
- 520 pagine
- Italian
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Il libro nero
Informazioni su questo libro
In una Istanbul allo stesso tempo reale e fiabesca, il giovane avvocato Galip scopre improvvisamente che sua moglie Rüya è svanita nel nulla. Dai pochi indizi lasciati, Galip presume che si sia rifugiata a casa del fratellastro Celâl, un celebre giornalista autore di articoli provocatori per il quotidiano «Milliyet». Ma anche Celâl è introvabile, quasi non fosse mai esistito. Alla disperata ricerca di Rüya inizia cosí per Galip un giallo che lo porterà a vagare nelle strade di una città dalle contraddizioni insolute, per scoprire ciò che non avrebbe mai voluto sapere.
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Informazioni
Print ISBN
9788806235178eBook ISBN
9788858407950Parte prima
Capitolo primo
La prima volta che Galip vide Rüya
Non usare epigrafi: uccidono il mistero del testo!
ADLI
Va’, uccidi il mistero, e uccidi anche il falso profeta che lo diffonde!
BAHTI
Rüya dormiva a pancia in giú nel buio dolce e tiepido, sotto i rilievi, le valli ombrose e le delicate colline celesti dell’azzurra trapunta a quadri che copriva completamente il letto. Dalla strada giungevano i primi rumori del mattino d’inverno: il passaggio di qualche automobile e di vecchi autobus, lo sbatacchiare sul marciapiede dei bollitori in rame che il venditore di salep condivideva con il pasticciere, il fischietto del chiama-vetture alla fermata dei dolmuş. Tende blu scuro affievolivano la luce plumbea che filtrava nella stanza. Galip, ancora pieno di sonno, guardò il viso della moglie che sporgeva dalla trapunta: il mento di Rüya era sommerso nel cuscino di piuma. Nella curva della fronte c’era qualcosa di surreale, che suscitava in lui un’ansiosa curiosità verso gli eventi meravigliosi che avevano luogo dentro quella testa. «La memoria – aveva scritto Celâl in una delle sue rubriche – è un giardino». «Giardini di Rüya, giardini del Sogno… – si era detto allora Galip. – Non pensarci, non pensarci, altrimenti diventeresti geloso!» Ma Galip, osservando la fronte della moglie, non poté fare a meno di pensarci.
Avrebbe voluto aggirarsi liberamente tra i salici, le acacie, le rose rampicanti cresciute al sole del giardino in cui Rüya si era rifugiata. Ma provava pure un’imbarazzata apprensione nei confronti dei volti che avrebbe potuto incontrare: Ah, ciao! Anche tu bazzichi la zona? A preoccuparlo maggiormente non erano tanto gli uomini di cui lui era a conoscenza, quanto piuttosto le ombre maschili di cui ignorava totalmente la presenza tra i ricordi della moglie: Scusa amico, ma quand’è che avresti conosciuto mia moglie, e dove? Tre anni fa, a casa vostra, sulle pagine di una rivista straniera di moda comprata nella bottega di Alâaddin, alla scuola media che frequentavate insieme, nell’atrio del cinema dove vi tenevate per mano… Ma no, no, forse la memoria di Rüya non era cosí crudelmente affollata; forse nell’unico angolo al sole dell’ombreggiato giardino della sua memoria, loro due erano appena partiti per una gita in barca. Pochi mesi dopo che la famiglia di Rüya si era trasferita a Istanbul, avevano avuto entrambi gli orecchioni. Per accelerare la guarigione, la madre di Galip e quella di Rüya, la bella zia Suzan, li portavano sul Bosforo: a volte poteva essere una sola mamma che li accompagnava tenendo un bambino per ogni mano, a volte venivano entrambe. Qualunque fosse la destinazione di quegli autobus sferraglianti – Bebek o Tarabya –, il pezzo forte era sempre lo stesso: una gita in barca. In quegli anni erano famosi i germi, non le medicine: si credeva che l’aria pura del Bosforo bastasse a guarire dagli orecchioni. Di mattino l’acqua era calma, la barca a remi bianca, il barcaiolo sempre lo stesso e cordiale. Le mamme e le zie sedevano sempre a poppa, i due bambini sempre a prua, nascosti dalla schiena del barcaiolo che, remando, si sollevava e abbassava. Sotto i loro piedi e le loro caviglie, cosí sottili e simili, a penzolare sull’acqua, il mare scorreva lento, tra alghe, chiazze di gasolio coi colori dell’arcobaleno, minuscoli ciottoli semitrasparenti e frammenti ancora leggibili di giornali, che loro due scrutavano con attenzione casomai potessero scorgervi la rubrica di Celâl.
La prima volta che aveva visto Rüya, sei mesi prima di prendere gli orecchioni, Galip era seduto su uno sgabellino sistemato sul tavolo da pranzo e si faceva tagliare i capelli dal barbiere che, alto e baffuto, veniva da loro cinque giorni alla settimana per radere il nonno. Erano i tempi in cui la fila per comprare il caffè, davanti alla bottega dell’Arabo o di Alâaddin, si faceva sempre piú lunga, le calze di nylon si vendevano di contrabbando, le Chevrolet iniziavano lentamente a moltiplicarsi per le strade di Istanbul, e lui, Galip, avendo appena cominciato le elementari, leggeva con attenzione la rubrica che Celâl scriveva cinque giorni alla settimana sulla seconda pagina del «Milliyet», sotto lo pseudonimo di Selim Kaçmaz. Ma non era stato allora che aveva imparato a leggere; gliel’aveva insegnato sua nonna due anni prima: si sedevano a un angolo del tavolo da pranzo e lei, facendo lacrimare gli occhi al nipote col fumo della Bafra che sistematicamente teneva fra le labbra, gli spiegava con voce rauca la grande magia del combinarsi fra loro delle diverse lettere dell’alfabeto; cosí l’enorme cavallo disegnato sull’abbecedario si faceva di colpo piú azzurro e piú vivo. CAVALLO, c’era scritto sotto, ed era piú grande di quelli scheletrici che trainavano il carretto dell’acquaiolo storpio e dello straccivendolo disonesto. Galip, allora, immaginava di versare sul vivace cavallo del suo abbecedario una pozione magica che gli conferisse la forza per saltare fuori dalla pagina, ma piú avanti, quando l’obbligarono a ripetere il primo anno e dovette studiare da capo il medesimo abbecedario con il cavallo, si rese conto che si trattava di un desiderio stupido.
Se il nonno fosse stato in grado di portargli quella pozione magica dentro una fiala color melograno, come gli aveva promesso, Galip avrebbe versato il liquido sugli Zeppelin, sui mortai e sui cadaveri infangati della prima guerra mondiale che popolavano le polverose pagine di vecchi numeri dell’«Illustration», sulle cartoline che zio Melih aveva spedito da Parigi e dal Marocco, sulla foto di mamma orangutan mentre allatta il suo piccolo che Vasıf aveva preso dal «Dünya», e sui volti degli strambi personaggi che Celâl ritagliava dai giornali. Ma ormai il nonno non usciva piú, nemmeno per recarsi dal barbiere; stava in casa tutto il giorno. Però si vestiva lo stesso, come quando andava a bottega: la logora giacca inglese dal bavero largo, grigia come la barba che si lasciava crescere in faccia di domenica, pantaloni a piombo, i gemelli e una cravatta stretta che il papà bollava da burocrate. La mamma diceva sempre «kravat», e mai «gravat», alla turca. Perché la sua famiglia, una volta, era piú ricca. Ogni tanto lei e il papà parlavano del nonno come se fosse una di quelle vecchie case di legno, tutte scrostate, che crollavano a una a una giorno dopo giorno; se poi, dimenticando il nonno, alzavano la voce e cominciavano a bisticciare, si giravano verso Galip e gli ordinavano: Adesso sali di sopra, va’ a giocare.
– Posso prendere l’ascensore?
– Non farglielo prendere da solo!
– Non prenderlo da solo!
– Posso giocare con Vasıf?
– No, che poi si arrabbia!
Non si arrabbiava affatto. Vasıf era sordomuto ma, quando giocava a «Passaggio segreto», capiva benissimo che non lo stavo prendendo in giro; quando strisciavo negli anfratti piú bui del palazzo come se stessi esplorando una grotta, o quando scivolavo sotto i letti invisibile come un gatto e furtivo come un soldato che scava un tunnel in mezzo alle trincee nemiche, lui mi capiva benissimo: ma a parte Rüya, che però a quei tempi non era ancora arrivata, nessun altro in casa ne era a conoscenza. A volte Vasıf e io ci piazzavamo alla finestra a fissare insieme i binari del tram. Una finestra del bovindo del nostro palazzo di cemento dava sulla moschea, che rappresentava un capo del mondo, l’altra sul liceo femminile, che ne era l’altro capo: in mezzo c’erano il posto di polizia, il grande castagno e l’animata bottega di Alâaddin. A volte, mentre guardavamo l’andirivieni dei clienti o ci indicavamo a vicenda le auto piú belle, poteva accadere che Vasıf si agitasse di colpo ed emettesse un rantolo terribile, come se stesse lottando contro il diavolo nel sonno, rantolo che mi gettava nel panico piú assoluto. Tutto ciò poteva provocare una reazione nelle due ciminiere sedute proprio dietro di noi; il nonno, tentando di distrarre la nonna dall’ascolto della radio, diceva: «Vasıf ha spaventato ancora una volta Galip». Quindi, piú per abitudine che per curiosità, chiedeva: «Quante auto avete contato?» Ma poi nessuno dei due prestava la minima attenzione al dettagliato resoconto che facevo del numero di Dodge, Packard, DeSoto e Chevrolet nuove che avevamo avvistato.
Il nonno e la nonna continuavano imperterriti a parlare in mezzo al frastuono della musica turca e occidentale, dei radiogiornali, delle pubblicità di banche, acque di colonia, lotterie di stato, trasmessi dalla radio che restava accesa dal mattino alla sera, con sopra la statuetta di un tranquillo cane dal pelo lungo, che non aveva affatto l’aria di un cane turco. Spesso si lamentavano delle sigarette che tenevano fra le dita, alla stregua di un mal di denti cronico a cui si erano ormai abituati, accusandosi a vicenda di essere incapaci di smettere; se uno dei due iniziava a tossire come se si stesse strozzando, l’altro proclamava, prima in tono di trionfo e di gioia, poi con ansia e con rabbia, che le sue preoccupazioni erano giustificate. Finché il primo esplodeva: «Smettila, per l’amor di Dio! Le sigarette sono l’unico piacere che mi resta!» E poi, a corollario, aggiungeva una notizia letta sul giornale: «Sembra che facciano bene ai nervi». Dopodiché calava un silenzio cosí profondo che si sentiva ticchettare l’orologio del corridoio, ma non durava che un attimo. Che sfogliassero il giornale o che giocassero a bazzica il pomeriggio, non smettevano mai di chiacchierare. E quando la famiglia si riuniva per cena ripetevano le stesse parole che dicevano quando si radunavano per ascoltare la radio tutti insieme o dopo aver letto la rubrica di Celâl: «Forse, se lo lasciassero firmare con il suo nome, ricomincerebbe a ragionare», diceva il nonno. «Ormai è adulto», sospirava la nonna, e poi, con un’espressione di viva curiosità dipinta sul viso, come se fosse la prima volta che poneva quella domanda, chiedeva: «Scrive cose cosí brutte perché non gli permettono di firmare la rubrica, o non lo fanno firmare perché scrive cose cosí brutte?» «Se non altro, dato che non lo fanno firmare con il suo nome, poca gente capisce che siamo noi quelli che mette in croce», diceva il nonno, ricorrendo alla solita giustificazione a cui s’aggrappavano ogni tanto tutti e due. «Non lo capisce nessuno, – ribatteva allora la nonna, con un tono la cui sincerità convinceva poco Galip. – Chi potrebbe dire che è di noi che parla, in quelle rubriche?» Tempo dopo, quando Celâl avrebbe ricevuto centinaia di lettere alla settimana dai suoi ammiratori e avrebbe iniziato a ripubblicare, con il suo vero e ormai celebre nome, i vecchi numeri della sua rubrica – una scelta che alcuni avrebbero criticato: gli si è inaridita la fantasia per le troppe donne, o è distratto dalla politica, o semplicemente è diventato pigro –, il nonno, come un guitto da due soldi che ripete stanco e annoiato il solito repertorio, avrebbe detto: «Per l’amor di Dio, figurarsi se non lo sanno tutti che in quella rubrica sulla storia dei palazzi si parla di casa nostra!» E la nonna si sarebbe zittita di colpo.
Allora il nonno avrebbe iniziato a raccontare del sogno che andava facendo sempre piú spesso. Un lampo di luce gli avrebbe illuminato lo sguardo, come del resto succedeva sempre, per ogni storiella che si raccontavano l’un l’altra tutto il giorno. Un sogno azzurro, avrebbe detto, in cui scendeva ininterrottamente una pioggia blu, e i capelli e la barba crescevano senza fine. Dopo averlo pazientemente ascoltato, la nonna avrebbe replicato: «Il barbiere sarà qui a momenti», ma sentir parlare del barbiere non avrebbe rallegrato affatto il nonno. «Chiacchiera troppo, – avrebbe ribattuto, – fa troppe domande!» Dopo la discussione sul sogno azzurro e sul barbiere, Galip l’avrebbe sentito borbottare sottovoce un paio di volte: «Avremmo dovuto costruire un altro palazzo, da un’altra parte. Questo qui ha il malocchio».
Anni dopo, andati via dal Palazzo Cuor della Città, venduto appartamento per appartamento – al loro posto erano sorte piccole boutique, ginecologi di aborti clandestini e agenzie di assicurazioni, come in tanti altri palazzi simili in zona –, ogni volta che passava davanti alla bottega di Alâaddin e faceva scorrere lo sguardo sulla sudicia facciata del palazzo, Galip si domandava come mai il nonno avesse usato quell’espressione. Aveva qualcosa a che fare con lo zio Melih, partito dall’Europa solo per andarsene in Africa e che poi, quando finalmente era rientrato in Turchia, aveva vissuto a Izmir per anni prima di tornarsene a Istanbul nel palazzo di famiglia. Allorché il barbiere chiedeva: «Signore, quando torna dall’Africa il suo figlio piú grande?», il nonno iniziava a brontolare; accortosi della sua riluttanza ad affrontare l’argomento, Galip aveva concluso che il malocchio, nella mente del nonno, riguardava soprattutto il fatto che il suo bizzarro figlio maggiore avesse piantato la moglie e il primogenito per andarsene all’estero solo per tornarsene con una nuova moglie e una nuova figlia (Rüya).
Come gli avrebbe raccontato Celâl anni dopo, lo zio Melih stava ancora a Istanbul quando era iniziata la costruzione del palazzo. In cantiere, a Nişantaşı, zio Melih si incontrava con il padre e i suoi fratelli, alcuni dei quali arrivavano dalla Farmacia Bianca di Karaköy e gli altri dalla piccola bottega di dolci di Sirkeci, trasformata prima in pasticceria e poi in ristorante perché non era possibile competere con il negozio di dolci di Hacı Bekir e con i suoi lokum, e loro sapevano di poter vendere da ambulanti le conserve della nonna – cotogne, fichi, amarene –, chiuse nei barattoli che andavano allineando negli scaffali. Lo zio Melih, all’epoca meno che trentenne, il pomeriggio usciva dal suo studio legale, dove, quando non litigava con qualcuno, passava il tempo a disegnare navi o isole deserte sulle pagine di vecchi verbali di tribunale, e andava a Nişantaşı per togliersi giacca e cravatta, rimboccarsi le maniche e spronare i muratori che, con l’avvicinarsi dell’ora di andare a casa, rallentavano il lavoro. Era stato a quel punto che aveva iniziato a ragionare sulla necessità di imparare a produrre marmellate all’europea, a comprare la carta dorata per avvolgerci i dolci di noci, a tirare su una fabbrica di sali da bagno in società con i francesi, ad acquistare a poco prezzo macchinari da ditte europee e americane che continuavano a fallire una dopo l’altra, a cercare un piano a coda a buon mercato per zia Hâle, ma soprattutto a voler portare il povero Vasıf da un rinomato specialista delle orecchie di cui aveva sentito parlare e che stava in Francia o in Germania. Due anni dopo, quando gli appartamenti erano finiti ma non ancora abitati, zio Melih e Vasıf partirono su una nave rumena diretta a Marsiglia (la Tristina). Galip aveva visto per la prima volta la foto profumata di rosa della nave in una delle scatole della nonna e Celâl, otto anni dopo, aveva trovato fra i ritagli di Vasıf il pezzo su questa stessa nave che era andata a sbattere contro una mina nel Mar Nero, affondando. Ma un anno dopo la partenza, arrivato da solo alla stazione ferroviaria di Sirkeci, Vasıf continuava a essere sordomuto – «Ovviamente», ripeteva zia Hâle ogni volta che si affrontava l’argomento, senza che Galip arrivasse mai a capire l’oscura ragione per cui quell’espressione era sottolineata con tanta enfasi –, però teneva stretto in braccio un acquario pieno di pesci giapponesi da cui sulle prime non si staccava mai, contemplandolo a volte come se gli stesse per mancare il respiro dall’emozione, e a volte con le lacrime che gli scendevano tristemente dagli occhi; i bis-bis-bis-bisnipoti di quei pesci avrebbero continuato a fargli compagnia cinquant’anni dopo. A quei tempi Celâl e sua madre abitavano nell’appartamento del terzo piano, venduto successivamente a un armeno, ma, dal momento che bisognava spedire a zio Melih i soldi per continuare nella ricerca commerciale intrapresa per le strade di Parigi, si erano spostati nella piccola mansarda sotto il tetto, poco piú che un ripostiglio reso in qualche modo abitabile, per poter affittare il loro appartamento. La madre di Celâl pensava di prendere il figlio e tornarsene a casa dai suoi quando avevano cominciato a diradarsi le lettere che zio Melih mandava da Parigi, cosí piene di ricette di frutti canditi e torte, formule di saponi e acque di colonia, ma anche di foto di stelle del cinema e di ballerine che li mangiavano o ne facevano uso, e pure i pacchetti carichi di dentifrici alla menta, marron glacé, cioccolatini al liquore e cappelli giocattolo da pompiere o marinaio si erano fatti sempre piú infrequenti. Ma perché arrivasse alla decisione di abbandonare la mansarda per tornare alla casa di legno, ad Aksaray, di proprietà di sua madre e di suo padre (un impiegatuccio nell’amministrazione delle fondazioni pie), c’era voluto che scoppiasse la seconda guerra mondiale e che zio Melih spedisse una cartolina da Bengasi, in cui si vedevano uno strano tipo di minareto e un aeroplano. A questa cartolina color seppia su cui aveva scritto che tutte le strade per la Turchia erano ostruite dalle mine, zio Melih ne aveva fatto seguire altre in bianco e nero dal Marocco, dove si era trasferito dopo la guerra. Una di queste, dipinta a mano, su cui era raffigurato un albergo coloniale (dove successivamente sarebbe stato girato un film americano in cui spie e trafficanti di armi si innamoravano tutti delle stesse entraîneuse), fu il modo in cui i nonni scoprirono che aveva sposato una giovane turca conosciuta a Marrakech, oltre al fatto che la sposa era una discendente di Maometto, una Seyyide, assai bella. (Molto piú avanti, quando gli era capitato di dare una seconda occhiata alla cartolina, diversi anni dopo rispetto a quelli in cui era in grado di identificare le nazionalità delle bandiere che sventolavano dai balconi del secondo piano, influenzato dallo stile scelto da Celâl per i racconti intitolati I banditi di Beyoğlu, Galip aveva deciso che «il seme di Rüya era stato piantato» in una delle camere di questo albergo dal colore di una torta alla panna). I parenti non vollero credere che fosse stato proprio lo zio Melih a inviare la cartolina giunta da Izmir sei mesi dopo, tanto erano convinti che non sarebbe mai piú tornato a casa. Giravano delle voci incontrollate e campate per aria, tipo che con la nuova moglie si fosse convertito al cristianesimo per poi unirsi a un gruppo di missionari diretti in Kenya, dove a quanto pare aveva fondato la chiesa di una nuova setta religiosa tra la mezzaluna e la croce, in una valle in cui i leoni cacciavano cervi con tre ramificazioni di corna. Un pettegolo, che conosceva la famiglia della sposa a Izmir, aveva detto che, in seguito alle oscure attività intraprese in Africa (che andavano dal commercio delle armi alla corruzione di un re), zio Melih era diventato multimilionario, anche se si prostrava ai capricci di una moglie la cui bellezza era sulle labbra di tutti e che lo stesso zio intendeva portare a Hollywood e farla diventare famosa: si diceva che qualche sua foto già comparisse sulle riviste arabe e francesi… In realtà, sulla cartolina che aveva girato per settimane in tutti i piani del palazzo, finendo graffiata e spiegazzata come le banconote sospettate di essere false, zio Melih scriveva che il motivo per cui tornavano in Turchia era una nostalgia cosí forte da farlo ammalare. «Adesso» le cose andavano meglio, perché aveva preso in mano, con un nuovo e moderno senso degli affari, il commercio del suocero in tabacchi e fichi.
Il messaggio della cartolina successiva sembrava però un guazzabuglio di parole, e per questo aveva ricevuto un’interpretazione diversa a ciascuno dei piani della casa, forse a causa del profilarsi dei problemi di eredità, che avrebbero presto gettato la famiglia in uno stato di guerra non dichiarata. Ma piú avanti, leggendola per conto proprio, Galip ne aveva dedotto che semplicemente, e in un linguaggio non particolarmente contorto, zio Melih non voleva dire altro se non che presto intendeva tornare a Istanbul, e che gli era nata una bambina che non aveva ancora deciso come chiamare.
Il nome di Rüya lo aveva letto per la prima volta in una delle cartoline che la nonna infilava nella cornice dello specchio sopra il buffet dove conservava i servizi da liquore. Piú in là, anche le foto di Rüya neonata e bambina, scattate a Izmir, erano state sistemate nella cerchia di immagini che circondavano l’inte...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Il libro nero
- Parte prima
- Parte seconda
- Nota dell’autore. Dieci anni dopo
- Il libro
- L’autore
- Dello stesso autore
- Copyright