Parli e non ti escono le parole dalla bocca.
È un incubo che tutti hanno fatto almeno una volta.
Nel call center a Cinecittà arrivano trecentomila telefonate al giorno. Ragazzini che fanno gli scherzi, uomini che si masturbano, anziani con la coperta sulle ginocchia e la casa che profuma di canfora, impiegati che si fregano la carta igienica nel bagno dell’azienda, casalinghe che leggono il numero gratuito sulla nazicola. Basta non riattaccare e lasciarli parlare, non è richiesto di ascoltarli. Uno su dieci ha un motivo, tutti gli altri non cercano niente e sono soddisfatti da noi che niente gli diamo.
In questo incubo esce dalle bocche una quantità incalcolabile di parole, ma non entrano nelle orecchie di nessuno.
Io sono Patrizia e sono nata il primo giugno.
Da ragazzina dicevo «uno giugno». Tutti erano nati in giorni che si identificavano con numeri naturali come il quindici o il venti o il tredici, eccetera, mentre io ero un numero ordinale.
Sono impercettibili le differenze che formano il carattere. È possibile che la principessa della fiaba si accorga di un pisello messo sotto dieci materassi? O erano venti? Tu prova a dormirci tutte le notti. Trecentosessantacinque notti l’anno, una in piú ogni quattro per la correzione del bisestile, per otto ore circa ciascuna, per trentasei anni di seguito. Per una notte puoi pure riposare sui chiodi, ma un pisello per oltre centomila ore si conficca tra le costole anche se è distante venti strati di gommapiuma.
Mi chiedono «che c’entra il giorno in cui sei nata? E che significa il pisello?»
Mi spiego.
Sono nata una volta sola, ma quella volta basta per sempre.
Mio nonno ha fatto la guerra. I tedeschi l’hanno portato in Polonia e gli hanno tatuato il numero sul braccio. È successo un giorno del 1943. Ma ogni giorno quella breve sequenza di cifre è rimasta sulla sua pelle. Ci sono cose che avvengono una volta e rimangono lí dove sono avvenute. Iniziano e finiscono. Un pranzo di Natale in montagna, la visita a un parente. Ci sono altre cose che avvengono una volta e quella basta per tutta la vita. È l’irreparabile che accade.
Io sono Patrizia e sono nata il primo giugno del 1972.
Mi ricordo i pomeriggi di sabato di quegli anni Settanta. Io stavo sdraiata nel mio letto, nel nostro appartamento in borgata. Leggevo Forse non tutti sanno che sulla «Settimana Enigmistica». Mi ricordo che forse non tutti sanno che una bambina nel freddo inverno del Canada leccò un lampione di ferro ghiacciato e rimase attaccata con la lingua. Chiamarono i pompieri per staccarla. Mi ricordo che forse non tutti sanno che per via delle correnti ascensionali in cima ai grattacieli nevica al contrario. C’era la vignetta con l’omino e l’ombrello girato alla rovescia in cima al grattacielo.
E poi mi ricordo che forse non tutti sanno che un cinese si era mangiato una Mercedes. Poi mio padre diceva che non era possibile perché la batteria ci ha gli acidi velenosi e non poteva essersela mangiata perché sennò sarebbe morto. E io pensavo che magari non s’era mangiato quel pezzo, ma non per questo meritava una stima minore. Invece agli occhi di mio padre era lo stesso un cretino.
Diceva «pure mangiarsi uno specchietto retrovisore è un comportamento da imbecille». Eppure, anche se allora non sapevo il perché, la storia del cinese fu ideologicamente formativa per me.
Sdraiata sul letto io sentivo il rumore tipico del sabato pomeriggio degli anni Settanta. Senza strilli e rantoli, senza parolacce, ma io sentivo che scopavano tutti.
«Chi è buono per il re è buono pure per la regina» diceva mio padre. Significava che se eri capace di portare i soldi a casa allora potevi fare anche il sesso con tua moglie.
Il re nella mia borgata era la fabbrica svedese dei telefoni. Quella che una volta si chiamava Fatme. I servitori del re dei telefoni staccavano il turno al sabato pomeriggio e venivano a servire le loro regine domestiche. Per loro valeva ancora quella santa regola di Dio che si riposa al settimo giorno che cade sempre di domenica e mai di mercoledí o di martedí o un altro cazzo di giorno qualsiasi che decide il padrone. Quei sudditi tornavano dalle loro regine ciccione e burine, enormi e ciociare con le vene varicose e le patate ai piedi. O da reginette secche e nere, ossute e calabresi coi baffi sotto al naso. Tornavano nell’arnia condominiale e senza rantoli e strilli scopavano tutti. Ma visto che si sentiva solo il rumore metallico delle reti che sfrigolavano a me non pareva che erano uomini e donne ad accoppiarsi. Mi figuravo che erano i letti che si scopavano tra di loro. Accoppiamenti di nature morte. Bestie mitologiche mezzi uomini e mezzi divani.
Adesso se mi sdraio sul letto nel sabato pomeriggio ci sento qualcuno che piscia al piano di sopra, che si lava i denti. Rubinetti che si aprono e chiudono, tubi che strillano cupi per l’aria compressa dal getto d’acqua. Sciacquoni. Ma anche adesso non sento parlare. Nemmeno uno che canta sotto la doccia. Ora il condominio pare abitato solo dai cessi. Cessi che si lavano e pisciano, cacano e tutelano la pulizia dei sanitari. Che combattono i nemici invisibili, i germi talebani nascosti nel bidè, protetti dal calcare canaglia, associati agli acari e alle muffe. Cessi che fanno tutto da soli. I gentili condomini possono pure essere morti o stitici ché tanto ci stanno i cessi che portano alta la bandiera della civiltà idraulica. Che ricorderanno anche ai posteri che c’è stata un’umanità. Un popolo che all’inizio del terzo millennio ha costruito cessi immensi col mosaico bizantino e le vasche quadrate, cessi stretti col rubinetto dell’acqua nel water che cachi e ti lavi senza spostare il culo perché sono ricavati da un balcone e non ci sta spazio per farci pure il bidè, cessi chiusi dalla porta a scrigno con la ventola che si accende insieme alla lampadina. Un popolo orgoglioso degli infiniti cessi che ha saputo costruire. Un prodotto di cui andare orgogliosi come gli egizi erano fieri per le piramidi, i romani per gli acquedotti, i papi per l’inquisizione.
E se ne sono accorti pure gli architetti che fanno le case dove abitiamo. Una volta negli appartamenti c’era una grande cucina perché bisognava pensare soprattutto a mangiare, c’era sempre la pila sul fuoco. E poi c’erano i letti, tanti letti. Invece il bagno era la stanza piú piccola in fondo a destra o a sinistra. Certe volte stava in un angolo del balcone, certe volte nell’orto. Certe volte era l’orto e basta. Andavi nel campo e defecavi all’aperto come grilli e farfalle. Adesso la cucina è un angolo-cottura che si chiude dietro due sportelli Ikea, la stanza da letto è una branda sotto un’altra branda e dentro un’altra ancora che si chiudono tutte e tre nel muro. Adesso nelle nostre case c’è il cesso. Cessi con piante ornamentali in via d’estinzione, col microclima e lo schermo al plasma col satellite. Nelle nostre case ce ne sono due o tre, a volte anche quattro. E io mi ricordo negli anni Settanta quando alla gente gli è presa questa fisima di moltiplicare i gabinetti che mio padre diceva «quelli so’ ricchi, c’hanno addirittura tre cessi! Ma c’avranno pure tre culi?»
Il sabato pomeriggio i condomini vanno a chiudersi in questi luoghi, ma lo fanno senza orgoglio. Anzi ci hanno pure un po’ di imbarazzo. Vanno al cesso in silenzio. Cacare è diventata una specie di malattia vergognosa che non riusciamo ancora a debellare. Ci è rimasto addosso come il residuo di un passato in cui eravamo selvaggi. Come i denti del giudizio e i peli in faccia alle donne. Eppure cacare è l’altra faccia del pranzo e della cena. Per superare il senso di colpa la civiltà moderna dovrebbe dirci che adesso ci scappa la cacca perché prima abbiamo mangiato. La nostra cacca di adesso è la metamorfosi dei ravioli con la ricotta, che abbiamo ordinato al ristorante poche ore fa. È come il bruco che diventa farfalla.
Per questo motivo quando accendo la televisione mi sembra strano di vedere quelli che cucinano. Cuoche catodiche, sfide all’ultimo sanguinaccio. Mi pare strano che in televisione tutti cucinano e mangiano, ma non caca nessuno. Eppure sarebbero programmi democratici perché l’anatra all’arancia la sanno cucinare in pochi, ma la cacca siamo capaci tutti a farla. Sarebbero trasmissioni in cui ci si rispecchierebbe profondamente col divo televisivo, la velina o il calciatore. Nella diarrea del presidente del consiglio si esprimerebbe in diretta un’empatia catartica e rasserenante. Al posto di politologi e cuochi avremmo i coprologi, i quali forse ci svelerebbero che la deiezione è il fine ultimo del percorso umano, una scatologia escatologica.
I nostri filosofi dicevano «l’uomo è ciò che mangia».
Ma io dico che l’uomo è anche ciò che caca. E chi mangia bene caca bene, ma chi mangia male caca male. Davanti a questa evidenza ci sono due atteggiamenti del proletario. C’è quello che compra un bel pacco azzurro di pasta Barilla al supermercato, lo porta a casa, se lo cucina e lo consuma per diventare anche lui azzurro e perfetto. Ma poi quando va al cesso si accorge che la sua cacca non appare né perfetta, né azzurra, e si vergogna. Perciò mangia in pubblico, ma caca di nascosto. Invece il proletario consapevole dovrebbe fare come i francesi della rivoluzione. Maria Antonietta voleva sfamare il popolo con le brioche, ma quel popolo si saziò soltanto quando la sgozzò come la gallina per farci il brodo. Il popolo era orgoglioso di aver sparso il suo sangue blu come la pasta Barilla, non ha nascosto quel corpo come un assassino nasconde la vittima. Lo ha mostrato al mondo. L’ha esposto nella stanza piú luminosa della storia come un capolavoro dell’arte, un passo avanti per la civiltà. È per questo che oggi il proletario dovrebbe andare al supermercato, comprarsi la pasta Barilla, mangiarla e cacarla in piazza per mostrare a tutti che in fondo anche lei non è né perfetta, né azzurra.
Se il sabato pomeriggio mi sdraio sul letto, ascolto il condominio che si sveglia per andare a pisciare. Io no, io leggo «La Settimana Enigmistica». Anche io un giorno farò come il cinese degli anni Settanta. Il cinese che voleva scrivere il suo nome nel grande libro della rivoluzione e invece è finito sulle pagine di un settimanale di barzellette e cruciverba. Anche io mangerò una Mercedes, la cacherò in piazza e quello sarà il giorno della rivoluzione.
«Ma come si fa a uccidere un pacco di pasta? – mi chiede mio padre. – Come si fa a tagliare la testa ai rigatoni Barilla o a una mensola Ikea? Alla cocacola, pepsicola, porcacola e nazicola? Sfasciare la vetrina del fast food o comprargli un panino è la stessa cosa» dice lui che fa l’agente di assicurazione. Dice che è una questione di rischio e sinistro. Il primo è la possibilità di verificarsi di un evento, il secondo è la sua realizzazione. Mi dice che aspettano solo il coglione col passamontagna che gli sfonda il vetro con una mazzata. Non c’hanno mica contratti aleatori dove si teme genericamente che il destino gli scagli un dardo.
«Non è mica come la macchina tua, – dice, – che paghi la rata semestrale, ma se fai il botto ci rimetti di salute e pure di soldi anche se l’agenzia ti manda un po’ di euro. Nella grande distribuzione, robba di cibo precotto o aree di servizio e centri commerciali, il premio, cioè quello che paga l’assicurato, è un compenso che l’assicurazione si prende con la certezza che il vetro sarà sfondato. Non c’è rischio, ma solo il sinistro. Il no-global si sfoga, poi loro fanno la denuncia all’assicurazione per farsi ripagare pure i danni che non hanno subito».
«I borghesi ci venderanno anche la corda con cui li impiccheremo», diceva Lenin. Non basta colpirne uno solo, tanto non servirà per educarne cento. Bisognerebbe colpirli tutti. Tutti i singoli hamburger e i pacchi famiglia di gelato all’adrenocromo, di bevande gassate con sputo di topo muschiato. Mio padre dice che sono impauriti solo dalla scadenza. Fanno il latte a lunga conservazione, bombardano il pesce, la carne e la frutta con raggi X, raggi gamma, fasci di elettroni che ammazzano i batteri e bloccano la maturazione della frutta. Compro un pomodoro acerbo e quello resta verde fino alla fine dei secoli, evergreen. La mela si conserva di piú per darti il tempo di rifletterci e non mangiarla. Una mela al giorno leva il medico di torno, nel senso che se la mangia e muore all’istante.
«Se vuoi rompergli veramente le palle devi condannarli alla scadenza, – dice lui. – Fatti un bel giro al supermercato e segnati la loro data di morte. Questo latte tra quattro giorni è da buttare. Questo salame diventa rancido tra un mese. Questo pacco di pasta non arriverà vivo al prossimo Natale. E poi festeggi ogni volta che ammuffisce uno scaffale di yogurt Müller, che i vermi si divorano un camion di pizza precotta Buitoni, che si sgasa un bidone di nazicola».
Una volta si scioperava facendo i picchettaggi in fabbrica per non far entrare i crumiri. A quel tempo il mondo era nelle mani di chi produceva. Contadini e minatori, pescatori e operai. Adesso il pianeta è pensato per il consumo. È lí che bisogna scioperare. E cosí ho incominciato a non comprare piú niente. A guardare nell’etichetta il posto dove si produce quella mutanda. È cinese e non la compro, come quella carne inscatolata in Polonia, quel chilo di mele cilene o quel paio di scarpe di gomma del Vietnam.
Mio padre mi dice «lascia stare. Che te ne frega? Se lo vieni a sapere ci stai male e basta. Se non la compri tu se lo comprerà un’altra e quella mutanda andrà a coprire il culo della tua vicina di casa».
Ma io con quelle mutande cinesi non riesco a camminare.
Mio padre mi prende in giro. Ogni tanto mi spedisce un regalo, lo scarto e ci trov...