Gianni Rodari è stato un giornalista di quelli rari, capace di muoversi tra registri e voci diverse grazie alla splendida versatilità di una parola sempre esatta. Sapeva raccontare con semplicità il suo approccio pedagogico attraverso l'errore di una bambina, che orecchiando la Chanson de Roland dà vita a un misterioso animale: il cane di Magonza. Ma Rodari poteva trasformarsi in un cronista di razza, in grado di individuare, nel groviglio di voci che circondano un evento, il dettaglio che cattura l'attenzione. E sapeva quanto di vero si può dire con la fantasia. E cosí in queste pagine ci s'imbatte anche in meravigliosi esercizi narrativi; pezzi magistrali di «giornalismo surreale», in cui Rodari, da raffinato scrittore comico, reinventa completamente la realtà per mostrarci il volto segreto, talvolta tenero e talvolta ridicolo, della nostra vita di ogni giorno.

- 312 pagine
- Italian
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Il cane di Magonza
Informazioni su questo libro
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Materia prima
Nell’aprile 1968 Rodari torna con tutti gli onori (a lui è dedicata la copertina) sul «Caffè» con un consistente gruppo di 20 poesie. Di queste, l’Esercizio n. 18 e In viaggio saranno riprese per il libretto Parole per giocare dell’editore Manzuoli. Che dire di queste poesie? Ancora una volta evidente è il gioco con le parole. Un gioco che libera la fantasia e rende piú comprensibile il mondo e le sue storture. In alcuni di questi componimenti la satira si fa amara. Dettata da una forte amarezza è, ad esempio, Un sogno: sono aggredite le abilità camaleontiche messe in atto dalla diffusa pratica dell’arrivismo sociale. La forza trasgressiva dei versi sta anche nel ribaltamento totale dello stereotipo poetico che annette ai sogni soltanto qualità idilliche. Qui la dignità del sogno è progressivamente svenduta fino alla resa finale e allo spregevole ghigno conclusivo: l’abietta volontà di toccare i «parapetti della vita» produce incubi e fascismi. In Fucilazione, al contrario, al sapore amaro della violenza non cedono l’ottimismo e la speranza; la «dolcezza che non si può perdere» è la soluzione di ogni «smorfia di felicità»: all’infanzia è affidato il messaggio salvifico per l’umanità.
1. Il cavallo saggio.
C’era una volta un cavallo molto saggio.
Fumava la pipa, uccideva i microbi, aiutava le vecchine
ad attraversare la strada nei giorni di pioggia.
Per loro gettava ponti di barche sulle pozzanghere,
le sue intenzioni erano lodevoli, nondimeno
talune vecchine per goffaggine o impazienza
cadevano dai ponti, la piena le trascinava
dal Ticino al Po, dal Po all’Adriatico
che cosí veniva lentamente riempiendosi di vecchine,
ce n’erano migliaia da Cervia a Cesenatico,
se ne stavano nell’acqua fino al piloro
facendo la calza e borbottando continuamente
in tono nasale come le sirene dei mercantili
che partono da Porto Corsini per Patrasso.
La gente, chiusa nelle case per ripararsi dal malocchio,
sentiva le sirene e diceva: Sentite le sirene,
sentite come si sentono le sirene quando piove
e tutti questi bastimenti ne approfittano
per fuggire in Grecia con le stive piene
di cervello fritto e di funghi arrostiti sulla brace.
Verrà la carestia, i nostri bambini piangeranno,
ci chiederanno pane e dovremo dare loro code di gatto,
colpa di quelle maledette vecchiacce
che ostruiscono la foce del Po con le loro sottogonne.
Bisogna mandare una petizione al cavallo saggio
che fuma la pipa e uccide i microbi.
Un vecchio pescatore che in gioventú sapeva scrivere
mandò al cavallo un uovo sodo, due mele cotogne
e una fiasca di sangue di bue romagnolo.
Il cavallo ricevette il messaggio e lo interpretò rettamente:
l’uovo sodo significava pace e benedizione,
le due mele, che non ti manchi avena né bastone,
il sangue di bue romagnolo
significava, Che tu possa sputare il pancreas,
che cosa ti viene in mente di rifilarci quelle vecchie balorde,
con le loro chiacchiere hanno avvelenato il mare
da una sponda all’altra,
fanno tanta pipí che i pescherecci sbandano a babordo,
abbiamo già perduto sette mozzi nel fiore degli anni e tutti di nome Gioachino,
provvedi, saggio cavallo, che la pipa ti strozzi,
abbi compassione dell’Adriatico, figlio di una fogna.
Il cavallo comprese che era tempo di prendere provvedimenti
e si accinse alla bisogna con le migliori intenzioni,
ma i provvedimenti non si lasciarono prendere,
saltarono sul tetto della casa del parroco
invocando il diritto d’asilo
e di la...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Prefazione
- Introduzione
- Il cane di Magonza
- L’uomo nella realtà
- Dibattito sul fumetto
- Due rose per un manifesto
- Compagni fratelli Cervi
- L’esplorazione del Rio Rubens
- L’astante
- Un benefattore incompreso
- Chi ha rubato il Cupolone?
- Premi letterari
- Il giudice a dondolo
- Teledramma
- Il discorso inaugurale
- Poesia lepidaria
- Favole minime
- Fondamenti di una fantastica
- Il cane di Magonza
- I giornali a fumetti e la scuola
- Leopardi e i giovani
- Materia prima
- La letteratura infantile oggi
- Pro e contro la fiaba
- I bambini e la poesia
- Lettera a un genitore sudista
- Autointervista
- La prof. allergica e il padre aggressivo
- Appendice
- Il libro
- L’autore
- Dello stesso autore
- Copyright