e sostenuta dallo stato. Sono almeno quattro i campi in cui l’azione statuale a favore di un aumento dell’irresponsabilità societaria si è piú visibilmente concentrata: a) le attività finanziarie; b) il mercato del lavoro; c) la privatizzazione di beni pubblici; d) l’assunzione della competitività, come l’intende il progetto di globalizzazione neoliberale che di fatto ha prodotto crescita lenta, concorrenza distruttiva, e relazioni industriali di basso profilo, quale compito primario dello stato1.
a) In campo finanziario l’intervento di maggior peso da parte dello stato, a cominciare dai grandi paesi industriali, è stata la liberalizzazione dei movimenti di capitale. Aprirono la strada gli Stati Uniti, nel 1974. Gli investitori istituzionali, in specie i fondi pensione e i fondi comuni di investimento, avevano accumulato negli anni precedenti capitali dell’ordine di centinaia di miliardi di dollari ciascuno (in moneta dell’epoca) ed erano interessati a conquistare nuovi sbocchi sui mercati finanziari esteri. La Gran Bretagna procedette a sua volta a liberalizzare totalmente i movimenti di capitale nel 1979. Seguirono la Germania nel 1981, la Francia nel 1989 e un anno dopo l’Italia.
La rimozione di qualsiasi vincolo alla circolazione dei capitali tra un paese e l’altro ha favorito negli anni successivi un eccezionale sviluppo degli investimenti diretti all’estero (Ide). Da essi hanno tratto vantaggio molti paesi in via di sviluppo, dall’India alla Thailandia alla Cina – sebbene vada notato che il maggior ricevitore di Ide sono stati sino a tempi recenti gli Stati Uniti. Al medesimo tempo la liberalizzazione, assistita dalle tecnologie dell’informazione a tal fine predisposte, ha incentivato i rapidissimi trasferimenti di capitale da determinate opportunità di investimento e di redditività ad altre giudicate piú favorevoli, in paesi lontani e in differenti comparti economici, da parte sia degli investitori istituzionali sia delle imprese e dei gruppi economici.
page_no="182" Il capitale è quindi diventato un fluido elettronico travasabile istantaneamente, e a costo minimo, da un contenitore a un altro di tipo e dimensioni diverse. È codesta fluidità del capitale che ha contribuito a ridurre il senso di responsabilità delle grandi imprese quanto alle conseguenze sociali ed economiche delle decisioni di investire o disinvestire; contrarre prestiti o convertire i prestiti in azioni; procedere a fusioni e acquisizioni; delocalizzare attività produttive oppure dismetterle, al fine di reimpiegare a brevissimo termine il capitale resosi cosí disponibile in altri settori. La possibilità di trasferire liberamente masse di capitali da un paese all’altro è stata anche sfruttata dalle corporation allo scopo di esercitare forti pressioni sulla politica interna e internazionale. Una volta concessa la liberalizzazione, lo stato l’ha cosí vista trasformarsi in un’arma che le stesse beneficiarie impiegano contro di esso.
b) La libertà e il sostegno ad agire irresponsabilmente sul mercato del lavoro sono state assicurate alle imprese dagli stati europei mediante specifici provvedimenti legislativi, tuttora in corso di elaborazione nei rispettivi parlamenti mediante sequenze di nuove leggi, modifiche di leggi precedenti e decreti attuativi. Tra di essi richiedono menzione, in Francia, la legge Fillon del 2003 rivolta ad «alleggerire» la normativa sulle 35 ore, ma piú ancora la riforma del diritto del lavoro, denominata «Mobilitazione per l’occupazione», secondo le linee del rapporto Virville presentato a inizio 2004 allo stesso François Fillon, all’epoca ministro per gli Affari sociali2. In Germania vi sono state le riforme approvate dal Parlamento federale a partire dal 2002, sulla base del rapporto consegnato in quell’anno dalla Commissione Hartz, il cui titolo suona «Moderne prestazioni di servizio a favore del mondo del lavoro»3. Il complesso di leggi che ne sono derivate, con varie modifiche, è diventato noto come Hartz IV. Per inciso, né Michel de Virville né Peter Hartz erano politici, giuristi o economisti. Entrambi, quando redigevano i rispettivi rapporti, erano direttori del personale ovvero delle «risorse umane», il primo alla Renault, il secondo alla Volkswagen: una professione certo ben scelta dai governi per predisporre riforme del mondo del lavoro, posto che è la rappresentante piú diretta degli interessi delle imprese. In Gran Bretagna articolate normative sul passaggio dal welfare al workfare sono state introdotte dai governi laburisti di Tony Blair, dopo che i governi Thatcher e Major, conservatori, avevano spianato ad esse la strada con l’indebolimento dei sindacati già ricordato (cap. xi). Da ultimo in Italia, come noto, abbiamo avuto la legge delega n. 30/2003 di riforma del mercato del lavoro e il relativo decreto attuativo n. 276/2003, seguiti da numerosi decreti ministeriali (del ministero del Lavoro) e interministeriali. Altri decreti attuativi della legge delega sono in programma.
I suddetti interventi dello stato corrispondono in generale a forme di regolazione del mercato del lavoro che esso suppone piú consone ai tempi, attuate mediante forme di deregolazione. Sono stati effettuati allo scopo deliberato di adattare la vita dei lavoratori e delle loro famiglie alle esigenze di grandi imprese che, in quanto operano in tempo reale entro spazi globali, hanno necessità di impiegare anche la forza lavoro in misura esattamente proporzionata all’andamento spazio-temporale dei flussi materiali e immateriali, senza piú differenze a confronto degli altri fattori di produzione. Pur con variazioni di rilievo tra i diversi paesi, essi palesano una serie di caratteristiche comuni che la succitata nozione di workfare, adottata diffusamente pure in Italia, abbastanza compiutamente esprime. Fra dette caratteristiche rientrano:
page_no="184" – Il passaggio dal concetto di «politiche attive» del lavoro a quello di «politiche attivizzanti»: non del lavoro, bensí del lavoratore. La differenza pare sottile ma è in realtà critica. Le politiche attive consistono in azioni che differenti istituzioni sono tenute a compiere per flessibilizzare i salari, la mobilità interaziendale e territoriale dei lavoratori, gli orari; fornire opportunità di formazione e riqualificazione professionale; facilitare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro. Da parte loro le politiche attivizzanti (che peraltro solo i tedeschi chiamano espressamente per nome, aktivierende Politik) comprendono pure tali azioni, ma mirano in special modo a rendere piú attivi, diligenti e responsabili nella ricerca di un’occupazione coloro che ne siano privi. Tramite esse il dovere di iniziativa viene trasferito dall’istituzione alla persona.
– Lo sviluppo di «mercati del lavoro di transito». In tali mercati le persone vengono sollecitate a fluttuare senza remore tra diversi tipi di occupazione: tempo pieno e tempo parziale, lavoro salariato e lavoro domestico, occupazione alle dipendenze e lavoro autonomo, alternanza di periodi di formazione e lavoro. Normale dovrebbe diventare la combinazione di queste molteplici forme di impiego in capo allo stesso individuo nello stesso momento.
– Chi dichiara di non avere un’occupazione è sospettato in prima istanza, per definizione, di non aver voglia di lavorare. Potrà sgravarsi da tale sospetto solamente dando prova di «nuova ragionevolezza»; espressione ricorrente nel rapporto della Commissione Hartz, quanto nozione che sta nello sfondo di tutti i documenti governativi sul workfare, quale che sia il paese d’origine. Esser ragionevoli significa accettare qualsiasi lavoro venga offerto dai centri per l’impiego, anche se scarsamente retribuito, di bassa qualifica o di qualifica inferiore al lavoro svolto in precedenza, e lontano dall’abitazione.
– La durata e l’entità di sussidi, indennità di disoccupazione, salari minimi, ecc. vengono in generale notevolmente ridotte, e subordinate alla suddetta prova di ragionevolezza. Ove necessario, l’onere di provare che accettare un lavoro mal pagato, poco qualificato e lontano non è ragionevole ricade sulla persona cui viene offerto, non sulla istituzione che lo propone.
– Collaborare con i centri per l’impiego al fine di migliorare la propria occupabilità per mezzo dei servizi di consulenza e riqualificazione che questi offrono è un dovere per chiunque sia in cerca di occupazione. Se la persona viene giudicata non collaborativa può venire esclusa dalle liste di occupabili che i centri propongono alle imprese.
– Di conseguenza la disoccupazione di massa viene reinterpretata come una somma di difficoltà individuali, cui ciascun individuo dovrebbe provvedere di sua iniziativa, anziché come problema sociale di cui dovrebbe farsi carico lo stato.
– Infine una forte enfasi viene posta sull’importanza dell’autoimprenditorialità. Anche ciascun lavoratore o lavoratrice alle dipendenze, o in cerca di un lavoro da dipendente in un’azienda, dovrebbe concepirsi come «imprenditore di sé stesso». Al riguardo il rapporto Hartz ha coniato ufficialmente i lemmi Ich-Ag e Familie-Ag, che si possono tradurre «io-Spa» e «famiglia-Spa» (dove Spa, detto senza ironia, significa proprio «società per azioni»). Se un individuo concepisce sé stesso come una micro-Spa, la sua famiglia fa altrettanto, e tutti si presentano e operano in tale veste sul mercato del lavoro, non v’è dubbio – sostengono i fautori dell’autoimprenditorialità – che le loro possibilità di trovare occupazione aumenteranno4.
L’insieme di tali misure adottate all’unisono dagli stati Ue ha contribuito a rendere le imprese intrinsecamente meno responsabili, sotto diversi profili, nei confronti sia delle persone occupate, sia di quelle in cerca di occupazione. Né si vede per quali motivi un’impresa dovrebbe sentirsi sollecitata a investire in formazione professionale, qualità del lavoro, prevenzione di incidenti e malattie, stabilità dei livelli occupazionali, retribuzioni crescenti con la produttività. Ciò accade per un motivo preciso: grazie alle suddette misure combinate con i modelli organizzativi reticolari, fino all’80% di coloro che operano nelle varie unità produttive o non dipendono dall’impresa che ne è la titolare, perché fanno piuttosto capo ad aziende terze o ad agenzie di lavoro in affitto (o in «somministrazione», nel gergo del legislatore italiano), oppure hanno contratti di breve durata. In questo modo la responsabilità del destino professionale, occupazionale e umano dei lavoratori è stata ufficialmente trasferita dallo stato, saltando le imprese, ai novelli tipi di microimpresa, l’io-Spa e la famiglia-Spa.
c) La privatizzazione dei beni pubblici intrapresa dallo stato a partire dagli anni ’90 ha seguito due vie. La prima ha posto a disposizione delle grandi imprese nuovi ampi spazi dell’organizzazione sociale in cui effettuare investimenti ad alta redditività e basso rischio; proprietà connesse al fatto che da tali investimenti nascono in prevalenza monopoli locali e nazionali, sebbene siano privati anziché pubblici. Sia nei paesi in via di sviluppo, sia nei paesi sviluppati, e in special modo entro i paesi Ue perché gli spazi pubblici da conquistare erano piú vasti che non in Usa, lo stato ha promosso direttamente o surrettiziamente la privatizzazione dell’istruzione, della sanità, della previdenza, dei trasporti pubblici, della produzione e fornitura di energia. Non basta. Anche «la conoscenza e l’acqua, le autostrade e i teatri dell’opera, le spiagge e i paesaggi montani, la pubblica sicurezza e i dipartimenti antincendio – ha scritto un sociologo tedesco, Elmar Altvater – stanno diventando il bersaglio di investitori in cerca di guadagno per il loro capitale […] Strutture pubbliche locali sono trasformate in obiettivi nei quali investire capitale da parte di fondi operanti su scala globale, localizzati in centri finanziari extraterritoriali (offshore), i “buchi neri del mercato mondiale”»5.
La seconda via seguita dalle privatizzazioni, consistente nella vendita di imprese di cui lo stato deteneva il controllo quale maggiore azionista, ha permesso a investitori istituzionali e imprese di acquisire immense quantità di capitali pubblici. È stata cosí offerta loro la possibilità di disarticolarli e mobilizzarli al fine di distribuirne volta a volta le quote disponibili negli anelli giudicati piú redditizi della catena che crea valore per gli azionisti privati. La «privatizzazione del capitale di stato», com’è stata chiamata, ha svolto a partire dall’inizio degli anni ’80 del Novecento un ruolo di straordinaria efficacia nel moltiplicare il numero delle imprese potenzialmente irresponsabili perché orientate in prevalenza non alla produzione, bensí alla massimizzazione del proprio valore di mercato.
L’intero processo ha attraversato diverse fasi. Durante la prima fase lo stato azionista, imponendo per fini politici ai manager investimenti, localizzazioni e criteri di gestione fuor di ogni logica economica, ha danneggiato sia la reputazione che la struttura economica delle proprie stesse imprese. Cosí ha avuto materialmente fine, in Italia, la grande industria chimica6. In Francia la maggior società petrolifera del paese, la Elf, è stata oggetto di discredito a causa di quello che è stato definito come il peggior episodio di corruzione della storia nazionale, protagonisti dal 1989 in poi numerosi politici e alti funzionari dello stato7. Nell’America Latina sono state le società telefoniche a soffrirne. A tal punto ha proceduto la rovina indotta dall’alto delle imprese pubbliche, in diversi paesi, «che gli utenti desideravano sopra ogni altra cosa che la privatizzazione ponesse fine all’arretratezza tecnologica, l’incuria, la gestione arbitraria e la corruzione. In molti casi, le imprese e le strutture pubbliche erano state cosí mal ridotte che la privatizzazione sembrava l’unica strada per uscire da un tale disastro»8.
La seconda fase ha avuto un contenuto prevalentemente ideologico. Le imprese pubbliche menomate da politici rappresentanti de jure o de facto lo stato azionista sono state descritte dai media, «alimentati dai materiali ideologici diffusi dai pensatoi neoliberali favorevoli alle privatizzazioni» – sono ancora parole di Altvater –, come luoghi di inefficienza e parassitismo; ciò non a causa della cattiva gestione cui erano state forzate, bensí per il mero fatto di essere pubbliche. L’efficienza si poteva ottenere esclusivamente mediante il passaggio delle imprese pubbliche alla proprietà e alla gestione private. Il perimetro del settore pubblico doveva essere drasticamente ridotto sia su scala locale sia, a maggior ragione, su scala nazionale. Motivo preminente addotto per l’operazione: soltanto la competizione tramite il mercato poteva rimediare alle disfunzioni dei monopoli pubblici, favorire la riduzione dei costi di produzione e quindi dei prezzi per i consumatori inte...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Colophon
- Introduzione
- L’impresa irresponsabile
- Responsabilità sociale e governo dell’impresa
- Il ritorno al governo dei proprietari
- L’integrazione della responsabilità sociale nel governo dell’impresa
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