New York City, marzo.
Un ragazzo morto ha ucciso una vecchietta.
Una donna minuta, di novantun’anni.
Morta, sembra ancora piú piccola.
Il foro d’entrata è preciso, com’è quasi sempre. Si trova al centro della guancia sinistra, sotto l’occhio. Il foro d’uscita, com’è quasi sempre, non è né piccolo né preciso. La spalliera della poltrona ricoperta di cellophane è piena di sangue, materia cerebrale e capelli bianchi.
– Non dovrebbero mai affacciarsi a guardare, quando sentono casino, – dice Caracava. – Ma probabilmente quella era la sua vita: passava le giornate a guardare dalla finestra.
Un proiettile vagante l’ha colpita al quarto piano dell’Edificio Sei nel Nickel, come viene chiamato il St Nicholas Housing Project. Malone si avvicina alla finestra e guarda giú. L’assassino è nel cortile, braccio teso e dito sul grilletto, nella stessa posizione in cui si trovava quando è caduto all’indietro e ha premuto il grilletto. Probabilmente era già morto e si è trattato di un riflesso automatico.
– Grazie per averci chiamati, – dice Malone.
– Ho pensato che fosse un omicidio per questioni di droga, – risponde Caracava.
Lo è. Il morto in cortile è Mookie Gillette, uno spacciatore di DeVon Carter.
Monty si guarda intorno in quel piccolo appartamento. Fotografie di figli adulti, nipoti, bisnipoti. Tazzine di porcellana, una collezione di cucchiai souvenir di Saratoga, Colonial Williamsburg, Franconia Notch… regali da parte dei familiari.
– Leonora Williams, – dice Monty. – Riposa in pace.
Si accende un sigaro, anche se il cadavere non ha ancora cominciato a puzzare. Alla vecchietta ormai non dà piú fastidio il fumo.
Un’auto di pattuglia arriva in cortile e ne scende Sykes. Il capitano si avvicina al ragazzo morto e scuote la testa. Poi alza gli occhi verso la finestra.
Malone annuisce.
Russo dice: – Ho trovato il proiettile. È piantato nel muro.
– Aspetta quelli della Scientifica, – dice Malone. – Io scendo.
Prende l’ascensore ed esce nel cortile.
Mezzo quartiere si è radunato lí. A tenere i curiosi fuori dalla zona delimitata dal nastro giallo ci pensano alcuni agenti in uniforme del Tre Due. Uno di loro chiede: – Malone è vero che la signora Williams è morta?
– Sí.
– Un vero peccato.
– Già.
Malone si avvicina a Sykes.
Il capitano lo guarda. – Che mondo.
– Ma è il nostro.
– Quattro sparatorie col morto in sei settimane, – dice Sykes.
Sí, pensa Malone, sempre con i tuoi numeri del cazzo, capitano. Alla riunione del CompStat lunedí ti balleranno il flamenco addosso. Poi si pente di averlo pensato. Il capitano non gli piace, ma si vede che quei morti nel suo territorio lo rattristano davvero.
E lo irritano.
Irritano anche Malone.
Lui dovrebbe proteggere persone come Leonora Williams. Una cosa è quando gli spacciatori si ammazzano tra loro, un’altra quando una vecchietta innocente muore sotto il fuoco incrociato.
I media arriveranno da un momento all’altro.
Si avvicina Torres.
Il loro accordo resiste da tre mesi. Torres continua a prendere soldi da Carter e Malone e la sua squadra non gli pestano i piedi. Ma quella tregua scomoda è minacciata dalle reciproche rappresaglie tra Carter e i dominicani, che rischiano di sfociare in una vera guerra di territorio.
E ora è stata uccisa una donna innocente.
– Notizia shock, – dice Torres. – Nessuno ha visto nulla.
– Deve essere stato uno dei Trinitarios, – dice Sykes. – Una rappresaglia per De Jesus.
Raoul De Jesus era stato ammazzato a Washington Heights la settimana precedente. Tra le altre cose, era il principale indiziato per l’omicidio di uno dei Get Money Boys sulla 135ma.
– Gillette, qui, era dei Gmb, giusto? – chiede Sykes.
– Nato e cresciuto nella gang.
E i Gmb spacciano per conto di Carter.
– Porta dentro un po’ di Trinitarios, – dice Sykes a Torres. – Portali in centrale per interrogarli, arrestali per possesso di marijuana o applica un fermo preventivo, quello che ti pare. Vediamo se qualcuno preferisce parlare invece di finire a Rikers.
– Capito capo.
– Malone, parla con i tuoi informatori, – prosegue Sykes. – Voglio un indiziato, un arresto. Voglio che questi omicidi finiscano.
Arriva il circo. Giornalisti, furgoni con troupe televisive. E con loro c’è il reverendo Hampton.
Ovvio, pensa Malone. Luci, telecamere, Hampton.
In realtà non è il male peggiore. Almeno il reverendo toglie un po’ di giornalisti di dosso ai poliziotti. Malone lo sente parlare: – Comunità… Tragedia… Ciclo di violenza… Disuguaglianza economica… Cosa fa la polizia…
Sia detto a suo merito, Sykes affronta il resto dei reporter. – Sí, confermiamo due omicidi… No, non ci sono indiziati al momento… Non posso confermare che si tratti di episodi legati alle gang o alla droga… La Manhattan North Task Force prenderà in carico l’indagine…
Un reporter si stacca dagli altri e si avvicina a Malone. – Detective Malone?
– Sí?
– Mark Rubenstein, del «New York Times» –. Alto, magro, la barba ben curata. Una giacca sportiva sopra una felpa, occhiali, intelligente.
– Tutte le domande vanno rivolte al capitano Sykes.
– Certo, – dice Rubenstein. – Volevo solo sapere se lei e io possiamo trovare un po’ di tempo per fare due chiacchiere. Sto facendo una serie di articoli sull’epidemia di eroina.
– Al momento sono piuttosto occupato, come vede.
– Capisco –. Il giornalista gli allunga un biglietto da visita. – Sarei felice di parlare con lei, se fosse interessato.
Non lo sarò mai, pensa Malone prendendo il biglietto.
Rubenstein torna alla conferenza stampa improvvisata.
Malone si avvicina a Torres. – Voglio parlare con Carter.
– Davvero? – risponde Torres. – Non sei il suo poliziotto preferito.
– Ma mi sto prendendo cura di Bailey per suo conto.
Il processo è vicino ed è tutto pronto.
– Dominicani del cazzo, – dice Torres. – Sono ispanico eppure li odio, succhiacazzi imbrillantinati.
Tenelli si unisce a loro. – I Gmb si stanno già prendendo la rivincita.
– Tenelli, lasciaci un secondo, eh? – chiede Malone. Lei scrolla le spalle e si allontana. – Allora, un appuntamento con Carter?
– Garantisci la sua sicurezza?
– Credi che i Trini vogliano piombargli addosso mentre…
– Non mi preoccupano loro, – specifica Torres. – Mi preoccupi tu.
– Sistema la cosa, – dice solo Malone. Poi torna verso Sykes, che sta finendo con i giornalisti.
Accanto a lui c’è un poliziotto in borghese.
– Malone, lui è Dave Levin, – dice Sykes. – Appena arrivato nella Task Force. L’ho assegnato alla tua squadra.
Trent’anni o poco piú, Levin è magro, alto, capelli folti e neri, naso affilato. Drizza la schiena per stringere la mano a Malone. – È un onore conoscerti.
Malo...