Strage
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Strage

  1. 600 pagine
  2. Italian
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Informazioni su questo libro

«Dunque, il 15 ottobre 1991 il tribunale civile e penale di Milano mi assolse. Le motivazioni contenute nella sentenza erano varie; la piú importante, secondo me, è quella che affermava che l'autore (il sottoscritto) non era punibile in quanto aveva semplicemente esercitato il diritto di cronaca e di critica, emanazioni dell'articolo 21 della Costituzione che sancisce il diritto di libertà di stampa e informazione. Un diritto-dovere che, ancor oggi, continua a essere messo in discussione da chi ha altri interessi che la libertà di stampa e l'informazione.
Solo oggi, nel 2010, trentesimo anniversario della strage di Bologna, il romanzo torna in libreria, praticamente inedito.
Due righe sulla storia. Fantasia, niente altro che ipotesi di un romanziere, basate su alcuni dati emersi nel corso delle tante indagini eseguite dai magistrati e che io ho utilizzato per aumentare l'interesse dell'intrigo e rendere piú credibile la vicenda. Anche il finale è pura invenzione.
Chi ritenesse di riconoscersi in uno dei tanti personaggi, uomo o donna, si tolga subito l'illusione di essere diventato un eroe da romanzo.
I personaggi sono di fantasia esattamente com'era di fantasia Jules Quicher, esperto di problemi di sicurezza in una multinazionale svizzera».
Loriano Macchiavelli
maggio 2010 BOLOGNA 1980 - 2010 «Attenzione: questo è solo un romanzo. Ma come escludere che un romanzo sia piú vero della storia vera?»
Giancarlo De Cataldo «Loriano Macchiavelli ci regala un magnifico romanzo, denso di colpi di scena e di sorprendenti intuizioni che contendono alle verità faticosamente ricostruite in tante sentenze, plausibilità, razionalità, verità.»
Libero Mancuso Questo libro, con il titolo Strage e a firma di Jules Quicher, «esperto di sicurezza in una famosa multinazionale svizzera», in realtà pseudonimo di Loriano Macchiavelli, uscí nel maggio del 1990 da Rizzoli, e subito fu ritirato dalle librerie, e mai piú pubblicato, in seguito alle vicende che lo stesso Macchiavelli racconta nello scritto introduttivo a questa nuova edizione.

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2010
Print ISBN
9788806204167
eBook ISBN
9788858402535

Parte quarta

Le indagini

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1. I primi passi ufficiali

La famiglia Altavilla era di origine meridionale; il vecchio avvocato Giulio Altavilla si era trasferito a Bologna nel 1920. Aveva ventotto anni, e prima di lasciare il paese d’origine aveva sposato Caterina Alessi di ventidue anni. A Bologna, dove l’aveva portato il concorso vinto, costruí la propria splendida carriera di magistrato, e a Bologna nacque, nel 1934, il figlio Massimo.
Giulio Altavilla morí all’età di ottantacinque anni lasciando nell’ambiente nel quale aveva agito un segno di vera e autentica onestà. In città si ricordava ancora il suo operato di magistrato di grande rettitudine e al di fuori di ogni trama.
Non fu mai chiaro se lo facesse per ironia o se ci credesse veramente, ma Giulio Altavilla amava ricordare che le origini della propria famiglia avevano radici in quella casata di Altavilla il cui capostipite fu Tancredi signore di Hauteville. Discendente da uomini del Nord, quindi, che erano diventati uomini del Sud.
Una miscela che aveva dato buoni frutti. I discendenti di quel Tancredi, infatti, combatterono contro gli arabi, i bizantini e vari signori dell’Italia meridionale fino a dare alla storia i primi tre re di Sicilia. I successori dei quali risalirono la penisola per stabilirsi in Calabria e in Puglia restando sempre e comunque notabili dei luoghi. Di questa discendenza, vera o usurpata che fosse, Giulio Altavilla conservò sempre le tradizioni e l’antica cultura.
Non lo intimidirono mai le pressioni politiche, neppure nel periodo fascista, quando i magistrati autonomi restarono pochi. Specie a Bologna. Ebbe sempre un particolare metro di giudizio ogni volta che si occupò di cause che implicavano la parte piú emarginata dei cittadini. Non che modificasse le leggi o le applicasse in maniera difforme, ma tenne sempre in gran conto gli ambienti nei quali erano maturati gli avvenimenti sottoposti al suo giudizio o alle sue indagini. Tenne sempre conto della cultura, del passato e del presente degli imputati, ben comprendendo come gli impulsi e le azioni dipendano da tali elementi.
Un omicidio maturato in un determinato ambiente può essere piú o meno grave; un furto ha origini precise e una qualsiasi azione delittuosa può avere giustificazioni piú o meno accettabili. Questa fu l’impronta del suo operato, e quando un diseredato doveva passare sotto il suo giudizio, era certo che il risultato del procedimento non lo avrebbe emarginato piú di quanto già non lo fosse.
Piú di un malfattore che Giulio Altavilla aveva perseguitato e che era finito in galera mandò un mazzo di fiori al suo funerale nel 1977.
In questo ambiente e con un simile esempio, Massimo Altavilla visse, studiò e seguí la carriera del padre. Per sua precisa decisione, perché mai Giulio interferí nelle scelte di vita del figlio. Come non interferí la madre Caterina Alessi, sempre vissuta all’ombra del consorte, discretamente e con amore. Morí due mesi dopo il marito.
Massimo si sforzò di seguire l’insegnamento del padre nel quale credeva, anche se i tempi erano cambiati radicalmente, come erano cambiati la magistratura, la società e i rapporti fra legge e delinquenza. Riuscí a conservare onestà di giudizio e a mantenersi autonomo da interferenze. Cosa che non gli facilitò la carriera.
Nell’agosto del 1980 Massimo aveva quarantasei anni, una moglie, due figlie e viveva nell’antico appartamento del centro storico di Bologna che era stato del padre e nel quale era nato.
Non si sentiva legato alla terra d’origine del padre né diede mai importanza alle ipotizzate nobili origini degli Altavilla; si considerava bolognese a tutti gli effetti. Aveva sposato una bolognese, Margherita Giusti, di sei anni piú giovane di lui e di estrazione borghese. Ricca, insomma. Anche se Massimo non aveva bisogno delle ricchezze della moglie.
L’appartamento occupava l’intero primo piano, era arredato con mobili antichi, quadri, tappeti e libri che Giulio Altavilla aveva fatto venire negli anni dalla nobile residenza degli antenati del Sud. Nelle troppe stanze il giovane Massimo si era sbizzarrito e perduto, cosí com’era accaduto poi alle due ragazze nate da lui e da Margherita.
Giulia, sedici anni, bionda, somigliava alla madre; il nome era in onore del vecchio Altavilla.
Caterina, quattordici anni, magra e minuta, somigliava al padre. Portava occhiali da miope che non le creavano complessi. Come non le creava complessi l’aspetto fisico; anzi, l’una cosa e l’altra la stimolavano a competere con le amiche piú carine di lei.
Neppure Massimo Altavilla era bello e non aveva doti fisiche particolarmente attraenti. Era alto e snello, aveva capelli scuri, portava baffi sottili e aveva il volto magro e scavato. Gli occhi erano profondi e mobili, scuri. In un viso cosí marcato, il naso affilato e pronunciato gli conferiva l’aspetto di un personaggio del passato, un personaggio da vecchie illustrazioni. Aveva del carisma e non abbassava lo sguardo dinanzi a nessuno.
Sul suo tavolo alla procura della Repubblica finí il primo esile fascicolo relativo alla Strage alla stazione di Bologna. Le risultanze delle prime indagini espletate dai carabinieri.
– Perché io? – chiese Massimo al procuratore.
– Perché lei è il piú pulito dei miei collaboratori, – gli rispose senza mezzi termini il procuratore. – E per un’inchiesta come questa ci vuole un uomo che non abbia pericolosi precedenti né legami con poteri palesi o occulti. Dottore, si troverà dinanzi a ricatti di ogni genere, e se ha qualcosa da nascondere, verrà fuori –. Fissò il subalterno e concluse: – Perciò mi dica subito se intende rinunciare. Non voglio doverla sostituire nel bel mezzo dell’inchiesta. Da quanto ho constatato personalmente nel corso delle prime indagini, ne verrà fuori un letamaio, dottor Altavilla. Un letamaio.
Il procuratore non era abituato a esprimersi in modo volgare.
Massimo Altavilla lesse le poche cartelle ricevute e la notte non chiuse occhio.
Margherita lo sentí muoversi nel letto e per un po’ finse di dormire sperando che Massimo si calmasse e prendesse sonno. Non avvenne, e allora gli si accostò morbida e aderí al corpo del marito.
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– Che c’è, Massi? Che succede?
– Nulla, Rita. Mi spiace averti svegliata.
– Ti preparo qualcosa?
– Non servirebbe.
– Vuoi dirmi di che si tratta?
Massimo accese la lampada sul comodino e si sollevò su un gomito. Guardò Margherita e disse: – Mi è stata affidata l’inchiesta sull’esplosione alla stazione, Rita –. La donna non parlò. – A quanto ho capito, un’inchiesta che nessuno dei miei colleghi ha accettato. Il procuratore ha addolcito il boccone sostenendo che io sono il solo pulito, ma la realtà è un’altra, Rita. La realtà è che si tratta di qualcosa di troppo grosso che fa paura a tutti.
– Puoi rifiutare.
– Posso, ma sarebbe giusto?
– Non lo so, Massi. Non sono mai entrata nel tuo lavoro. Cosa rischi accettando?
– Ci sono due possibilità: o sarò tanto abile da arrivare alla fine evitando i trabocchetti e i ricatti, e allora sarà una bella vittoria per tutti. O saranno piú abili loro e io ne uscirò con le ossa rotte. Il che significherebbe la fine della mia carriera di magistrato.
Margherita sorrise al marito e gli si strinse di piú. Il suo corpo morbido di donna matura diede un attimo di calore a Massimo e gli restituí il senso della realtà che il buio della notte insonne aveva alterato ed esagerato.
– Sono convinta che sarà una bella vittoria per tutti, – mormorò Margherita sulle labbra di Massimo.
Massimo la baciò.
Fu un incontro breve per entrambi, ma intenso e sentito.
Dopo, Margherita restò fra le braccia del marito, a occhi chiusi e in attesa che il respiro le tornasse regolare.
Nel grande appartamento c’era silenzio e oscurità. Ed erano soli. Le due ragazze erano al mare.
– Giulio non si è mai ritirato, – mormorò Massimo all’orecchio di Rita.
Dopo la morte del padre, aveva cominciato a chiamarlo Giulio. Prima non era mai accaduto.
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– È vero, ma neppure tu.
Margherita si addormentò fra le braccia del marito. Che restò immobile per non svegliarla di nuovo.
I colleghi che lo avevano preceduto nelle indagini non avevano raccolto molto materiale sulla Strage, e dagli scarni appunti che il procuratore gli passò, Massimo Altavilla arrivò a una prima incongruenza. Riguardava tale Valloni Enrico.
Il rapporto della questura di Bologna riferiva che alle ore 11 e 39 di quel 2 agosto il Valloni si era fatto medicare all’Ospedale Maggiore per lievi ferite riportate, a dichiarazione dell’interessato, per aver soccorso i feriti della Strage. Il Valloni dichiarava di aver compiuto tre viaggi in ambulanza dalla stazione all’ospedale per accompagnare altri feriti e di essersi fatto medicare solamente in occasione dell’ultimo viaggio.
Poiché l’esplosione si era verificata alle ore 10 e 25, parve a Massimo almeno improbabile che, in cosí breve tempo, il ferito avesse aiutato nell’opera di soccorso e avesse compiuto i tre viaggi dichiarati. In conseguenza, il magistrato chiese alla questura che si rintracciasse il Valloni e lo si conducesse alla sua presenza per essere ulteriormente interrogato.
Nell’attesa, Massimo stesso si recò all’Ospedale Maggiore a interrogare i medici e gli infermieri. Altra visita fece poi ai vigili del fuoco e agli agenti della polizia ferroviaria che avevano collaborato nell’opera di soccorso.
Dai sopralluoghi risultò che nessun uomo corrispondente alla descrizione del Valloni, dettagliatamente fornita dai medici dell’ospedale, era stato veduto prodigarsi per prestare in qualche maniera la propria opera di soccorso. Sia i vigili del fuoco sia gli agenti della ferroviaria ricordavano i civili che avevano collaborato; non era trascorso molto tempo da quel 2 agosto e i ricordi dei coinvolti erano vivi e presenti nella memoria.
Vi sarebbero rimasti per sempre.
La conferma di aver sfiorato una pista se non giusta almeno sospetta arrivò a Massimo Altavilla il giorno seguente, quando un fonogramma della questura gli comunicò che non risultava esistere alcun Valloni Enrico nato a Roma, come riportato dal documento d’identità mostrato dallo strano ferito soccorritore agli agenti in servizio presso l’Ospedale Maggiore.
Bene, l’inchiesta di Massimo Altavilla era partita con il piede giusto e il magistrato si stupí che nessuno, prima di lui, avesse notato l’incongruenza. Ma non era la sola, e anche le successive gli avrebbero riservato sorprese.
Per esempio: i componenti la carica esplosiva, secondo la perizia chimico-esplosivistica, erano presumibilmente costituiti da nitroglicerina, nitroglicol, tritolo e T4. Ora, per quanto era riuscito a saperne Massimo Altavilla, il T4 proveniva quasi certamente dal recupero di esplosivi di natura militare ed era stato usato in almeno due attentati precedenti. Uno fallito per circostanze fortuite a Castelfranco Veneto e uno avvenuto nel carcere di Regina Coeli.
In entrambi i casi, gli inquirenti avevano ipotizzato la provenienza dell’esplosivo dallo scarico di ordigni recuperati nel fondo di un lago da sommozzatori appartenenti alla destra eversiva e facenti capo a un certo Velluti Massimiliano. Non solo, ma il Velluti Massimiliano era già noto alla magistratura per essere un teorico dell’eversione, un fornitore di armi ed esplosivi e un sostenitore degli atti di terrorismo.
Se tutto ciò era noto a Massimo Altavilla, non era pensabile non lo fosse a chi aveva condotto le prime superficiali indagini. E allora come mai non si erano preoccupati di emettere un mandato di comparizione a carico di Velluti Massimiliano?
Stavano forse emergendo i motivi per cui l’inchiesta era stata affidata a Massimo Altavilla; un incarico che presentava una serie di contraddizioni già in partenza e che era destinato a incidere in profondità nel tessuto politico italiano.
A questo punto, com’era abituato a procedere nelle inchieste che conduceva e non avendo altre informazioni da chi lo aveva preceduto, compilò alcune schede riepilogative: com’era avvenuta la Strage, il movente, perché Bologna, precedenti analoghi attentati. Infine cercò di entrare, per quanto possibile, nel fenomeno «terrorismo».
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Al termine dei preliminari, Massimo Altavilla allineò sulla scrivania cinque schede, di proprio pugno, che riassumevano, se pure schematicamente, gli avvenimenti e le ipotesi.
1. Com’è avvenuta la Strage
L’esplosione del 2 agosto 1980 alla stazione centrale di Bologna è stata causata da una carica di 20-25 chilogrammi di esplosivo composto prevalentemente da nitroglicerina, nitroglicol, nitrato di ammonio, solfato di bario, tritolo e T4. Nonostante le puntigliose indagini e le precise analisi, non si è riusciti a stabilire il sistema usato per provocare l’esplosione. Non si sono, cioè, trovate tracce di un qualsiasi innesco, e questo è rimasto uno dei tanti misteri legati alla Strage.
Come sono esplosi i 20-25 chilogrammi di dinamite contenuti nella borsa-valigia con cerniera e piedini metallici?
La borsa-valigia è stata depositata nella sala d’attesa di seconda classe, nell’angolo destro e su un tavolinetto alto cinquanta centimetri dal suolo.
Gli effetti devastanti dell’esplosione sono stati tali da far crollare l’intera ala sinistra della stazione centrale, un fabbricato massiccio lungo circa venti metri e alto una decina. Nel raggio di cinque metri dal punto caldo dell’esplosione, la morte per i presenti è stata diretta conseguenza dell’esplosione stessa; fino a quindici metri i danni sono stati gravissimi, con morte dei presenti dovuta a schiacciamento dei detriti del crollo; dai quindici ai venti metri i danni sono stati lievi alla struttura fissa, ma a volte mortali per chi è stato colpito dai materiali lanciati dall’esplosione. Detriti si sono trovati a oltre cinquanta metri dal punto caldo e hanno ferito passanti e causato danni alle cose.
Il crollo dell’intera ala sinistra dell’edificio ha causato un numero di vittime altissimo, come mai si era verificato in altri atti di terrorismo, e chi ha collocato la carica esplosiva aveva la cosciente intenzione di realizzare una vera e propria strage.
Sabato 2 agosto 1980: la stazione di Bologna era affollata di passeggeri per l’esodo estivo.
Sala d’attesa di seconda classe: un affollamento di certo superiore alla sala di prima classe.
La dimostrazione dell’ideologia degli attentatori?
Ottantacinque morti e duecento feriti.
2. Il movente della Strage
Gli inquirenti che mi hanno preceduto nell’inchiesta hanno fornito varie ipotesi: dalla strage di Stato per far ricadere le colpe sui movimenti eversivi, alla necessità di sconvolgere il paese per propiziare un col...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. Breve storia, a uso del lettore, di questo romanzo
  5. Trent’anni dopo
  6. Strage
  7. La Strage
  8. 1970, preparando la Strage
  9. 1980, dopo la Strage
  10. Le indagini
  11. I finali
  12. Indice