L'arena dei perdenti
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L'arena dei perdenti

  1. 304 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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L'arena dei perdenti

Informazioni su questo libro

Un poliziotto disilluso, che arrotonda lo stipendio sul ring; un algerino e un italo-francese, ormai anziani, con un segreto in comune che risale agli anni piú bui del dopoguerra; una sgradevole verità da rivelare al mondo e una vendetta da consumare a ogni costo, se si vuol sopravvivere. *** «Dopo il successo di Sezione Suicidi, che gli è valso diversi premi letterari, Antonin Varenne ha colpito ancor piú a fondo con L'arena dei perdenti... un noir di incredibile potenza nel quale ci si interroga senza requie sulla difficoltà di essere uomini liberi e sul rapporto degli esseri umani con la violenza, che sia scelta o imposta. Sorretto da una scrittura stilisticamente impeccabile e da un senso infallibile della suspense, L'arena dei perdenti è un romanzo davvero riuscito, e la conferma di uno scrittore di primissimo piano». «Lire»

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2013
Print ISBN
9788806211820
eBook ISBN
9788858407660

Parte prima

1.

Aprile 2008.
Giorni e giorni con ’sto tipo davanti agli occhi.
Era diversa, questa sala, ma la conosco. Mica la prima volta che combatto qui.
Quarto round.
Il ring è duro. I vecchi ronzini preferiscono il terreno pesante.
Kravine ha dopato il suo uomo. Due riprese e me lo mangio.
Ha due gran braccia, ’sto bastardo. Tutto braccia e niente addome. Mi ci ficco dentro. La roba lo pianterà in asso. Gli resteranno solo i suoi vent’anni. Cosa si sa a vent’anni?
Concentrati.
Ha un bel muso, ’sto Nero. Due molle al posto dei polpacci, due spalle da assassino e un bell’allungo. Un match di merda, ecco cos’è.
Troppo rimbalzo. Novantuno chili. È lui che è avvantaggiato su ’sto futon. Vent’anni in meno. Quaranta primavere, George.
Non mi muovo finché non crolla. Fatto per incassare. George incassa come un muro. Il Muro. Mi chiamano cosí. Oppure George lo Sbirro. Ma non mi piace.
Concentrati.
Mi stanco meno a prendere i colpi che a schivarli.
Per quanto puoi incassare ancora? Prima o poi il conto si paga.
Non ci pensare! Boxa.
Sta cercando di piazzare il piede sinistro, di aggirarmi dall’esterno. Io non ho esterno. Quattro muri. Dei signori ganci. Viene da un’isola, non mi ricordo piú quale. Una macchina per uccidere. Mi guarda negli occhi.
È stato Kravine a scegliere la sala.
Paolo si è messo d’accordo con lui. «Un combattimento fatto per te, George». Match di merda.
Ho ancora una certa reputazione. Kravine vuole che il suo pivello si faccia le ossa. Tutti dicono che sono finito. Ma Kravine non si fida. La roba, il ring, la sala piena di tizi che non sono mica venuti per me. Cambio di programma all’ultimo minuto. Un vecchio trucco. Io non ho un mio pubblico.
Non ne ho mai avuto uno.
Un combattimento di merda fatto per te, George.
Ho ancora voglia di salire sul ring. Sempre di piú.
Male alle braccia. Fiatone. E questo che respira come una locomotiva.
La pelle bianca. Non vedo il sole da un pezzo... E lui, nero, giovane, denti saldi... A cosa pensi, George! Reagisci, perdio, reagisci. Non restare cosí senza far niente.
Un tronco, sei un tronco. Cos’era? Un diretto. Neanche visto. Mi ha tagliato in due. L’ho beccato in piena fronte. Salvo. Suonato. Ho le orecchie che mi ronzano, vedo tutto sfocato. Un’altra serie cosí e sono fatto.
Ma ho visto la sua smorfia.
Rimettiti in sella. È successo qualcosa, George, qui, adesso.
Gli fa male il polso destro.
Ha cambiato la guardia: finita la guardia mista e i tiri mancini. Ha tirato su i guantoni, gli mancano le forze. Sta piú all’occhio. Quello che aspettavo: i guantoni troppo alti.
Gli rifaccio il fegato.
I polsi fragili. Il suo punto debole, George, il taglio da cui il sacco si svuota. Rossi, quel relitto che gli fa da allenatore, è troppo scemo per dirgli di stare attento alla guardia; gli urla di picchiare piú forte... È inutile: pesta già come un martello pneumatico, il suo uomo. Anche Kravine lo sa. Sento la sua voce chioccia, in prima fila, che urla al suo pupillo di non cambiare la guardia. Ma neanche lui ha capito. È il morale, ragazzo, il morale che si spezza con le dita.
Fare il sacco per altre due riprese.
Le braccia ci sono. Pronte a colpire.
Gli lascio la mia testa. Quella tiene. Pensa che non possa piú muovermi. Si accanisce sulla faccia, ho la bocca piena di sangue.
Corpo a corpo. Spezzati in due, mettigli la testa tra le braccia. Cosí. Mi strappa le orecchie con i guanti, mazzate nelle reni quando l’arbitro non vede. Le astuzie di Kravine le conosco a memoria.
Lo respingo, è piú leggero. Agita le braccia. Si ripete. È la roba che se ne va... Ancora trenta secondi alla fine del quarto. Kravine lo ha avvertito. Il sesto round. Sempre al sesto, George.
Perdo sangue dappertutto, ho le arcate distrutte. Ma sarò pronto per il quinto. George il Muro. Sarò pronto.
S’incazza. Vuole finirmi prima del sesto. Viene avanti. Spingilo, cosí, con i gomiti, nelle costole. Respira. Picchia. Spingi. Bravo, avanza. Muovi le gambe. Con la testa nelle spalle. Non capisce cosa vuoi. Ecco. È andato in palla. Un gancio sinistro, molle, roba da acchiappar mosche. Mi prende per un vecchio punching ball. Para. Ecco. Adesso. Uppercut sinistro, sul suo contrattacco, coi piedi ben saldi per terra, la schiena dritta, il fianco che accompagna. Perfetto.
Non se lo aspettava. L’ho beccato al mento. Un secondo prima del gong.
Sembra sorpreso. Il cervello deve avergli fatto un bel salto nel cranio.
C’è mancato poco che andasse per terra. Lo sa.
Anche tu sai qualcosa...
Hai fatto una cazzata, George.
Il morale, non prima... Ha vent’anni, George. L’hai suonato, ma hai perso forza, proprio prima del suo minuto di riposo.
Non crollare sullo sgabello, non devi farglielo vedere. Le mani di Paolo sulla faccia. Un inizio di crampi ai polpacci.
Mi guarda dal suo angolo. È incazzato, con i piedi che non stanno fermi un attimo. Non ragiona piú, vuole ammazzarmi. In un minuto, sicuro che recupera; dieci volte piú in fretta di me.
Paolo mi fa la morale, mi spalma di vaselina, mi sbatte il suo succo di adrenalina su queste arcate del cazzo che non servono piú a niente. Mi dice di non fare il coglione.
– Smettila di giocare al piú forte, George! Aspetta che si sia svuotato, sennò quello ti apre in due!
Guardo il giovane Nero, dal lato opposto della diagonale. Due o tre vittorie e sarà pronto. Professionista tra poco. E sulla sua strada un vecchio come me...
– Ascoltami, George!
Il pubblico in sala, la gente parla, se ne frega di cosa succede sul ring. Paolo non si rende conto che un culo cosí non me lo sono mai fatto.
– Cosa?
– Non è piú al massimo ma non è ancora finito, non fare furbate. Continua a lavorarlo ai polsi. Cercagli la pancia. Due riprese, non ti muovere prima!
Farmi rovinare la faccia, ecco la strategia del mio allenatore.
Certo che mi ricorda i miei vent’anni.
Cos’ha dalla sua parte? La gioventú, la voglia di vincere per motivi che non conosce ancora; una fidanzatina, il bisogno di tirarsi fuori dallo squallore in cui è cresciuto. Carlier, da buon massaggiatore, gli vaporizza la faccia, lo spalma di vaselina e di canfora, gli massaggia i polsi. Ho visto, Carlier, ho visto che sei in pensiero per le manine del tuo pugile... In prima fila con la sua squinzia tutta rosa e d’oro, Kravine, il manager. Quante carriere ha bruciato, Kravine? Faresti meglio a squagliartela, ragazzo... Ma ce l’hai scritto sulla tua bella faccia che sei uno che sa difendersi.
Sí, ce n’è parecchia di gente nel tuo angolo.
E di fronte... Paolo, vent’anni di boxe e trenta di stenti, mezzo sordo, col fegato marcio, un occhio fuori uso; Paolo il Portoghese, terrore dei piuma ai suoi tempi, allenatore per la forma, soprattutto massaggiatore, un vero e proprio chirurgo ma incapace di mettere una benda. Troppi colpi sulla zucca, Paolo; contento che sia dalla mia parte. Paolo, e cos’altro? Cazzo, non è il momento di pensare a ’ste cose. Il lavoro, l’appartamento, le donne, l’allenamento... Sta’ zitto, George! Non pensare a ’ste cose. Con il tuo lavoro che sta sul cazzo a tutti, ecco. E lui, là in fondo. Se smettesse di combattere, potrebbe fare il fotomodello. Invece il sottoscritto ha la faccia deformata, sono quindici anni che è brigadiere, e si ostina a correre i suoi cinque chilometri ogni mattina, tanto per avere un...
– Oh! George! Ma cos’è, a cosa stai pensando?
– Cosa? Cosa dici?
– Muoviti!
Cazzo, la campana. Ho il culo di piombo. Sentito niente.
Ancora voglia di salire sul ring.
Quello stronzo di Paolo non mi ha sciacquato il proteggi denti. La bocca piena di sangue. Lo sa che mi dà sui nervi, vuol farmi diventare cattivo.
Quinto round.
Ritorno al centro.
Ci studiamo.
Il giovanotto è prudente. Incazzato, ma mica scemo. Non balla piú come una checca e sta attento al piazzamento. Non sarà una passeggiata. Bisogna che gliene piazzi uno o due prima del sesto. Paolo non si rende conto. Se non lo rallento adesso, mi frega. Ho le gambe...
Cos’è successo? Ho un ginocchio a terra. E anche un guantone.
Cos’è ’sta voce?
L’arbitro. Ha cominciato a contare. Già al tre... Prendersi ogni secondo. Cazzo quanto ne ho bisogno.
Respira George.
Cinque... Sei...
Mi gira la testa.
Sette...
E quello lí che mi aspetta.
Otto...
In piedi.
L’arbitro mi guarda negli occhi, ha una voce strana. Ispeziona la mia faccia alla Picasso, non credo che quello che vede gli piaccia granché. Gli dico che va tutto bene, cerco di fissarlo anche se non ci vedo piú un cazzo. Fa una smorfia.
Tutto tranne un Ko tecnico.
Non ora. Cazzo, non ora.
Saltello, ondeggia tutto.
L’arbitro mi guarda fare il furbo, non è mica nato ieri.
Mi dice una cosa che non afferro subito.
– Ce l’avrai il tuo Ko, se è quello che vuoi.
Perché l’ha detto? Perché ha dato un’occhiata verso la prima fila?
Luci bianche negli occhi.
L’arbitro mi lascia continuare, sicuro che mi farò distruggere. Kravine ce l’ha in mano... Cosa ci faccio io qui?
Ho fifa.
La prima volta. Ha i guantoni di ferro, ci lascio le penne. Ho fifa... La campana. Ricomincia. Che...
La guardia!
Una tempesta. Piovono botte.
È tutto combinato. Hanno programmato la mia morte, tutti. Cosa devo fare?
Sono in piedi. Sei in piedi, George.
Ci sei ancora.
È la boxe.
I guantoni del Nero non sono truccati. La tua faccia ti appartiene, è lei che le prende, le tue gambe ti appartengono e ti tengono su, hai i guantoni ancora attaccati alle braccia, si muovono, ti appartengono.
Non sento piú i colpi.
Ma so bene che ci sono. I colpi non sono truccati. Lui picchia sul serio, io incasso sul serio. Truccato un corno. La boxe. La mia vita.
Guardia al mento, nasconditici dietro. Nessuno mi farà scendere da questo ring.
Ho fifa.
Kravine lo ammazzo.
Un turbine nero. È dappertutto. Dov’è il ring?
Non perdere il filo, George! Gli occhi, perdio. Tieni gli occhi aperti. Tu hai l’esperienza e lui è furibondo. Prende lo slancio come in allenamento. Guarda, perdio. Si è spompato, a forza di sbracciarsi.
Respira per bene, George.
Niente piú paura, solo collera, ed esperienza.
Te la sei cavata mica male.
Lascia che ti spinga. Dài. Indietreggia. Le corde sono giusto qui dietro. Recuperi, la guardia tiene. Appoggiati su di lui. Nasconditi nelle sue braccia. Gli fai schifo, puzzi di sudore e di vecchio, George. Sei appiccicoso. Ti insulta, cerca di morderti l’orecchio.
L’arbitro non guarda neanche piú.
Torna a frignargli sulla spalla, George. Il tuo peso su di lui.
Lascia che ti spinga.
Le braccia ci sono ancora. Lui si è sfiancato e tu hai tenuto duro, George, sei ancora in piedi.
Kravine urla al suo pupillo di svignarsela, piú forte ancora di Rossi, che adesso si è svegliato anche lui.
Le narici dilatate come un cavallo, carico come una molla.
Mi conosce, Kravine, conosce la boxe anche se ci sputa sopra. Urlano al loro protetto di andarsene, ma il giovanotto non sente piú niente. È come se fosse ritornato a scuola, i suoi colpi non hanno né capo né coda. Paolo se la starà ridendo, con tutte le sue gengive scalcagnate bene in vista.
Buttati nelle braccia del gran Nero, sei un vecchio straccio. Lascialo credere, lascialo urlare.
Mi spinge via per la rabbia.
Adesso.
Vai a rimbalzare sulle corde. L’ultima chance.
Questo è aikido, amico mio; sono i tuoi vent’anni che ti rimbalzano in faccia.
Braccia sopra la testa, ha dimenticato cos’è la boxe, piú nessuna sincronizzazione.
Novantuno chili in un guantone. Catapultati sul suo plesso solare, in espirazione. Potevo ammazzarlo. Non ho avuto abbastanza forza.
È diventato grigio, con i piedi a papera, gli occhi spalancati.
Riesco a flettere le gambe. Qualche passetto. Spingilo, George, fagli attraversare il ring nell’altro senso.
Muoviti, perdio, non mollarlo sennò sei fregato.
Porca puttana, come sono pesanti i miei guantoni. Tieni duro. Diretto, jab, jab: è roba molle, ma è sufficiente. Adesso lo frego. Guarda, Paolo, guardate, adesso lo frego! Occhio, sa boxare mentre indietreggia, stringi, non lasciare che si riprenda. Sta dando tutto quello che gli resta. Tonnellate di forza, ma non le sa piú usare. Se trova un allungo, sei morto. Ecco, è tuo, scuotilo, perdio. Non ho piú forze. Al fianco, adesso molla. Troppe domande sulla sua faccia; non riesce piú a pensare. Non ho piú forze.
Jab, gancio, gancio. Non sono piú colpi, sono diversivi.
Il fegato, le costole, il cuore.
Niente piú forze, solo il mio peso.
C...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Dello stesso autore
  3. L’arena dei perdenti
  4. Parte prima
  5. Parte seconda
  6. Il libro
  7. L’autore
  8. Copyright