Attraverso il nord Europa
Agosto 1989
Percorriamo tutto lo stivale, ogni cento chilometri si alternano al volante Patrizia, Gianni e Angelo. Purtroppo io non guido; in quattro sarebbe meglio, dovendo in un giorno fare mille chilometri. Ma dopo gli elettroshock non ho piú potuto prendere in mano il volante; questo handicap, insieme all’altro di aver quasi perso il mio inglese, che era perfetto, sono gli unici ricordi di quel tunnel attraversato dal ’56 al ’64. Peccato. L’inglese, che avevo studiato solo per leggere i poeti britannici, e guidare mi piacevano immensamente; ma se questa è stata la spesa, dopo essere uscita dalla clinica del dottor Cerletti – appassionato di elettricità (ha somministrato questa «materia» a mezza Roma, anche a Gigi) –, in fondo non è tanto gravosa.
Quando uscii non sapevo piú né leggere né scrivere; non potevo (e questo mi durò quasi due anni) salire su un autobus, andare in bicicletta, né stare a lungo in mezzo alla folla di un cinema o di un bar. Al confronto con dopo, quando ero guarita e con il poco inglese che ancora parlo, la mancanza mi appare poca cosa. Soprattutto oggi, a Lucerna, dove proprio in coincidenza con un bel tramonto limpido e di un colore soavemente rosato sono in compagnia di amici cari, divertenti e intelligenti (anche un po’ snob, che non guasta), ripeto, mi pare proprio poca cosa.
È incredibile, ma la Svizzera dove non ero mai stata è forse l’unico paese che mi appare – essendoci ora fisicamente – cosí come mi appariva nella mente quando la pensavo. «Certo, – ammiccano i cartelloni, lindi puliti composti, – noi svizzeri siamo cosí educati e precisi che non rappresentiamo nessuna sorpresa per chi ci incontra per la prima volta».
Mia madre, che è stata in esilio in Svizzera (dove ha conosciuto Lenin «il sanguinario», come lei lo chiamava, e il vanesio Mussolini), mi parlava molto di Lucerna, della sua dolcezza e bellezza. Ma ciò non toglie che dopo un anno d’esilio preferí tornare in Italia e farsi due anni di prigione pur di «rivedere il cielo italiano»; proprio cosí mi disse piú volte quando ero bambina, e forse il fastidio che provo all’idea di dover emigrare in qualche paese nasce da questo suo racconto di nostalgia tanto straziante da far preferire a una persona «di vedere il proprio cielo da una grata, – anche questo mi disse, – che essere liberi sotto un cielo straniero».
Attraversiamo tutta la Germania con uno strazio di noi che non credevo mai di poter provare. Gianni e Patrizia quando non guidano dormono: è chiaramente un sonno d’uggia e disperazione. Lungo l’autostrada i grandi alberi che la fiancheggiano sembrano nascondere l’orrore delle fabbriche di cui è piena.
Non dovrei scrivere queste cose di un popolo che – forse – individualmente è come gli altri, ma la sorpresa di ritrovarli tutti quasi esattamente cosí come li ho conosciuti in divisa è disperante. Quasi non credo ai miei occhi, perfino i grandi vigneti sembrano schieramenti di eserciti compatti e disciplinati pronti a un assalto insensato.
Finalmente l’autostrada comincia a scendere verso il basso, il paesaggio si fa collinoso e dolcemente ondeggiante. Le case squadrate e monotone, fornite tutte del loro elmetto trucido e duro, cominciano a mostrare qualche colore e decorazione. Prima di entrare in Olanda ho come l’impressione che qualcosa sia cambiato in questa folla tedesca che ho attraversato: qualcosa di stanco, sdrucito moralmente e molle nel portamento e nelle espressioni. Può essere che anche qui la storia o il tempo stiano modificando qualcosa: c’è meno idealità nei loro sguardi bianchi, e meno precisione nei loro gesti quando sono impegnati nei vari lavori. Forse anche nel corpo un tempo compatto della società tedesca il tarlo della disaffezione al lavoro ha cominciato a infiltrarsi silenzioso. Chissà!
Passare la frontiera è stato come nel viaggio del ’78 in Russia, quando dopo tanta steppa entrammo in Cina. La bellezza delle frontiere. Il miracolo visivo ed emotivo che una linea astratta di divisione da un mondo-cultura all’altro possono creare nella mente. Qui è tutto piú delicato, colorato, elegante.
Il mare sconfitto si fa vivo in onde placide, verdi, solcate da tante barche-case di un’efficienza e solidità marinare. Ogni olandese, specialmente i bambini, ha il piglio del marinaio sorpreso in piena navigazione. Forse loro sentono il mare, sotto la scorza di terra che hanno piantato; o è rimorso-nostalgia del mare tradito, o paura di essere puniti-risucchiati dal grande mare che li circonda e ancora mugghia irato sotto la sepoltura da loro stesa per poterlo calpestare. Probabilmente sentono ancestralmente, anche su questa tolda d’erba, il rullio e il beccheggio delle loro lunghe faticose navigazioni.
Oggi, domenica 6 agosto, il cielo è come una grande concava nuvola leggera. Un padiglione alto di vetro, che però dà una luce precisa da cannocchiale: ogni particolare degli alberi, muri e contorni di animali si vede come attraverso una lente di ingrandimento. Come per Mondrian: questo è il paese per nascere pittore e godere dell’immenso atelier che è tutto il grande piccolo continente Olanda.
Finalmente vedo Rembrandt, Vermeer e Van Gogh immersi nella loro luce – rimasta rintanata nelle mie pupille – e tutto di loro si fa piú chiaro: è come se il paese del pittore gli ridonasse l’identità perfetta del loro tipo di ricerca, di sofferenza e di trionfo.
Ricordo a Londra il dolore, direi anche le lagrime che gli antichi marmi greci versavano dalle loro piú intime ferite: marmi scoloriti, anemici e doloranti come certi immigrati per fame o certi schiavi rubati al proprio paese solare per morire di non luce in terra straniera. Giurai di non vedere piú quelle pietre martoriate, e ho mantenuto la promessa, come una preghiera a che «loro» potessero alfine trovare la via del ritorno.
Per tornare alla gioia di vedere qui Rembrandt, Van Gogh, Vermeer e anche Ruysdael con le sue marine, ci tengo a ricordare che per la pittura è diverso che per i marmi antichi. La pittura ha un segreto di resistenza a tutti i climi e alle culture molto piú potente delle statue, ed è solo per capire meglio gli artisti che l’aria del loro paese ti aiuta: entri nel museo dopo aver assorbito il loro cielo, i muri delle loro case, i visi di vecchi giovani e bambini, che anche dopo secoli richiamano quelli afferrati dal genio per le strade e resi universali sulle tele.
Ieri notte (ma questo spettacolo si svolge anche di giorno) a piazza Dam assistiamo all’ultimo contorcersi pauroso della fine di un’epoca, il Sessantotto. È come se in questa piazza tutte le retroguardie dell’esercito hippy venissero a morire insieme: drogati sí, ma soprattutto vinti, soldati semplici, capitani e attendenti si ritrovano, si dànno forza, si compiangono o cercano solidarietà in questa piazza dove i loro stracci una volta colorati sembrano bandiere sbiadite e sbrindellate da lunghe battaglie. I borghesi non li osservano, e se qualcuno lo fa, sorride; come forse sorride attraverso una delle sue finestre la regina, visto che nella piazza c’è il suo palazzo.
A notte fonda l’agonia si fa piú terribile, anche per l’avvento delle motociclette, spinte a tutto gas tra la folla pezzente, degli angeli della morte che per ammonimento sfiorano questo esercito in fuga e senza speranza. La nostra ostessa, alla mia domanda retorica «Chi sono?» dice tranquilla e senza alcuna apprensione: «Gli angeli della morte».
Lungo il canale c’è una sinfonia di barconi preindustriali, con vele pesanti di grossa tela color tabacco scuro. Ci sono uomini grandi ma ben fatti, le zazzere bianche a schermare gli occhi sempre chiari, che si muovono lenti, col passo atavico dei marinai, lo stesso da secoli. Ci sono bambini che imitano i grandi in questo passo che sicuramente risuona nelle loro piccole vene piene di messaggi ancestrali; uno di questi, di cinque o sei anni, passeggia davanti a me.
Ancora barconi lungo il canale, vere sculture antiche (organi, pulpiti, scanni?) appartenenti alla piú antica delle religioni: il mare. Sarò sentimentale, ma queste barcheorgani sembrano innalzare al cielo un canto sacro di gioia, paura e speranza.
Deve essere il mio lontano passato ereditato dalla famiglia di mia madre, danese, che fissando queste barche che potrebbero essere antichi carri contadini della Danimarca mi fanno sorgere dal profondo una grande pace senza eccessi.
Al sud la gioia è sempre panica, eccessiva, mentre qui la gioia è pace.
Finita la strada, sterminati campi di fiori multicolori ci accolgono come bandiere di gioia e ci dànno il benvenuto. Siamo a Enkhuizen, una severa antica città chiaramente di pionieri chiusi e orgogliosi del loro dominio. Nei campi di questo paese non vedi mai la fatica; quando lavorano? E cosí nei negozi e nei pescherecci: è un mistero da chiedere alla gente del posto.
In serata sotto la pioggia ci quietiamo, con qualche malinconia per il distacco. Non abbiamo piú scuse per fermarci, e cosí il ricordo del nostro soggiorno, incartati nel legno chiaro come uno dei loro cioccolatini, si fa strada con la consapevolezza della separazione. Per un viaggio voluto «a volo d’uccello», con l’intento di conoscere il grande nord, quattro giorni e tre notti in quella casa semplice e familiare è giocoforza che si siano disegnati nelle nostre emozioni come un periodo lunghissimo di convivenza con gli oggetti e le persone frequentate. L’orologio emozionale non crede a quei quattro giorni, è convinto di aver vissuto in quel piccolo angolo d’Olanda almeno un mese.
Nella nostra corsa alla ricerca di «sfizi» da saziare, avendo fretta, ho potuto notare come gli olandesi facciano tutto con una lentezza che appare preindustriale, ma che è solo la calma marinara che scorre nelle loro vene col sangue del loro essere. E anche i loro contadini marini si muovono lenti come le pale possenti dei vecchi mulini. Non c’è pubblicità per le vie, né sulle autostrade né nei paesi.
Alle due facciamo una breve sosta sulla grande diga del Mare del Nord. Girando lo sguardo sull’Ijsselmeer, scopriamo antichi velieri per la pesca delle ostriche e i soliti uccelli marini a miriadi; visti su questo mare i gabbiani sembrano piú piccoli e meno dannati.
Per un attimo, nel vento che spazza l’altura della diga, la fiducia nell’uomo torna a contare sicura: grazie Olanda per questo breve attimo di speranza.
Toccando con le mani la ponderosità di questa diga, che sottintende la stessa potenza di pericolo, percepiamo una delle qualità di forza che esprimono sempre i chiari occhi degli abitanti; il loro inconscio non può non essere diviso da una lama sottile di ardimento e terrore per il grande mare, che immobile e sonnolento può in ogni momento adirarsi e irrompere, fino a distruggere ogni pulsione serena d’affetto e di quiete.
Attraversare l’Europa a frontiere spalancate è per la mia biologia qualcosa di curioso, che piú che allegria mi riempie d’ansia incredula. Sarà vero?
Nell’albergo olandese non hanno voluto (e li avevamo offerti) i passaporti. Incredibile: abbiamo dormito lí per tre notti e nessuno lo potrà verificare mai!
Tutta una vita di trepidazione, fin dal primo treno, quello da Catania a Roma, a diciassette anni insieme a mia madre: fu un tunnel scuro d’ansia, un poliziotto in borghese era nel nostro scompartimento (dieci anni fa il professor Canistraro, quando scriveva il libro su mia madre, mi raccontò di aver letto un rapporto particolareggiato su quel viaggio vergato da una spia dell’OVRA). Tutta quella trepidazione, dicevo, non può svanire nell’allegria che vedo provare ai ragazzi. Forse col tempo anch’io ne godrò come loro, ma oggi sono quasi sconvolta da questa novità, che non avevo nemmeno mai preso in considerazione.
La pianura costante e il persistente bordo d’alberi sono di una monotonia senza speranza. Non ci sono nemmeno i canali, i mulini a vento, i colori gai delle autostrade olandesi a rallegrarla: Germania austera e inflessibile, quando accetterai un po’ di languore?
Lubecca è bella, elegante, assennata e severa, e subito si capisce che faceva parte della Lega Anseatica guardando la raffinatezza delle finestre e quel clima di buongusto marinaro. Certo la gente non è bella e coerente con la sua civiltà come in Olanda: appena messo piede in un paese tedesco, anche se molto affascinante, capiamo che l’Olanda è un’isola di eleganza e pace in questo agglomerato che sta per chiamarsi Europa.
Sul traghetto la curvatura del mare grigio è immensa: mi ricorda certi momenti dell’attraversamento della Mongolia, ma solo come spazio, perché quella era spesso ondulata e a volte piena di colori, specialmente all’alba; la steppa di colore pannocchia, come capellucci irti tagliati male di bambino biondo, si srotolava come un tappeto con tutti i colori di un arcobaleno: ecco, sembrava di vedere un arcobaleno rovesciato sulla terra.
Gianni viene a sapere che c’è un duty-free, e siamo costretti a precipitarci giú. Nella mia isola gli anziani dicevano: «Non correre mai dove corre la folla, anche se ti promettono ricchezze: proprio nella tua povertà troverai il tesoro».
Giú, come si può immaginare, in mezzo alla folla che – anche se danese – si trasforma in orribili cavallette, tutto diventa brutto e soffocante. Finora i nostri movimenti erano incanalati da un’organizzazione e pulizia straordinarie, si erano svolti sempre con estremo garbo. Scappo di nuovo su, e già entriamo nel piccolo ordinato porto di ferro. Qualche edificio, chiese, cespugli: tutto piccolo incolore ordinato.
Da tempo ho capito che la Sicilia non è altro che il nord dell’Africa, e che proprio questo rende i suoi abitanti feroci, dinamici e battaglieri fino al razzismo. Hanno paura del deserto di sabbia che sta a poca distanza di là dal breve tratto di mare che li separa dal Sahara.
Un contadino, a cui bambina chiesi perché si accaniva tanto a tormentare se stesso, i figli e la moglie con quel lavoro continuo senza mai sosta, mi rispose: «Se ci riposiamo anche un minuto piú del necessario, poi desideriamo riposarci dieci minuti e poi venti, e cosí lui ne approfitta e ci copre tutti».
«Lui chi?» chiesi io.
«Il deserto, e chi se no? Il deserto che ci alita alle spalle quando la notte è scura».
È cosí che la paura atavica del nulla del deserto rende il siciliano esattamente come questi popoli che hanno un altro vuoto davanti a minacciarli: il ghiaccio eterno.
Quello che mi sorprende in questa Copenaghen sono i visi duri con occhi d’acciaio (non belli) degli uomini, la fretta ansiosa di tutti e un semisporco che qui al nord si fa piú sinistro che da noi: come se questa gente stesse perdendo il controllo dei propri nervi e della propria economia.
Un ragazzo altissimo, con una criniera bionda da cavallo di fiaba, degno in tutto – magrezza, eleganza, lievità di gesti – del grande Andersen, magico torturatore della nostra infanzia, si è avvicinato a due contenitori di rifiuti, e con dita gentili ha cercato intensamente nel fondo. Com’è possibile? Un malato di coprofagia ne dubito, forse è fame; anche di questa parola si sta facendo un uso troppo rassicurante, il solito rifugio nella malattia. Persino Hitler non era che un pazzo per questi professorini di morte, che a furia di spiegare tutto con la ragione ti levano ogni palpito di intuito e immaginazione.
Solo un loro favolista poteva soffermare il pensiero su una bimba tipo la piccola fiammiferaia senza suicidarsi. Dopo di lui, in confronto, Kierkegaard diventa il vero autore per l’infanzia. In quanto a Jacobsen, lui era un laico puro e quindi protetto dall’intelligenza a non cadere nell’eccesso.
Il centro di Copenaghen è tutto un teatro di comici danesi, suonatori inglesi e simili, come a Vienna l’altra estate.
Dopo la visita al Tivoli, pieno di sporco, odiosi bambini, vecchi paralitici e invalidi (con pranzo in uno spaccio piuttosto lercio), andiamo un attimo a omaggiare la Sirenetta, sempre rannicchiata sul suo scoglio scuro. Ha lo sguardo pieno di nostalgia per il suo mare aperto, a causa del suo amore per un uomo si è fatta cambiare le pinne con le gambe e s’è pentita, perché là dove guarda vorrebbe tornare. È il tema della donna che sacrifica la propria identità per un uomo e poi soffre, La donna del mare di Ibsen. Ma là dove lei guarda oggi c’è una muraglia di edifici industriali che tagliano il suo sguardo allungato dalla nostalgia, dando anche a noi l’impossibilità di riscatto verso la natura, che anche qui in Danimarca si può toccare.
Questo posto dà una sensazione di eternità a chi arriva, si siede e si trova a bere un buon tè al latte in belle tazze, semplici nella loro eleganza bianco monacale.
Se in Germania sentivo un tempo scandito dalla truculenza (e non per la vecchia paura del tedesco, visto che anche Bologna ha questo stesso tipo di tempo), in Olanda un tempo a spirale calmo ma spesso percorso da brividi di eccitamento e di presagio di sventura (il fondo cupo nell’azzurro delle loro pupille, un punto scuro d’apprensione antica), in Danimarca percepisco un tempo cavalcante, quasi di inseguimento. È l’unico posto per esempio dove piú volte sono stata spinta, non per scortesia ma per una profonda insoddisfazione della gente, o repressione del bisogno di correre, urlare. Non so, forse questo paese sta attraversando un periodo non felice, ma non è questo, ogni popolo ha il suo tempo ancestrale, e quell’impeto all’aggressione che rende il tempo danese una cavalcata fino all’ultimo respiro dev’essere il loro fin dai primordi.
Ricordo che anche Roma, pur in guerra, manteneva il suo tempo che ben conosciamo.
Agosto 1989
Finalmente fuori dal centro molle, affascinante abbraccio di corpi, tramonti e alberi squisiti, il mio scheletro si rizza dentro l’involucro di carne, ossa e vene ascoltando i fonemi duri di una coppia catanese – o dell’entroterra di Palermo – che parlano – quanto durerà ancora? – in dialetto.
Nostalgia del mio dialetto che presto (quaranta, cinquant’anni) sarà spazzato via dall’italiano: quello che non poté il fascismo poté la televisione, col suo italiano melenso reso rockeggiante (con pause nevrotiche di stampo anglosassone) dalla cultura egemone americana. Dicono che è il prezzo del progresso e che ci tocca tacere.
Arriviamo al villaggio Lenzitti, dove troviamo i componenti di queste famiglie (Pellegrino Lenzitti, Ficola e altre), tutti in buona salute e decisi (ancora, e senza prendere atto della peste che dilaga intorno a questo piccolo regno-castello) a sopravvivere almeno serenamente (se qualche turbolenza viene ad agitare la loro armonia è sempre di natura passionale e la passione, si sa, qui in Sicilia fa parte del nutrimento della famiglia come l’olio e il pane), compreso il grande Gino, il padre di Angelo, che oggi compie ottant’anni di vita.
A pranzo tutti i componenti di sangue delle famiglie Pellegrino e Ficola cominciano ad arrivare, compresi e rispettosi verso tanta vita vissuta, con le stesse espressioni nei visi, nei gesti e nelle parole che bambina vedevo e sentivo ad ogni compleanno di persona anziana: come se arrivare a sessant’anni fosse già un segno di forza e di coraggio sovrumano che richiedeva dai giovani rispetto e venerazione. A questa cerimonia i piú attenti a non perderla sono proprio i familiari acquisiti (per i consanguinei è un dovere che nessuno oserebbe trasgredire, è per questo che sono qui); in questo caso i Lenzitti, amici di vecchia data (se Federico, il maggiore di Beppe Lenzitti, leggesse la parola «amici» si offenderebbe), divenuti col tempo parenti col mezzo del battesimo, che in questo caso è usato come patto sacro di fratellanza tra famiglia e famiglia. Beppe infatti divenne padrino di Angelo, e cosí Federico sente Angelo come un fratello, e non c’è occasione che abbisogni di una presentazione in cui non dica: «Ti presento Angelo, mio cugino».
Non scriverei queste cose se non si fosse alla soglia del Duemila, e non avessi – con la frequentazione di questo posto, punto d’osservazione sicuro su tutta Palermo – constatato quanto ancora intatta sia qui questa aggregazione che chiamiamo famiglia.
Da quando sono qui questa è la parola assoluta, che torna a ogni rigo; ma per una volta ditemi con che sostantivo o aggettivo – per comporre una bella pagina – la potrei sostituire.
Alzo gli occhi verso il mare: s’è fatto di un blu-verde pavone sferrante la sua coda occhiuta lungo l’arco dell’orizzonte sterminato. Mentre questo prodigio che annuncia la c...