Fai di te la notte
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Fai di te la notte

  1. 208 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Fai di te la notte

Informazioni su questo libro

È sera, Clara sta rientrando dal lavoro: invece di accostare davanti a casa, d'impulso decide di tirare dritto. Spegne il cellulare e imbocca l'autostrada. Le sembra di vederli, i suoi due bambini, coi capelli ancora umidi dopo la piscina. Le sembra di vedere anche Sergio che apparecchia la tavola con mani ferme e sicure.
Ma dietro i gesti e le voci di ogni giorno, adesso Clara sente la nota falsa di un segreto nascosto per troppo tempo, l'ombra di un tradimento che non è uguale a nessun altro. Per questo è come se non conoscesse più la strada di casa, e neppure quell'uomo che ha vissuto accanto a lei per tanti anni. «Mi sono fermata in una piazzola. Non avevo deciso di farlo, ma ho visto il disegno di una piazzola dopo cinquecento metri e ho rallentato fino a fermarmi, a scendere e fumare una sigaretta con la schiena appoggiata all'automobile. Guardavo le poche macchine che passavano, le seguivo fino a che scomparivano. Non so cosa pensassero di una donna in mezzo al buio sul ciglio dell'autostrada, una donna che fumava e guardava le macchine passare come se guardasse il mare».

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2010
Print ISBN
9788806185671
eBook ISBN
9788858403761
Parte prima
All’inizio fu solo un sospetto. Qualcosa che aveva visto avvicinandosi, qualcosa nel colore appena piú scuro della terra o nelle foglie, diritte come se qualcuno le avesse appena pettinate.
Poi Clara assaggiò con le dita il terriccio del vaso sulla mensola bianca. Lo sentí appiccicoso e umido sotto i polpastrelli e non ebbe piú dubbi: quell’uomo le stava mentendo.
Sorrise.
Attraversò il corridoio spegnendo la luce che non serviva piú. Il sole al tramonto si era abbassato fino al loro piano e le finestre, persino le tende, erano senza difesa. I raggi orizzontali, gonfi violavano il buio dell’appartamento dentro ogni stanza.
Attraversò la sala. Calpestò coi tacchi i gigli marroni impressi sulle piastrelle. Appoggiò la faccia contro il vetro e guardò fuori.
Alle sue spalle un vecchio in vestaglia la fissava, abbandonato di traverso contro lo schienale della poltrona.
Sorrise un’altra volta.
Da quanto tempo riusciva ad alzarsi? Forse aveva sempre potuto. I sostegni, le spinte di quelle settimane erano stati inutili, se la sarebbe cavata benissimo anche senza. Perché non c’era dubbio: si era alzato. Mentre lei era scesa in garage a prendergli una cassa d’acqua minerale, lui si era alzato, aveva camminato per almeno quattro metri dalla poltrona alla mensola, aveva sollevato, tenuto, versato, si era piegato e aveva camminato di nuovo lasciando dietro di sé, a tradirlo, il terriccio bagnato.
Clara tornò nel corridoio con l’annaffiatoio in mano e finse di versare l’acqua.
Papà Giò la seguí con gli occhi e a Clara sembrò sorridesse.
Affondato tra le braccia della poltrona non sembrava piú un prigioniero definitivo, piuttosto un ospite pronto a un balzo improvviso.
Da quanto tempo andava avanti? Erano settimane che Clara veniva in quella casa tutte le sere. Il giorno e la notte viveva con papà Giò una ragazza moldava con i capelli neri, ma prima di cena per un paio d’ore Clara e papà Giò rimanevano soli. L’aveva servito, vestito, gli aveva portato bicchieri, giornali, fazzoletti e papà Giò aveva ringraziato ogni volta senza imbarazzo.
Una truffa. Artifici e raggiri continui, anzi, un solo grande raggiro iniziale: «non posso piú camminare» aveva detto una sera che era quasi mezzanotte, telefonando quando lei e Sergio erano già a letto, «non occorre che veniate, c’è Vera con me». Perché aveva telefonato? Non aveva chiesto aiuto. Aveva solo dovuto dirlo a qualcuno. Perché far partire il raggiro in piena notte? Forse lo spavento lo aveva ingannato. La notte, la gamba malferma lo avevano suggestionato, e quando al mattino li aveva visti con le facce contrite aveva solo potuto andare avanti, lasciar scivolare, continuare a vivere un pensiero falso di una notte di paura.
Era un segno buono comunque, un segno di forza. Non andava contraddetto. Se voleva giocare a quella parte lei avrebbe giocato, se voleva saltellare per la casa come un ladro quando rimaneva solo, ridendosela di tutti, che ridesse piú forte che poteva!
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A Sergio non l’avrebbe detto. Non sarebbe servito a niente. Avrebbe chiuso la porta della stanza dopo essersi riempito gli occhi di rancore.
Un’altra cosa da non dire a Sergio.
Il sole era affondato e dalle finestre chiuse entrava l’idea del freddo. Ma dopo pochi istanti sulla piazza, sulla fiancata della basilica, ci fu piú luce di prima, una luce bianca, diffusa dai riflettori in ogni punto. Come di giorno ma senza ombre. La luce artificiale non dava ripari.
– Clara...
– …
– Clara...
– Scusa, papà Giò. Cosa mi stavi dicendo?
– …
– …
– No… Non era importante.
Clara tolse gli occhi dalla piazza, dalla finestra, dal vetro freddo e si voltò.
– Mi ero solo distratta.
Aveva cercato delle parole di fastidio ma, mentre si piegava sulla poltrona per sistemargli la coperta, era uscita solo una frase di scusa. Calma. Lenta.
La stava corteggiando. L’aveva sempre corteggiata.
Forse non era quella la parola: era un vecchio su una poltrona, era il padre di suo marito, ma nel suo risentimento, nel suo ritrarsi scoprendola contro la finestra con la mente fuori da quella stanza, c’era qualcosa d’altro. C’era il senso del possesso, c’era il rifiuto di dividere con qualcuno, che fosse anche la piazza, il buio, qualsiasi cosa, il rifiuto di dividere quei pochi minuti che erano solo loro. Pensò al movimento delle mani quando le aveva offerto il vassoio con i piccoli pasticcini per il tè. Lui non avrebbe potuto mangiarli. Erano lí per lei. Erano stati lí ore ad aspettarla, erano stati comprati per lei.
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Clara pensò di nuovo al rito lento del corteggiamento.
Sentiva calore sul collo, come una pressione sotto il dolcevita, un’intimità avvolgente che non disidratava e non soffocava, una specie di tepore che era una cosa sola con la temperatura di quella casa, quattro cinque gradi piú alta di ogni altro posto che Clara aveva attraversato quel giorno. Poi, sedendosi sulla poltrona e cominciando a leggere ad alta voce l’articolo di un ricercatore norvegese sugli approdi precolombiani nel territorio delle Americhe, provò qualcosa di ancora piú forte: ammirazione. Stupita, inaspettata e fottutissima ammirazione.
Quell’uomo stava ascoltando e aveva voglia di farlo. Registrava l’apertura sulle quattro spedizioni di Colombo come divulgativa e inutile, apprezzava il tono piano ma asciutto, quasi scientifico della lettura, e aveva voglia di farlo. Aveva voglia di valutare, archiviare, catalogare nel suo cervello pieno di metastasi. Di imprimere giudizi definitivi sulle cortecce malate. Guardava le sue gambe, era certa che mentre lei leggeva lui seguiva le linee delle calze fino alle ginocchia mandando casti segnali di piacere a neuroni di cellule cancerose impazzite.
Quell’uomo con una prognosi di vita che faceva abbassare gli occhi ai dottori che lo visitavano a domicilio, quell’uomo riusciva a costruire un mondo, a mettercisi dentro e a viverlo. Era un mondo inventato, fatto di trucchi e menzogne, dove gli altri bisognava tirarli dentro con inganni, appostamenti lunghi e salti improvvisi. E poi non lasciarli, azzannarli alla gola, blandirli, corteggiarli e non lasciarli piú.
Tutti erano scappati. Sergio si era nascosto, fuori dal suo raggio d’azione, i bambini erano entrati nella sua tana con noia e fretta e lui ne aveva sentito l’odore di prede inutili. Clara, d’accordo con Sergio, non li aveva piú portati, «il nonno si affatica troppo».
Era rimasta lei.
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– Sai perché dopo la terza spedizione Colombo venne arrestato?
– Non ne ho idea.
– Era un ottimo ammiraglio.
– …
– Non solo. Aveva portato ricchezze e informazioni. Ti rendi conto. Informazioni. Era molto piú dell’oro. Era la promessa di ricchezza, la promessa di mondi. E queste informazioni le aveva passate cosí com’erano ai suoi sovrani. Loro lo adoravano.
– …
– Eppure loro, i suoi sovrani, lo faranno seguire fino all’isola Hispaniola da un emissario che si riprenderà il potere e lo arresterà. Colombo aveva fatto uno sbaglio che neppure la stima e la gratitudine potevano cancellare. Aveva pensato che i nativi americani potessero diventare un soggetto attivo nell’amministrazione della giustizia. Potessero essere qualcosa di diverso dalle capre e dai cavalli…
Clara pensò allo sforzo che le sue cellule malate dovevano fare per trattenere quei dati e buttarli fuori, nell’aria, con i costrutti e la punteggiatura ancora in ordine. Pensò che se papà Giò poteva fare una cosa cosí nessuno aveva il diritto di fermarlo. Ma, sopra ogni cosa, pensò che aveva voglia di ascoltarlo.
Appoggiò la testa all’indietro contro l’alto schienale della poltrona. Sentí il tessuto accarezzarle il collo e chiuse gli occhi.
A quell’ora i bambini dovevano essere usciti dalla vasca. La lezione di nuoto terminava alle 18.45. Erano là che camminavano tra le doppie file di armadietti barcollando fino all’asciugacapelli. Sergio aveva la pazienza di non aiutarli. Assisteva senza intervenire (lei non ce l’aveva mai fatta) davanti ai loro movimenti sbagliati, alla mira lenta nel centrare il laccio della scarpa, come se il tempo non ci fosse.
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Papà Giò parlava.
Clara lo ascoltava con gli occhi chiusi, attraverso il solo senso attivo, disponibile.
Non doveva andare. Ancora no.
La malattia, o forse la posizione a cui i morsi di dolore costringevano papà Giò facendogli reclinare il collo verso il basso, alteravano il percorso nei condotti dei suoni rendendoli piú bassi, piú gutturali.
Le consonanti erano intatte. Ma le vocali uscivano stravolte. Le o e le u, prosciugate, erano dure ma ancora nitide. Una lingua piacevole e, in qualche modo, ineluttabile.
Non c’era altro posto dove si potesse andare. Persino il rumore dei propri pensieri poteva essere seguito in sortite brevissime. Poi bisognava tornare lí, a quei suoni di gola che si alzavano dalla poltrona.
Clara era uscita da quel flusso per qualche istante, aveva seguito i bambini fino all’ultimo soffio dell’asciugacapelli perdendo le ultime parole di papà Giò e sperava di tornare dentro quella corrente e di farsi trasportare ancora un po’. Ma una frase si era chiusa e non era seguito altro.
Toccava a lei.
Riprese a leggere.
Non doveva andare. Ancora no.
– La quarta spedizione mirò a Honduras e Panama…
Adesso poteva andare dove voleva. Clara non si ascoltava mentre leggeva. La sua testa poteva seguire Sergio mentre faceva salire Francesco e Tommaso sul sedile posteriore, probabilmente stava fermando la cintura di Tommaso e dava a ciascuno un pacchetto di cracker per il viaggio.
Papà Giò teneva gli occhi sui gigli del pavimento e ascoltava. Clara doveva leggere bene, mettendo un senso alle parole, perché papà Giò continuava ad ascoltare.
Il sole se ne era andato del tutto e la stanza era scesa nella penombra.
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Di papà Giò si distingueva solo la sagoma schiacciata contro la poltrona, neppure gli occhi si riuscivano a scorgere. A parte la voce di Clara, il silenzio era dappertutto. Con la luce se ne era andato anche ogni suono.
Poi Clara richiuse il giornale e abbottonò il cappotto che era rimasto sulle sue spalle, come se di colpo, senza aver guardato l’orologio né alzato la testa verso la pendola a muro, si fosse accorta che era tardi.
– Devo andare. I bambini saranno a casa alle sette e mezza.
Pensò che poteva essere la frase tra due amanti, la chiusura di un incontro rubato nelle pieghe della giornata con l’auto in divieto di sosta. E continuò a girare, quella frase, sopra il legno del parquet, sospesa tra i divani bianchi, anche quando Clara era già sul pianerottolo e la porta si era chiusa di scatto dietro di lei.
La piazza era bianca. I riflettori coprivano tutto con una luce di latte che sbiancava la pietra arenaria di San Michele, allontanava le nuvole fredde del cielo e schermava il buio della sera evocando una nebbia che non c’era.
Si accese una sigaretta. Non aveva idea di dove poteva essere la sua macchina. Anche se erano passate solo due ore, in mezzo al silenzio improvviso dell’acciottolato non riuscí a richiamare alla testa la fotografia di nessun parcheggio. Si incamminò verso il fiume dove c’erano le luci dei lampioni e dei fari. Doveva essere da quella parte, in ogni caso seguí la breve strada in discesa.
Sentí l’umidità che arrivava dal fiume salirle lungo le calze nere.
Usciva dagli incontri con papà Giò come da una sauna. Un torpore ovattato fino alla sonnolenza. I muscoli delle braccia, delle gambe, persino quelli del tronco erano rilassati, piacevolmente spossati e indolenti non reagivano ai suoi passi. Poi sentí il freddo arrivare contro la faccia, non era vento, era proprio il freddo che sembrava muoversi e colpirla sugli occhi, sulle guance. L’inverno stava occupando tutto il mese di marzo senza dare segnali di cedimento.
I bambini erano coperti, dovevano esserlo per forza, erano quattro mesi che non lasciavano la giacca a vento. Non avevano cappelli sulla testa, Sergio i cappelli non glieli metteva, solo le sciarpe tirate su fino alle orecchie.
Clara si strinse il cappotto sulla gola, attraversò il viale prendendo a camminare lungo il fiume e pensò che non aveva voglia di caldo, di gente che riempiva le strade per passeggiare, che per lei la glaciazione poteva durare per sempre e quel blocco di nuvole ancorate a terra, che anestetizzava le campagne della Lombardia, poteva starsene lí dov’era.
All’improvviso vide la sua macchina nascosta tra due piante senza foglie.
Girò la chiave nel cruscotto. Francesco e Tommaso stavano guardando sicuramente fuori dai finestrini. Le loro due facce contro i vetri. Erano troppo stanchi per parlare e Sergio aveva già acceso la radio. Dopo venticinque minuti avrebbero cenato.
Sarebbe arrivata in tempo.
Avrebbe lasciato la borsa sotto lo specchio dell’ingresso per cercare i bambini nelle stanze, una dopo l’altra. Alla fine sarebbero comparsi da qualche parte. Le sarebbero corsi incontro abbracciandola o l’avrebbero vista come uno sfondo dietro al pennarello puntato contro il foglio? Era impossibile prevedere quale sarebbe stato il suo posto nella massa di immagini accatastate durante le loro interminabili giornate.
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Francesco aveva di certo già sigillato i compiti nella cartella e non sarebbe mai salito in camera per guardarli insieme a lei. Tommaso alla fine avrebbe ceduto. Si sarebbe piegato al bisogno fisico di sentire contro di sé il seno, la pancia di sua madre. Magari mentre si spostava da un angolo a un altro del suo mondo, quasi ci fosse capitato per caso. Ma a cinque anni le tracce di un lontano bisogno animale guidavano ancora, per pochi secondi, i suoi movimenti.
Alle 19.18 Clara uscí dal raccordo stradale, prese la strada provinciale, percepí sopra la tempia la predisposizione accogliente dei neuroni all’arrivo dell’emicrania e decise che si sarebbe opposta in ogni modo.
Rimase guardinga, distese le braccia sul volante nello sforzo di rilassarsi.
Alle 19.23 girò l’ultimo angolo, dietro al quale c’erano trecento metri di asfalto che correvano fino alla porta della sua casa.
Sentí nitidi, secchi, i passi vicini, sempre piú vicini dell’emicrania. Quella sera non le avrebbe permesso di occupare la sua testa.
Di fronte a ogni casa, a ogni pezzo di casa, c’era già una macchina. Il paese, che non era un paese ma un agglomerato di unità separate da cancelli e muretti bassi, era a cena. Solo i cani, in ogni pezzo di giardino, correvano fino alla rete per veder passare la sua auto. Lenta. Cauta.
Quella sera non avrebbe guardato Sergio salire le scale. Ancora non sapeva come, ma davanti alla prima schiera di villette, separate dal corpo centrale da un piccolo parco giochi, non aveva dubbi.
Non avrebbe seguito con gli occhi quella salita tranquilla, meticolosa, che sembrava assaporare il piacere prossimo. Non l’avrebbe visto scomparire dietro la porta di legno bianco dopo la prima rampa di gradini, non avrebbe visto la lampada accendersi, la luce filtrare sotto la porta e rimanere là. Quella sera no. Né avrebbe salito, poi, gli stessi gradini due alla volta per non calpestare quell’indecente fascio di luce giallognola che allagava le piastrelle.
Dietro al finestrino adesso c’era una vecchia cascina, ristrutturata e smembrata in dodici spicchi di quadrilocali con giardino e taverna. Dietro le finestre illuminate c’erano schiene piegate sui piatti sotto travi a vista dappertutto.
Nei giardini poche cose lasciate in un disordine artificiale, qualche palla di bambino, un barbecue con la legna appoggiata sopra.
Alle 19.24 Clara ruotò la testa di pochi gradi, una torsione impercettibile che bastò a inquadrare la sua casa. Fece scorrere gli occhi sui serramenti in douglas, sull’altalena del giardino, sui pattini di Tommaso sotto il portico, li fermò...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. Parte prima
  5. Parte seconda
  6. Parte terza
  7. Parte quarta