Selection Day
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Selection Day

  1. 320 pagine
  2. Italian
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Informazioni su questo libro

Manju ha un cuore puro e complicato come tutti i quattordicenni. Ma ha anche un padre tirannico divorato da un'ossessione: fare dei suoi figli dei campioni di cricket cosí da fuggire dagli slum in cui vivono. E intanto, tra procuratori senza scrupoli, allenatori fuori di testa, un fratello bellissimo e destinato al successo, il giorno dei provini si avvicina...
Con Selection Day Aravind Adiga ha scritto un romanzo rutilante, drammatico e divertentissimo allo stesso tempo, degno di un vincitore del Booker Prize.

Manju ha quattordici anni ma sa già tante cose: ad esempio sa di essere bravo a cricket - anche se non bravo come suo fratello Radha (forse). Sa che deve avere paura e rispetto di suo padre, un venditore ambulante di chutney. Sa che suo padre è un uomo divorato da un'unica, bruciante ossessione: quella di fare dei suoi due figli dei campioni dello sport cosí forti da poter scappare dai bassifondi di Mumbai dove vivono. Sa che il padre non si fermerà di fronte a nulla, a nessun sacrificio (dei suoi figli), a nessuna privazione (dei suoi figli), per raggiungere il suo sogno (non necessariamente quello dei figli). Manju sa che sua madre se n'è andata tanti anni fa e sa anche che non tornerà piú. Eppure ci sono anche un mucchio di cose che Manju non sa su di sé e sul suo mondo, e che imparerà nel corso di questo romanzo tenero e forte, divertente e drammatico, come solo i quattordicenni sanno essere. Selection Day è un romanzo traboccante di vita e personaggi - dal vecchio talent scout che tutti chiamano Tommy Sir per il suo inglese ridicolmente forbito; ad Anand Mehta, l'investitore tanto ricco di denaro quanto di buffa grandeur; a Sofia, la giovane amica e tifosa dei due fratelli -, un rutilante affresco sociale come non se ne leggeva da tempo: e se da una parte è un dettagliato spaccato dell'India di oggi, dall'altro, con la sua storia di padri e figli, ambizione e riscatto, ricorda certo cinema italiano dei decenni passati, come Rocco e i suoi fratelli o Ladri di biciclette. Di quei capolavori possiede la stessa vitalità, la medesima potenza visiva, un'uguale capacità di fare ricorso a tutte le tinte dello spettro emotivo, dalla comicità al dramma, dal sentimentale all'epico. Cosí quello che il lettore si ritrova tra le mani è un libro in cui, come scrive il «Washington Post», «ogni paragrafo rimbalza tutt'intorno vivace come una pallina ribattuta a tutta velocità durante una partita in una strada sporca: uno gli dà la direzione generale, ma la storia può cambiare in ogni momento, cosí come in ogni momento si trasformano i personaggi. Selection Day è una riflessione dolce-amara sui limiti delle nostre scelte. Però la voce di Adiga è cosí esuberante, la trama cosí avvincente, che l'amarezza di questa storia rimane appena ai margini del nostro sguardo».
«Con Selection Day, - questo è il "New York Times", - Adiga dimostra che la vittoria del Booker Prize nel 2008 conLa Tigre Bianca non è avvenuta per caso. Non è solo un narratore magistrale, ma anche un pensatore, un abile intrattenitore, una spina nel fianco di ogni moralismo e ipocrisia».

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2017
Print ISBN
9788806232344

Parte prima

Tre anni prima del Selection Day

Ottavo anno scolastico.

– Ho una notizia per lei, Tommy Sir.
– E io ho una notizia per te, Pramod. Sai, quando avevo ventun anni, vale a dire quando tu non eri ancora nato, ho cominciato a lavorare a una storia della campagna dei maratha alla terza battaglia di Panipat. Aveva un titolo: 1761: l’anima spezza l’assedio. Poiché avevo la sensazione che nessuno avesse mai scritto un resoconto veritiero di quella battaglia. Tutti i libri dicono che il 14 gennaio 1761 noi maratha abbiamo perso contro gli afgani. Ma non è vero. Cioè, sarà anche vero, che abbiamo perso, ma non è la vera storia.
– Tommy Sir, c’è un fratello minore. E anche lui gioca a cricket. La mia notizia è questa.
– Pramod, sono stufo marcio del cricket. Parlami di battaglie, di cipolle, di Narendra Modi, di qualunque altra cosa, ma non di cricket.
– Tommy Sir, avrebbe dovuto vederlo, il fratello minore, come batteva oggi all’Oval Maidan. Avrebbe dovuto vederlo. È forte quasi come il fratello maggiore.
Oscurità. Mumbai. L’ininterrotto mercanteggiare.
– E lei lo sa quant’è forte il fratello maggiore, Tommy Sir. L’ha detto lei che Radha Krishna Kumar è il miglior battitore giovane che ha visto negli ultimi cinquant’anni.
– Cinquanta? Pramod: sono cinquant’anni che non c’è un miglior battitore giovane degli ultimi cinquant’anni. Io ho detto degli ultimi quindici anni. Non startene lí impalato, aiutami a raccattare la roba. Chinati un po’, Pramod. Stai ingrassando.
Dietro vetro e acciaio, dietro banche e grattacieli, dietro l’azzurra mostruosità della Bharat Diamond Bourse, c’è uno spiazzo verde e rigoglioso: il circolo della Mumbai Cricket Association (Mca) nel cuore del complesso finanziario di Bandra-Kurla. I riflettori illuminano a giorno i prati del circolo, dove i due uomini stanno andando a caccia di roba dimenticata.
– Dato che insisti a parlare di cricket, Pramod, ti chiedo una cosa: quante probabilità ci sono che un fratello maggiore e un fratello minore della stessa famiglia diventino entrambi grandi campioni? Sarebbe contronatura.
– Lei, Tommy Sir, dubita che due fratelli possano essere entrambi forti. Perché?
– Non dubito, diffido, Pramod. Raccoglimi quella plastica, per favore.
– Lei non è solo un grande esperto di cricket inglese, Tommy Sir, è anche un grande esperto di lingua inglese. Dovrebbe scrivere per il «Times» della Gran Bretagna.
– Di Londra.
– Chiedo perdono, Tommy Sir.
Tirando in dentro la pancia, Pramod Sawant si piegò a raccogliere una pellicola per alimenti.
– Il fratello minore si chiama Manjunath Kumar. Le garantisco che oggi è lui il grande segreto del cricket di Mumbai. Questa volta è vero.
Il grassoccio, baffuto Pramod Sawant, poco piú che quarantenne, era un uomo di una certa importanza nell’ambiente del cricket di Bombay: l’allenatore capo della Ali Weinberg International School, piazzatasi seconda nell’Harris Shield dell’anno precedente. In altre parole, l’allenatore capo Sawant era una delle principali condutture dell’impianto di filtraggio che risucchia polsi robusti, riflessi fulminei e membra agili da ogni parte della città, li incanala per anni e anni nelle squadre scolastiche, nei campionati minori e nelle amichevoli, poi all’improvviso una mattina li scarica in un campo aperto dove due o anche tre nuovi giocatori vengono scelti per la squadra di Mumbai del Ranji Trophy.
Ma stasera non è niente se non riesce a conquistare l’attenzione di Tommy Sir.
– E come si fa a sapere se questa volta è vero, Pramod? Io non lo so. Come fai tu a dirlo?
– Questo Manju è uno coi controcoglioni, glielo garantisco. Riesce a prendere qualunque palla, fa un punto dietro l’altro. Ha qualcosa di Sandeep Patil, qualcosa di Sachin e qualcosa di Sobers, ma soprattutto è khadoos. La sponsorizzazione del cricket è un’idea favolosa: cosí sarebbe doppiamente favolosa.
Il brizzolato Tommy Sir, piú alto e piú saggio dell’allenatore Sawant, continuava a tenere gli occhi fissi sul prato.
– Dopo trentanove anni di dedizione al cricket bombaita, mi fanno raccattare le cose dal prato come fossi un servo, Pramod. Dopo trentanove anni.
– Non c’è bisogno che pulisca lei, Tommy Sir. Lo sa. Lo farà domattina l’inserviente. Vede, io so che Manju, il fratello minore, è un vero campione, perché se non è un campione vero, allora cos’è? Un campione fasullo. E quel ragazzo non è fasullo, glielo assicuro.
Dopo aver completato un primo giro di tutto il campo, Tommy Sir aveva ora cominciato un secondo circuito all’interno del primo.
– Pramod, l’idea che una cosa debba essere… – si chinò, esaminò una pietra e la lasciò cadere – o vera o falsa è un modo di ragionare molto occidentale.
Si spiegò.
– Lo sai cosa dicono i giaini, Pramod? Che esistono sette tipi di verità. Sette. Uno, il ragazzo in questione potrebbe essere un vero campione. Due, potrebbe essere un falso campione. Tre, potrebbe essere allo stesso tempo vero e falso. Quattro, potrebbe esistere in un qualche stato che trascende sia la verità sia la falsità in un modo che noi umani non possiamo comprendere. Cinque, potrebbe essere vero e tuttavia esistere in uno stato che va oltre le nostre scarse facoltà di comprensione umane. Sei…
– Tommy Sir, la prego. Io lo so cos’ho sentito nel cuore mentre il ragazzo era in battuta. Lo so.
– Mio caro Pramod. Lo sport nazionale indiano è l’hockey, gli scacchi sono piú consoni alla nostra costituzione fisica, e il futuro è nel calcio.
Si imbatterono in due vecchi paletti. Tommy Sir ne raccolse uno e Sawant fece finta di raccogliere l’altro.
– Sono cinquant’anni che il futuro è nel calcio, Tommy Sir. Niente rimpiazzerà il cricket.
I due uomini percorsero in silenzio quel che restava del giro, poi Tommy Sir, tenendo il paletto contro il torace, cominciò un terzo circuito del campo.
E alla fine riprese a parlare.
– Pramod, il grande George Bernard Shaw ha detto: sono decenni che in America non si parla l’inglese. Io invece dico: sono decenni che noi indiani non giochiamo a cricket. Almeno dal 1978. Ora vattene a casa. Sono molto stanco, questo fine settimana voglio fare una camminata dalle parti di Mahabaleshwar. Sogno le montagne, Pramod.
Sawant, ormai senza fiato, vide un’unica cosa ancora da raccogliere: un guanto bianco al centro esatto del campo. Stringendo i pugni corse fino al guanto piú in fretta di Tommy Sir e lo raccattò per primo.
– Un misto fra Sandeep Patil e Ricky Ponting. Oggi avrebbe dovuto vederlo.
– Sei sordo? – I muscoli sulla fronte di Tommy Sir si tesero. – Nel 1978 Sunny Gavaskar perse la capacità di lasciar passare le palle larghe, e da allora giochiamo a baseball e lo chiamiamo cricket. Vattene a casa.
Strappò il guanto dalle mani di Sawant.
Quindi andò verso un angolo del campo e lasciò cadere la roba che aveva in mano: la mattina, l’inserviente avrebbe portato tutto nel magazzino.
Mentre Sawant lo guardava, Tommy Sir salí su un risciò a motore, che subito cominciò a muoversi. Poi, come in un film muto, il veicolo si fermò e da dentro sbucò il palmo di una mano che fece a Sawant segno di avvicinarsi.
Con adesso tutt’e due gli uomini a bordo, il risciò uscí dal Bandra-Kurla Complex e imboccò la strada principale, poi svoltò per Kalanagar e si fermò davanti a un grande condominio chiazzato di muffa.
Lasciando che a pagare la corsa fosse Sawant, Tommy Sir scese dal risciò e alzò gli occhi verso il quarto piano per vedere se la figlia Lata aveva lasciato accese le luci della cucina nonostante da ventidue anni le spiegasse che andava contro ogni principio di economia domestica, una materia stupenda che una volta veniva insegnata a tutte le ragazze in ogni college del paese.
Tommy Sir indicò il cielo sopra il condominio: la luna piena era come sospesa su un serbatoio dell’acqua.
– Pramod, in notti come queste i giovani di Bandra perdono la testa. Sul lungomare del Bandstand i ragazzi e le ragazze vanno a sedersi sugli scogli e cominciano a baciarsi. E si dimenticano che lí c’è l’oceano. Pian piano la marea si alza. Sempre di piú –. L’anziano uomo si portò le dita all’altezza della clavicola. – Poi tutt’a un tratto smettono di baciarsi perché si accorgono di essere finiti in mezzo all’oceano, e allora cominciano a strillare come matti.
Fece una pausa.
– Pramod… com’è che si chiama quel ragazzo? Manju?
– Lo sapevo che sarebbe stato d’accordo, Tommy Sir. Lei crede nel futuro di questo paese. Lo dirò al visionario. Intendo l’altro visionario.
– Pramod Sawant: adesso ascoltami. Primo, è probabile che questo tuo visionario sia solo un truffatore. Secondo, Radha Kumar mi piace, ma suo padre no. Il Raja del Chutney è pazzo. L’ho già incontrato sei mesi fa, te lo ricordi? Adesso dovrei averci a che fare un’altra volta?
– Questo è l’unico lato negativo, concordo. Il padre è pazzo.
Tommy Sir attribuí alla luna piena sopra il serbatoio la colpa di quel che stava per dire.
– Quanto ci somiglia, a Sandeep Patil?
Da quasi quarant’anni ormai, un uomo alto, brizzolato e con gli occhi piccoli girava per maidan, cortili scolastici, stadi, circoli riservati ai soci e qualunque altro posto dove si riunissero ragazzi in tenuta bianca da cricket. Durante l’intera stagione, alla Bombay Gymkhana o allo Shivaji Park o all’Oval Maidan, Tommy Sir era lí a guardare (mani sui fianchi, fronte aggrottata) e a urlare: «Bel colpo!» «Bel lancio!» «Sei una schiappa!» Quand’era arrabbiato, gli fremeva la mascella. Un ragazzo fa cento run sotto il sole cocente, torna al tendone della scuola aspettandosi un bravo! dal grande Tommy Sir, e invece si becca uno scappellotto sulla nuca: «Perché non duecento?» Aveva spezzato il cuore a molti giovani giocatori con quelle sue frasi: «Per questo sport non sei abbastanza forte, ragazzo. Prova con l’hockey». Fuori dai denti. Tommy Sir era schiavo della verità come altri lo sono dell’alcol. Una volta o due per stagione, dopo un innings lungo e produttivo, prendeva un battitore e lo portava al chiosco del succo di canna da zucchero; in quelle occasioni i ragazzi restavano a guardare a bocca aperta: Mogambo Khush Hua. Tommy Sir è contento.
Ovviamente quello non era il suo vero nome. Dato che Narayanrao Sadashivrao Kulkarni era troppo lungo, gli amici lo chiamavano Tommy; e dato che Tommy era troppo corto, i suoi pupilli lo chiamavano Tommy Sir. Come un labrador nominato cavaliere da Sua Maestà la Regina d’Inghilterra. Grottesco.
Odiava quel n...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Selection Day
  4. Nota dell’autore
  5. Anch’io ho un segreto
  6. Parte prima
  7. Parte seconda
  8. Ringraziamenti
  9. Il libro
  10. L’autore
  11. Dello stesso autore
  12. Copyright

Domande frequenti

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