Ho deciso che avrei fatto di nuovo il cattivo (…)
Tanto per cominciare, avrei trovato il modo di liberare di nuovo Jim…
MARK TWAIN, Huckleberry Finn.
Araceli si rifiutò di parlare per le prime due ore di fermo. Non si lamentò per essere stata coperta di polvere dal goffo placcaggio dell’agente e non reagí alla presa in giro del secondo poliziotto, che aggiunse: – Si torna in Me-hiho, ciccia… – mentre l’accompagnava alla macchina. Non disse niente quando sfilarono accanto al gruppo di residenti che reiteravano sottovoce le accuse origliate alla televisione di lingua spagnola: la secuestradora. Fece resistenza alla tentazione di rispondere per le rime quando uno di quelli piú fanatici tra la folla le sbraitò in inglese: – Che cos’hai fatto a quei bambini, stronza? – Si limitò a strizzare gli occhi nella luce abbacinante di mezzogiorno guardando la flotta di elicotteri inviati dalle emittenti che volteggiavano intorno e che, insieme a quelli della polizia, formavano una battuta di caccia aerea, poi si girò verso la calca, dove riconobbe un paio di facce dalla folla inferocita che la sera prima si era radunata davanti alla casa dei Luján: la fissavano con lo stesso miscuglio di fascino morboso e di compassione superficiale con cui un assembramento di chilangos contemplava un cadavere per la strada, e pensò a tutte le battute sarcastiche che avrebbe potuto dire se ne avesse trovato il coraggio. «Guardate, e guardate con attenzione, perché la prossima volta potrebbe toccare a voi». Ma ovviamente non disse niente, e continuò a fare scena muta quando un altro gruppo di agenti le prese le impronte digitali e la scortò verso una cella di custodia al commissariato di Huntington Park. Nemmeno aprí bocca quando una terza squadra di agenti la accompagnò in auto attraverso altri sobborghi e tangenziali e svincoli, nell’aria pesante e opaca della città, dovuta alla coltre grigia e al puzzo fumoso che saliva da un enorme incendio nella macchia lontana. Quando arrivò in un’altra cella di custodia, nella stazione a sud della contea, si disse che sarebbe rimasta zitta finché non l’avessero accompagnata dall’altro lato del confine, o finché non fosse atterrata all’aeroporto di Città del Messico. «Ovviamente, per tornare preferirei prendere un aereo». Avrebbe osservato sfilare sotto di sé, in senso inverso, tutta la terra che aveva percorso per entrare in questo paese: le grandi arterie americane, i valichi desolati, le città nel deserto del Sonora, le autostrade che solcavano i paesaggi aridi costellati di querce e muri di mattoni imbrattati con gli slogan per la campagna presidenziale, quindi finalmente la distesa labirintica dell’ultima metropoli che aveva chiamato casa e che avrebbe ben presto chiamato casa di nuovo, quella città di musei e gallerie e monumenti che Griselda avrebbe voluto visitare, ma non poteva.
La portarono nella sala degli interrogatori e le ordinarono di sedersi, e intanto cominciò a pensare a cosa avrebbe detto a sua madre quando si sarebbero viste, e a quanto tempo sarebbe passato prima di ritrovarsi a brigare di nuovo in quel cucinotto accanto alla vecchia. Si domandò se esistesse un modo per recuperare i soldi che aveva in banca a Santa Ana. Mettere da parte quel denaro era stato da «figlia degenere», ma adesso l’avrebbe potuta emancipare dal cucinotto della madre e aprirle la strada per una nuova vita messicana, radicalmente diversa. C’erano gesti sovversivi che una donna poteva fare in Messico, se riusciva a fregarsene di quello che diceva la gente, punti di raccolta bohémien che aspettavano gli spiriti liberi: Huatulco e gli hippy sulla costa di Oaxaca, Palenque e gli sciamani che bruciavano l’incenso a Veracruz.
In quel momento tre uomini entrarono nella stanza: un agente in uniforme di lana inamidata con il distintivo di ottone; un ispettore dagli occhi verdi sulla cinquantina che portava un paio di pantaloni grigi e aveva l’aria sciattamente annoiata; e un tizio vestito elegante, sui trentacinque anni, con un viso asciutto che spuntava come un tronco d’albero dal colletto inamidato e i capelli biondi che gli solcavano la fronte come un’onda dorata congelata a mezza cresta. Unico dei tre, l’ultimo uomo non stava sudando e si sedette al tavolo dove era accomodata Araceli, mentre l’ispettore piú vecchio s’infilava a fatica accanto a lui, e dopo un paio di sgomitate fu chiaro che la stanza era troppo angusta per accoglierli tutti a dovere. Equivaleva piú o meno alla cabina armadio della camera matrimoniale in Paseo Linda Bonita, e i tre uomini sballottolarono l’uno contro l’altro mentre cercavano di accomodarsi nello stesso istante sulle sedie libere. Alla fine l’agente in uniforme ci rinunciò e si piazzò sulla porta aperta.
– Cazzo, non potevamo andare in una stanza piú grande? – disse il piú giovane, quello con l’abito da uomo.
– Problemi di budget… – rispose quello con i pantaloni grigi. – Abbiamo chiesto piú stanze. Quindi hanno preso quelle che c’erano e le hanno dimezzate –. Sistemandosi sulla sedia, si qualificò come ispettore Mike Blake e disse che il giovane in abito scuro era Ian Goller, il viceprocuratore distrettuale.
– E, stando a quanto leggo qui, lei si chiama Araceli N. Ramírez… – disse l’ispettore, parlando con un’amabilità fiacca che colse Araceli di sorpresa. Depose una busta gialla sulla scrivania, ne tirò fuori il suo tesserino elettorale e lo studiò, come se stesse cercando di capire il significato delle parole Instituto mexicano electoral, tracciate intorno a un’aquila che ghermiva un serpente. – Interessante. Immagino che questo serva per votare in Messico.
Araceli rimase in silenzio, con stampato in mente il discorsetto che l’agente le aveva propinato infilandola nell’auto della polizia, leggendolo in spagnolo da un foglio che aveva tirato fuori dalla tasca posteriore: «Usted tiene el derecho a guardar silencio». «Ecco un’altra cosa che mi piace molto di questo paese, – pensò lei. – Il diritto di tenere chiusa la bocca come una suora di clausura è incastonato nella loro Costituzione, e non esiste agente o giudice che possa costringerti ad aprirla».
– Ha già mangiato? – domandò l’ispettore Blake. – Perché posso farle avere qualcosa da mangiare. Ma deve cominciare a parlare con me.
– Altrimenti possiamo rispedirla in quella piccola cella senza avere mangiato, – disse Goller.
– Senta, sono sicuro che si sia trattato di un equivoco, no? – disse l’ispettore Blake. – Ce lo spieghi.
Araceli guardò dritta nei loro occhi di lingua inglese. Doveva fidarsi?
– Senta, lo sappiamo che parla benissimo l’inglese, – la rampognò senza cerimonie il rappresentante del procuratore distrettuale. Ian Goller aveva strappato questa piccola informazione a Maureen in Paseo Linda Bonita ed era convinto che Araceli fingesse deliberatamente di non capire, cosa che non faceva che aumentare la sua esasperazione. L’aveva già visto tante altre volte questo atteggiamento: sospetti criminali arrivati da paesi stranieri convinti che le loro lingue madri garantissero loro un’immunità. Quella di non vuotare il sacco. – Allora, perché è scappata?
Visto quant’era sciocca la domanda, Araceli fu lí lí per rispondere. «Perché la lepre scappa dalla volpe? – avrebbe voluto dire. – Perché la gallina scappa dalla comare con il coltello in mano?» Invece socchiuse gli occhi e lo guardò in cagnesco nell’imitazione approssimativa di un’insegnante messicana irritata.
– Vuole tornare in cella? – sbraitò Goller. – Ce la rispediamo subito. A stomaco vuoto. Oppure può dirci cosa aveva in mente. Perché ha portato quei ragazzini a spasso per la città? Qual era il suo scopo? Dove siete andati? – Erano secoli che Ian Goller non si trovava dall’altra parte del tavolo davanti a un sospetto ancora senza un capo d’imputazione (ormai stava quasi solo dietro a una scrivania) e stava riprendendo in fretta il brutto vizio dei primi tempi da procuratore distrettuale: perdere il distacco professionale. – Ecco come la vedo io. Senza avere il permesso, lei ha trascinato questi bambini in un angolo pericoloso della città. Ha lasciato due genitori modello a casa preoccupati, senza fornire il minimo indizio su dove fosse –. L’ispettore seduto accanto a lui aveva l’aria infastidita, ma Goller non se ne accorse e in ogni caso se ne sarebbe fregato. – Non ha mai espresso il minimo affetto verso questi ragazzi e all’improvviso rimane da sola con loro e se la svigna. Perché?
Il viceprocuratore distrettuale non apprezzò molto lo stupore che apparve all’improvviso sul volto di Araceli. Invece l’ispettore, sí. Blake decise di provare a riprendere il controllo dell’interrogatorio. Ma prima che ci riuscisse, Goller sbottò: – Cos’aveva in mente? Si credeva di essere la madre? O puntava ai soldi? Perché ovviamente non era pagata abbastanza per tutto il lavoro che faceva. Vero? Allora voleva piú grana…
Araceli prese qualche secondo per mandare giú quelle insinuazioni e per studiare l’uomo da cui arrivavano. Rimase colpita dall’indignazione astiosa con cui si autoconvinceva dell’idea che si era fatto su di lei. Sembrava sicuro che le mancassero un’etica e un’intelligenza di base, ma allo stesso tempo la riteneva capace di grande astuzia criminale. Giú in Messico certi uomini retrogradi guardavano tutte le donne a quel modo e ad Araceli tornarono in mente alcuni brutti incontri del passato. – Non ne poteva piú di lavorare per questa famiglia, – continuò Ian Goller, e si allungò sulla sedia con una posa strafottente, come se avesse mangiato la foglia, andando a urtare contro le sottili pareti e facendo tremare tutta la piccola sala degli interrogatori. – Loro si fidano a lasciarle i bambini e lei vuole farli soffrire…? Non ci arrivo. O è solo incredibilmente irresponsabile? – Araceli cercò di guardare agli eventi della settimana passata come li immaginava questo signore ben vestito e pettinato. Si fece un’immagine mentale di se stessa che portava Brandon e Keenan in banca e li scambiava a peso d’oro. Nella testa del procuratore, Araceli era in grado di combinare cose del genere, mentre Maureen e Scott erano due anime pie che le affidavano Brandon e Keenan, magari dando loro perfino un bacetto quando li salutavano. Questi pensieri assurdi, e lo sguardo di profonda repulsione del procuratore, spinsero la sua bocca a esplodere in una rumorosa e prolungata sghignazzata, quella che in spagnolo era definita carcajada, l’onomatopea di un uccello che starnazza. La risata di Araceli, tuttavia, era un suono molto da mammifero, che partiva appena sotto l’esofago, una risata che in giovinezza associava a certi prepotenti venditori ambulanti di Nezahualcóyotl, e alla sua stessa nonna hidalguense. Rise e sentí il peso di quella giornata cosí difficile svanire, un sollievo che diede alla sua allegria un ulteriore slancio, tanto che si sporse in avanti sulla sedia con una vera esplosione di gioia che permise ai tre uomini presenti di rimirare la dentatura che tanto tempo prima aveva sedotto Sasha «Pezzo grosso» Avakian. Continuò a ridere quando incrociò lo sguardo dell’ispettore e dell’agente, che avevano arricciato le labbra per abbozzare un sorrisetto come a dire che avevano capito la battuta. La sua risata rimbalzò sulla scrivania d’acciaio e contro il falso specchio che dominava la stanza, per trenta secondi buoni, finché non riuscí a smettere e fece un sospiro soddisfatto.
L’ispettore pensò: «Poco ma sicuro, questa non è una risata da criminale».
L’agente si aggiustò il giubbotto antiproiettile sotto l’uniforme e concluse: «Naa, questa non è una rapitrice. Peccato: dovremo girare la cosa a quelli dell’immigrazione».
Invece il viceprocuratore distrettuale ebbe la reazione esattamente opposta: «Tutto fuorché un’ammissione di colpa. Con quella risata aggressiva si prende gioco di noi, ci sfida».
– Stavo portandoli dal nonno! – gridò all’improvviso Araceli in inglese con tutto il fiato che aveva in gola. – Perché quella gente che avete portato in televisione, la mamma e il papà, los responsables, mi hanno mollato con Brandon y Keenan per quattro giorni! ¡Sola! Da domenica mattina non sapevo piú cosa dargli da mangiare.
– Loro sostengono di essere stati via per due giorni, – disse l’ispettore.
– ¡Mentira!
– Vuol dire bugia, in spagnolo… – spiegò l’agente sulla porta, il cui cartellino lo identificava come «Castillo».
– Per nonno lei cosa intende?
– El abuelo Torres.
– John Torres?
– Sí.
– È questo? – domandò l’ispettore, tirando fuori la fotografia in bianco e nero dell’abuelo Torres che Araceli aveva lasciato nello zaino.
– Sí. È quello.
In un battibaleno l’ispettore ricostruí la storia di Araceli, che partiva dalla litigata tra Maureen e Scott con il tavolino infranto, e arrivava al suo avventato viaggio verso il centro di Los Angeles, e poi a Huntington Park, e finiva con la sua fuga dopo essersi vista in televisione. – Vedo la televisione che mi dà della rapitrice. Che cosa devo pensare? – disse. – Ecco perché corro via. Il piú veloce possibile, che non è molto veloce, tra l’altro –. Goller rimase in silenzio, apparentemente disorientato dall’improvvisa sequela di domande fatte dall’ispettore e dalle risposte sicure di Araceli.
– Non volevo vedere Brandon e Keenan in raffreddamento, – disse Araceli.
– Cosa? – domandò l’ispettore.
– In raffreddamento. Porque no estaban sus padres. Perché non c’erano i genitori! Non volevo che andavano a finire lí.
– Lí dove?
– In raffreddamento.
– Vuol dire affidamento… – intervenne l’agente Castillo dalla porta. – Non è un «raffreddamento» – aggiunse, alzando gli occhi al cielo. – Ma «affidamento».
L’ispettore Blake studiò la vecchia fotografia con l’indirizzo scarabocchiato sul retro e si allungò sulla sedia, esasperato dalla commediola in cui l’avevano trascinato. Dopo un mese in cui aveva avuto a che fare con una rete taiwanese di contrabbando di bambini e una nonna tossica la cui idea di disciplina era la brace di una sigaretta accesa, e dopo tre giri al pronto soccorso con dei bimbi in età prescolare per fare gli esami e le sedute fotografiche di rito per la triste e perversa incombenza conosciuta come raccolta-prove, era piú infastidito che sollevato dalla stupidità inoffensiva di questo caso. Qui non c’era nessun crimine su cui investigare, invece ce n’erano altri che lo aspettavano. «Alle stronzate segue sempre qualcosa di grave: funziona cosí, sempre». Qualche secondo piú tardi si alzò in piedi e uscí dalla sala interrogatori, con il viceprocuratore a ruota. Cominciarono a discutere e non la smisero per tutti i venti minuti necessari a tornare in macchina fino a Paseo Linda Bonita.
L’agente Castillo accompagnò Araceli alla cella di custodia, dove ebbe tre ore di solitudine per studiare i lavori artistici alle pareti, cinque rappresentazioni di un unicorno con zampe nodose, tre crocifissi sbilenchi e uno squisito bocciolo di rosa, tutto disegnato a matita, con le righe che sbiadendo diventavano immagini fantasma in una nebbia di lucida vernice gialla impermeabile. Avrebbe potuto chiedere a un secondino qualcosa con cui scrivere, visto che una volta fuori avrebbe nuovamente disposto del proprio tempo, per sempre, e allora perché non sfruttare questo momento per cominciare? Forse avrebbe aggiunto un toro di Picasso o un cavallo di El Greco a quella galleria d’arte.
– Signore, è possibile avere una matita? – domandò all’agente Castillo quando si ripresentò. Inaspettatamente, quello fece girare la chiave e aprí la porta.
L’aggregatore di news on-line tenne una sirena lampeggiante della polizia in homepage, insieme a una serie di titoli riscritti di continuo, mentre arrivavano gli aggiornamenti sul presunto rapimento e salvataggio di Brandon e Keenan, totalizzando tre virgola quattro milioni di «contatti» nel corso delle prime tre ore, con il traffico che raddoppiò nelle due ore successive, quando il sito postò il link a un filmato ottenuto da un’affiliata della Abc: quarantacinque secondi in cui Araceli se la dava a gambe e veniva placcata da un agente di polizia, immortalati dalla troupe cinematografica a Huntington Park, e venduti dal regista per un migliaio di dollari – che voleva dire due giorni di catering sul set, come avrebbe detto piú tardi agli amici. Ben presto il filmato cominciò a girare negli show via cavo, e verso metà pomeriggio direttori e caporedattori di tutta la California del Sud avevano inviato un battaglione di reporter scafati a piantonare la stazione di polizia dove si trovava Araceli e la casa di Paseo Linda Bonita.
Ai cancelli d’entrata dei Laguna Rancho Estates, le guardie lasciavano passare chiunque mostrasse il rettangolo verde fosforescente plastificato dell’accredito stampa rilasciato dal dipartimento dello sceriffo. Davanti alla casa in Paseo Linda Bonita i croni...