Piú tardi, davanti a un bicchiere di prosecco o nel labirinto del traffico di Ponte Milvio, avevano dibattuto spesso del modo in cui era cominciata la storia dei pattini a rotelle. In simili occasioni Olimpia sosteneva sempre che se non avessero trovato Villa Medici già chiusa non avrebbero mai proseguito verso il Pincio, e dunque che era stato tutto un caso, fatalità e i soliti equivoci di «TrovaRoma», insomma «TrovaRoma» con le date e gli orari e i prezzi delle mostre perennemente errati (dei veri incompetenti). Lui però non era d’accordo, e anzi ribatteva la propria verità ogni volta con maggior enfasi. Ruggiero, lo sapevano tutti, in queste cose era sempre il piú testardo e, bisognava ammetterlo, pure quello con la memoria piú affidabile. Lo riconosceva anche Olimpia, se non altro: memoria da elefante, il suo Ruggiero. Certamente. Ma in quel caso, in quel preciso caso… No, guarda: proprio no (Ruggiero arrivava a impuntarsi). La mostra non c’entrava nulla, tanto è vero che erano scesi dal laghetto e non dalla Casina Valadier (ricordi?) Questa volta, per questa sola volta, gli errori di «TrovaRoma» non avevano nessunissima responsabilità.
Ma importava poi davvero? Nemmeno a Ruggiero: che in queste cose, lo dicevano tutti, era appunto il piú testardo. Inutile litigare per una sciocchezza simile. Da quando la faccenda del pattinaggio era diventata cosí importante per entrambi, quel giorno aveva assunto però un significato tutto speciale. Stavano diventando come le vecchie coppie che, per tenere accesi il desiderio e la passione, continuano a raccontarsi ancora e ancora il primo appuntamento? Ti ho vista e ho pensato. Poi mi hai guardato e allora. Mi sono detta è proprio buffo che. La piccola epica degli innamorati, chiosava Ruggiero con evidente autoironia: pure per farsi perdonare lo scatto di nervi di qualche istante prima.
Sul resto invece si trovavano d’accordo. La musica anzitutto (anzitutto quella stranezza della musica). Era stato il baccano a richiamarli, perché il volume era davvero alto e le canzoni ti raggiungevano già a venti o trenta metri di distanza, probabilmente anche di piú. Le cose, però, non stavano affatto come all’inizio avevano creduto. Per anni quel tratto del Pincio, giusto alla sommità del Muro Torto, era stato il ritrovo prediletto dei giovani appassionati di pattinaggio della città: adolescenti e universitari, con le loro immancabili lattine di Coca-Cola disposte in linea o in circolo per costruire un percorso a slalom sul quale esercitarsi e accennare qualche principio di competizione. Un vero magnete per gli under venticinque. Curiosamente, però, contro ogni aspettativa la musica sembrava bandita da quella pista improvvisata del fine settimana, come avevano potuto verificare con facilità nel corso delle loro sporadiche puntate a Villa Borghese.
Olimpia e Ruggiero non capitavano spesso da quelle parti, infatti. Il loro parco era da sempre Villa Torlonia, piú vicina e anche piú piacevole per prendere un poco di aria buona senza troppo impegno nonostante le risapute difficoltà con il parcheggio del quartiere Nomentano. Tuttavia, di tanto in tanto, al Pincio continuavano a finirci lo stesso, per le mostre di Villa Medici e per mille altre ragioni che avevano a che fare anche con la piú suggestiva vista panoramica sul dedalo di cupole e terrazze del centro storico. Al tramonto riusciva ancora a commuoverli, soprattutto nei pomeriggi d’inverno quando faceva buio presto e subito prima i palazzi si tingevano di un ocra leggermente elettrico, vibrante: come se per qualche minuto fossero gli stessi muri e gli stessi coppi delle case a proiettare dall’interno quella luce acida e quasi psichedelica sullo spazio circostante. (Ah, Roma: la loro Roma).
Era cosí che, anno dopo anno, avevano potuto constatare quanto il Pincio fosse diventato popolare tra gli appassionati dei pattini a rotelle. Molto sportivo, molto agonistico, molto teenager (ma perennemente senza musica): con sfide a due e a quattro, a squadre, e un prevedibile contorno di grida di incitamento e delusione. Il gran numero di ragazzi che indossavano casco e paraginocchia dimostrava a sufficienza quanto prendessero sul serio quelle competizioni. Come una volta aveva detto Olimpia, scherzando solo a metà, venivano da un altro secolo. Ma a quel punto avevano già prudentemente imboccato la via di casa.
Nei confronti di quella compagnia cosí determinata e combattiva provavano impulsi ambivalenti. Negli anni Ottanta il pattinaggio era stato stranamente popolare tra i ragazzi e le ragazze del loro ambiente, e nel limbo della prima adolescenza Olimpia e Ruggiero avevano dedicato entrambi qualche migliaio di ore a esercitarsi nei salti, nella trottola o nell’anfora. A distanza di tutto quel tempo, tanta dedizione pareva quasi inconcepibile. Era ancora cosí? Pure per i frequentatori del Pincio? La stessa passione? Lo stesso fanatismo? La vertigine, l’euforia del movimento, insomma: quella sensazione di volare senza veramente sollevarsi da terra che li aveva accompagnati per anni sulla pista e che di tanto in tanto tornava in qualche sogno notturno, ma sempre piú di rado, poco prima del risveglio, come un residuo di quell’altra vita. Il vento sulle guance, il sudore che si asciuga con un brivido improvviso alla fine di un pomeriggio di giravolte in aria, o il sentimento di potenza al quale associavano automaticamente quella impressione inconfondibile di controllare la gravità. Particolari del genere.
A pensarci bene, era assai verosimile che almeno da questo punto di vista le cose non fossero cambiate: niente di piú probabile. Ma Olimpia e Ruggiero non avevano figli, non ancora, e pure per questo esitavano a darsi una risposta, anche se quei virtuosi della velocità, maschi e femmine che si sfidavano negli slalom attorno alle lattine, sembravano una versione troppo piú selvaggia delle loro giovinezze a rotelle per non provare un senso di immediata estraneità. No, per quanto li osservassero, proprio non riuscivano a riconoscersi in quegli sguardi cosí tesi e cosí agonistici. E per di piú senza la musica!
O forse era davvero un piacere differente. Perché no, dopo tutto? Anche l’idea che ci facciamo della felicità cambia col tempo. E quello comunque era solo il passato, il loro passato di adolescenti di ieri. Un bel giorno, senza alcun preavviso, Olimpia si era votata interamente alla danza jazz e al culto di Bob Fosse, mentre Ruggiero si era rassegnato all’opinione, di gran lunga maggioritaria tra i suoi coetanei, che i pattini fossero una cosa da ragazze, per concentrarsi sullo stile libero e sulla pallanuoto (un vero toccasana, nel caso di uno spilungone come lui). E da allora, in circa venticinque anni, non avevano infilato i pattini una volta sola: né lei né lui.
Erano decisamente bravi quegli adolescenti: sciolti, solidi, con un controllo invidiabile del mezzo (di tante ore spese sulla pista Olimpia e Ruggiero avevano conservato l’occhio dell’esperto che valuta e apprezza a colpo sicuro la tecnica degli altri). Allo stesso tempo, però, per chi come loro aveva consacrato tanti anni al pattinaggio artistico, in quelle sfide di velocità trasparivano una violenza e un impeto incompatibili con il loro ricordo delle giornate trascorse a esercitarsi coi conetti.
Di cosa si trattava, esattamente? Difficile spiegarlo. Pesantezza era il termine appropriato, aveva concluso piú tardi Olimpia: sono pesanti. Nonostante sfrecciassero cosí veloci: nonostante le curve cosí strette e quella perfetta intesa nel passarsi il piccolo cilindro di legno rosso che usavano nelle sfide a squadre. Non importava. Per quanto rapidi prendessero le curve, ai loro occhi quei ragazzi rimanevano prigionieri dell’asfalto. Anche su questo Ruggiero non poteva che dare ragione alla sua Olimpia.
Per non parlare naturalmente dei nuovi modelli con le quattro rotelle in linea, a imitazione dei pattini da ghiaccio. Malgrado i loro tre anni di differenza, che non erano pochi in questo campo perché in Italia i rollerblade si erano diffusi con ritardo, pure Olimpia era rimasta infatti fedele ai vecchi quad (come dicevano in America, già allora). Tutti quelli che venivano dal pattinaggio artistico la pensavano cosí, almeno all’inizio. Il controllo, asserivano gli esperti, i veri esperti, era migliore; ma poi, con gli anni, il fascino delle rotelle in linea aveva fatto proseliti pure tra loro, e a poco a poco aveva finito per contagiare anche gli appassionati di piú antica data. Tra gli adolescenti erano la grande maggioranza ormai, non ci voleva un occhio particolarmente competente per notarlo, e persino al Pincio te ne rendevi conto al primo sguardo, nonostante si sapesse che i rollerblade costavano piú cari. La tecnologia li separava (anche la tecnologia), perché pure in questo quei ragazzi chiassosi ma senza musica appartenevano chiaramente a un mondo che non era il loro. Sí, c’è da sentirsi dei dinosauri, aveva ripreso Olimpia, sfoderando a beneficio di Ruggiero lo stesso identico sorriso da sfinge di cinque minuti prima.
Ruggiero e Olimpia non si erano mai fermati ad osservarli a lungo, anche se anni prima la scoperta della comunità del Pincio era stata se non altro l’occasione per confidarsi a vicenda gli innumerevoli pomeriggi offerti in ecatombe al dio del Pattinaggio (un dio, come sapevano per esperienza, assai difficile da soddisfare). Curiosamente non ne avevano parlato mai, prima di allora. Già, curioso! Pure io, ma pensa: pure io. L’anfora e l’angelo, il toe-loop e il salchow (tutti e due avevano avuto problemi con il lutz, tra le altre cose: e forse avevano finito per mollare il pattinaggio anche perché non si decidevano a investirci il tempo necessario e a diventare davvero bravi come invece erano sicuramente questi ragazzi del Pincio nel loro incomprensibile culto della velocità). Io pure. A volte stai con una persona cosí a lungo, credi di conoscerla nel profondo e invece… Invece. Mentre era bello scoprire per caso che avevano in comune persino questo, scavando indietro e indietro nella grande cava di marmo dell’adolescenza da cui un bel giorno, colpo di scalpello dopo colpo di scalpello, erano usciti adulti fatti e finiti: il Ruggiero e la Olimpia che ormai camminavano ad ampie falcate in direzione dei quarant’anni.
Cosí, quel giorno di inizio febbraio, quando avevano riconosciuto da lontano gli accordi di una vecchia canzone pop di cui stentavano a rammentare il titolo ma che, dopo un quarto di secolo, ogni tanto la radio trasmetteva ancora, dapprima avevano creduto si trattasse dei frequentatori abituali. I soliti appassionati finalmente convertiti alla musica anche loro: perché no? Per Olimpia e Ruggiero il pattinaggio rimaneva associato ai grandi amplificatori dei loro circoli, sul lato corto della pista (impossibile immaginarlo senza), e ogni volta erano tornati a stupirsi di quei ragazzi preoccupati unicamente di superare in velocità gli amici, come se le rotelle non avessero a che fare piuttosto con l’assenza di peso e con l’aspirazione di sovvertire le leggi della fisica. Anzi, a pensarci bene (a ripensarci ora), era stata proprio l’assenza di musica che aveva determinato quella impressione iniziale di pesantezza cosí incompatibile con la loro esperienza dei pattini a rotelle. Adesso finalmente Olimpia lo capiva. Ma erano ragazzi: e, nonostante la fissazione per i centesimi di secondo da rosicchiare stringendo al massimo le curve, non era strano che alla fine avessero scoperto il piacere impareggiabile di lievitare pure loro in compagnia di Čajkovskij o di John Lennon.
Per questo non potevano immaginare quel che li aspettava quando, scendendo dalla Casina Valadier, avevano imboccato il sentiero verso il basso e, senza alcun preavviso, si erano trovati davanti agli occhi uno spettacolo tanto diverso dalle attese. Niente lattine, ma anche niente slalom e niente gare. E soprattutto, occorreva dirlo, niente adolescenti, o quasi (pure questo lo si capiva subito, senza bisogno di indugiare sui corpi già adulti dei pattinatori). Il movimento si concentrava a una ventina di metri dal punto approssimativo in cui la vecchia comunità di skaters teneva le sue gare, ma, a parte questo (a parte la vicinanza e i pattini), difficilmente avrebbero potuto immaginare una compagnia piú difforme da quella che fino a qualche tempo prima aveva presidiato gli stessi spazi. I frequentatori di una volta dovevano essere migrati in un’altra villa e il loro habitat era stato occupato da una nuova specie di bipedi a rotelle: anch’essi attratti, verosimilmente, dalla indiscutibile piacevolezza del luogo e dalla qualità impeccabile del fondo stradale che ne facevano l’ecosistema perfetto per qualsiasi appassionato del pattinaggio. Invece del circuito su cui sfidarsi in linea, una coppia alla volta, mentre il resto delle rispettive squadre attendeva il proprio turno agli estremi della pista improvvisata (o ai due lati, ma stando comunque ben attenti a non intralciare i concorrenti), ecco una folla festosa che si muoveva tutta assieme in cerchio: venti o trenta pattinatori come minimo, senza contare quanti in quel momento stazionavano ai margini dell’asfalto, sdraiati o in piedi, impegnati a riprendere il fiato e a chiacchierare, e che a occhio e croce dovevano essere almeno altrettanto numerosi.
A essere precisi (in queste cose Ruggiero ci teneva a essere preciso), piú che di un cerchio si trattava di un ovale. Ruggiero e Olimpia si erano avvicinati ancora diffidenti, ma l’iniziale sospetto (il dubbio e il principio di condanna che nel caso di Ruggiero si manifestano abitualmente in una profonda linea orizzontale lungo la fronte) si era dissolto subito. Forse per la musica: o forse perché, a differenza dei giovani agonisti persi nelle loro gare di velocità, quella si presentava come una massa allegra e svagata, capace di trasmettere anche agli osservatori di passaggio il piacere della compagnia e dell’aria fresca sulle guance assieme alla piú severa disciplina dei movimenti. Ballavano, ecco: nonostante i pattini ballavano (avresti proprio detto che ballassero).
Ruggiero e Olimpia ne sapevano qualcosa. Era la danza l’attività che piú si avvicinava a quel loro modo di planare delicatamente sul cemento, cosí eterei e aerodinamici, e non soltanto perché alcuni di loro componevano effettivamente delle figure anche piuttosto elaborate o perché altri si univano giusto il tempo di un abbraccio, per poi allontanarsi e cercarsi nuovamente pochi metri avanti, con l’aria di chi non tollera già piú il distacco e si discosta soltanto per apprezzare meglio il successivo ricongiungimento e il brivido di un’ennesima separazione, alla curva successiva e appena dopo qualche metro, nel punto in cui finiva il lato lungo dell’ovale tracciato dai movimenti della compagnia. Sí, questo era decisamente un tipo di piacere che Ruggiero e Olimpia capivano anche loro.
All’inizio li avevano studiati in silenzio. Non tutti erano bravi: niente affatto. Ma nel loro caso la tecnica individuale non influiva sulla complessiva sensazione di leggerezza ed euforia che il gruppo comunicava al piccolo pubblico radunato ai bordi della pista. Per la maggior parte si trattava di dilettanti, che si limitavano a girare in circolo senza arrischiare nessun movimento appena piú complesso. Era pattinaggio di base e poco altro, insomma (lo vedevi subito). Alcuni però, a dire il vero, erano bravissimi. Con la loro esperienza Olimpia e Ruggiero li avevano individuati a colpo d’occhio. Per esempio quel ragazzo di colore con i capelli rasati completamente a zero e il vistoso impermeabile marrone scuro che si presentava subito come uno dei leader del gruppo e che si univa agli altri solo per i pezzi piú scatenati, soprattutto quando attaccava la disco music anni Settanta, mentre per la maggior parte del tempo si teneva rigorosamente al centro dell’ovale, limitandosi ad accennare qualche passo con una noncuranza pari soltanto al dominio assoluto dei suoi mezzi. Sicuramente molto bravo. E non era il solo: aveva un ottimo stile pure la giovane donna dai lunghi capelli bianchi sciolti sulle spalle, che contrastavano cosí vistosamente con il suo aspetto complessivo, giovanile e persino sbarazzino nella sua gonna corta plissettata, e che per questo catturavano immediatamente l’attenzione (una parrucca? Poteva essere benissimo, per quanto da lontano non sembrasse affatto). O quel ragazzo con la barbetta rossiccia e il cappello a tricorno sulla testa, che pareva appena uscito da un film storico sulla Rivoluzione americana: elegante, molto elegante pure lui (nonostante la pagliacciata del vestito).
Ma queste rimanevano comunque delle eccezioni. Nel gruppo potevi vedere letteralmente di tutto, anche perché sarebbe stato difficile immaginare una compagnia piú composita di quella. Bambini di otto o nove anni ancora impegnati ad apprendere i fondamentali, uomini con una fluente barba bianca da patriarca biblico che nel pattinaggio parevano cercare una rivincita sui troppi imperativi negativi dell’internista di fiducia, una maggioranza di adulti nei loro tardi trenta e primi quaranta, in perfetta forma fisica ma anche appena fuori contesto con quei simboli dell’adolescenza esibiti ai piedi… Festosi e allegri nonostante la tecnica non proprio impeccabile e un paio di collisioni potenzialmente rovinose scongiurate all’ultimo momento. E comunque niente affatto insicuri o spaventati, nemmeno i piú precari: quasi che i migliori del gruppo riuscissero a infondere anche agli altri la propria incrollabile fiducia nelle supreme virtú dinamiche dei pattini a rotelle.
La musica rispecchiava alla perfezione l’eclettismo persino compiaciuto della compagnia. Il grande amplificatore collocato all’altezza di uno dei due fuochi dell’ovale alternava infatti i brani piú diversi, cosa che lasciava supporre un iPod posizionato sulla modalità di riproduzione casuale (niente di piú probabile). C’era, certo, una predilezione per i ritmi ballabili, remoti classici della disco specialmente, insomma per quelle canzoni famosissime e semianonime che, come tutti, Olimpia e Ruggiero avevano l’impressione di conoscere da sempre ma senza che fossero in grado di attribuirle a un qualsiasi autore (e allora era piú facile dire semplicemente disco, disco dance, guardandosi dall’entrare nei particolari). Non solo questo però. Potevi notare per esempi...