Cose da pazzi
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Cose da pazzi

  1. 336 pagine
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Cose da pazzi

Informazioni su questo libro

Il cuore di questo libro è la storia di una grande amicizia tra due ragazzini.
Intorno a quel cuore c'è un corpo: la Palermo di oggi, tra vecchie botteghe e lounge bar. Una città dove tutto quello che fai o non fai, anche senza volerlo, può alimentare il potere mafioso. E questo per il semplice fatto che i padroni della strada traggono profitto anche dai gesti più piccoli e quotidiani di chiunque, come comprare senza saperlo un biglietto della lotteria taroccato.
Per Rafael - figlio di un'emigrata colombiana e di un operaio quasi disoccupato - e il suo amico Richi, crescere lì, nel quartiere Spina, è un percorso accidentato, pieno di ostacoli che i loro occhi quasi non registrano. Piantati come sono dalla mattina alla sera in vicolo Grande, a parlare dei rosanero, di corse clandestine, del culo sodo di Maura la Grossa, si confrontano quotidianamente, e per così dire naturalmente, con le regole non scritte di un mondo dove ogni diritto si trasforma in favore, ricevuto o concesso, e dove la connivenza s'infiltra ovunque.
Quelle regole stridono sempre di più con le lezioni di una piccola professoressa precaria dagli occhi verdissimi, una «persona civile», troppo civile per molti degli abitanti del quartiere Spina. Una che pare piovuta da un altro pianeta. È lei a dire giorno dopo giorno, in un ciclo di lezioni sulla legalità, qualcosa d'inconcepibile e dissonante. Sul pizzo, ad esempio, che i ragazzi chiamano «recupero crediti ». Sulla moda, sulla politica, sui sogni più inauditi. Le sue parole hanno la rara forza di suscitare reazioni imprevedibili, dubbi, domande, smarrimento, e insieme un profondo rispetto.
Cose da pazzi segue il destino di Rafael, di Richi e di altri personaggi a cui ci si affeziona, creando un ponte tra un sud immerso in un tessuto mafioso che crea miti e detta modelli e un nord di sradicamento, non diversamente compromesso. La Milano a cui approda Rafael.
E così, stando dietro alle singole esistenze che prendono strade imprevedibili, davanti agli occhi ti si disegna un mondo vivo, affollato d'umanità, di quelli che calpesti in lungo e in largo e che alla fine senti tuoi. E quando ne esci ti resta dentro per molto tempo l'eco di una storia potentissima, incredibile e vera. *** «In un mondo dove le certezze sono di altri e non corrispondono mai alla realtà sognata (...), quando uno scrittore offre un ritratto così profondo di un luogo (fisico, sociale, umano) che ci sembrava di conoscere, c'è da ringraziarlo, perchè noi sbagliavamo». Valeria Parrella, «Grazia»

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2012
Print ISBN
9788806209964
eBook ISBN
9788858405819

Parte prima

Capitolo primo

Una strada dopo, c’è Bumma che dorme davanti al teatro. «Trenta chili di cane buoni a niente», dice Vito il barbiere tutte le volte che deve scavalcarlo per entrare nel suo salone, mentre Bumma alza la testa, apre l’occhio rotondo perennemente iniettato di sangue, poi torna a dormire con le zampe all’aria, la pancia rosa come quella di un cucciolo.
Una strada prima, in mezzo al vicolo, c’è Ciccia che si spolpa un osso. Fifa, con la testa piegata, la guarda. Non si azzarda ad allungare il muso nemmeno per annusare. Con le zampe posteriori che si chiudono in una specie di v sotto la coda, aspetta. Nino tende le orecchie da pipistrello e le gira attorno cercando di saltarle addosso, la pancia gonfia che quasi tocca il selciato.
– Lasciala-stare-Nino-veni-cà, – grida Cetti dal buco del locale-trattoria-Cetti-e-Salvo-cucina-fatta-a-casa, fumando e lavando una pila di piatti.
Nino prova ancora un salto, sbatte il muso contro la coda di Fifa, che si volta impaurita mentre rimane ferma al suo posto senza togliere gli occhi dall’osso. Nino allora gira su se stesso, prova a mordersi il ricciolo di coda che sarebbe identica a quella di un maiale, se non fosse bianca e nera. Indispettito, se ne torna dalla sua padrona, facendosi il vicolo a zampe larghe.
– Ma che vuoi combinare, Nino-veni-cà... – fa Cetti. Lo afferra con una mano sotto la pancia.
– Un boss sembra quando cammina. Tta-tà, tta-tà... – ride Vito il barbiere seduto su una poltroncina di plastica del locale-trattoria-Cetti-e-Salvo.
– E che ti pare, – fa Cetti, infilandosi il cane dentro la tasca del grembiule a fiori che, all’altezza della pancia, è una macchia stinta di arancio, un arancio appena piú chiaro della tintura dei suoi capelli, che sembrano ancora piú finti con quella ricrescita marrone al centro.
Una strada dopo, davanti al teatro, sotto il ficus, c’è una coppia di turisti che sale su una carrozza. Il cavallo ha un pennacchio rosso in testa, schiuma di sudore sul dorso, schiuma anche tutt’attorno alla bocca. Mastica il ferro. Le zampe macchiate da tante piccole ferite bianche. Non appena i turisti salgono sulla carrozza, scalcia un po’, raspa l’asfalto. Al primo colpo di redini, scatta in avanti. Poi si mette in riga per la passeggiata, levando una dopo l’altra le zampe al passo.
– Ben ti sta, cavallo coglione, – fa Rafael, quando l’animale imbocca il viale, passandogli davanti, sbuffando sopra i tubi di scarico, dondolando la testa imprigionata tra i paraocchi e il morso.
– Anche il teatro, dentro, è tutto rosso, – urla Rafael ai turisti affondati nel velluto porpora della carrozza.
Quelli si girano, scuotono la testa, sorridono, non capiscono.
– Teatro. Bello. Tutto rosso dentro, – torna a gridare Rafael, indicando l’inferriata ai due che ormai si vedono a malapena, da dietro, oltre la cappotta della carrozza abbassata sopra i sedili.
Prima di andarci in gita insieme alle altre classi l’ultimo giorno di scuola, Rafael non se l’immaginava che il teatro dentro fosse fatto cosí. Neanche quella zecca di Eros, il figlio di Cetti, se l’immaginava. Gli stava appiccicato, e intanto continuava a dire: «Minchia posto che ci abbiamo accanto a casa nostra Rafiè. Minchia fortuna».
Una strada prima, c’è la professoressa Rita con il sacco della spesa attorcigliato alle dita magre. Immersa nei suoi pensieri, si fa largo tra sedie, ombrelloni, bambini, cani, sino alla chiesa con i santi scolpiti sulla facciata, dall’altra parte di vicolo Grande. «La nuova», come la chiama tutte le volte Cetti da un anno a questa parte, da quando cioè si è trasferita nel quartiere di piazza Spina, prendendo in affitto – per la precisione – un appartamento nella palazzina davanti alla chiesa. Ultimo piano.
– La professoressa Rita, – la corregge Vito anche adesso.
– No, quella non ce l’ha il posto fisso, – ribatte Cetti. – Quella è una professoressa che oggi c’è e domani non c’è. Me l’ha detto Eros.
– Sempre professoressa è.
– No, supplente.
– E che vuol dire? Tutti supplenti oggi sono, ma sempre professori.
– Mah, – dice Cetti aprendo l’ultimo ombrellone in mezzo al vicolo.
Vito la osserva fissare il perno nel legno, subito sotto i raggi dell’intelaiatura. – Sí, però uno come fa a passare? Come fa a entrare da me per farsi i capelli, uno, se tu ti apparecchi la strada...
– Arrivò il padrone! – ribatte Cetti.
– Il padrone, io... – fa Vito, rigirando la chiave nella serratura della porta a vetri, che sembrerebbe una porticina qualsiasi se in cima, direttamente sull’intonaco della facciata, non si distinguessero le lettere blu, scritte a stampatello, della parola «salone».
– E chi allora? Chi? – lo incalza Cetti piantandosi in mezzo ai tavoli, con il cane che sbraita sporgendo la testa fuori dalla tasca del grembiule.
Salvo imbocca il vicolo. – E finiamola, – grida, passando accanto a Rafael con due grossi sacchi di plastica che seminano gocce d’acqua salmastra rosata, e un odore forte di alghe e nicotina che si attacca al naso.
Nino si zittisce. Cetti si ravvia i capelli con il dorso della mano. – Dicci a Rafael che suo padre lo cerca, – urla Salvo, che alcuni dicono sia suo marito mentre altri sostengono che no, che il marito vero e proprio è un altro. Non si sa dove sia finito.
Salvo ruota appena il busto, solleva la testa per far arrivare la voce in fondo: – Tuo padre!! – dice a Rafael senza aggiungere altro, facendogli soltanto un cenno col capo per indicare casa.
Vito mastica il filtro dell’Ms che gli pende dalle labbra grigie, prende lo straccio dal secchio, lo strizza. Si mette a pulire il pavimento di scaglie di marmo che «fanno vedere meno lo sporco», come ripete sempre a chi gli dice che quell’accozzaglia bianconera ormai è una cosa troppo antiquata, senza considerare – da veri ignoranti che non sono altro – che lui è juventino, anzi, rosanero e juventino. Per cui, discorso chiuso.
Rafael guarda il cartellone davanti all’edicola con la faccia tonda di Miccoli che ride, il sopracciglio sinistro rasato ad arte, mentre leva il pugno in segno di vittoria. Si ferma a contemplare le Hogan che girano su un piedistallo di plastica trasparente nella vetrina del negozio d’angolo, tra il viale del Centro e vicolo Grande: Hogan blu come quelle della zecca di Eros, che l’anno scorso le aveva beige e l’anno prima se le sognava soltanto, perché il locale-trattoria dei suoi genitori se la vedeva pietre pietre con i quattro gatti che ci mangiavano a pranzo, mentre ora ci aveva persino il fuori con il cartello «Pesce fresco tutti i giorni sempre».
«Mezzo vicolo, mezzo! tra tavoli, sedie, ombrelloni, insegna... e la merce esposta cosí allo stato selvaggio, che se un giorno viene qualcuno del servizio d’igiene...», si lagna Vito con quelli che vanno a farsi i capelli e la barba da lui, anche con il padre di Rafael.
«Niente, non gli può pace a Vito. Verde sta diventando a forza di fare nervi», dice quando è di buon umore, con la faccia tirata a lucido, tornando a casa.
«Sono le sigarette che lo fanno diventare verde... Querria ver si lo dice a Salvo, quando entra en su tienda». Cosí gli ribatte sua moglie Estella, la madre di Rafael, mordendosi la lingua e arrabbiandosi con se stessa, perché lei è italiana, con tanto di passaporto e cittadinanza, anche se quando non ci pensa – piú o meno sempre – le si imbroglia la lingua e le scappa quella parlata lí. Italiana a tutti gli effetti, nonostante alcuni non lo vogliano ancora capire dopo quindici anni! E alcuni pensano pure che le faccia piacere ricordarglielo! Vito per primo, con quella storia che, di capelli come i suoi, neri forti e lucidi, non se ne vedono cosí facilmente.
«E che sono un cavallo!» Questo gli ha detto l’ultima volta, alzandosi dalla sedia, mentre le asciugava i capelli a cinque euro e cinquanta. Da allora, non c’è piú tornata.
«Cose di donne», ha tagliato corto suo padre, quando Rafael gli ha chiesto perché sua madre se la prende tanto.
Ancora fermo nel suo angolo, all’ingresso di vicolo Grande, Rafael pensa che sua madre la fa davvero troppo lunga e che, se a lui lo chiamano «l’Indiano» o «il Marocco», non gli cambia un bel niente. Chi se ne frega se «marocchini sono loro piuttosto, che non sanno nemmeno dov’è l’America Latina», come dice sua madre Estella. Troppo troppo lunga, la fa. E poi a lui essere chiamato «Indiano» gli piace abbastanza. «Indiano Rafael». Molto piú che «Rafael Lomunno» o «Lomunno Rafael» che, detto in quel modo, sembra davvero un cognome da carabiniere.
La zecca di Eros ci si diverte moltissimo con la storia del cognome da carabiniere. Ma quando giocano a pallone no. Quando giocano a pallone lui è l’«Indiano Rafael», l’attaccante piú forte di piazza Spina. L’«Indiano Miccoli», per la precisione, tutte le volte in cui segna i suoi goal di sinistro, su lancio millimetrico del suo amico Richi che, a voler esser sinceri, segna cento volte piú di lui. Si sente, quando in campo non c’è.
Rafael torna a grattarsi la sbucciatura sul ginocchio. Giocare con le infradito di plastica per non dover tornare a cambiarsi le scarpe non è stata una bella idea. Adesso gli secca dover sentire le voci di sua madre, di suo padre, di tutt’e due assieme, perché hanno di nuovo i loro diavoli in testa. Dall’inizio dell’estate. Muchissimo diablos. Ragion per cui, dice sempre sua madre, non c’è nessunissimo motivo di andarsene a cercare degli altri, facendo bravate in giro. Ragion per cui, sarebbe meglio che Rafael se ne stesse a casa ad aiutare suo padre, piuttosto.
A volte Rafael si chiede se sua madre Estella non la faccia cosí lunga per il semplice piacere di usare espressioni molto italiane, come «ragion per cui», «posto che», «a volerla dire tutta».
Gli basta intravedere Lilla ferma sul marciapiede del viale del Centro, oltre l’incrocio, per decidere che è arrivato il momento di ritirarsi a casa. Gli fa venire il nervoso. Tiene la testa piegata sulla spalla, il busto storto, come se fosse malata, e intanto si fa largo tra la gente, che non la vede. Nemmeno quelli che le lasciano cadere sul palmo le monete. Chissà quante ne ha dentro le tasche del prendisole giallo, dopo un pomeriggio passato ad andare su e giú per il viale. Anche sua madre ha dei prendisole cosí. Roba «hecha a mano». Una delle poche espressioni della sua linguamadre che lei pronuncia con un certo orgoglio, perché «se sai fare le cose con le tue mani, stai sicuro che di fame non muori». Gliel’avrà sentita dire decine di volte, Rafael, quella frase lí.
Non muori un corno, – le ha risposto qualche giorno fa suo padre.
Una strada dopo c’è una macchina blu con i vetri fumé che, quando si ferma al semaforo, pare un sommergibile telecomandato. All’incrocio, c’è una donna molto alta, molto vestita-come-si-deve. Fa un cenno a Lilla, le allunga una moneta e poi s’infila nel sommergibile dal lato del passeggero. Scompare, come se fosse entrata in un’altra dimensione spazio-tempo. Pensa proprio questo Rafael. Un’altra dimensione spazio-tempo dove non c’è sicuramente una come Lilla.
Rafael guarda ancora un attimo il sommergibile che scivola silenzioso sull’asfalto davanti al teatro, poi si avvia verso casa, prima che arrivi quella.
Lilla raddrizza la schiena, raddrizza la testa. Si fa a passo sostenuto il vicolo, saluta Cetti, che le chiede se sua madre sta un poco meglio con la cura.
– Al solito, dolori. La settimana prossima va al controllo, – risponde tutto d’un fiato. – Nelle mani di Dio siamo.
Quando Cetti le chiede se vuole qualcosa, un piatto di pasta, un po’ di frittata alle patate, che le è venuta buona: – No grazie ci abbiamo tutto, – dice con un tono duro, come se le avessero detto «ladra».
– Pare che non lo sa nessuno che va in giro a chiedere soldi, – sbotta Cetti, rivolta a Nino, che agita il suo ricciolo di coda in segno di festa.
Una strada prima c’è vicolo Grande, dove adesso Ciccia ha mollato l’osso, su cui si avventa indisturbata Fifa, accosciandosi sulle zampe posteriori che, cosí piegate, non sembrano affatto storte. E proprio lí, all’altezza dei cani, c’è un altro vicolo ancora piú vicolo, vicolo Storto, che finisce in un Budello incuneato tra due schiere di palazzine basse. È lí, nel Budello, che svolta Rafael, prima che arrivi Lilla, per non incontrarla, non salutarla, non rivolgere nemmeno la parola a una come lei, che chiede i soldi per strada facendo fare brutta figura a tutti quelli del quartiere Spina.
Ci pensa all’ultimo minuto, quando ormai è troppo tardi, che è mercoledí e che, passando davanti alla persiana di Lilla, proprio stasera che fa cosí caldo e le case sono spalancate, vedrà quella scena che preferirebbe non vedere, se tutte le volte non si girasse a guardare. Una stanza semibuia. In fondo alla stanza, immersa in un belare di lamenti, una grossa larva bianca, come fosforescente, la madre-malata di Lilla la stronza, stesa su un letto matrimoniale sotto un cuore di Gesú piú grande della statua di santa Rosa, la Madonna del Nuovo Mondo, poggiata sul cassettone di sua madre Estella.
Gli ultimi venti metri se li fa a perdifiato, anche se vorrebbe tornare indietro fino a vicolo Grande. E da lí dirigersi verso la piazzetta con la chiesa e i santi, per vedere se Richi finalmente è tornato, ora che ricomincia la scuola.
Suo padre lo accoglie di spalle, arrampicato su una scala da muratore, con la spatola in una mano e nell’altra un secchiello di calce.
– Menomale che domani si chiude con ’ste vacanze, – dice, scostando con l’avambraccio la lampadina che ha messo da qualche giorno per risparmiare l’elettricità.
Rafael lo vorrebbe dire che fa una luce malata, «a minestra», se non fosse che sa già la risposta.
– Menomale, sí, – gli fa eco sua madre che, in un angolo della stanza, sta finendo di cuocere il riso. L’«arroz», come lo chiama lei.
– Sempre riso, ma’!
– E sennò si rimane digiuni, senza arroz a tavola, – dice sua madre, andando avanti per un poco con quella storia del riso che è come il pane, meglio del pane, in Colombia.
– Ma qui siamo qui, – azzarda Rafael, cercando d’intercettare lo sguardo di suo padre, che continua a stendere la calce sul muro, mentre sua madre lo fulmina con una delle sue occhiate nere, inchiostro fuso.
– Sempre riso. Punto, – taglia corto suo padre, dopo che ha lisciato per bene l’ultimo strato di calce. – Usi e costumi, – aggiunge, tutto concentrato sul muro. – Da noi il pane e da loro il riso. Prendi questo, Rafael –. Gli passa il secchiello, scende dalla scala. – Mi vado a lavare.
S’avvia verso la porta del bagno con la figurina di Miccoli appiccicata su un buco che c’era fin da quando hanno preso in affitto quel pianterreno con due stanze comode piú la cucina-ingresso-salone. Una cosa fatta bene. Cosí ripeteva Salvo, il presunto marito di Cetti, mentre presentava l’appartamento. Se lo ricorda benissimo, Rafael, anche se allora era un piscialetto di sette anni e mezzo.
Il padrone di casa, mai visto una volta. Sempre e solo Salvo.
Però, questa storia di Salvo che fa il mediatore per uno che, a quanto pare, ha un sacco di case e garage nel quartiere, non la dice in giro nessuno. L’importante è che l’affitto sia «equo». Questo dice suo padre. E l’affitto, per lui, è piú che equo: metà in contanti e metà in lavori per sistemare quel che va sistemato.
Adesso c’è quella cosa dell’umidità sul muro che, una volta fatta, uno non ci deve pensare piú per tutto l’inverno. Punto. Niente chiacchiere inutili. Il motto di suo padre. Ma sua madre no. Sua madre è una che parla anche troppo. Una che però ti sta anche a sentire, quando non ci ha i diavoli suoi. Cosí, se non fosse che quella sera ha cucito il silenzio in bocca, Rafael glielo direbbe una volta per tutte che Lilla è proprio una stronza.
– Ma secondo te, le larve ci sta...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Dello stesso autore
  3. Cose da pazzi
  4. Copyright
  5. Parte prima
  6. Parte seconda
  7. Parte terza
  8. Epilogo
  9. Ringraziamenti