Il primo segno di un interesse a raccogliere in volume saggi di Natalia Ginzburg risale ai primi anni del dopoguerra ed è legato a un momento di transizione per la casa editrice Einaudi. Siamo al principio del 1949; poco piú di un anno prima aveva interrotto le pubblicazioni «Il Politecnico», rivista diretta a Milano da Elio Vittorini e stampata da Giulio Einaudi. A quel punto l’editore si trovava senza un organo militante – un giornale moderno, svelto, spavaldo, che parlasse chiaro e ad alta voce e facesse a sua volta discutere – e senza una collana di letteratura sperimentale, narrativa o saggistica che fosse.
La ricostruzione materiale e intellettuale della casa editrice procedeva tra fieri contrasti. Vittorini e Pavese, tra i quali la stima reciproca era pari alla diffidenza e alle gelosie (per non parlare del loro diverso modo di concepire i rapporti umani e professionali) si trovavano spesso in prima fila tra i contendenti: Vittorini dalla sede editoriale di Milano, Pavese da quelle di Roma (nel 1945, dopo la Liberazione) e poi di Torino. Eppure, proprio quegli scontri cosí vivaci davano forza all’impresa, che acquisiva impulso dall’emulazione tra i suoi «senatori» – come i suoi uomini-chiave si erano compiaciuti di denominarsi fin dagli anni di guerra.
Nei giorni 12 e 13 gennaio 1949 si tenne dunque un importante incontro dedicato alla programmazione e ai «problemi piú urgenti per l’annata». Quel 12 gennaio era un mercoledí, e la riunione fu il primo in assoluto dei «mercoledí Einaudi» destinati a diventare famosi. Il programma discusso nella due-giorni comprendeva una nuova collana: «Opuscoli», volumetti dalle sedici alle sessanta pagine «soprattutto di natura polemica: rapida trattazione di argomenti che interessano l’opinione pubblica contemporanea». Gli «Opuscoli» avrebbero accolto saggi ripresi da riviste italiane e straniere, caratterizzati dall’alta qualità di scrittura e perciò degni della piú ampia diffusione, ma anche opere originali; non si escludevano nemmeno testi creativi e recuperi di cose risalenti all’Ottocento. La collana non era «pianificata per argomenti». Il suo «settore novellisticopoetico» si sarebbe dedicato alla «scoperta di nuovi talenti», laddove la saggistica avrebbe accolto «scritti di persone già celebri». Responsabile di collana sarebbe stato Vittorini.
Gli «Opuscoli» o «Corpuscoli» (dopo la riunione del 12-13 gennaio il titolo di collana avrà questa oscillazione) dovranno essere quindi il nuovo avamposto della casa editrice: una piazza di discussione aperta ai venti. Nell’elenco dei titoli previsti, steso durante quel primo mercoledí, ne troviamo uno di Natalia Ginzburg, Il figlio dell’uomo: scelta di grande intelligenza editoriale perché Il figlio dell’uomo è uno scritto contemporaneo – che si avventura giusto sul terreno dove la casa editrice si muove goffamente da qualche tempo – e però di taglio morale-antropologico, dunque non schiacciato sull’attualità. È uno scritto politico, ma che tiene le distanze dalla palude della politica politicante perché ci parla di un’esperienza concreta, i disastri della guerra, sub specie aeternitatis.
Impossibile sapere quanti e quali saggi sarebbero confluiti nel «Corpuscolo»-Ginzburg (da solo, Il figlio dell’uomo conta pochissime pagine), perché alla fine il progetto della nuova collana fu accantonato. Proprio la Ginzburg si vide costretta ad annunciarlo a Vittorini con due lettere datate 25 marzo e 2 aprile 1949; ecco un brano dalla seconda: «Quanto ai corpuscoli; Pavese è contrario alla cosa. Balbo e io no. Gli altri sono piuttosto neutrali. Del resto, ci sono arrivate proteste da altre parti sul mancato procedere di questa iniziativa, quindi mostrerò a Giulio il foglio della tua lettera che riguarda i corpuscoli e vedremo se è possibile fargli riprendere in esame la cosa». Manca la lettera di Vittorini, che verosimilmente protestava contro il ritardo della collana, contenitore indispensabile per accogliere i testi dei nuovi narratori che andava esaminando a Milano. Di fatto, l’idea dei «Corpuscoli» si sarebbe trasformata, tra il ’49 e il ’50, in quella di una nuova collana di letteratura, da affidare anch’essa a Vittorini: collana che poi fu varata al principio del 1951 col nome «I gettoni».
Nei primi anni dopo la guerra Natalia Ginzburg aveva visto sfumare anche alcuni progetti suoi personali: con l’amica Angela Zucconi – che è la deuteragonista innominata di Le scarpe rotte – aveva tentato di fondare una rivista nei mesi in cui entrambe avevano trovato a Roma riparo e lavoro. Il ricordo della Zucconi è a oggi l’unica testimonianza superstite:
Con Natalia Ginzburg, in quei durissimi mesi che passammo insieme a via Cola di Rienzo nel 1945, progettai la pubblicazione di una rivista, «Arianna». Nel novembre del 1945 (leggo in un documento) il prefetto della Provincia di Roma «autorizza la pubblicazione del periodico “Arianna”, per complessive duemila copie senza assegnazione di carta. Direttore responsabile Natalia Ginzburg».
Era un’iniziativa a cavallo tra la cultura e l’azione. Si specificava nella nostra domanda che il fine della pubblicazione era «educativo» e l’affiliazione politica «nessuna», io ero il vicedirettore, Longanesi il proprietario, Novissima la tipografia, «il quantitativo di carta mensile ritenuto necessario: un quintale».
Non se ne fece nulla; non credo che fosse per quel quintale di carta che il prefetto non ci aveva assegnato. Per ragioni diverse né io né Natalia portammo l’iniziativa oltre la raccolta dei manoscritti per il primo numero e i sommari di due numeri seguenti; il tutto molto promettente perché si capisce che ci eravamo assicurate, oltre i primi documenti di donne sopravvissute ai campi di concentramento, tante collaborazioni interessanti. Non se ne fece nulla perché la rivista voleva essere «un modo di agire piú che un’occasione di scrivere» si diceva nella premessa. Nel fervore di quei mesi in fondo credevamo che bastasse far uscire dall’ombra la donna perché l’utopia di oggi diventasse la politica di domani. Ma a Natalia non importava affatto l’azione e già alla parola “educativo” in quegli anni storceva il naso. Nell’agosto di quell’anno era partito il primo treno per Torino e Natalia oramai pensava al suo prossimo ritorno nel Nord dove avrebbe ritrovato i bambini e un consistente sostegno da parte dei suoi1.
A partire dagli ultimi mesi del ’44, a guerra ancora in corso, la Ginzburg aveva pubblicato svariati articoli di taglio etico-politico, sull’edizione romana del quotidiano del Partito d’Azione «L’Italia Libera» e in altre sedi. Molto piú tardi racconterà che la convinzione di saper scrivere articoli politici le svaní in breve tempo, improvvisa cosí com’era sorta. Di questa «Arianna» non realizzata appaiono notevoli il titolo (in quei mesi Natalia doveva piú che mai ritrovare il filo in un dedalo pubblico e privato), l’energia dell’impegno diretto, l’attenzione per quella che si sarebbe poi chiamata «letteratura concentrazionaria», ma che già nel 1945 era ampiamente diffusa in Italia, grazie ad articoli di giornale piú che a libri veri e propri; una decina d’anni piú tardi, nel 1954, sarebbe stata la Ginzburg a introdurre in Italia, con una sua prefazione, il Diario di Anne Frank.
Ai primi anni cinquanta risale anche il secondo progetto non realizzato. Siamo di nuovo a Roma, dove il pittore e scrittore Toti Scialoja va raccogliendo materiali per una «Rivista Bianca» il cui titolo conserva forse memoria della «Revue Blanche» dei fratelli Natanson, che nella Parigi di fine Ottocento diede sostegno a Mallarmé, al vers libre e al capitano Dreyfus nel mentre che offriva visibilità a una leva di nuovi scrittori da Proust ad Apollinaire a Gide a Jarry. È probabile che nell’intenzione di Scialoja la «Rivista Bianca» fosse destinata a sostituire «L’Immagine», la rivista fondata nel 1947 a Roma da Cesare Brandi, del cui «comitato di collaborazione» Scialoja era stato una figura importante per la parte figurativa cosí come per la parte letteraria. «L’Immagine» aveva cessato le pubblicazioni con il fascicolo 16, datato dicembre 1950 - gennaio 1951. Tra i collaboratori designati per la futura «Rivista Bianca» ritroviamo praticamente tutti quelli già impegnati nell’«Immagine», ma con la vistosa assenza degli artisti: e può darsi che il titolo della nuova pubblicazione volesse alludere – per contrasto con quella che l’aveva preceduta – a un’impresa editoriale spoglia, senza apporti grafici, solo affidata all’energia delle parole.
A Roma, nell’archivio della Fondazione Toti Scialoja che ringrazio per la collaborazione (e per aver consentito di citare i documenti), si conservano tre fogli dattiloscritti che attestano tre fasi successive dell’idea. Nel primo di essi, tra il «Materiale già pronto per la Rivista Bianca» troviamo elencati, insieme con scritti di Emilio e Dario Cecchi, dello stesso Scialoja, di Raymond Radiguet (un quaderno d’appunti inedito, per la prima volta decifrato e tradotto in italiano) e del musicologo Roman Vlad, dei Saggi morali di Natalia Ginzburg che non corrispondono a nessuno dei suoi testi noti.
A dispetto di quanto annunciato dal foglio, i materiali per la rivista non sono presenti nell’archivio della Fondazione Scialoja. Quanto al titolo poi (che sarebbe un sottotitolo perfetto per le future Piccole virtú), lo vediamo cambiare già nel secondo foglio-promemoria, che riporta gli indici di massima per i primi tre fascicoli della futura pubblicazione. Se fosse vero che la sigla DC, che accompagna entro parentesi quasi tutti i testi assegnati al numero 2 e al numero 3, va sciolta in «da consegnare», se ne avrebbe conferma che la Ginzburg aveva già affidato a Scialoja il suo contributo, il cui titolo però qui si trasforma in Saggio sulle parole. Benché sia automatica la tentazione di identificarlo con un articolo pubblicato dapprima nell’edizione piemontese del quotidiano comunista «l’Unità» (Per chi scriviamo, 4 giugno 1946) e due anni piú tardi, col titolo Produrre parole, sul quotidiano «Milano-sera» (19-20 novembre 1948), è probabile che Natalia Ginzburg avesse riservato a Scialoja un testo originale, rispecchiante il suo rapporto di quel momento con la materia prima dello scrittore.
Il secondo e il terzo indice della «Rivista Bianca» (che diventa, al terzo e ultimo passaggio, «Quaderno Bianco»; e «quaderno» è parola piú vicina ai futuri esperimenti poetico-figurativi dello Scialoja disegnatore di animali e orditore di nonsense sui medesimi) rendono possibile una datazione approssimativa ma sicura dell’impresa. Tra i nomi nuovi e illustri che compaiono tra i futuri collaboratori (Brandi, Fortini, Montale, Calvino, Elsa Morante, Geno Pampaloni, Giovanni Macchia…), in testa ai fogli 2 e 3 spicca il nome di Bruno Barilli: il primo numero della nuova rivista avrebbe offerto sue Pagine inedite precedute da saggi di Emilio Cecchi e di Gianfranco Contini. È chiaro, perciò, che a quell’altezza di tempo Barilli era appena scomparso. La data della morte è il 15 aprile 1952, e una prima raccolta postuma sarebbe uscita già in luglio: Lo stivale, scritti di viaggio in Italia, tutti già noti e risalenti agli anni 1923-41, curati da Enrico Falqui per l’editore romano Gherardo Casini, mentre fogli tratti dai suoi taccuini inediti furono pubblicati nel fascicolo di agosto di «Paragone Letteratura», rivista fiorentina diretta da Anna Banti. Scialoja, che doveva essersi aggiudicato una ulteriore quota di inediti, voleva inaugurassero la sua rivista accompagnati da presentazioni del migliore critico della vecchia generazione e del migliore critico della nuova. Fatto sta che i nomi di ambedue i critici scompaiono, sostituiti da una riga di puntini, nel terzo e ultimo progetto di indice per i tre fascicoli: dove troviamo in compenso, per il primo numero, l...