
eBook - ePub
Principianti
- 312 pagine
- Italian
- ePUB (disponibile su mobile)
- Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub
Informazioni su questo libro
Principianti è la versione originale della seconda raccolta di Raymond Carver, Di cosa parliamo quando parliamo d'amore, pubblicata nel 1981. In quell'occasione l'editor Gordon Lish aveva tagliato piú del cinquanta per cento del testo, cambiando molti titoli e finali. Oggi possiamo leggere finalmente i racconti nella loro ricchezza e complessità originarie, per scoprire le ragioni che hanno reso Carver uno dei maggiori scrittori americani del Novecento. Con una scelta di lettere di Raymond Carver a Gordon Lish e una nota di Riccardo Duranti.
Tools to learn more effectively

Saving Books

Keyword Search

Annotating Text

Listen to it instead
Informazioni
Print ISBN
9788806223748eBook ISBN
9788858426142Una cosa piccola ma buona
Sabato pomeriggio montò in macchina e andò alla piccola pasticceria del centro commerciale. Dopo aver sfogliato un raccoglitore con le foto delle torte incollate sulle pagine, ne ordinò una al cioccolato, la preferita di suo figlio. La torta che aveva scelto era decorata con un’astronave sulla rampa di lancio sotto una pioggia di stelle bianche da una parte, e un pianeta di glassa rossa dall’altra. SCOTTY, il nome del bambino, sarebbe stato scritto in rilievo verde sotto al pianeta. Il pasticcere, un uomo anziano con un collo massiccio, rimase ad ascoltarla in silenzio mentre lei gli spiegava che Scotty avrebbe compiuto otto anni quel lunedí. Indossava un grembiule bianco che sembrava un camice, il pasticcere. Due lacci gli passavano sotto le ascelle, si incrociavano sulla schiena e poi tornavano sul davanti dove erano annodati sotto la pancia. Mentre la stava ad ascoltare, si asciugava le mani sul grembiule. Teneva lo sguardo basso sulle foto e la lasciava parlare, dandole tutto il tempo che voleva. Era appena arrivato al lavoro e sarebbe stato lí l’intera notte a infornare, perciò non aveva fretta.
La signora decise per la torta-astronave e gli diede il proprio nome, Ann Weiss, e il numero di telefono. La torta sarebbe stata pronta lunedí mattina, appena sfornata, con largo anticipo sulla festa di compleanno di Scotty, prevista per il pomeriggio. Il pasticcere non era un tipo gioviale. Non si scambiarono complimenti, solo il minimo indispensabile di parole, le informazioni essenziali. Lui la faceva sentire un po’ a disagio e la cosa le diede fastidio. Mentre era chino sul bancone con la matita in mano, lei ne studiò i lineamenti grossolani e si chiese se avesse mai combinato qualche altra cosa in vita sua oltre a fare il pasticcere. Ann era una mamma di trentatre anni e le sembrava che tutti, specialmente uno dell’età del pasticcere – abbastanza anziano da poter essere suo padre –, dovessero aver avuto figli che avevano attraversato questa fase di feste di compleanno e torte speciali. Dovevano avere almeno questo in comune, pensava. Ma lui era brusco con lei, non sgarbato, però brusco sí. Lei rinunciò a sforzarsi di essere amichevole con lui. Lanciò un’occhiata sul retro della pasticceria e vide un lungo tavolo di legno massiccio con una pila di teglie d’alluminio per crostate a un’estremità e, accanto, una struttura di metallo piena di griglie vuote. C’era un forno enorme. Una radio trasmetteva musica country.
Il pasticcere finí di riempire il modulo d’ordinazione e richiuse il raccoglitore. La guardò e disse: – Lunedí mattina –. Lei lo ringraziò e tornò a casa.
Il lunedí mattina Scotty stava andando a scuola a piedi insieme a un suo compagno. Si passavano una busta di patatine e Scotty stava cercando di scoprire che regalo gli avrebbe portato quel pomeriggio il suo amichetto. A un incrocio, scese dal marciapiedi senza guardare e fu immediatamente investito e gettato a terra da una macchina. Cadde su un fianco, con la testa nella cunetta e le gambe sulla strada. Teneva gli occhi chiusi, ma muoveva le gambe avanti e indietro come se stesse cercando di arrampicarsi da qualche parte. Il suo compagno lasciò cadere la busta di patatine e si mise a piangere. La macchina aveva proceduto per una trentina di metri e si era fermata in mezzo alla strada. L’autista si voltò indietro. Attese finché il bambino non si rialzò, anche se con qualche difficoltà. Barcollava un po’. Pareva leggermente stordito, ma stava bene. L’autista innestò la marcia e ripartí.
Scotty non pianse, ma neanche gli andava piú di parlare. Non rispose alle domande dell’amichetto che voleva sapere che effetto faceva essere investiti da una macchina. S’incamminò deciso verso casa, dove l’amichetto lo salutò e corse a casa sua. Ma dopo che Scotty fu rientrato ed ebbe raccontato la cosa alla madre che, seduta accanto a lui sul divano, gli teneva le mani, gli diceva «Scotty, tesoro, sei sicuro di sentirti bene, cucciolo?» e pensava già di chiamare comunque il dottore, improvvisamente lui si stese sul divano, chiuse gli occhi e si afflosciò. Appena si accorse di non riuscire a svegliarlo, la madre si precipitò al telefono e chiamò il marito al lavoro. Howard le raccomandò di restare calma, di restare calma prima di tutto, poi chiamò un’ambulanza per Scotty e partí lui stesso alla volta dell’ospedale.
Naturalmente, la festa di compleanno fu annullata. Il bambino era in ospedale in stato di shock e con una leggera commozione cerebrale. C’erano stati episodi di vomito e un accumulo di liquidi nei polmoni che i medici dovettero drenare quel pomeriggio. Ora sembrava semplicemente immerso in un sonno molto profondo – ma non era in coma, aveva sottolineato il dottor Francis, non era in coma, quando aveva visto l’ansia nello sguardo dei genitori. Alle undici di lunedí sera, quando il bambino sembrava riposare abbastanza tranquillo dopo le tante lastre e analisi cui era stato sottoposto ed era ormai solo questione di aspettare che si svegliasse e riacquistasse i sensi, Howard lasciò l’ospedale. Lui e Ann erano rimasti al capezzale di Scotty per tutto il pomeriggio e ora lui faceva un salto a casa per farsi un bagno e cambiarsi. – Torno tra un’ora, – disse. La moglie annuí. – Va bene, – disse. – Io non mi muovo di qua –. Lui le diede un bacio in fronte e si sfiorarono le mani. Lei era seduta su una sedia accanto al letto e guardava Scotty. Aspettava che si svegliasse e stesse bene. Allora, magari, poteva cominciare a rilassarsi.
Howard prese la macchina e andò a casa. Percorse le strade buie e bagnate a una velocità maggiore del dovuto, poi si riprese e rallentò. Fino a quel momento la sua vita era trascorsa liscia e piena di soddisfazioni – l’università, il matrimonio, un altro anno di studi per specializzarsi in economia, un buon impiego in una società d’investimenti. La paternità. Era felice e, fino a questo momento, si poteva ritenere fortunato – se ne rendeva conto. I genitori erano ancora vivi, i fratelli e le sorelle si erano sistemati, i suoi colleghi d’università avevano trovato tutti il loro posto nel mondo. Fino a quel momento era riuscito a non subire alcun danno serio da quelle forze che sapeva esistenti e in grado di menomare o rovinare un uomo, appena la fortuna fosse girata e le cose avessero preso d’un tratto un’altra piega. Entrò nel vialetto di casa e parcheggiò. La gamba sinistra aveva cominciato a tremargli. Rimase un attimo seduto in macchina, cercando di affrontare in maniera razionale la situazione che si era creata. Scotty era stato investito da una macchina ed era in ospedale, ma sarebbe andato tutto bene. Chiuse gli occhi e si passò una mano sulla faccia. Dopo un attimo scese dall’auto e si avviò verso la porta di casa. All’interno, Slug, il cane, abbaiava. Il telefono non smetteva di squillare mentre apriva la porta e cercava a tentoni l’interruttore della luce. Non avrebbe dovuto lasciare l’ospedale, non avrebbe dovuto, si rimproverò. Alzò la cornetta e disse: – Sono entrato in casa in questo momento! Pronto!
– C’è una torta che non è stata ritirata, – disse una voce maschile all’altro capo del filo.
– Come dice, scusi? – chiese Howard.
– Una torta, – disse la voce. – Una torta da sedici dollari.
Howard tenne la cornetta premuta contro l’orecchio, cercando di capire. – Non ne so niente, – disse. – Gesú, ma di che parla?
– Non mi venga fuori con questa scusa, – disse la voce.
Howard riattaccò. Andò in cucina e si versò del whiskey. Poi chiamò l’ospedale, ma Scotty era in condizioni stazionarie; dormiva ancora e non era cambiato niente. Mentre l’acqua riempiva la vasca, l’uomo s’insaponò il viso e si fece la barba. Era appena entrato nella vasca e aveva chiuso gli occhi, quando il telefono ricominciò a squillare. Si tirò su, afferrò un asciugamano e attraversò di corsa la casa, dicendosi «Che stupido! Che stupido!» per essersene andato dall’ospedale. Ma quando alzò la cornetta e gridò «Pronto!», dall’altro capo della linea ci fu silenzio. Poi riattaccarono.
Arrivò di nuovo in ospedale poco dopo mezzanotte. Ann era sempre seduta sulla sedia accanto al letto. Alzò lo sguardo verso Howard e poi si voltò di nuovo verso Scotty. Il bambino aveva ancora gli occhi chiusi e la testa tutta fasciata. Il suo respiro era regolare e silenzioso. Da un apparecchio sopra il letto pendeva un flacone di glucosata con un tubicino che lo collegava al braccio destro del bambino.
– Come sta? – chiese Howard. – Cos’è questa roba? – disse indicando il flacone e il tubicino.
– L’ha ordinato il dottor Francis, – rispose lei. – Ha bisogno di nutrirsi. Il dottor Francis dice che ha bisogno di mantenersi in forze. Perché non si sveglia, Howard? – disse. – Non capisco, se sta bene…
Il marito le mise una mano sulla nuca e le passò le dita tra i capelli. – Si riprenderà, tesoro. Vedrai che tra poco si sveglia. Il dottor Francis sa quello che fa.
Dopo qualche secondo, aggiunse: – Forse dovresti andare a casa a riposarti per un po’. Resto qui io. Solo non dar retta a quell’idiota che continua a chiamare. Riattacca subito.
– Chi è che chiama? – chiese lei.
– Non so chi è, solo uno che non ha niente di meglio da fare che telefonare alla gente. Adesso va’.
Lei scosse la testa. – No, – disse, – sto bene.
– Sul serio, – disse lui. – Va’ a casa per un po’, se vuoi, e poi torna domattina a darmi il cambio. Andrà tutto bene. Cosa ha detto il dottor Francis? Ha detto che Scotty guarirà. Non dobbiamo preoccuparci. Sta solo dormendo, tutto lí.
Un’infermiera aprí la porta. Li salutò con un cenno del capo e si avvicinò al letto. Tirò fuori il braccio sinistro del bambino da sotto le coperte, gli mise le dita attorno al polso e prese il battito controllandolo sull’orologio. Dopo un po’ rinfilò il braccio sotto le coperte e andò ai piedi del letto, dove scrisse qualcosa su una cartella attaccata alla sponda.
– Come sta? – chiese Ann. La mano di Howard le pesava sulla spalla. Sentiva la pressione delle dita.
– È stazionario, – rispose l’infermiera. Poi disse: – Il dottore sarà qui tra poco. È tornato in ospedale. Adesso sta facendo un giro di visite.
– Le stavo giusto dicendo che forse dovrebbe andare a casa a riposarsi un po’, – disse Howard. – Magari dopo la visita del dottore, – aggiunse.
– Certo che può farlo, – disse l’infermiera. – Anzi, secondo me, vi dovreste sentire liberi di farlo entrambi, se volete –. L’infermiera era una robusta scandinava bionda, con un seno enorme che le riempiva il davanti dell’uniforme. Conservava un lieve accento straniero nel modo di parlare.
– Adesso sentiamo che cosa ci dice il dottore, – disse Ann. – Voglio parlargli. Secondo me non dovrebbe continuare a dormire cosí. Non credo sia un buon segno –. Si portò una mano agli occhi e abbassò un tantino la testa. La presa di Howard le si strinse sulla spalla, poi la sua mano si spostò verso il collo dove prese a massaggiarle i muscoli con le dita.
– Il dottor Francis sarà qui a momenti, – disse l’infermiera. Poi uscí dalla stanza.
Howard fissò per un po’ suo figlio, il minuscolo petto che si alzava e si abbassava pian piano sotto le coperte. Per la prima volta dopo i tremendi momenti immediatamente dopo la telefonata di Ann in ufficio, sentí la paura impadronirsi del suo corpo. Cominciò a scuotere la testa, nel tentativo di scacciarla. Scotty stava bene, solo che invece di dormire a casa, nel suo letto, se ne stava lí in ospedale, con la testa fasciata e un tubicino nel braccio. Ma era quello l’aiuto di cui aveva bisogno, per il momento.
Il dottor Francis entrò nella stanza e strinse la mano a Howard, anche se si erano visti poche ore prima. Ann si alzò dalla sedia. – Allora, dottore?
– Ann, – disse lui, salutandola con un cenno del capo. – Vediamo prima di tutto come sta, – disse. Si spostò a fianco del letto e misurò il polso del bambino. Gli rovesciò prima una palpebra e poi l’altra. Howard e Ann gli si misero accanto e lo guardavano. Ann emise un gemito quando la palpebra di Scotty rivelò uno spazio bianco e senza pupilla. Poi il medico tirò giú le coperte e auscultò il cuore e i polmoni del bambino con lo stetoscopio. Gli premette le dita in diversi punti dell’addome. Alla fine andò ai piedi del letto e consultò la cartella. Controllò l’orologio e scribacchiò qualcosa sulla cartella; poi guardò Ann e Howard che erano in attesa.
– Dottore, come sta? – chiese Howard. – Che cos’ha, esattamente?
– Perché non si sveglia? – chiese Ann.
Il dottore era un bell’uomo, dalle spalle larghe e la faccia abbronzata. Indossava un completo col panciotto, una cravatta a strisce e i gemelli ai polsini. I capelli grigi erano ben pettinati e a giudicare dall’aspetto poteva benissimo essere appena uscito da un concerto. – Sta bene, – disse il dottore. – Non che ci sia da esaltarsi, potrebbe stare meglio direi. Però sta bene. Tuttavia, preferirei che si svegliasse. Si dovrebbe svegliare abbastanza presto –. Il medico guardò di nuovo il bambino. – Ne sapremo di piú fra un paio d’ore, quando avremo i risultati delle altre analisi. Però sta bene, credetemi, a parte per quella frattura sottile come un capello che ha nel cranio. Quella c’è di sicuro.
– Oh, no! – esclamò Ann.
– E un po’ di commozione cerebrale, come vi ho già detto. Naturalmente, come sapete, è in stato di shock, – disse il dottore. – È un quadro piuttosto comune, nei casi di shock.
– Comunque, non è veramente in pericolo? – disse Howard. – Prima ha detto che non è in coma. Allora lei questo non lo definirebbe coma, vero, dottore? – Howard rimase in attesa, guardando il medico.
– No, non voglio definirlo coma, – disse il dottore, lanciando di nuovo un’occhiata al bambino. – È solo immerso in un sonno molto profondo. È un sonno ristoratore, una misura che il corpo prende autonomamente. È fuori pericolo, questo lo direi con sicurezza, sí. Ma ne sapremo di piú quando si sveglierà e quando arriveranno i risultati delle altre analisi. Non vi preoccupate, – disse il medico.
– È coma, – disse la madre. – In un certo senso.
– Non è coma, ancora, non esattamente, – replicò il medico. – Non vorrei definirlo cosí. Non ancora, perlomeno. Ha subíto uno shock. Nei casi di shock questo tipo di reazione è abbastanza comune; è una misura provvisoria in risposta al trauma. Il coma… be’, il coma è uno stato d’incoscienza profondo e prolungato che può durare giorni o addirittura settimane. Scotty non è in quello stato, perlomeno a quanto ci risulta. Sono praticamente sicuro che le sue condizioni miglioreranno domattina. Diciamo che sono pronto a scommetterci, ecco. Ne sapremo di piú quando si sveglia, il che dovrebbe accadere fra non molto. Naturalmente, voi potete fare come volete, rimanere qui o andare a casa per un po’, ma per carità, sentitevi liberi di andarvene per un po’, se vi va. Mi rendo conto che non è una situazione facile per voi –. Il medico rivolse di nuovo lo sguardo al bambino e lo osservò, poi si voltò verso Ann e disse: – Cerchi di non preoccuparsi, mammina. Mi creda, stiamo facendo tutto il possibile. Ormai è solo questione di aspettare un po’ –. Le fece un altro cenno con il capo, strinse di nuovo la mano a Howard e uscí dalla stanza.
Ann poggiò la mano sulla fronte del figlio e ce la tenne per un po’. – Almeno non ha la febbre, – d...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Pescare, bere, litigare e ballare di Paolo Giordano
- Prefazione dei curatori
- Principianti
- Perché non ballate?
- Mirino
- Che fine hanno fatto tutti?
- Gazebo
- La vuoi vedere una cosa?
- L’avventura
- Una cosa piccola ma buona
- Di’ alle donne che usciamo
- Se cosí ti piace
- Con tanta di quell’acqua a due passi da casa
- Dummy
- La torta
- La calma
- Mio
- Distanza
- Principianti
- Un’altra cosa
- Note ai testi
- Lettere a Gordon Lish
- Il libro
- L’autore
- Dello stesso autore
- Copyright