Le avventure di Huckleberry Finn (Einaudi)
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Le avventure di Huckleberry Finn (Einaudi)

Con saggi di T. S. Eliot e Leo Marx e una nota di Alessandro Portelli

  1. 384 pagine
  2. Italian
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Le avventure di Huckleberry Finn (Einaudi)

Con saggi di T. S. Eliot e Leo Marx e una nota di Alessandro Portelli

Informazioni su questo libro

Fuggito alle cure, o piuttosto alle persecuzioni di un padre ubriacone, vissuto per qualche tempo dentro una botte da zucchero, riacciuffato e di nuovo abbandonato, Huck intraprende un memorabile viaggio sul Mississippi con lo schiavo Jim, altro miserevole evaso. L'America dell'età dell'oro, con i suoi coloni, avventurieri e impostori, accompagna Huck fino al nuovo incontro con Tom Sawyer e l'approdo alla fattoria di zio Silas. Un lucido realismo trasforma le avventure di un ragazzo in epopea universale che si riallaccia a quelle piú antiche del viaggio e dell'iniziazione alla vita, un'opera che, come afferma T. S. Eliot, «merita il titolo di capolavoro».

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2013
Print ISBN
9788806186289
eBook ISBN
9788858409237

Le avventure di Huckleberry Finn

Capitolo primo

Voi non potete sapere niente di me, senza che avete letto un libro chiamato Le avventure di Tom Sawyer, ma non importa molto. Quel libro è stato fatto dal signor Mark Twain, che di solito ha detto la verità, o quasi. Qualche volta ha esagerato un poco, ma in genere ha detto il vero. È già qualcosa. Io non ho mai conosciuto nessuno che, in vita sua, non ha mai contato storie, se non è zia Polly, o la vedova, o forse Mary. Zia Polly è la zia Polly di Tom e di Mary; e della vedova Douglas se ne parla in quel libro, che è quasi vero. Con qualche ricamo, s’intende.
Ora quel libro finisce cosí, che Tom e io abbiamo trovato il tesoro che i ladroni avevano nascosto nella grotta, e che siamo diventati ricchi. C’è toccato seimila dollari a testa, dollari d’oro. Era uno spettacolo vedere tutte quelle pile di dollari! Be’, il giudice Thatcher li prende, e li mette in banca a interesse, e ci fruttavano un dollaro a testa ogni giorno e per tutto l’anno, ed erano tanti soldi che non si sapeva cosa farne. La vedova Douglas allora mi adotta come figlio, e diceva che voleva incivilizzarmi, ma era un tormento vivere in quella casa, da tanto che era buona ed educata da far paura la vedova, qualunque cosa che faceva. Cosí che un bel giorno non ne posso piú e me la batto. Infilo i miei vecchi stracci, torno nella mia botte, ed ero libero, e me ne stavo ch’era un incanto. Ma Tom Sawyer viene a cercarmi, e mi trova, e mi dice che voleva cominciare una banda di masnadieri, e che anch’io potevo entrarci, se tornavo dalla vedova e diventavo come si deve. Cosí che ci sono tornato.
La vedova allora si mette a piangere, e mi chiama la sua pecorella smarrita, e mi dà tanti altri nomi, ma non che mi insulta. Poi mi fa infilare un’altra volta quei vestiti nuovi, e a me non mi resta che sudare, e tornare a sudare, e mi sento tutto legato, che manco potevo muovermi. Allora ricomincia la solita storia. La vedova suonava il campanello per il pranzo, e bisognava essere pronto al momento giusto. Poi, quando si andava a tavola, non che si poteva mangiare subito, ma bisogna aspettare che la vedova piega la testa sullo stomaco e borbotta qualche cosa sul vitto, anche se non c’era niente da dirci. Niente, solo che ogni cosa veniva cotta separata. In un barile di avanzi è diverso, tutto è mescolato insieme, e la bagna va su tutto e tutto è molto piú buono.
Dopo cena tirava fuori un libro e mi imparava di Mosè e del Giunchetto e io morivo dalla voglia di sapere come andava a finire, ma un bel giorno mi dice che Mosè è da tanto che è morto, e allora non me ne importa piú un fico di lui, e del Giunchetto, perché i morti non è che mi interessano molto.
Poco dopo mi viene voglia di fumare, e cosí chiedo alla vedova se mi lascia. Ma lei no. Dice che era un brutto vizio, un’abitudine poco pulita, e che devo cercare di smettere. Certa gente è cosí. Ce l’hanno sempre con qualche cosa, che non sanno manco di cosa si tratta. Ecco che se la prende tanto calda per Mosè, che manco era suo lontano parente, e non serviva piú a nessuno, morto com’era, mentre invece ce l’aveva tanto con me, che facevo una cosa che mi faceva piacere. E dire che lei annusava tabacco, ma naturalmente quello andava bene, perché era lei che lo faceva.
Sua sorella, la signorina Watson, una vecchia zitella abbastanza piatta, portava gli occhiali ed era venuta da poco a vivere con lei, e ben presto comincia a interessarsi a me, e mi imparava l’abbecedario. Mi faceva sgobbare e sudare quasi un’ora, poi la vedova gli dice di lasciarmi respirare un po’. Non potevo certo resistere molto di piú. Poi per un’ora c’era da crepare di noia, e io non ce la facevo a star fermo. La signorina Watson allora comincia: – Huckleberry, non mettere i piedi là, – poi: – Non stare cosí gobbo, Huckleberry, siedi ben diritto, – e ancora: – Non stare a bocca aperta, non stirarti cosí, Huckleberry. Perché non vuoi comportarti bene? – Poi si mette a contarmi del posto brutto, e io dico che avevo tanta voglia di andarci. Allora gli salta la mosca al naso a lei, ma io non volevo offenderla. L’unica cosa che mi interessava era di potermene andare in qualche posto, di cambiare, non importa dove né come. Ma lei mi dice che è male dire quello che ho detto; mi dice che lei non direbbe una cosa cosí neanche per tutto l’oro del mondo, perché lei voleva vivere in maniera da poter andare un giorno nel posto bello. Be’, per conto mio non riuscivo a capire cosa c’era da guadagnarci ad andare anche me dove andava lei, e avevo deciso che non volevo far niente per andarci. Ma naturalmente non ne parlo piú con nessuno, perché serviva solo a farmi sgridare, senza servirmi a niente di buono.
Ma adesso aveva cominciato, e prende su e mi conta tutto per filo e per segno di come è il posto bello. Mi dice che non c’era piú niente da fare lassú, solo andare in giro tutto il giorno con un’arpa e cantare per tutti i secoli dei secoli. Cosí che a me non è che mi interessa molto, ma naturalmente acqua in bocca. Allora gli chiedo se crede che Tom Sawyer ci andava anche lui, e lei mi risponde che manco da pensarci. E io sono rimasto molto contento, perché voglio stare sempre insieme con lui.
La signorina Watson continuava a darmi fastidio, e io ero cosí seccato e mi sentivo tanto solo. Poi, dopo un poco, fanno entrare i negri, e diciamo le preghiere, e dopo tutti vanno a letto. Io salgo nella mia stanza, con un pezzo di candela, e la metto sul tavolo. Poi mi siedo su una sedia, vicino alla finestra, e cercavo di pensare a qualche cosa di allegro, ma proprio non ce la facevo. Mi sentivo cosí solo, che quasi volevo essere morto. Le stelle splendevano tutte, e le foglie nei boschi facevano un rumore tanto triste, e io sento il gufo lontano lanciare il suo lamento per qualcuno che è morto, e un succiacapre e un cane che cominciano a lamentarsi per qualcuno che deve morire presto, e il vento cercava di dirmi piano qualche cosa, ma io non ce la facevo a capire che cosa, tanto che ero pieno di brividi. Poi, lontano nei boschi, sento quella specie di rumore che fa uno spirito, quando vuole parlare di qualche cosa che ha in mente, e non riesce a farsi capire, e cosí non può restare tranquillo nella sua tomba, ma deve andare in giro ogni notte, a lamentarsi. Mi sentivo cosí giú di morale, avevo tanta paura che proprio avevo bisogno di un po’ di compagnia. Ben presto mi accorgo che un ragno mi si arrampica sulla spalla, e io gli do un colpo, e quello cade sulla candela, e prima che posso muovere un dito, era già consumato tutto. Non c’era bisogno che nessuno mi dicesse che quello era un segno tremendo, che mi portava sicuro disgrazia, e tremavo tanto che i vestiti quasi non mi stavano piú indosso. Allora mi alzo in piedi, faccio tre giri su di me, e a ogni giro mi facevo un segno di croce sullo stomaco, poi lego una piccola ciocca di capelli con un filo, per tenere lontane le streghe. Ma non è che mi sento molto sicuro. Quello si fa quando si è perduto un ferro di cavallo che si era trovato, invece di inchiodarlo sulla porta. Ma non avevo mai sentito dire che bastava a evitare la scalogna, quando si è ucciso un ragno.
Allora mi siedo di nuovo, e tremavo tutto, e tiro fuori la pipa per farci una pipata, perché adesso tutta la casa era zitta, come morta, e la vedova non poteva mai saperne niente. Dopo un poco sento il campanile del paese che comincia a battere le ore, dodici botti, e poi di nuovo tutto tranquillo anche piú di prima. Ben presto sento un ramoscello che si spezza nell’ombra, sotto gli alberi, e c’era qualcosa che si muoveva. Resto fermo e tendo l’orecchio. E subito dopo sento, piano piano, qualcuno che miagola: miau, miau. Cosí va bene. Rispondo: miau, miau, il piú piano che posso, poi spengo la candela, esco dalla finestra sul tetto della legnaia. Poi mi lascio scivolare giú in giardino, striscio sotto gli alberi e, esatto come immaginavo, trovo Tom Sawyer, che mi aspettava.

Capitolo secondo

Ci allontaniamo in punta di piedi, seguendo il sentiero attraverso gli alberi, verso il fondo dell’orto della vedova, tutti curvi perché i rami non ci graffino la testa. Mentre si passa davanti alla cucina inciampo in una radice e faccio un po’ di rumore. Giú per terra, e nessuno si muove. Ma il grosso negro della signorina Watson, Jim, era seduto sulla porta della cucina: lo si vedeva benissimo, aveva la luce alle spalle. Quello si alza in piedi, stira il collo per un buon minuto, tendendo l’orecchio. Poi dice:
– Chi va là?
Resta ancora in ascolto, poi avanza in punta di piedi e si ferma tra di noi due, vicino che quasi potevamo toccarlo. Be’, passa un minuto, ne passa un altro, e non si sentiva anima viva; tutti e tre, uno accanto all’altro. Poi una caviglia comincia a prudermi, ma io manco per sogno che me la gratto; poi un orecchio si mette a prudermi, e poi la schiena, proprio in mezzo alle spalle. Mi pareva che morivo, se non potevo grattarmi. Ho notato una cosa cosí tante volte. Se uno si trova con della gente di classe, o a un funerale o cerca di dormire e non ha sonno, insomma se si trova in un posto dove non deve grattarsi, allora si sente subito prudere in mille parti. Poco dopo Jim dice:
– Ehi, chi siete? Dove siete? Possa mangiare un cane se non ho sentito un rumore. Be’, lo so io quello che faccio. Mi pianto qui e non mollo, finché non sento di nuovo quel rumore.
Cosí si siede per terra, fra me e Tom. Appoggia la schiena contro un albero, e stende le gambe, che una quasi mi toccava la mia. Il naso adesso comincia a prudermi, si mette a prudermi tanto, che avevo le lacrime agli occhi ma non osavo certo grattarmi. Poi mi sento prudere dentro. Poi sotto. Non so come faccio a star fermo. Questa miseria mi dura per sei o sette minuti buoni, ma a me mi sembrava che erano secoli. Ormai mi prudeva in undici posti, uno diverso dall’altro. Credevo che non ce la facevo un minuto di piú, ma mi mordo le labbra coi denti, crepo piuttosto! Proprio allora Jim comincia a respirare pesante, subito dopo attacca a russare, e io mi sento subito meglio.
Tom mi fa un segno, una specie di piccolo rumore con la bocca, e ci allontaniamo quatti, camminando a quattro zampe. Quando siamo lontani un dieci passi, Tom mi sussurra che vuole divertirsi a legare Jim all’albero, ma io dico di no, che poteva svegliarsi, e piantare un finimondo, e magari si accorgevano che io ero scappato. Allora Tom dice che non aveva abbastanza candele, e voleva andare in cucina a prenderne qualcuna. Io non volevo, naturalmente, e gli dico che Jim poteva svegliarsi ed entrare in cucina. Ma Tom non molla, cosí scivoliamo dentro, prendiamo tre candele e Tom mette sul tavolo cinque centesimi in pagamento. Poi usciamo, e io sudavo freddo, perché non vedevo l’ora di battermela, ma non c’era verso di farla piantare a Tom, che striscia vicino a Jim, camminando a quattro zampe, per fargli qualche scherzo. Io resto ad aspettarlo, e mi sembra che non tornava piú; tutto era cosí silenzioso e melanconico.
Non appena Tom torna, infiliamo il sentiero lungo lo steccato dell’orto, dopo un po’ tocchiamo la ripida cima della collina, dall’altra parte della casa. Tom allora mi dice che aveva tolto a Jim il cappello che aveva in testa, e gliel’aveva appeso a un ramo, che gli pendesse sotto il naso, e che Jim si era mosso un poco, ma non si era svegliato. Andò poi che Jim si mise a contare che le streghe l’avevano incantato, addormentato, e gli erano saltate in groppa, facendolo correre per tutto lo Stato, e poi l’avevano riportato sotto lo stesso albero e attaccato il cappello a un ramo, per fargli capire chi doveva ringraziare per quel tiro. Poi, la volta dopo, Jim conta che lo avevano fatto trottare giú, fino a New Orleans; e tutte le volte che ripeteva la storia aumentava sempre la distanza, finché poco alla volta, dice che gli avevano fatto fare il giro del mondo, che si era stancato tanto che per poco non crepava, e che la schiena era ancora tutta fiaccata dalla sella che gli avevano messo addosso le streghe. Jim era cosí fiero di questa avventura che gli era capitata e si dava tante arie, che quasi non guardava piú gli altri negri. I negri venivano da miglia lontano, per sentire Jim contare la sua storia, ed era diventato il negro piú importante del paese. Certi negri che non lo conoscevano se ne stavano a bocca aperta e lo guardavano come fosse l’ottava meraviglia. I negri non parlano d’altro che di streghe, quando restano al buio, presso il camino della cucina; ma ogni volta che uno si metteva a discorrerne, come se si intendesse di certe cose, Jim subito gli dava sulla voce: – Già, ma cosa ne sai tu di streghe? – e quel negro chiudeva la trappola, e acqua in bocca, tutto mogio. Jim conservava quella moneta da cinque centesimi, e la portava sempre legata al collo con un pezzo di spago, e diceva che era il portafortuna che gli aveva dato il diavolo in persona, dicendogli che con quella poteva curare qualsiasi malattia, e poteva chiamare le streghe ogni volta che voleva, solo a recitare certe parole; ma Jim non le diceva mai a nessuno quelle parole. I negri venivano da miglia in giro, e regalavano a Jim tutto quello che avevano, per avere il permesso di poter guardare quella moneta da cinque centesimi, ma non osavano toccarla perché era stata toccata dal diavolo in persona. Come servo, Jim, dopo di allora, non valeva quasi piú niente, perché si dava troppe arie per via che aveva visto il diavolo ed era stato cavalcato dalle streghe.
Be’, quando Tom e io si arriva ai piedi del cocuzzolo, guardiamo giú verso il villaggio, e potevamo vedere tre o quattro lumi che brillavano ancora, magari in camere dove c’era dei malati, e le stelle su noi luccicavano tutte, che era un vero spettacolo, e giú accanto al villaggio correva il fiume, largo un miglio, e cosí tranquillo, magnifico! Noi scendiamo per la collina e incontriamo Joe Harper e Ben Rogers e altri due o tre ragazzi, nascosti nella vecchia conceria. Cosí stacchiamo una barca e scendiamo il fiume due miglia e mezzo, sino al posto dove c’era la grande frana, e là sbarchiamo.
Ci dirigiamo verso una macchia di fitti cespugli, e Tom ordina a tutti di giurare di mantenere il segreto, e poi ci mostra un foro nella costa, proprio dove i cespugli sono piú folti. Allora accendiamo le candele e strisciamo dentro, camminando a quattro zampe. Avanziamo per circa duecento jarde, fin dove la tana diventa piú spaziosa. Tom caccia la testa in diversi corridoi, e ben presto scompare sotto una parete, dove nessuno si accorgeva che c’era un buco. Avanziamo per uno stretto passaggio, e finalmente ci troviamo in una specie di stanza, umida e bagnata e fredda, e lí ci fermiamo. Tom dice:
– Adesso vogliamo fondare questa banda di masnadieri e la chiameremo la Banda di Tom Sawyer. Chi vuole farne parte deve giurare e firmare col sangue.
Tutti sono d’accordo, cosí Tom tira fuori un pezzo di carta, dove ci aveva scritto sopra il giuramento, e lo legge. Ogni membro doveva giurare di restare fedele alla banda, e di non rivelare mai nessuno dei suoi segreti, e se qualcuno faceva male a un membro della banda, chiunque riceveva l’ordine di uccidere quella persona e la sua famiglia doveva eseguire quell’ordine e non poteva né mangiare né dormire finché non li aveva sterminati tutti e tracciato col pugnale una croce sul petto, che era il segno della banda. E chiunque non apparteneva alla nostra banda non poteva usare quel segno, e se l’usava doveva essere perseguito, e se lo usava ancora una volta, allora bisognava ammazzarlo. E se poi qualche membro della banda rivelava i segreti, allora bisognava tagliargli la gola, bruciarne il cadavere, e disperderne le ceneri al vento, e il suo nome doveva essere cancellato col sangue dalla lista dei masnadieri, e mai piú menzionato da nessun membro della banda, ma esecrato e dimenticato per sempre!
Tutti trovano che era un giuramento coi fiocchi, e chiedono a Tom se era stato lui che l’aveva pensato tutto. Lui dice ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Copyright
  4. I tanti libri del beato Huck
  5. Le avventure di Huckleberry Finn. (Compare di Tom Sawyer)
  6. Avviso
  7. Capitolo primo
  8. Capitolo secondo
  9. Capitolo terzo
  10. Capitolo quarto
  11. Capitolo quinto
  12. Capitolo sesto
  13. Capitolo settimo
  14. Capitolo ottavo
  15. Capitolo nono
  16. Capitolo decimo
  17. Capitolo undicesimo
  18. Capitolo dodicesimo
  19. Capitolo tredicesimo
  20. Capitolo quattordicesimo
  21. Capitolo quindicesimo
  22. Capitolo sedicesimo
  23. Capitolo diciassettesimo
  24. Capitolo diciottesimo
  25. Capitolo diciannovesimo
  26. Capitolo ventesimo
  27. Capitolo ventunesimo
  28. Capitolo ventiduesimo
  29. Capitolo ventitreesimo
  30. Capitolo ventiquattresimo
  31. Capitolo venticinquesimo
  32. Capitolo ventiseiesimo
  33. Capitolo ventisettesimo
  34. Capitolo ventottesimo
  35. Capitolo ventinovesimo
  36. Capitolo trentesimo
  37. Capitolo trentunesimo
  38. Capitolo trentaduesimo
  39. Capitolo trentatreesimo
  40. Capitolo trentaquattresimo
  41. Capitolo trentacinquesimo
  42. Capitolo trentaseiesimo
  43. Capitolo trentasettesimo
  44. Capitolo trentottesimo
  45. Capitolo trentanovesimo
  46. Capitolo quarantesimo
  47. Capitolo quarantunesimo
  48. Capitolo quarantaduesimo
  49. L’ultimo capitolo
  50. Avvertenza
  51. Dello stesso autore

Domande frequenti

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