Più lontano ancora
eBook - ePub

Più lontano ancora

  1. 312 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub

Più lontano ancora

Informazioni su questo libro

Nel Pacifico meridionale, a ottocento chilometri dalla costa del Cile, c'è un'isola vulcanica dalle inaccessibili pareti verticali, lunga undici chilometri e larga poco piú di sei, popolata da milioni di uccelli marini e da nessun essere umano. Si chiama Masafuera, «piú lontana».
Spinto da quell'inquietudine che solo certi viaggi riescono a placare, Jonathan Franzen, qualche mese dopo l'uscita di Libertà, decide di raggiungere Masafuera e trascorrervi alcuni giorni. Insieme a lui soltanto una tenda, un GPS presto inutile, una copia di Robinson Crusoe e le ceneri di un amico morto suicida. Nella solitudine - non priva di avventurose e quasi mortali complicazioni - Franzen farà i conti con ciò che lega l'isolamento e il romanzo (il genere che insegna «come stare soli»), la modernità tecnologica con la sua valanga di stimoli superflui e la noia quale passaggio indispensabile per trovare se stessi. Ma farà anche i conti con il lutto, la perdita e la necessità, dolorosa, di parlare con i propri fantasmi: «la mia attuale fuga da me stesso era cominciata poco dopo la morte di David Foster Wallace, due anni prima. All'epoca avevo deciso di non affrontare l'orribile suicidio di una persona che amavo tanto, e avevo preferito rifugiarmi nella rabbia e nel lavoro».
Sia che raccontino di animali in pericolo e della minaccia che l'umanità rappresenta per la loro sopravvivenza, di come cellulari, Internet e social network trasformino i rapporti interpersonali, di amici (non c'è solo l'ombra di Wallace tra queste pagine) o di maestri (Alice Munro o Paula Fox, ad esempio), le ventuno riflessioni che compongono Piú lontano ancora, non importa se in forma di saggio, ricordo autobiografico o reportage, affrontano tutte lo stesso problema di fondo: come rimanere umani. *** «Un libro per lettori interessati non solo a come si scrive, ma anche a come si vive». «London Evening Standard» *** «Una raccolta illuminante: Piú lontano ancora conduce il lettore "piú vicino ancora" al suo autore». «The Economist»

Scelto da 375,005 studenti

Accedi a oltre 1 milione di titoli a un prezzo mensile contenuto.

Studia in modo più efficiente con i nostri strumenti dedicati.

Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2012
eBook ISBN
9788858406724
Print ISBN
9788806213244

La pulcinella cinese

Art

La pulcinella era un regalo di Natale di mio fratello Bob. Arrivata dentro un anonimo sacchetto di plastica, sembrava una specie di burattino o pupazzo di peluche. Era rivestita di pile, con un grande becco arancione tutto da strizzare e gli occhi incastonati in due triangoli di pelliccia nera che le davano un’espressione addolorata, ansiosa o prossima alla disapprovazione. La presi subito in simpatia. La dotai di una voce e di una personalità comiche e cominciai a usarla per divertire la californiana che vive con me. Mandai un entusiastico biglietto di ringraziamento a Bob, il quale mi rispose che la pulcinella non era affatto un giocattolo, bensí un accessorio da golf. L’aveva acquistata nel negozio del golf club di Bandon Dunes, nell’Oregon sud-occidentale, per ricordarmi che dalle sue parti, in Oregon, c’era parecchio da divertirsi con golf e birdwatching. La pulcinella era un cappuccio copridriver.
Il mio problema con il golf è che, malgrado ci giochi un paio di volte all’anno per socializzare, non mi piace quasi per niente. Il suo scopo, a mio parere, è la sistematica eutanasia di un numero di ore equivalente a una giornata lavorativa da parte di uomini bianchi benestanti. Il golf divora la terra, prosciuga l’acqua, scaccia la fauna selvatica, favorisce l’urbanizzazione selvaggia. Detesto il suo galateo compiaciuto, la calma boriosa dei suoi analisti televisivi. Soprattutto detesto la mia incapacità di giocare.
È vero che possiedo un set di mazze scadenti, ma non avevo intenzione di impalare la mia pulcinella su un driver. Tanto per cominciare, alla californiana piaceva abbracciarla nel sonno. La pulcinella si era rapidamente affermata come personaggio secondario del nostro ménage. Nel mondo della natura, le vere pulcinelle (come molti altri uccelli pelagici) sono gravemente minacciate dalla pesca selvaggia e dal degrado dei loro siti di nidificazione, ma dal cuore di New York la natura può sembrare una cosa fredda e astratta, difficile da amare. Il pupazzo, invece, era morbido e concreto.
Nel bellissimo romanzo di Jane Smiley The Greenlanders si racconta la storia di un contadino scandinavo che porta a casa un cucciolo di orso polare e lo alleva come un figlio. L’orso, anche se impara a leggere, rimane sempre un orso con un enorme appetito da orso, e a un certo punto comincia a divorare le pecore del contadino. Il contadino sa che deve sbarazzarsi dell’orso, ma non riesce a decidersi, perché (secondo un motivo ricorrente della storia) l’animale ha una bella pelliccia morbida e due bellissimi occhi scuri. L’orso, per Smiley, è la metafora di una passione distruttiva alla quale non si riesce a rinunciare. La storia rappresenta anche un chiaro ammonimento contro l’idolatria sentimentale. L’homo sapiens è l’animale che vuole credere, a dispetto della dura legge naturale, che gli altri animali facciano parte della sua famiglia. Potrei presentare ottimi argomenti etici a favore della nostra responsabilità verso le altre specie, eppure a volte mi chiedo se, fondamentalmente, la mia preoccupazione per la biodiversità e il benessere degli animali non sia una specie di regressione alla mia cameretta di bambino e alla sua comunità di pupazzi di peluche: un sogno di coccole e armonia tra le specie. Il contadino invaghito narrato da Smiley finisce per offrire un braccio in pasto all’insaziabile orso-bambino.
Verso la fine dell’autunno scorso, mentre il «Nyt» pubblicava una serie di lunghi articoli – di cui non riuscivo a leggere piú di cinquanta parole – sulla Cina minacciata da inquinamento, crisi idrica, desertificazione, diminuzione delle specie e deforestazione, durante le partite di football veniva trasmessa la nuova, fantastica pubblicità di una Jeep. Sapete, quella in cui uno scoiattolo, un lupo, due allodole golagialla e un autista di Suv cantano in coro mentre percorrono una strada sgombra in mezzo a una foresta incontaminata. Mi piaceva soprattutto il momento in cui il lupo ingoia una delle allodole e, subito dopo, fulminato da un’occhiataccia dell’autista di Suv, la sputa fuori illesa e si rimette a cantare. Sapevo benissimo che per le allodole golagialla i Suv erano ancora piú pericolosi dei lupi; sapevo che i miei appetiti domestici facevano parte della stessa bestia che stava divorando la natura in Cina e in altre parti dell’Asia; eppure la pubblicità della Jeep mi piaceva. Mi piacevano lo sguardo preoccupato e la morbida pelliccia del mio accessorio da golf. Non volevo sapere quello che sapevo. Eppure non sopportavo di non sapere. Un pomeriggio, spinto da un brutto presentimento, andai in camera da letto, afferrai la pulcinella per le ali, la cacciai sotto una lampada e la rovesciai, ed ecco apparire l’etichetta: HANDMADE IN CHINA.
Decisi di visitare la parte del mondo da cui veniva la pulcinella. Il sistema industriale che aveva creato l’uccello finto stava distruggendo gli uccelli veri, e io volevo andare in un posto dove il nesso tra le due cose fosse evidente. In pratica, volevo valutare la gravità della situazione.
Chiamai l’azienda americana indicata sull’etichetta – la Daphne’s Headcovers di Phoenix, Arizona – e parlai con la presidente, Jane Spicer. Temevo che si rifiutasse di discutere dei suoi fornitori cinesi, soprattutto alla luce degli ultimi scandali sui giocattoli made in China, e invece accadde il contrario. Durante la nostra prima conversazione telefonica mi raccontò del suo cane, il golden retriever Aspen, del gatto trovatello Mango, della defunta madre Daphne (insieme alla quale, all’età di dieci anni, aveva fondato l’azienda), del marito Steve che si occupava della produzione, del suo cliente piú famoso, Tiger Woods, e della sua tigre-copribastone, soprannominata Frank, che aveva partecipato a una serie di pubblicità televisive della Nike nel 2003-2004. Mi raccontò che Daphne, emigrata negli Usa dall’Inghilterra, si era sempre impegnata ad assumere immigrati per cucire i copribastone, e che lei, Jane, una volta aveva prestato alcuni operai a una produttrice di gatti di peluche che era rimasta a corto di maestranze e non sapeva come evadere gli ordini; anni dopo, seguendo le misteriose vie del karma, quando Jane si era ormai dimenticata di lei, la donna, che nel frattempo si era arricchita, le aveva telefonato dicendole: – Ti ricordi di me? Hai salvato la mia azienda. Per ricambiare il favore vorrei presentarti alcuni miei amici cinesi.
La Daphne’s è la leader mondiale nella produzione di copribastone a forma di animale. Quando andai a visitare la sede di Phoenix, Jane mi presentò a quella che chiamava «la squadra dello zoo», ossia gli operai che ispezionavano i copribastone, li suddividevano per specie e li infilavano negli scatoloni foderati di plastica. Mi aiutò a rintracciare le pulcinelle, graziose e animate quanto un mucchio di biancheria dentro il loro scatolone. Nella sala campionaria mi mostrò altri scatoloni, pieni di imitazioni abusive e sormontati da mucchi di documenti legali. – Facciamo causa soprattutto ad aziende americane, – disse Jane. – Spesso i produttori cinesi non si rendono neppure conto di infrangere la legge –. La tigre e la marmotta (molto simile, quest’ultima, a quella che compare nel film Palla da golf) erano i prodotti della Daphne’s piú soggetti a violazione della proprietà intellettuale. Vidi anche un copribastone a forma di tricheco, ricavato dalla folta pelliccia marrone di un animale vero. – Questa dovrebbe stare ancora addosso all’animale che la indossava, – disse severa Jane. – Il karma punirà il colpevole, ma il nostro avvocato lo troverà prima.
Quando le domandai se potevo incontrare i suoi fornitori cinesi, Jane si mantenne sul vago. In ogni caso si affrettò a informarmi che gli operai dei suoi fornitori ricevevano in media il doppio, o quasi il doppio, del salario minimo locale. – Volevamo acquistare la perfezione, – disse, – e volevamo un buon karma: operai felici in una fabbrica felice –. Lei e Steve progettavano ancora qualche articolo, ma ormai per il design si fidavano sempre piú dei loro soci cinesi. Steve poteva spedire uno schizzo da Phoenix via e-mail e ricevere il prototipo di peluche dopo una settimana. Durante i suoi viaggi di lavoro in Cina, la squadra locale poteva fornirgli un prototipo iniziale prima di pranzo e un prototipo definitivo entro la fine della giornata lavorativa. In genere la lingua non costituiva un problema, anche se una volta Steve ebbe difficoltà a spiegare alla squadra cinese cosa fossero i ‘cirripedi’ della balena grigia, e un’altra volta un dipendente gli rivolse una strana domanda: – Hai detto che gli animali devono sembrare arrabbiati. Perché? –. Steve rispose che no, al contrario, lui e Jane volevano che gli animali sembrassero felici, perché le persone fossero felici di toccarli. La parola che era stata erroneamente tradotta come arrabbiati era realistici.
– Prima il lavoro, poi il piacere, – mi avvertí allegramente David Xu durante la mia prima giornata ufficiale in Cina. Xu era un impiegato dell’ufficio per gli Affari esteri di Ningbo, una città in rapida espansione che si trova centocinquanta chilometri a sud di Shanghai, e il nostro ‘lavoro’ consisteva nel correre da una fabbrica all’altra a bordo di un furgone a noleggio. Guardando dal finestrino posteriore mi sembrava che ogni centimetro di Ningbo e dintorni fosse in fase di costruzione o ricostruzione. Il mio albergo nuovissimo era stato eretto nel cortile posteriore di un albergo appena un po’ meno nuovo. Le strade erano moderne ma dissestate, come in previsione di un’imminente smantellamento. La campagna brulicava di migliorie; in alcuni villaggi era difficile trovare una casa che non avesse davanti un mucchio di sabbia o una catasta di mattoni. Nei campi spuntavano fabbriche, mentre davanti alle fabbriche meno nuove sorgevano le impalcature per i pilastri di sostegno di futuri viadotti. Il tasso di crescita sostenuto da Ningbo negli ultimi anni – all’incirca del quattordici per cento – divenne ben presto uno spettacolo estenuante.
Come se volesse rinvigorirmi, Xu si girò sul sedile anteriore e mi fece notare, con un gran sorriso, che la Cina era «un Paese in via di sviluppo». Xu aveva una bella dentatura, gli spigolosi occhiali alla moda e l’entusiasmo suadente di un professore di letteratura a contratto, e parlava in modo affascinante ed esplicito di ogni argomento immaginabile: la pessima guida del nostro autista, la lunga e movimentata storia dell’omosessualità in Cina, l’inquietante rapidità con cui i vecchi quartieri di Ningbo venivano rasi al suolo e ricostruiti, perfino l’insensatezza del progetto delle Tre Gole sul Fiume Azzurro. Xu aveva anche cortesemente evitato di chiedermi cosa avessi fatto in Cina tra il mio arrivo a Shanghai, sette giorni prima, e il mio arrivo ufficiale a Ningbo il giorno precedente. Per ricambiare la cortesia, cercai di mostrarmi interessato anche alle industrie palesemente meno rappresentative che mi portò a visitare, come la fabbrica di automobili Geely, fiera antesignana di metodi di produzione ‘verdi’ come la verniciatura ad acqua (– «Verde» significa non dannoso per l’ambiente, – mi disse Xu), e la fabbrica di macchinari pesanti Haitian, dove gli operai portavano a casa in media novemila dollari l’anno (Xu: – Il doppio di quello che guadagno io! –) e spesso andavano al lavoro con la propria auto.
Il piacere post-lavorativo che Xu mi aveva promesso era un tour privato dello Hangzhou Bay Bridge ancora in costruzione, il quale, con i suoi trentasei chilometri, sarebbe diventato il ponte marittimo piú lungo del mondo. Prima di andarci, però, dovevamo assistere alla verniciatura a spruzzo della carrozzeria dei quad, alla fresatura delle ruote di motocicletta e all’ingegnoso metodo di estrusione e lavorazione delle fibre di ‘cotone’ acrilico nel fiorente municipio di Cixi, dove l’anno precedente le esportazioni avevano raggiunto i quattro miliardi di dollari, dove esistevano ventimila società private e una sola impresa statale, e dove gli abitanti che possedevano o dirigevano una fabbrica erano cosí tanti che il numero dei residenti era quasi uguale a quello degli immigrati che svolgevano i lavori ordinari. Avevo letto parecchie cose sugli operai immigrati e sapevo che erano in gran parte adolescenti, eppure la loro giovane età riuscí ugualmente a stupirmi. Nella fabbrica di fibre acriliche, i quattro addetti al centro di controllo sembravano presi in prestito da un’aula di seconda superiore. Due ragazzi e due ragazze in jeans e scarpe da tennis, seduti davanti a schermi piatti illuminati da diagrammi di flusso e streaming di dati, comunicavano solo il desiderio di essere lasciati in pace.
Quando arrivammo allo Hangzhou Bay Bridge, il sole stava tramontando. I costi di costruzione (circa 1,7 miliardi di dollari) erano stati coperti quasi per intero dall’amministrazione di Ningbo, che stava mappando un’ampia zona industriale da costruire a est della città. Il ponte avrebbe dimezzato il tragitto in auto da Shanghai a Ningbo; dopo la sua apertura ufficiale, nel maggio 2008, sarebbe stato attraversato dalla torcia olimpica in marcia verso Pechino e le Olimpiadi Verdi. Durante il viaggio, all’andata come al ritorno, l’unica forma di vita animale o vegetale che vidi fu una coppia di gabbiani che si allontanavano veloci. Ogni cinque chilometri, per combattere la monotonia, il colore del parapetto cambiava. Quando arrivammo al centro del ponte, scesi dalla macchina e osservai la torbida marea grigia che sbatteva contro i moli di cemento laterali, sui quali stavano sorgendo un ristorante e un albergo. Avrei tanto voluto vedere altri uccelli, di qualunque specie.
Secondo quanto dichiarato sulla richiesta di visto, lo scopo del mio viaggio a Ningbo era investigare sulla produzione cinese per il mercato americano; tuttavia mi ero anche premurato di informare Xu del mio interesse per gli uccelli. Ora, nel tentativo di accontentarmi e concludere bene la giornata, Xu ordinò all’autista di proseguire a ovest del ponte, fino a una rete di canneti e stagni che l’amministrazione di Cixi aveva preservato come zona naturale. Poco tempo prima quella zona era stata devastata da un incendio, e ora, disse Xu, si stava pensando di convertirla a ‘parco di palude’.
Avevo visto uno di quei parchi umidi a Shanghai, all’inizio della settimana. Mi sforzai di apparire entusiasta.
– Le gru della Manciuria si vedono spesso, da queste parti, – mi assicurò Xu dal sedile anteriore. – Il governo sta piantando alberi per offrire agli uccelli un riparo dalle intemperie.
Avevo l’impressione che stesse un po’ improvvisando, ma gli ero grato dello sforzo. Passammo accanto a piane di marea cosí sterili che sembravano precedere la vita multicellulare. Attraversammo un largo canale dove mi parve di scorgere quattro anatre o svassi, ma erano solo bottiglie di plastica. Superammo un ‘vivaio ecologico’, una serie di peschiere circondate da casette di villeggiatura. Infine, verso il tramonto, levammo uno stormo di nitticore da un acquitrino fitto di vegetazione. Scendemmo dal furgone e restammo a guardarle mentre volteggiavano e calavano lente verso di noi. David Xu era pazzo di gioia. – Jonathan! – gridò. – Sanno che sei un birdwatcher! Ti stanno dando il benvenuto!
Al mio arrivo a Shanghai, la settimana precedente, la mia prima impressione della Cina era stata quella del posto piú progredito che avessi mai visto. Le dimensioni della città, che dal cielo si presentava con un panorama piattissimo, coperto da file ordinate di decine di migliaia di case oblunghe – ciascuna delle quali, vista piú da vicino, si rivelava in realtà un enorme condominio – e poi, da terra, con la brutalità dei nuovi grattacieli, delle strade ostili ai pedoni e di un fumoso cielo invernale immerso in un crepuscolo artificiale: tutte cose che mi erano sembrate esaltanti. Era come se gli dèi della storia mondiale avessero chiesto: «Qualcuno vuole sprofondare nella merda fino a sopra i capelli?», e quel posto avesse alzato la mano dicendo:«Sí!»
Un pomeriggio mi diressi a nord di Shanghai con una macchina a noleggio, accompagnato da tre autentici birdwatcher cinesi. Il crepuscolo artificiale si stava addensando da ore, ma la notte vera e propria calò solo nel momento in cui ci riversammo tutti fuori dall’auto, ai margini della Riserva Naturale di Yancheng, per seguire la guida ornitologica che si faceva chiamare Caribú lungo un piccolo sentiero. La temperatura era scesa sottozero. Gli unici colori visibili erano varie sfumature di grigio scuro bluastro. Un uccello del tutto irriconoscibile si alzò in volo dalle erbacce e si inoltrò nella notte.
– Probabilmente un tipo di zigolo, – ipotizzò Caribú.
– È molto buio, – risposi rabbrividendo.
– Dobbiamo approfittare dell’ultima luce, – disse la bella ragazza che si faceva chiamare Stinky 1.
Si fece ancora piú buio. Proprio davanti a me, il ragazzo di nome Shadow 2 fece alzare in volo qualcosa, secondo lui un fagiano. Sentii il rumore e mi guardai intorno a casaccio, cercando di distinguere le sagome. Caribú ci stava portando oltre la macchina, dove l’autista se ne stava rinchiuso con il riscaldamento al massimo. Corremmo alla cieca giú per un terrapieno fino a un boschetto di alberi scheletrici, la cui corteccia smorta rendeva il sottobosco ancora piú scuro.
– Perché siamo venuti qui? – chiesi.
– Potrebbero esserci delle beccacce, – disse Caribú. – Amano il terreno bagnato dove gli alberi non sono troppo fitti.
Brancolammo rumorosamente nelle tenebre, sperando di trovare le beccacce. Sulla strada, una decina di metri piú in alto, filavano minibus e furgoncini, sterzando, suonando il clacson e alzando una polvere che sentivo in bocca ma non riuscivo a vedere. Ci fermammo ad ascoltare attentamente un cinguettio, che risultò prodotto dai cuscinetti a sfera di una bicicletta in arrivo.
Parlando in inglese, Stinky, Shadow e Caribú si chiamavano fra loro con lo pseudonimo che usavano sul web. Stinky, che aveva un figlio di cinque anni, si era data al birdwatching due anni prima. Insieme, via e-mail, avevamo organizzato la mia visita a Yacheng, la piú grande riserva naturale sulla costa cinese, e lei mi aveva convinto a evitare le guide ufficiali e ingaggiare il suo amico Caribú, che chiedeva settanta dollari al giorno per accompagnare i birdwatcher. Avevo domandato a Stinky se voleva davvero che la chiamassi in quel modo, e lei aveva risposto di sí. Era arrivata al mio albergo con indosso un berretto di pile nero, una giacca a vento e un paio di pantaloni impermeabili di nylon. Il suo amico Shadow, uno studente di biologia con una macchina fotografica presa in prestito e molto tempo a disposizione, indossava un piumino e calzoni di velluto leggeri. Nella prima parte del viaggio attraversammo il cuore del delta del Fiume Azzurro, che da qualche tempo produceva quasi il venti per cento del Pil cinese. Lungo il tragitto si susseguivano grandi distese di industrie, caseggiati di media altezza e frammenti isolati di agricoltura. All’orizzonte meridionale, simile a un miraggio nella luce dell’inverno, si scorgeva sempre qualche struttura dalle dimensioni mitiche, spropositate: una centrale elettrica, un tempio della finanza rivestito di vetro, un mastodontico complesso alberghiero, un… silos per cereali?
Caribú, sul sedile anteriore, osservava il cielo con un’attenzione vagamente nervosa. – Oggi la parola «eco» è molto popolare in Cina, si trova dappertutto, – commentò. – ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Piú lontano ancora
  3. Il dolore non viucciderà (2011)
  4. L’isola piú lontana (2011)
  5. La piú grande famiglia mai narrata (2010)
  6. Calabroni (2010)
  7. Cieli silenziosi (2010)
  8. Il Re Grano (2010)
  9. La narrativa autobio grafica (2009)
  10. I Just Called to Say I Love You (2008)
  11. David Foster Wallace (2008)
  12. La pulcinella cinese (2008)
  13. Su «Il poliziotto che ride» (2008)
  14. Comma – then (2008)
  15. Autentico ma orribile (2007)
  16. Intervista allo Statodi New York (2007)
  17. Lettere d’amore (2005)
  18. Il nostro piccolo pianeta (2005)
  19. La fine della baldoria (2005)
  20. Chi ti dice che non sia tu il Maligno? (2004)
  21. Le nostre relazioni: una breve storia (2004)
  22. L’uomo dal vestito grigio (2002)
  23. Senza fine (1998)
  24. Copyright