La sfuriata di Bet
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La sfuriata di Bet

  1. 216 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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La sfuriata di Bet

Informazioni su questo libro

«Se hai da dire qualcosa, dilla. Se poi ti tocca dirla urlando, si vede che ne valeva la pena». Bet non è bella ma fa tipo. È appassionata, grintosa e ha una lingua corrosiva. Ripete il terzo anno di liceo e abita in Barriera di Milano, un posto che si chiama cosí anche se si trova a Torino. Bet ce l'ha con il mondo. Con il padre, ex operaio ed ex sindacalista, che si è trasferito nella capitale. Con la madre, che non riesce a tenerle testa per quanto si sforzi, e con il passivo compagno di lei, Leonardo. Con il Guardone del palazzo, che la spia da dietro le tende. Con la scuola, che tenta di irreggimentarla. Con la gente, che ha perso la voglia di ribellarsi. E persino con se stessa. Perché si incolpa della tragedia che ha distrutto la sua famiglia.
Bet non ce la fa proprio a frenare la lingua e a non dire quello che pensa. In modo ingenuo, a volte goffo, ma obbedendo a un istinto incontrollabile, perché vuole cambiare le cose. Prima si oppone allo sfratto di un'anziana signora, finendo in caserma. Poi cerca di aiutare Viola, una ventiduenne incinta dalla risata esplosiva, ma riesce a ficcarsi in un altro guaio. Infine, insieme al suo amico Andrea, organizza uno sciopero nella fabbrica dove la madre rischia il licenziamento. Ma la delusione e la rabbia per i soprusi subiti la spingono a un gesto impulsivo e lucidissimo, dagli effetti inarrestabili.
È proprio in questo gesto il cuore del nuovo romanzo di Christian Frascella, che fotografa il paese in subbuglio - tra rivolte studentesche e contestazioni - attraverso gli occhi di una protagonista straordinaria, specchio di un'intera generazione precaria, incatenata e muta, che però non sa smettere di sognare.
E per scriverlo, l'autore ha incontrato i ragazzi delle scuole, coinvolgendoli in un dialogo tumultuoso. Ne è venuto fuori un ritratto ficcante e vero, e non solo del mondo degli adolescenti. *** « La sfuriata di Bet è un libro che si legge d'un fiato (...) Di un merito va dato atto a Christian Frascella: approdando da narratore nell'oggi ha capito che l'unico personaggio che poteva rendere la follia del mondo in cui viviamo era una donna. Giovane. Buona e furiosa». Maria Serena Palieri, «l'Unità»

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2011
Print ISBN
9788806206154
eBook ISBN
9788858404867
La sfuriata di Bet
Mi chiamo Bet. Elisabetta, ma meglio Bet. Lo preferisco. Non Betta. Betta mi fa schifo. Betta è da cretina. Io voglio un sacco di cose, però mai risultare cretina.
È l’una di notte e sono in una tavola calda in Barriera di Milano. Anche se la città è Torino. Non so perché un posto che sta a Torino si chiami Barriera di Milano. Forse c’era una barriera tra qui e lí. Una faccenda storica. Un giorno mi informo. Vado in biblioteca e mi informo.
Intanto chiedo a Matteo se lo sa lui. – Matty, perché Barriera di Milano si chiama Barriera di Milano?
– Bella domanda –. S’appoggia al bancone, mi guarda. Ma non mi guarda in quel modo in cui mi guardano di solito i maschi. Sapete di che sguardo parlo. Quello che valuta quanto tu sia rimorchiabile, e se ne valga la pena. Be’, dico subito che quel tipo di sguardo con me non attacca. Lo conosco bene, e con me non funziona. – Sai che non lo so, Bet?
– Non lo so neanch’io. Per quello chiedevo.
Lui sorride appena, un po’ triste. Sono strani gli uomini tristi. Con tutto che comandano ogni cosa loro, riescono pure a sentirsi tristi. E allora noi? Che dovremmo fare?
– Non hai scuola domani? – mi chiede. Ha gli occhi azzurri, accorti.
– Mi alzo lo stesso. Mi alzo sempre. O quasi –. Sorrido.
Lui sorride di rimando. – Che classe fai, adesso?
– Di nuovo la terza. M’hanno bocciata.
Inarca le sopracciglia. – Peccato. Te lo meritavi?
– Non credo di meritare buona parte delle cose che mi succedono.
Annuisce, come sapesse di che parlo. E forse lo sa. Pulisce il bancone, con l’avambraccio si asciuga il sudore. Si chiama Bright Bar questo posto. Ci veniva mio padre. Anche se, a quei tempi, la proprietaria era una donna anziana, una con le labbra imbronciate.
– Che fine ha fatto la vecchia che era la padrona di qui?
– Me l’ha lasciato in gestione –. Alza le spalle, come se gestire il Bright Bar fosse stata la sua condanna da sempre. Senza altra scelta.
C’è uno scampanellio e, prima di voltarmi a guardare, so già chi è entrato: Claudio Morino e Alberto Calvarese. Fanno sempre un gran casino.
– Ciao, Matty! – ride Alberto e picchia una manata sul bancone.
– Ehi, Matty, com’è? – chiede Claudio, la voce roca, come al solito abbronzato. Va da Cocco Sun almeno tre volte alla settimana a spararsi la doccia solare. Doccia solare è proprio un modo di dire idiota. Per gente idiota.
Matteo quasi li ignora, e anch’io. Non mi costa niente.
– Guarda guarda, – fa Claudio, e si avvicina al mio tavolino. Chiede, rivolto all’amico: – Hai visto chi c’è?
Ora anche Alberto mi vede. – La nottambula.
Claudio fa per sedersi nella sedia vuota accanto a me. La avvicino al tavolo col piede.
Lui s’aggrotta. Ha gli occhi vacui, s’è fumato qualcosa. – Sarebbe a dire che non vuoi che mi siedo con te, Bet?
– Sarebbe a dire proprio quello.
Alberto gli si affianca: ha i capelli neri e lunghi, sciolti sulle spalle. Lui pare piú lucido. Pare. Indossano entrambi una giacca di pelle nera, jeans, e stivali. Prima che possa dire qualcosa, da dietro le loro spalle Matteo chiede: – Che vi servo, ragazzi?
Alberto osserva il mio bicchiere. – Lei che sta bevendo?
– Un antiruggine, – rispondo. – Quelli che non si fanno i cazzi propri mi ossidano.
Si guardano interdetti.
– Bet lasciatela in pace, – interviene Matteo. – Su, che vi do?
Ma Claudio insiste. – Perché fai sempre la stronza, bella?
– Stronza e bella lo dici a tua sorella, – rispondo io. – Che ci è abituata.
Lui incassa male.
Alberto gli mette una mano sulla spalla. – Lasciala perdere…
– Sí, lasciami perdere.
Claudio dondola un dito nello spazio che ci separa. Dovrebbe essere un avvertimento, o qualcosa di simile.
Io mi alzo e lascio i soldi a Matteo accanto alla cassa.
– Vai, Bet?
– Vado, ciao.
Claudio mi molla un’occhiata a palpebre ammezzate, come avrà visto fare nei Soprano.
Mi accendo una sigaretta, sbuffo nella sua direzione ed esco.
La città di notte può sembrarti un ventre caldo o un muro freddo che ti respinge. Dipende da come la vivi, e da cosa ci fai. Le volte che ci fai qualcosa forse non sono neanche le volte migliori. Ma almeno ti muovi.
Io mi muovo, e ci faccio quello che posso. Sia chiaro che non ho girato il mondo e che non potrei dirvi se qui è meglio di Mosca e peggio di Parigi. Sono città che ho visto nei film, e basta. Una volta pensavo che sarei partita zaino in spalla a fare l’autostop sulle strade d’Europa e poi su quelle del mondo. Ma in uno zaino che ci metti? Poi coi soldi come fai? Io le ragazze che partono senza meta le considero fuori di testa. Qualcuno, un uomo senza dubbio, le userà, farà loro del male. E se ne torneranno a casa con cicatrici belle grosse che avrebbero potuto evitare. E poi non conosco le lingue. Il mio inglese è una porcheria. Non ho passato la prima adolescenza a impararlo traducendo vagonate di canzoni cretine, magari quelle dei Doors – se c’è uno scemo sopravvalutato nella storia di questo pianeta è sicuramente Jim Morrison. A me quelli che vanno in giro con le magliette che citano o raffigurano Jim Morrison mi fanno venire l’ulcera.
Non che preferisca le canzoni e la faccia di uno come Gigi D’Alessio. Ho una compagna di scuola, si chiama Carmela, ti sa dire pure la data di incisione delle stronzate di quello lí. Certe volte mette su gli auricolari, specie durante l’ora di matematica con quello stordito del professor Crivelli che non ci sente o non vuole sentire. Amore cuore sapore dolore. Ma vaffanculo. Ho letto da qualche parte che Gigi D’Alessio si vanta di essersi fatto da solo. E io mi chiedo: cos’è, ti dovevano pure aiutare?
È dicembre ma indosso solo un maglione e una giacchetta leggera. Ai piedi ho miei Dr. Martens gialli favolosamente fuori moda. Ho freddo e per distrarmi penso a una serata afosa di quando avevo sette anni; con un sotterfugio avevo chiuso mio padre nello sgabuzzino perché non voleva che vedessi una puntata di Mixer sulla strage alla stazione di Bologna. Era un 2 agosto, l’ennesimo anniversario. Mio padre diceva che ancora non me lo meritavo di scoprire quanto schifo fosse successo in questo paese senza che nessuno avesse fatto niente di niente per trovare uno straccio di verità.
Il mio palazzo è anonimo. Sei piani, due appartamenti per piano. In totale – compreso il piano rialzato – fan quattordici famiglie. Molti sono andati via, e ne sono arrivati degli altri. Noi non siamo riusciti ad andarcene, forse non ci abbiamo nemmeno pensato. Non che il mercato sbavasse per avere il nostro due camere, soggiorno e cucina. Sono arrivati gli stranieri. Rumeni e nordafricani. Alcuni sono rumorosi – ma quali famiglie non fanno casino? Quelle profondamente tristi, forse.
La mia religione è: se hai da dire qualcosa, dilla. Se poi ti tocca di dirla urlando, allora significa che ne vale la pena. Basta non passare alla violenza.
A me gli stranieri non fanno paura, anche se spesso non li capisco. La famiglia di algerini che vive sopra di noi è composta da due maschi e tre donne. Le donne spignattano, puliscono casa ogni momento, vanno a fare la spesa all’iN’s, girano col velo. Una è vecchia e ha i denti neri, con ogni probabilità è la nonna. Poi c’è la mamma, che è quella con la pelle piú scura in famiglia. E poi la figlia, che avrà vent’anni, un esserino silenzioso, indifeso, una farfalla di quelle che ti entrano in casa d’estate. Il padre lo sento piú che vederlo. È burbero, ma spesso ride. Ride col figlio, che si chiama piú o meno Rashid. Massiccio come il padre, ma è un ragazzino, forse dodici o tredici anni. Comanda la sorella a bacchetta. Li ho incrociati una decina di volte per le scale. Lei scendeva dietro di lui, infagottata, nascosta dal velo. Lui camminava a muso duro, poggiando bene i piedi sui gradini, come se delimitasse il suo spazio e quello spazio non potesse appartenere ad altri che a lui. E le parlava nella loro lingua, quasi strillava. Lei ripeteva una specie di va bene, che pareva una cantilena.
Una bella scrollatina di spalle a quella ragazza mi piacerebbe dargliela. Dirle: «Non sei mica un mulo, fatti trattare con un minimo di rispetto!» Forse mi direbbe di farmi gli affari miei, ed è quello che intendo fare. Lasciatemi solo in pace, okay? E io neanche vi penso.
Poi ci sono i rumeni. Due famiglie. Bevono e fanno chiasso, spiccicano un italiano basico, al contrario degli algerini loro salutano. Ogni tanto si ritrovano in cortile nei giorni di sole per una grigliata. I maschi litigano un po’, magari si spintonano, poi fanno pace. La pace dei simili in terra d’altri. Una rude solidarietà.
Ed eccolo lí, alla finestra dell’appartamento al piano rialzato. Lí, dietro la tenda, una luce smorta alle spalle. Come tutte le volte che rientro, lui mi aspetta.
Chi è?
È il Guardone.
Non so neanche bene che faccia abbia. Magari è paraplegico e sta tutto il tempo dietro i vetri perché altro non può fare. Ma, non so, credo che me ne sarei accorta se avesse quel problema. Non potrebbe vivere solo, per esempio, e invece ho la quasi certezza che viva solo.
Non so nulla di lui. Che è un lui l’ho capito dalla scarsa destrezza con cui chiude le tende quando arrivo. Per gli uomini le tende sono un meccanismo troppo complesso, strappano invece che accostare. Ma l’ho capito soprattutto da come si muovono i suoi occhi su di me, anche se non li ho mai incrociati. Una donna lo sa. Uno sguardo insistente maschile ti tocca piú di una mano. Magari sei al supermercato a controllare il prezzo del latte nello scaffale in basso. Ti guardi intorno e non c’è nessuno. Per leggere bene le cifre devi chinarti. Ed è a quel punto che avverti come un paio di dita che ti tamburellano le natiche. Giri il capo di scatto, e c’è: il Maschio, comparso da dietro un chilo di riso arborio o precipitato giú dal soffitto giusto in tempo per fissarti il culo mentre stai a novanta. Col tempismo che possono avere solo loro, come se avessero cronometrato ogni movimento dal risveglio fino alla sbirciata. La loro vita trascorsa nel progetto di imbroccare l’attimo perfetto. Farebbe ridere se non facesse anche pena.
Come il Guardone.
Quand’ero piccola nel suo appartamento ci abitavano due sposini felici, che poi hanno avuto due bambini, qualcosa è andato storto, probabilmente si sono odiati e traditi e insultati fino a che, un paio d’anni fa, ho visto lui andar via in auto con appresso un figlio, e lei in taxi con l’altro. In direzioni svelte e opposte. Tra di loro, il furgone dei traslocatori.
Per me quando un uomo e una donna si sposano è come se uscissero sotto un temporale con un ombrello troppo piccolo per due, dovrebbero cercare solo di cavarsela.
Infilo la chiave. Mi guarderà passare dallo spioncino? Entro nell’androne, individuo la sua porta. Alzo il medio nella sua direzione. Vaffanculo, Guardone, non ho paura di te!
Non faccio in tempo ad aprire l’uscio di casa, che mia madre sbuca dalla camera da letto.
Indossa il pigiama, i piedi sono nudi sulle piastrelle.
– Ma hai visto l’ora, Bet? – sussurra arrabbiata. La solita manfrina.
– Ero solo al bar all’angolo –. Tolgo la giacca, la appendo. – Come sempre.
– Non ti avevo detto di smetterla di andare in quel posto?
– Sí.
– E allora?
– Allora che? Vado dove mi pare.
– Non mi piace quel bar –. Si volta in direzione della camera da letto. Con quei suoi occhi uguali ai miei – marroni, grandi – controlla che lui stia ancora dormendo.
– Non lo svegliano neanche le trombe del Giudizio, tranquilla.
Entro nella mia stanza, so già che mi seguirà. Infatti.
– Parla piano. E guardami.
Mi siedo sul letto. La guardo. – Che vuoi, ma’? Vattene a dormire!
– Hai bevuto?
Crede sempre che io beva, fumi canne, scopi in giro e incendi i negozi. Ha di me un’opinione distorta da certi programmi televisivi.
– Vai a dormire.
Accende l’abat-jour sul comodino e mi scruta. Vista da sotto, sembra ancora piú vecchia. E ha solo quarant’anni, porcaputtana. Ho un ricordo di lei cosí splendente: io le corro incontro, siamo al parco, è estate, avrò sí e no cinque anni; lei indossa un abito a fiori, è magra, ha le labbra tumide. Si china per accogliermi tra le braccia e io svaporo dentro di lei.
– Non puoi comportarti sempre come se tutto ti fosse concesso.
– E cosa mi è stato concesso, fammi capire.
– Non puoi fare tutto quello che vuoi! – La voce le si incrina, è quasi un brusio. Ronza: – Almeno fino a che non diventi maggiorenne!
– Cos’è, allora a diciott’anni posso comprarmi un fucile a canne mozze?
C’è quel momento solito in cui si percepisce che controlla i suoi movimenti, altrimenti mi colpirebbe con uno schiaffo, o magari un pugno. – Bet! – sibila.
– Lasciami perdere, ma’.
La mia stanza è asettica. A parte qualche foto di mio padre (al mare, quand’era ragazzo; a cavalcioni sulla sua prima moto; con me a casa dei nonni), non c’è niente che mi riguardi granché.
– Vorrei solo sapere con chi passi tutto questo tempo, – riprende lei. Si è poggiata le mani sui fianchi, come un sergente che scruti la recluta indisciplinata e stia decidendo il da farsi. – E come.
– Dunque, oggi cos’è, lunedí? Il lunedí imbratto le chiese, rapino i passanti, e divido le panchine coi barboni libidinosi.
Lei aspira avidamente aria dalle narici, raddrizzandosi, e mi fulmina con un’occhiata assassina. – Non fare la furba con me, Bet! ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. La sfuriata di Bet