Jonathan Littell ha trascorso due settimane e mezza a Homs, nel cuore dei quartieri che si oppongono al regime siriano. Questo taccuino - lo si scopre pagina dopo pagina - è un testo scritto in condizioni estreme, dove i protagonisti rischiano la vita in ogni istante. Nel costituire un documento unico, un'inchiesta autentica sul campo, esso testimonia la vita quotidiana del popolo in rivolta della città di Homs, la resistenza dei disertori dell'Esercito siriano libero, le atrocità commesse dalle forze governative.

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Politica e relazioni internazionaliCategoria
Politica comparataMercoledí 1° febbraio
Baba Amr
Dormito bene nonostante il freddo. Sogni: tumulti, armi automatiche, spiaggia, studenti, peripezie che mescolano questi elementi. Al risveglio, alle nove, qualche colpo di mortaio, poco lontano. Il nostro ospite se n’è andato, ma un suo amico ci prepara la colazione.
Usciamo a telefonare, nell’appartamento non c’è copertura. Davanti al posto di comando di Hassan, Alaa, Fadi e altri uomini prendono il tè sotto una tettoia installata da poco, per la pioggia. Fa abbastanza bello. Raed chiama Ibn Pedro: ha degli ospiti, l’ora della partenza non è stata fissata. Richiamerà. Abu Bilal lo informa della situazione in centro: ci sono combattimenti dovunque, al-Safsafi è isolato, è davvero la guerra.
Alaa spiega i piani per i soldati accerchiati nell’edificio. Mineranno i pilastri della struttura e poi li costringeranno a scegliere: o i soldati si uniscono a loro o faranno saltare tutto.
I colpi di mortaio ricominciano, uno vicinissimo, Raed lo sente fischiare. Gli spiego che il fischio è un bene: se senti il fischio, non è per te. Non ha un’aria molto convinta.
11.30. Ora piove. Ancora nessuna notizia da Ibn Pedro. Andiamo in moschea, dove resto seduto in un angolo, da solo, mentre Raed esce per fare le sue cose. A poco a poco gli uomini entrano a pregare.
Passiamo alla scuola [la sede del Consiglio militare]. Muhannad non c’è. C’è una giornalista irlandese, insieme a Jeddi e Danny, con l’aria sfinita. Jeddi se la prende con Raed: «Danny, traduci. Sono arrabbiato con lui! Vuole la guerra, la guerra, la guerra. Le questioni umanitarie non gli interessano». Raed: «Non c’è bisogno di tradurre, amico mio». La ragazza vorrebbe partire domani, e chiedo di partire con lei, eventualmente.
Avevo incrociato Danny Abdul Dayem, un giovane britannico-siriano di ventitre anni, alla clinica di Abu Bari proprio il giorno del nostro arrivo a Homs, ed ero rimasto colpito dal suo inglese perfetto, cosa rarissima qui. Era appena tornato dalle vacanze in Inghilterra, e aveva accolto favorevolmente la proposta di venire a lavorare con me. I giorni successivi non ero riuscito a trovarlo né a parlargli al telefono. In seguito avremmo capito che era stato subito recuperato dall’Ufficio stampa, con il quale non eravamo in ottimi rapporti. Dopo la mia partenza, quando è cominciato il bombardamento sistematico di Baba Amr, Danny è comparso piú volte al giorno su YouTube, denunciando in inglese le atrocità filmate dagli attivisti e facendo appello a un aiuto internazionale. Il 13 febbraio, mentre i bombardamenti si intensificavano, ha lasciato Baba Amr per rifugiarsi in Libano. In seguito ha rilasciato varie interviste a emittenti televisive anglosassoni sugli orrori di cui è stato testimone.
13.00. Ritroviamo Imad davanti al posto di comando di Hassan, con un’aria spossata, non so se per noi o per qualcos’altro. Nemmeno l’ombra di Ibn Pedro. «La strada non è libera», dichiara Imad, stanco. Torno all’appartamento, per lo meno è caldo.
Il senso di claustrazione si fa piú netto. Sono cinque giorni che cerco di uscire; gli uomini sono sfuggenti, poco chiari; bombardano; Raed è irritato da tutto: me, la situazione, il computer che si blocca; la connessione telefonica è pessima e abbiamo poche comunicazioni: è quella che si definisce una situazione di merda, immagino. E non c’è assolutamente niente da fare.
Visita alla clinica di Imad, per cercare Abu Salim. Non c’è. Davanti alla clinica, degli adesivi della Mezzaluna rossa araba siriana, protezione ridicola. Lavori di installazione della sala operatoria. Passa rapidamente Abderrazzak Tlass, che viene a vedere lo stato di avanzamento dei lavori. Vari feriti: un ustionato grave, a seguito di un’esplosione di gas provocata da una granata di mortaio lunedí, un uomo mitragliato domenica a un posto di blocco di al-Inshaat, un giovane con il volto ustionato, che cinque giorni fa, attraverso la finestra dell’appartamento, è stato investito dal ritorno di fiamma di una granata di mortaio caduta sotto casa sua. Ora sta meglio, ci spiega tutto questo con il volto coperto di crema, e ci mostra una sua foto scattata qualche giorno prima, la testa tutta avvolta da bende. Il ferito da proiettili è un taxista che veniva da Damasco con un passeggero ed è stato mitragliato da un posto di blocco alle quattro del mattino.
Arrivo del dottor Ali, il martire vivo. «Ieri è stata un’ecatombe». Diciassette feriti. Ovviamente nessuno ci ha detto niente, nessuno ci ha mostrato niente.
Verso le 16.00 arrivo di Abu Hanin, dell’Ufficio stampa, il maktab el-al’iilami. Se la prende subito con me, in inglese. «I don’t even know you», ribatto io. «Yes, but I spoke with him last week», dice lui indicando Raed. «He said he’d be back in ten minutes, and you guys disappeared»71. L’irlandese se ne va tra mezz’ora. Non posso andare con lei? «No, you can’t. You guys say you are on your own, fine, you say you can manage, fine, now manage with your people»72. La situazione diventa incontrollabile. Raed interviene e partono in quarta, mezzo in inglese e mezzo in arabo.
Abu Hanin: «You see, we are Arabs. This is how it is with Arabs»73. Raed: «Gli arabi non c’entrano niente. Sono arabo anch’io». L’uomo è esagerato, aggressivo, incoerente. Si intuisce che ce l’ha a morte con noi perché li abbiamo aggirati. Alla fine si rivolge a me: «Why do you say to him you cannot go because we have a problem? I never said that. You have fresh material, of course it is in our interest that you publish it. If we can help you go out, we will. But we can’t. You can’t go with the woman»74. Cerco di smussare gli angoli, finalmente mi dà una spiegazione sensata: «Lei esce su un camion, velata, travestita da donna siriana, con documenti da siriana. Credi di poter uscire cosí? Lo credi davvero?» Faccio del mio meglio per calmarlo, per attenuare il malinteso, ma lui è scatenato. Alla fine restiamo d’accordo che se può mi aiuterà.
All’appartamento. Tè, lettura. Alcuni uomini dormono o si riposano. Verso le 17.30, una serie di colpi di mortaio, non lontano, verso il cimitero. Arriva Hassan con i suoi due bambini, molto graziosi e timidi. Gli uomini li fanno giocare con le pistole, non hanno il colpo in canna ma sono cariche.
17.00. Un elicottero da combattimento Mi-24 gira intorno al quartiere. Gli uomini sono scontenti del comportamento di Juppé al Consiglio di sicurezza. Si mettono a giocare a un videogioco, calcio. Raed è scomparso da ore, nessuna notizia.
Chiedo ad Alaa di portarmi in moto da Raed. Non sa dove andare ma lo troveremo. Slalom tra le pozzanghere, imbocca un lungo viale a luci spente, trova il secondo centro di primo soccorso, quello di Imad, e poi la clinica, dove eravamo nel pomeriggio; lí ci indirizzano a una casa di attivisti, ma è quella dove avevamo incontrato l’avvocato comunista, ci sono solo alcuni uomini; finalmente troviamo l’appartamento del maktab. Raed è proprio qui, con Marcel, intento a lavorare al computer per tentare di salvare i suoi file. Ringrazio Alaa, che torna indietro.
Ci sono decine di attivisti accasciati ovunque, incollati ai loro computer portatili, tutti su YouTube o Facebook o Twitter. Qualcuno mi offre un panino al pollo con patatine e mi prestano un Macintosh, finalmente qualche mail: terribilmente lento. La giornalista irlandese se n’è già andata. Abu Hanin mi sonda: «Perché non siete venuti a trovarci? Perché ci avete evitati?» Rispondo diplomaticamente. Quando uso il termine maktab el-al’iilami, Abu Hanin nega che esista un ufficio di quel genere: «Siamo solo un gruppo di amici, tutto qui». Alle pareti, foto di martiri. Breve discussione politica, ma si va molto lontano.
Altre conversazioni piú tardi. Abu Hanin mi dice che se i nostri uomini mi fanno superare l’autostrada, i suoi possono occuparsi del resto. Mi promette che, se c’è modo, mi farà uscire domani o sabato. Il venerdí non va bene, è un giorno pericoloso a causa delle manifestazioni.
Raed è completamente assorbito dai suoi problemi informatici e presta a malapena attenzione quando gli parlo. Alla fine lo lascio lí e mi faccio riportare all’appartamento da un amico del martire vivo.
71 «Non ti conosco nemmeno». «Sí, ma ho parlato con lui la settimana scorsa. Ha detto che tornava dopo dieci minuti, e siete scomparsi».
72 «No, non puoi. Dite che lavorate da soli, benissimo, dite che potete cavarvela, benissimo, adesso cavatevela con i vostri uomini».
73 «Sai, siamo arabi. Con gli arabi è così».
74 «Perché gli dici che non puoi andare via perché hai un problema con me? Non ho mai detto questo. Tu hai informazioni fresche, certo che è nostro interesse che tu le pubblichi. Se possiamo aiutarti a uscire, lo faremo. Ma adesso non si può. Non puoi uscire con la donna».
Giovedí 2 febbraio
Baba Amr – al-Qusayr – frontiera – Beirut
10.30. Colazione con pane, olio d’oliva, zaatar, olive verdi e tè assieme a Hassan, Imad e Ahmad. Di Raed non c’è ombra. Imad mi assicura che parto oggi, mi fa capire che Ibn Pedro sta facendo verificare la strada. Al telefono non risponde nessuno. Aspettiamo.
11.00. Arriva Raed. Vago, evasivo, sfinito dopo aver passato la notte al computer, saluta a malapena. Parla con Imad ma non traduce niente, non spiega niente. Poi va dal vicino, dove avevamo dormito due giorni fa. Cinque minuti dopo arriva Ibn Pedro. «Yallah». Voglio aspettare Raed, ma lui rifiuta: «Yallah, yallah». Salgo su un’auto dove ci sono già altre due persone che escono anche loro dal paese. Partenza. Chiamo Parigi e spiego la situazione, ma non c’è modo di contattare Raed, che non ha ancora cambiato la sua Sim.
A Homs funzionano due reti, Syriatel e Mtn. Raed aveva un numero Mtn, ma dal nostro ritorno a Baba Amr, Mtn funzionava sempre peggio; anche Syriatel, peraltro, ma meglio di Mtn. Cosí avevo proposto a Raed di passare a Syriatel, cosa che avrebbe fatto in seguito. Qualche giorno dopo, il 6 febbraio, tutte le reti di telefonia mobile di Homs sono state disattivate. Mentre sto scrivendo non sono ancora state ripristinate.
Superamento dell’autostrada. Sono le 12.40. In una casa poco lontano gli uomini che ci hanno preceduti pregano, aspettandoci. Nonostante il suo lato difficile e lunatico Ibn Pedro ha uno splendido sorriso radioso, che si accende appena terminata la preghiera.
Ci separiamo: gli altri due se ne vanno da una parte, io dall’altra, con Ibn Pedro e un autista, su un furgoncino Suzuki, direttamente verso il Libano, a quanto pare. Ibn Pedro tiene un kalashnikov tra le gambe, anche l’autista è armato, se ci imbattiamo in un posto di blocco volante le cose si metteranno male. Durante il viaggio i due restano incollati al cellulare; Ibn Pedro ne ha tre, le comunicazioni sono molto difficili, ma di tanto in tanto ricevono informazioni. Il sole brilla, illumina tutta la campagna piatta e le pozzanghere melmose, percorriamo ora tratturi pieni di fango, ora strade frequentate, attraversando molti villaggi; in fondo, il Jabal Lubnan75 blocca l’orizzonte, azzurro pallido, con una lunga frangia di nubi impigliata nelle cime innevate. Nell’abitacolo fa caldo, sballottamenti, incrociamo contrabbandieri con le moto cariche di taniche di gasolio, contadini sul trattore, accampamenti di beduini, campi verdi e fangosi.
13.30. Sosta in un villaggio. Alla televisione, Ismail Haniyeh. Ci raggiunge l’autista che ha depositato gli altri due: è Abu Abdallah, la stessa persona che ci aveva accompagnati a Homs. Nessuna idea dei tempi di attesa, non mi dicono niente e comunque stenterei a capire. Cerco di riprendere la lettura del Confronto tra Lisandro e Silla, ma mi portano il pranzo, abbondante e magnifico come al solito, con uova sode e ful in salsa. Poi leggo, l’attesa si prolunga. Finalmente chiama Raed e mi conferma che andiamo direttamente in Libano, insh’allah.
14.30. Ripartiamo, con Abu Abdallah. Strade, villaggi, poi un tratturo fangoso, lo stesso dell’andata. Incrociamo di continuo camion e furgoncini che trasportano merci nell’altra direzione. Poi di nuovo una strada dove, con mio enorme piacere, ritroviamo il mio vecchio amico Collera e il suo sgangherato pick-up. Mi porta, insieme a Ibn Pedro, ad al-Qusayr, nella stessa casa dove avevamo alloggiato all’andata, quella di Abu Amar, sempre accogliente e cordiale. Mayte [Carrasco, un’amica giornalista spagnola che lavora per Tv Cinco] è in città, Collera mi accompagna dove lei alloggia con i suoi colleghi, e spiego loro rapidamente la situazione. È da cinque giorni che sono ad al-Qusayr, aspettando di entrare in città. Ibn Pedro potrebbe portarli? Torno a casa di Abu Amar insieme all’attivista che li fiancheggia, un tizio di al-Qusayr che parla un po’ di inglese. Risposta di Ibn Pedro: li porterò se me lo chiede Abu Hanin. Ma Abu Hanin non è raggiungibile. Bukra sabha, insh’allah.
Collera riceve una telefonata: la via è libera. Partiamo alle 16.30, di nuovo stipati in tre, con Ibn Pedro, nell’abitacolo del pick-up. Il kalashnikov è sempre lí, ma per prima cosa lo lasceremo alla fattoria dove, all’andata, avevamo cercato di incontrare il comandante; invece Collera si tiene la bomba a mano, che brandisce davanti a me ridendo. Passiamo anche da un’altra casa, da cui esce con una busta piena di dollari, banconote da cento, i famosi «Ben Franklin», e fasci di sterline siriane, nonché una scatola di datteri morbidissimi, squisiti. Il viaggio sino alla frontiera richiede un’ora, le stesse strade dell’andata. Il sole tramonta dietro il Jabal, le pozzanghere nel fango brillano come specchi giallo pallido, il cielo scolora, tutto è azzurro e bruno e verde. Ingorghi di camion di ogni dimensione a un checkpoint dell’Esl, i furgoncini si impantanano, gli uomini spingono. Collera e Ibn Pedro discutono, non so di cosa. Poi, finalmente, una strada. Collera lancia il pick-up a cento-centoventi chilometri all’ora, è ancora piú spaventoso della possibilità di incontrare un posto di blocco volante. Deviazione per passare da una casa dove accanto alla sobia stanno grossi fasci di sterline siriane. «Bukr...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Dello stesso autore
- Taccuino siriano
- Copyright
- Nota introduttiva
- Taccuino siriano
- Lunedí 16 gennaio - Tripoli, Libano
- Martedí 17 gennaio - Tripoli – frontiera – al-Qusayr
- Mercoledí 18 gennaio - al-Qusayr
- Giovedí 19 gennaio - al-Qusayr – Baba Amr
- Venerdí 20 gennaio - Baba Amr
- Sabato 21 gennaio - Baba Amr
- Domenica 22 gennaio - Baba Amr
- Lunedí 23 gennaio - Baba Amr
- Martedí 24 gennaio - Baba Amr – al-Khaldiye – al-Bayada
- Mercoledí 25 gennaio - al-Bayada – al-Safsafi – Bab Sbaa – al-Safsafi
- Giovedí 26 gennaio - al-Safsafi – Bab Drib – Karam al-Zeitun – Bab Tedmor – al-Safsafi
- Venerdí 27 gennaio - al-Safsafi – Bab Drib – al-Safsafi
- Sabato 28 gennaio - al-Safsafi – Baba Amr – al-Khaldiye – al-Bayada
- Domenica 29 gennaio - al-Bayada
- Lunedí 30 gennaio - al-Bayada – al-Khaldiye
- Martedí 31 gennaio - al-Khaldiye – Baba Amr
- Mercoledí 1° febbraio - Baba Amr
- Giovedí 2 febbraio - Baba Amr – al-Qusayr – frontiera – Beirut
- Epilogo
- Appendici
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