Nel primo pomeriggio suona il telefono e una voce di donna annuncia l’avvento del futuro. Si tratta dell’ispettore capo Clare Allison, attualmente assegnata al caso. Il tono è amichevole, nessun riferimento a imputazioni di sorta. Il che potrebbe essere un brutto segno.
Siamo di nuovo in cucina; al telefono, Claude. Nell’altra mano regge il primo caffè della giornata. Trudy gli sta addosso, perciò sentiamo entrambi i lati della conversazione. Il caso? Il termine racchiude una minaccia. Ispettore capo? Anche questo non va a nostro vantaggio.
Misuro l’ansia di mio zio dallo zelo dei suoi modi concilianti: – Oh, sí. Ma certo. Ci mancherebbe. La prego.
L’ispettore capo Allison ha intenzione di venire a trovarci. La prassi vorrebbe che fossero loro due a recarsi in commissariato per fare una chiacchierata. O rilasciare una deposizione, se necessario. Tuttavia, data la gravidanza avanzata di Trudy e il lutto in famiglia, sarà l’ispettore capo accompagnata da un sergente a passare nel giro di un’ora. Ha piacere di dare un’occhiata ai luoghi in cui il defunto ha avuto gli ultimi contatti.
Questa affermazione, innocua e ragionevole alle mie orecchie, scatena in Claude un delirio di frenetica ospitalità: – La prego, senz’altro. Splendido. Come no? Spero che non si formalizzi. Ottima idea. Sí…
Lei ha riattaccato. Claude si gira verso di noi, probabilmente terreo, e, con voce carica di frustrazione, esclama: – Ah.
Trudy non resiste alla tentazione di fargli il verso: – Tutto… a posto, giusto?
– Che c’entra il caso? Non si sta parlando di un delitto –. Si rivolge a un pubblico immaginario, un consiglio di anziani. Una giuria.
– Non mi piace, – mormora mia madre, piú che altro a se stessa. O forse a me, vorrei poter credere. – Non mi piace, non mi piace affatto.
– Deve essere per il medico legale –. Claude si allontana da noi, amareggiato, circumnaviga la cucina, torna indietro, offeso. Il suo sdegno adesso è indirizzato a Trudy. – Non è materia per la polizia questa.
– Ah, davvero? – fa lei. – Allora sarà meglio che chiami l’ispettore e le tiri le orecchie.
– È stata quella, la poetessa. Lo sapevo che non ci si poteva fidare.
Capiamo che, per qualche motivo, la responsabilità di Elodie ricade su mia madre, perciò questa è un’accusa.
– Piaceva anche a te.
– Dicevi che ci sarebbe stata utile.
– Piaceva anche a te.
Ma la sua insistenza impassibile non lo smonta.
– Sfido io. E, comunque, cosa importa?
– A me importa.
Ancora una volta mi chiedo che cosa ci guadagno io da una loro rottura. Potrebbe rovinarli. In tal caso, a me resterà Trudy. Le ho sentito dire che in carcere le madri che allattano al seno sono trattate meglio. In compenso, perderò la libertà, il sogno di ogni essere umano, il mio diritto di nascita. Insieme invece, se fanno squadra, potrebbero cavarsela. E poi darmi via. Niente madre, ma libero. Cosa scelgo, allora? Ci ho già riflettuto altre volte, sempre per ritrovarmi nello stesso sacrosanto punto, dinanzi all’unica decisione di principio. Intendo accettare lo sbaraglio del conforto materiale e tentare la sorte nel vasto mondo. Sono recluso da troppo tempo. Voto per la libertà. Gli assassini devono farla franca. Questo perciò, prima che la deposizione di Elodie porti troppo lontano, è un buon momento per rifilare a mia madre un altro calcio, e distrarla dal litigio ricordandole l’interessante realtà del mio esistere. Non una, non due volte, ma l’impareggiabile numero magico delle storie migliori. Tre volte, tante quante Pietro rinnegò Gesú.
– Oh, oh, oh! – esclama quasi cantando. Claude le offre una sedia e le porta un bicchier d’acqua.
– Stai sudando.
– Beh, ho caldo.
Claude fa un tentativo con le finestre. Mai aperte da anni. Guarda se in frigo c’è del ghiaccio. Le vaschette sono vuote a seguito delle tre tornate di gin tonic. A quel punto si siede davanti a lei e le propina una refrigerante solidarietà.
– Andrà tutto bene.
– No, invece.
Il silenzio di lui le dà ragione. Per un istante ho considerato un quarto colpo, ma nell’attuale stato d’animo di Trudy sarebbe rischioso. Potrebbe andare all’attacco e sollecitare una reazione inconsulta.
Dopo una pausa, Claude dice suadente: – Sarà meglio che ce la ripassiamo ancora una volta.
– E chiamare un avvocato?
– Un po’ tardi, ormai.
– Dire che non abbiamo piú intenzione di parlare, senza avvocato.
– Non farebbe una gran bella impressione, visto che vengono solo per una chiacchierata.
– Non mi piace proprio.
– Ripassiamola ancora una volta, l’ultima, dài.
Invece non lo fanno. Imbambolati, contemplano l’arrivo imminente dell’ispettore capo Allison. Ormai entro un’ora potrebbe voler dire a minuti. Essendo al corrente di ogni cosa, o quasi, sono coinvolto nel delitto, e seppure ovviamente al riparo da possibili interrogatori ho paura. Sono anche curioso, d’altronde, e impaziente di verificare il talento dell’ispettore. Una mente perspicace potrebbe sbucciare questi due come cipolle nel giro di qualche minuto. Claude tradito dalla stupidità, Trudy dai nervi.
Cerco di localizzare le tazze del caffè che risalgono alla visita mattutina di mio padre. Ho idea che siano state trasferite nel lavandino di cucina e lasciate lí, sporche com’erano. Il Dna su una delle tazze proverà che mia madre e mio zio dicono la verità. Gli avanzi danesi non devono essere lontani.
– Presto, – dice alla fine Claude. – Ripetiamo. Dove è cominciata la lite?
– In cucina.
– No. Sulla porta. A cosa era dovuta?
– Soldi.
– No, al fatto che ti voleva sbattere fuori di casa. Da quanto era depresso?
– Anni.
– Mesi. Quanto gli ho prestato?
– Mille.
– Cinquemila. Cristo. Trudy.
– Sono incinta. La gravidanza deconcentra.
– Ma l’hai detto tu, solo ieri. Le cose come sono andate, piú la depressione, meno i frullati, piú la lite.
– Piú i guanti. Meno la storia che tornava a trasferirsi qui.
– Gesú, è vero. Da capo. Come mai era depresso?
– Noi. I debiti. Il lavoro. Il bambino.
– Perfetto.
Ripassano tutto una seconda volta. Al terzo giro, suona meglio. È ripugnante questa mia complicità che mi porta ad augurarmi che la facciano franca.
– Allora, dillo di nuovo.
– Come è andata. Meno i frullati, piú la lite e i guanti, meno la depressione, piú la storia che tornava qui.
– No, cazzo, Trudy. Com’è stato. Piú la depressione, meno i frullati, piú la lite, piú i guanti, meno la storia che tornava qui.
Suona il campanello e tutti e due si bloccano.
– Di’ che non siamo pronti.
Tipico senso dell’umorismo di mia madre. O forse il suo modo di manifestare il terrore.
Mormorando prevedibili oscenità, Claude si dirige al videocitofono, ma cambia idea, prende le scale e raggiunge la porta.
Trudy e io ci facciamo un giretto nervoso in cucina. Farfuglia anche lei, mentre lavora a perfezionare la sua storia. Ogni successivo sforzo di memoria la allontana provvidenzialmente dai fatti reali. A questo punto è alle prese con la memorizzazione dei suoi stessi ricordi. Gli errori di trascrizione giocheranno a suo favore. Costituiranno dapprima un’opportuna intercapedine, per poi trasformarsi gradualmente in verità. Potrebbe anche dirsi che non è stata lei ad acquistare il glicole, non è stata in Judd Street, non ha miscelato le bevande, non ha messo alcunché in macchina, né eliminato il frullatore. Lei ha giusto pulito la cucina, un’attività non illegale. Se si convince, si sentirà alleggerita della falsità consapevole e potrebbe cavarsela. Come ogni swing magistrale nel golf, la menzogna efficace non deve essere deliberata. L’ho sentito dire dai telecronisti sportivi.
Presto ascolto e distinguo i passi giú per le scale. L’ispettore capo Allison è di ossa leggere, quasi un uccellino, nonostante il peso degli anni. C’è uno scambio di strette di mano. Dal tono legnoso del «Molto lieto» riconosco il sergente non giovane che è già stato qui ieri. Cosa avrà ostacolato la sua carriera? Un problema di classe sociale, istruzione, quoziente di intelligenza, uno scandalo? Quest’ultimo, spero, cosí da scaricare su di lui la responsabilità, senza bisogno di compatirlo.
Agile, l’ispettore capo si siede al tavolo di cucina e ci invita a fare lo stesso, come se la casa fosse sua. Immagino che mia madre stia pensando quanto sarebbe piú facile ingannare un uomo. La Allison spalanca una cartellina e, parlando, schiaccia con insistenza il tasto a molla della penna a scatto. La prima cosa da dire, esordisce accompagnando le parole con una pausa di intenso impatto, mentre di certo sta scrutando a fondo gli occhi di Trudy e di Claude, è quanto le rincresce della scomparsa di un caro marito, fratello e amico. Caro padre, niente. Devo ricacciare indietro il solito doloroso senso di esclusione. La voce però è calda, forte a dispetto della struttura minuta, pacata nonostante il farde...