La vita felice
  1. 144 pagine
  2. Italian
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Informazioni su questo libro

Da sempre gli esseri umani aspirano alla felicità, ma molti non sanno dove risieda. Spesso si lasciano sedurre dai piaceri dei sensi, che ingannano con le loro carezze, e trascurano la salute dell'animo. Ma la vera felicità non si trova nei beni apparenti. Non ai piaceri del corpo, «delle cucine e dei bordelli», bisogna abbandonarsi e neppure a quelli della ricchezza, perché labili, deperibili e dannosi per la mente. Ma allora dove cercare? E che mezzi ha la fi losofi a per aiutarci?
A partire da queste domande Seneca, con tono acceso e partecipato, pagina dopo pagina, ci svela il segreto per vivere felici. Perché la felicità, per quanto sembri irraggiungibile, è alla portata di tutti.

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2017
Print ISBN
9788806234126
eBook ISBN
9788858425251

La vita felice

1.

A Gallione
1. Gallione, fratello mio1, tutti gli uomini vogliono essere felici, ma nessuno riesce a vedere bene cosa occorra per rendere la vita felice2. È un traguardo cosí difficile da conseguire che, se si è presa la strada sbagliata, quanto piú ci si affretta, tanto piú ci se ne allontana. Perché quando la via conduce in senso contrario, la velocità stessa accresce la distanza. Bisogna allora chiarire anzitutto qual è la nostra mèta; quindi studiare bene come raggiungerla al piú presto, per capire durante il percorso, se sarà quello giusto, quanto si progredisce ogni giorno e ci si avvicina all’oggetto del nostro desiderio.
2. Finché vaghiamo a caso, non seguendo una guida, ma il clamore e le voci discordi che ci chiamano in direzioni diverse, la nostra vita sarà errabonda e breve3, anche se ci sforzeremo notte e giorno di tendere alla rettitudine. Decidiamo dunque dove andare e come andarci, con l’aiuto di persona esperta che abbia già fatto il percorso sul quale procediamo: le condizioni di questo viaggio non sono infatti le stesse degli altri nei quali il tracciato di una via e le notizie degli abitanti impediscono di sbagliare; qui, invece, sono proprio le strade piú battute e conosciute a trarci maggiormente in inganno4.
3. Dobbiamo quindi assolutamente evitare di seguire – come fanno le pecore5 – il gregge di coloro che ci precedono, dirigendoci dove tutti vanno anziché dove dovremmo andare. Non vi è nulla di peggio che ascoltare la gente, considerando giusto quanto è approvato dai piú, e prendere a modello il comportamento della massa, vivendo non secondo la ragione, ma per conformismo. È questo il motivo dell’affollarsi di tante persone che si schiacciano le une sulle altre.
4. Quel che avviene quando la gente si accalca e provoca stragi (infatti nessuno cade senza trascinare qualcun altro, e i primi sono la rovina di quelli che seguono), lo puoi vedere in tutti i casi della vita; nessuno sbaglia solo per sé, ma è anche causa e ragione dell’errore di altri. Perciò è dannoso appoggiarsi su chi ci precede. Ma siccome ognuno preferisce accettare l’opinione altrui anziché pensare con la sua testa, anche quando si tratta della propria vita ci si limita a credere anziché giudicare. Cosí l’errore – passato di mano in mano – ci fa pencolare e poi precipitare; ci roviniamo per imitare gli altri. Potremo guarire solo se sapremo tenerci separati dalla folla.
5. Ma il volgo si leva, contro la ragione, a difendere il suo male. E cosí succede come nei comizi, nei quali i primi a meravigliarsi dell’elezione dei pretori, quando il volubile favore popolare si è rivolto altrove, sono quelli stessi che li hanno eletti6. Secondo i casi, noi approviamo o condanniamo le stesse cose; e questo è il risultato di qualsiasi giudizio preso seguendo l’opinione generale.
1. Il fratello maggiore di Seneca, Marco Novato, detto Gallione dopo l’adozione da parte del senatore Giunio Gallione. Proconsole dell’Acaia nel 51-52, si vide portare in tribunale dai Giudei Paolo di Tarso, ma non volle immischiarsi delle loro beghe nominalistiche (cfr. Atti degli Apostoli, 18.12-17). Morí costretto al suicidio dopo la morte del fratello. Gli è dedicato anche il De ira.
2. Problema aspro e centrale, che l’antichità discute e trasmette ai cristiani (Agostino, De beata vita…).
3. Questo accenno diverrà un argomento decisivo nel De brevitate vitae.
4. Il capitolo è impostato sulla metafora via-vita, sulla scelta di un percorso che non è quello battuto dai piú (la massa irrazionale) ma dai pochi intelligenti; tracciato piú aspro e irto ma che sbocca nella virtú. Già Ercole si era trovato a questo bivio, e aveva scelto «i sudori» della Virtú anziché «le opportunità» del Vizio (Prodico, 84 B 1 Diels-Kranz): mito ampiamente sviluppato e spiegato da Senofonte, Memorabili, 1.1.21-34.
5. Cfr. De ira, 2.15.4, ove gli uomini selvaggi, come i leoni e i lupi, non sono capaci né di guidare né di essere guidati.
6. Cfr. Cicerone, Pro Murena 17.35: «Alle elezioni per la pretura il primo nome proclamato fu quello di Servio. Ma voi continuate a trattare il popolo come se esistesse un contratto, sí che sia debitore delle cariche successive a chi per una volta attribuí un seggio? Quale stretto di mare agitato, quale Euripo pensate che subisca tanti movimenti, tante e tanto varie agitazioni e sconvolgimenti di flutti, quanti sono i rovesciamenti e le maree nei criteri dei comizi? Un giorno in mezzo, l’intervallo di una notte spesso sconvolgono tutto quanto, e un venticello, una voce mutano non di rado i pareri. Spesso anche senza un motivo evidente avviene l’imprevisto, tanto che a volte il popolo stesso si stupisce dell’accaduto come se non ne sia stato lui l’autore». Vedi anche Hercules furens, 169-71; Orazio, Carmina, 2.1.7; Epistulae, 1.19.37.

2.

1. Quando si discuterà della felicità della vita, non potrai rispondermi come nelle votazioni: «Sembra sia questo il parere della maggioranza»; perché questo è proprio il parere peggiore. Le vicende umane non vanno per il verso giusto: il meglio dovrebbe essere preferito dai piú, mentre invece la folla è la prova della scelta peggiore7.
2. Cerchiamo dunque ciò che è bene fare, non ciò che è fatto piú frequentemente, quello che ci può mettere in possesso della felicità eterna, non quello che è approvato dal volgo, pessimo giudice della verità. E considero tale sia chi veste la clamide sia chi porta la corona8; quando valuto un uomo, non bado al colore dei vestiti, né mi fido dei miei occhi; ho un criterio migliore e piú sicuro per distinguere il vero dal falso: è l’anima che deve scoprire il bene dell’anima. Essa, se riuscirà infine a riprendersi e ad avere coscienza di sé, interrogandosi, sarà costretta a confessare la verità, e dirà:
3. «Vorrei non aver mai fatto ciò che ho fatto finora; e quando ripenso a quello che ho detto, invidio i muti; e ritengo una maledizione dei miei nemici quanto ho desiderato, e come sarebbe stato preferibile, o dèi buoni, ciò che ho temuto a ciò che ho ricercato! Ho avuto molti nemici coi quali mi sono poi riconciliata (ammesso che possa esserci amicizia fra i malvagi)9: soltanto con me stessa non ho ancora fatto la pace. Tutto ho tentato per strapparmi dalla folla e farmi notare per qualche qualità; cosa ho ottenuto se non espormi alle critiche e darmi in pasto all’invidia?
4. Tu vedi costoro che lodano l’eloquenza, che rincorrono le ricchezze, che si inchinano davanti all’autorità, che esaltano il potere? Tutti questi o sono nemici o, il che è lo stesso, possono diventarlo: quanti sono gli ammiratori, tanti sono gli invidiosi. Perché non cerco piuttosto qualche bene vero, da sentire e non da ostentare? Queste cose appariscenti, che ci lasciano a bocca aperta, e che ci mostriamo l’un l’altro con ammirazione, splendono dal di fuori, ma di dentro sono miserevoli».
7. Cfr. De constantia sapientis, 9.1; Diogene Laerzio, Vite di filosofi, 6.124.
8. Veste ed emblema delle cerimonie solenni e dei trionfi.
9. Cfr. Diogene Laerzio, Vite di filosofi, 7.124: «Secondo gli stoici l’amicizia esiste solo fra virtuosi, per la loro somiglianza, […] mentre fra gli stolti l’amicizia non esiste e lo stolto non ha mai amici»; Epistulae, 81.12: Solus sapiens scit amare; solus sapiens amicus est; De beneficiis, 7.12.2: Ceteri non magis amici sunt quam socii; 2.21.2; M. Pohlenz, La Stoa, trad. it. La Nuova Italia, Firenze 1962, I, p. 283 e nota per le fonti.

3.

1. Cerchiamo un bene reale, non apparente, costante e di tanta maggiore bellezza quanto piú si penetra nella sua intima essenza: vediamo di portarlo alla luce. Non è lontano da noi; lo troveremo purché sappiamo dove stendere la mano; ora, come se fossimo nelle tenebre, passiamo oltre a ciò che ci sta vicino e addirittura urtiamo contro l’oggetto del nostro desiderio.
2. Ma per non farti fare inutili giri, tralascerò le opinioni altrui (sarebbe troppo lungo enunciarle e discuterle); ascolta la mia. Quando dico la mia, non mi associo ad alcuno dei grandi Stoici: ho anch’io il diritto di esprimermi. Cosí ora seguirò uno, ora inviterò un altro a condividere la mia opinione e poi, forse, richiesto da ultimo di esporre il mio pensiero, non rifiuterò nessuna delle teorie sostenute prima e dirò: «Ma in piú, io la penso cosí».
3. Frattanto, d’accordo con tutti gli Stoici, sappi che io seguo la natura10: è saggezza non allontanarsi da lei e conformarsi alla sua legge e al suo esempio. Vita felice è dunque quella che si accorda con la sua natura, raggiungibile soltanto se lo spirito è, in primo luogo, sano e in perpetuo possesso di questa salute; in secondo luogo se è forte, vigoroso e inoltre particolarmente paziente e resistente a tutte le prove, sollecito – ma senza trepidazione – delle cure del corpo, premuroso di procurarsi gli altri beni che allietano la vita, ma senza ammirarne alcuno, capace di fruire dei doni della fortuna, ma senza rendersene schiavo.
4. Capisci ora, anche se non lo aggiungo, che da tutto questo deriva una perenne tranquillità e libertà, essendo stati rimossi i motivi di irritazione e di paura; infatti, ai godimenti fragili e meschini – che sono nocivi col loro stesso profumo – subentra una grande gioia, solida e inalterabile, e poi la pace, l’armonia dell’anima, l’elevazione unita alla dolcezza, perché la cattiveria è effetto solo della debolezza.
10. Concetto già dell’accademia ripreso e sottolineato da Cleante e soprattutto da Crisippo, per cui il «vivere secondo natura» non riguardava solo e tanto la natura universale, ma anche la natura specificamente umana (ragionevole); insegnamento che diverrà caratteristico dello stoicismo successivo e immediatamente accolto dai Romani (Cicerone). Cfr. M. Pohlenz, La Stoa cit., I, pp. 225, 234, 238, 562 sg.; per Seneca, Epistulae, 5.4; 66.39, 41.

4.

1. Vi è anche un altro modo per definire questa nostra felicità; voglio dire che lo stesso concetto può essere espresso con parole diverse. Come un esercito può ora estendersi ampiamente ora restringersi in poco spazio e curvarsi ai fianchi formando un semicerchio oppure spiegarsi tutto frontalmente, ma, comunque si disponga, restano uguali la forza e la volontà di combattere per la stessa causa; cosí la definizione della felicità può essere ora sviluppata e ampliata ora contenuta e raccolta in se stessa.
2. Non farà quindi differenza che io dica: «Il sommo bene è proprio di uno spirito che spregia i doni incerti della fortuna e si compiace della virtú», oppure: «È una forza invincibile dell’animo, sperimentata, calma nelle azioni, ricca di umanità e di attenzione per chi le sta attorno». Ma si può anche definire l’uomo felice come colui per il quale non esiste altro bene o altro male se non un animo buono o malvagio, colui che coltiva l’onestà e si contenta della sola virtú, che non si lascia né esaltare né abbattere dalle alterne vicende della sorte, che non conosce bene maggiore di quello che egli può dare a se stesso, e per il quale il vero piacere consiste nel disprezzo dei piaceri.
3. Volendo divagare un poco, possiamo esprimere lo stesso concetto in questa o in quella forma, senza alterarne la...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Introduzione di Carlo Carena
  4. Nota biografica
  5. Nota al testo
  6. La vita felice
  7. De vita beata
  8. Il libro
  9. L’autore
  10. Dello stesso autore
  11. Copyright

Domande frequenti

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