
- 328 pagine
- Italian
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eBook - ePub
Le Vendicatrici. Ksenia
Informazioni su questo libro
Fare arrabbiare una donna è pericoloso.
Farne arrabbiare quattro è da pazzi. Sullo sfondo dell'Italia di oggi, corrotta e criminale, quattro donne molto diverse tra loro decidono di ribellarsi al destino imposto da uomini sbagliati. Per riscattare le loro vite dovranno diventare Le Vendicatrici. Ksenia è venuta da molto lontano per inseguire il sogno del principe azzurro ed è sprofondata nell'incubo della «tratta delle spose».
Ha solo un modo per liberarsi da quell'inganno e tornare a vivere: sfidare i suoi persecutori. Un'impresa impossibile, se sei sola, ma non se ad aiutarti intervengono Luz la colombiana, Eva la profumiera e la misteriosa, feroce Sara. L'amicizia le rende piú forti. L'amore le rende spietate.
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Informazioni
Quattro
Ksenia trovò il coraggio di tornare a casa solo verso le undici. Dopo aver nascosto soldi e gioielli in fondo a un armadio polveroso nella cantina della signora Simmi, Felix l’aveva istruita sulle cose da dire e soprattutto su quelle da non dire, e Angelica aveva dimostrato, una volta di piú, di essere una persona straordinaria. Aveva voluto rimanere sola con la siberiana.
– Prendimi la mano e racconta col cuore.
Ksenia si era lasciata andare e le parole erano uscite una dopo l’altra.
– Povera cara, – aveva detto Angelica, – ora dovrai mentire per evitare mali peggiori. E dovrai farlo bene.
Poi Luz l’aveva coccolata. Aveva preparato un bagno caldo, l’aveva massaggiata con un olio creato da lei, fatto di mandorle, muschio, cannella, vaniglia, arancia. Aveva indugiato sulle caviglie, dietro le ginocchia, lungo l’attaccatura delle cosce, alla base della spina dorsale, sotto i seni, sui polsi, nell’incavo dei gomiti, sulla gola, dietro le orecchie e in mezzo agli occhi finché il crampo allo stomaco era sparito e la tensione si era sciolta in un piacevole torpore.
– Sei pronta? – aveva chiesto Luz sfiorandole delicatamente le labbra.
– Sí, credo di sí.
Ora se ne stava là, di fronte al cadavere di Antonino Barone. Con quella forchetta che spuntava dalle labbra insanguinate sembrava uno squalo bianco troppo ingordo per non abboccare all’amo che lo aveva fottuto per sempre.
La ragazza chiamò il 113 e in un italiano stentato per l’emozione lanciò l’allarme. Dopo pochi minuti arrivò l’equipaggio di una volante, che accertato il decesso decise di avvertire gli esperti della omicidi.
In attesa dei rinforzi, gli agenti interrogarono la vedova sommariamente ma ponendo le domande giuste. Dopo aver chiarito le circostanze e i tempi, attaccarono con la fase piú insidiosa.
– Andava d’accordo con suo marito?
– Sí.
– Aveva delle amanti?
– Non credo.
– E lei?
– No!
– Conosce qualcuno che ce l’aveva con suo marito?
– Era benvoluto da tutti.
Il piú anziano alzò la testa dal taccuino su cui appuntava le risposte e la fulminò con lo sguardo. – Non esageri, signora Barone: la fama del defunto non è quella di un santo, – precisò. Poi passò ad altro. – Le sembra che manchi qualcosa?
– No.
– Avrei bisogno dei suoi documenti per registrare i dati.
– Non so dove siano. Li conservava Antonino.
– E perché? Lei è tenuta a portarli sempre con sé. È la legge.
– Il fatto è che sono molto sbadata. Mio marito temeva che li perdessi.
– Allora dovrà essere identificata in questura. Ma ci penseranno i colleghi della mobile.
Con gli investigatori in borghese giunse anche il medico legale. Senza troppi complimenti relegarono la siberiana in cucina, piantonata da un’agente in divisa, e si chiusero in sala da pranzo a esaminare cadavere e luogo del presunto delitto.
Il dottor Zanuppelli di delitti se ne intendeva. Non a caso era ospite fisso delle trasmissioni specializzate dove esperti e giornalisti fingevano di risolvere celebri casi di cronaca nera.
Con le mani protette da guanti in lattice estrasse la forchetta dalla bocca di Barone. – Fammi una foto del bolo che ostruisce la gola, – disse all’assistente.
– Allora, dottore, come è morto questo Barone? – chiese il commissario Paolo Mattioli, che conduceva le indagini. – Non mi dica che si tratta di omicidio. Siamo sotto organico e un’altra rottura di coglioni aumenterebbe il grado di nervosismo del questore.
– Tranquillo, Mattioli, – disse Zanuppelli esaminando la ferita alla nuca. – Questo tizio è vittima della sua stessa ingordigia. Si è infilato in bocca la forchetta stracarica di spaghetti con tale violenza da ferirsi la lingua. Il dolore lo ha spinto ad alzarsi in piedi di scatto ed è caduto all’indietro battendo la testa sul tavolino. L’autopsia non potrà che confermare: si tratta di un incidente.
– Lo strozzino s’è strozzato, – ridacchiò un sottoposto, scatenando l’ilarità generale.
Zanuppelli si tolse i guanti. – Mai morte fu piú appropriata, allora.
– Sono solo voci, – si affrettò a puntualizzare il commissario. Conosceva il medico e voleva evitare di ritrovarsi intervistato da una troupe di cronisti a caccia di dettagli sulla vita di Barone.
– Il cadavere è tutto vostro, – annunciò Zanuppelli imitando i coroner delle serie americane, e si allontanò seguito dal suo assistente che una cosa aveva di buono: non apriva mai bocca.
Per prima cosa Mattioli indossò dei guanti in lattice e sfilò la chiave dalla catenina d’oro che penzolava dal collo del morto.
– La catenina gliela lasciamo, cosí evitiamo le lamentele dei parenti.
Seguito dal codazzo di collaboratori, il commissario entrò in cucina.
– Cosa apre? – chiese a Ksenia mostrandole la chiave.
La ragazza continuò a girare il cucchiaino nella tazza di tè fino a quando non colse un lampo di impazienza negli occhi del commissario. – C’è una cassaforte nello studio.
– Mi accompagni.
La siberiana si limitò a indicare il pannello di legno che la nascondeva.
Un poliziotto giovane col codino lo aprí e Mattioli esclamò ammirato: – Una Conforti Luxury rivestita di radica! State ammirando la regina delle casseforti.
La chiave girò nella serratura senza il minimo rumore e il commissario spalancò lo sportello. Ksenia notò la delusione farsi strada sui volti di tutti. Il forziere di uno strozzino evocava denaro, gioielli e segreti imbarazzanti o inconfessabili. Invece quella fuoriserie della sicurezza conteneva solo un passaporto russo intestato alla moglie del defunto e i documenti relativi al matrimonio. Scartoffie. Si scambiarono un’occhiata. Sembrava proprio che fosse stata ripulita del suo contenuto, ma non vi era il minimo elemento che suggerisse l’ipotesi del delitto e Mattioli non aveva alcuna intenzione di perdere tempo sulla pista, anzi sulla suggestione di una cassaforte «troppo» vuota. Lo strozzino si era strozzato e nessuno avrebbe sentito la sua mancanza, forse nemmeno la vedova. Il poliziotto si chiese quali meschinità si celassero dietro quell’unione. «Teniamo a freno la curiosità», si disse, ripetendo a sé stesso il ritornello: «Siamo a corto di organico | manca persino la benzina per le volanti | il questore raccomanda di essere selettivi nelle priorità».
Diede un’occhiata veloce ai documenti e interrogò ancora Ksenia sul suo alibi. Felix l’aveva già avvertita che i poliziotti chiedevano e richiedevano all’infinito le stesse cose.
– Vado a parlare con questa signora Simmi, – annunciò il commissario, e la siberiana si ritrovò nuovamente piantonata in cucina.
Bevve un altro tè giusto per fare qualcosa. L’agente che le faceva compagnia la osservava con attenzione. Ksenia era certa che si stesse chiedendo se era stata lei ad ammazzare Barone.
Mattioli tornò dopo una ventina di minuti. Consegnò alla ragazza i documenti. – Il corpo di suo marito è stato prelevato dalla polizia mortuaria per essere trasportato all’obitorio ed essere sottoposto a un esame autoptico. Le faranno avere loro il nullaosta per i funerali, – disse in tono piatto. – L’aspetto domani mattina per la deposizione.
Le afferrò la mano e la strinse borbottando confuse condoglianze, quindi se ne andò.
– Che ne facciamo del cellulare della vittima? – domandò un agente.
– Lascialo dov’è, – tagliò corto il commissario.
Il poliziotto guardò i colleghi stupito, ma la totale assenza di reazioni lo convinse ad appoggiare il telefonino su una mensola.
A uno a uno uscirono e Ksenia rimase sola. Per la prima volta quell’appartamento non le era ostile. Antonino non poteva piú farle nulla. Girò da una stanza all’altra assaporando uno strano senso di libertà. Strano per le circostanze, ma reale. Luz era alla finestra. La loro finestra. Rimasero a fissarsi, a sorridersi, a desiderarsi. Avrebbe voluto stare con lei in quel momento ma ancora non poteva. Felix era stato chiaro: la parte piú difficile non era convincere i poliziotti ma i complici di Barone. Ora doveva attendere il loro arrivo. Ksenia sapeva che avrebbe dovuto avere piú paura ed essere concentrata ma aveva la testa leggera: la libertà di non essere piú la schiava di Antonino la faceva sentire bene.
Luz le mandò un bacio e scomparve. La siberiana cucinò una bistecca che accompagnò con mezzo bicchiere di vino rosso. Mangiò con appetito davanti al televisore sintonizzato su un canale che trasmetteva solo vecchie fiction. Si addormentò, annoiata dalle vicissitudini amorose di una vecchia contessa.
Eva era tornata a casa piegata in avanti, nel tentativo di non vomitare per strada, consapevole di non dover dare nell’occhio. Inciampò in un clochard che si era organizzato un giaciglio di cartoni davanti all’ingresso degli uffici comunali, cambiò due volte direzione per non incrociare nessun passante e fu costretta ad accovacciarsi dietro un’auto parcheggiata per evitare di essere riconosciuta dal figlio di una cliente, impegnato a prendere a calci una minicar che aveva preso fuoco pochi minuti prima. Il ragazzo, probabilmente imbottito di metanfetamine e birra, urlava disperato: – E ora chi cazzo glielo dice a papà? Quello mi rompe il culo!
Il padre era il proprietario del negozio di ferramenta, anche lui inguaiato con Barone. Eva avrebbe voluto tranquillizzare il ragazzo dicendogli che l’indomani il genitore sarebbe stato incline al perdono, ma ovviamente preferí tirare dritto e in gran fretta prima che le fiamme e le urla del giovane risvegliassero l’intero vicinato.
Quando entrò in casa, si tolse le scarpe per non farsi sentire da quelli del piano di sotto e corse in bagno, dove finalmente poté vomitare tensione e orrore. Sconquassata, senza forze, con i capelli sudati, il trucco sfatto, la camicetta sgualcita, rimase al buio non solo per ragioni di prudenza ma anche per evitare di incrociare la sua immagine in qualche specchio. A tentoni, orientandosi alla luce dei lampioni stradali, raggiunse la camera da letto. Si liberò dei vestiti e s’infilò sotto il copriletto ricamato, residuo del corredo che sua madre buonanima le aveva regalato in occasione del matrimonio con Renzo.
Dondolandosi sul fianco, le braccia intrecciate sullo stomaco, mugolò tutto il suo strazio. Non si voleva riconoscere in quella donna che si era precipitata a strappare la chiave di una cassaforte dal collo di un morto.
Brividi di febbre la scossero, ma ormai non aveva piú forze.
– Renzo, bastardo, – piagnucolò. – Dove sei?
Fu l’odore di fumo a svegliare Ksenia. Aprí gli occhi e si trovò di fronte Pittalis che la osservava torvo, la sigaretta all’angolo della bocca e le braccia conserte. Il porco che l’aveva venduta a Barone non era solo. Accanto a lui c’era la donna con i capelli rossi con cui suo marito la costringeva ad avere rapporti sessuali. Il volto senza trucco era un disastro, gli occhi gonfi, rossi di pianto, le labbra ridotte a una fessura.
La siberiana alzò l’indice lentamente e lo puntò contro la donna.
– Cosa ci fa lei qui? – domandò a Pittalis.
– E a te che cazzo te ne frega? – ribatté l’uomo in malo modo. – È Assunta, la sorella di Antonino. Questa è casa sua.
La sorella. Ksenia ammutolí cercando disperatamente di capire il significato di quella rivelazione. Barone andava a letto con sua moglie e con sua sorella. Era finita nelle mani di una banda di mostri. Antonino, Assunta, Lello.
– Alzati, – ordinò la donna.
La ragazza obbedí.
– Cos’è successo? – chiese Assunta in tono deciso, venato da un dolore profondo.
– Non lo so, – rispose Ksenia. – Antonino mi ha mandata via. Lo faceva sempre se doveva incontrare qualcuno, e quando sono tornata era morto.
– E chi doveva incontrare?
– Non ne ho idea. A me non diceva mai nulla.
– Chi ha aperto la cassaforte?
– La polizia.
La mano di Pittalis si abbatté come un maglio sul volto della siberiana.
– Prima della polizia.
– Non lo so, – gridò Ksenia terrorizzata. – Io non sono stata, lo giuro.
– Abbassa la voce, troia, – ordinò Assunta. – Non è...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Le Vendicatrici
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Fonti delle canzoni citate nel testo
- Il libro
- Gli autori
- Dello stesso autore
- Copyright