La fame, il lavoro infantile, l'emigrazione, le guerre insensate, la convivenza tra partigiani e nazifascisti. E poi l'abbandono delle montagne, l'avvento di un nuovo mondo: l'industria, i grandi allevamenti, il turismo che sfigura il paesaggio. Nei racconti dei 270 intervistati da Revelli - i contadini e montanari delle valli cuneesi, i vinti di sempre - scorre una linfa poetica che affiora negli scatti della memoria, con immagini e parole capaci di lasciare il segno. A volte cariche di dolore per le sofferenze e la durezza delle vite passate, a volte cariche di ingenuità. Il ritratto della condizione umana di una minoranza costretta a lasciare il proprio ambiente e i propri modelli di vita diventa lo specchio di una società malata, la denuncia dell'incapacità di ordinare in modo civile trasformazioni epocali che hanno assunto dimensioni drammatiche, dal Veneto alla Calabria.

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Il mondo dei vinti
Testimonianze di vita contadina. La pianura. La collina. La montagna. Le Langhe.
- 576 pagine
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Il mondo dei vinti
Testimonianze di vita contadina. La pianura. La collina. La montagna. Le Langhe.
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Argomento
Scienze socialiCategoria
SociologiaLe Langhe
Io in guerra sparavo al cielo!
PASQUALE ROGGERO, nato a La Morra, frazione Rivalta, classe 1890, contadino.
ANNA ROGGERO, nata a La Morra, frazione Rivalta, classe 1897, contadina.
(19 luglio 1970 - Giovan Battista Burlotto).
Pasquale Roggero:
Na volta la vita i’era lüstra1. Quattro fratelli, sette giornate di vigna, un po’ di campi e di boschi, quattro vacche, un bue, un cavallo, tutti lí sopra a lavorare, la nostra era già una famiglia benestante. Una famiglia di oggi mangia di piú di dieci famiglie di allora messe assieme. Avevamo le pecore, mangiavamo formaggio, brus2, frutta, polenta e salciccia, ammazzavamo il maiale a Natale. Il pane lo facevamo noi una volta la settimana, andavamo qualche volta dal macellaio, avevamo di tutto, i’autri le favu pí fine3. Il vestire? Solo alla festa le scarpe, lungo la settimana portavamo gli zoccoli, tutti avevamo però un paio di scarpe. Padre e madre comandavano, tutti sottomessi, adesso è diverso. Si andava tanto a vié, facevamo sette otto chilometri a piedi, d’inverno tutte le sere, nelle stalle bisognava essere un po’ conosciuti, giocavamo molto alle carte solo per divertirci, non per mangiarci i soldi. C’era la disciplina nelle stalle, le ragazze filavano la rista per fare le lenzuola, le camicie. A Rivalta tessevano. Nelle stalle ognuno restava al suo posto. I giovani andavano nelle stalle a vüghe l’ésse4, a vedere il capitale, quanti buoi, quante vacche avevano le famiglie delle ragazze da marito.
Anna Roggero:
Chi combinava i matrimoni era ’l bacialé, uno del paese stimato. Al di là del Tanaro abitava un bacialé, i divu Nicola miracu5, una volta ha accompagnato ’n matot6 che voleva partire per l’America ma prima voleva sposarsi, l’ha accompagnato a chiedere la ragazza. ’L matot è rimasto un po’ lontano dalla casa della ragazza, è rimasto per ore e ore stà suta ’l mu7, in attesa. ’L bacialé intanto era in casa da padre e madre a contrattare, a chiedere se ’l matot poteva venire anche lui in casa a vedere lei… «Cu vena püra»8, hanno risposto infine padre e madre, e hanno anche offerto al matot da bere. Ma la ragazza non è comparsa. «Bsognerà vüdde l’idea che l’ha chila»9, questa la conclusione, un modo per dire «no» senza offendere. Il lavoro del bacialé era difficile, l’eru cose delicà, e se ’ndavu nen per drit10? Oggi padre e madre sanno niente, i giovani si arrangiano tra loro.
Noi eravamo sedici di famiglia, una caserma, come un plotone di soldati. La terra manteneva uniti, per forza restare uniti. In famiglia comandava di piú l’uomo, la donna dava l’idea…, ancora adesso è cosí: «Il padrone sono io ma chi comanda è mia moglie…» La donna era piú sottomessa, stava sempre in casa, aveva tanti figli da guardare.
Pasquale Roggero:
Nel 1910 sono andato soldato da permanente nel 51° reggimento fanteria a Perugia. Nel 1911 invece di mandarmi in congedo mi mettono nel 52° reggimento e il giorno dei Santi mi imbarcano per la Libia, per il secondo sbarco.
A me la Libia interessava poco, abbiamo fatto un bell’affare, diciotto mesi nel deserto sotto le tende, la sabbia che abbiamo mangiato là…, nelle gavette c’era sempre un dito di sabbia sul fondo, nelle marmitte anche. Pensavamo: «Ma fare tanti morti per venire a prendere della sabbia e quattro datteri e un po’ di limoni…», c’era niente niente, solo sabbia che volava e riempiva le buche, e tanti morti di malattia e in combattimento, mangiare male, un calore del ghibli che bruciava fino a quarantacinque cinquanta gradi, avevamo sempre sete, sempre solo voglia di bere. I moru11 ci odiavano, non ho mai posato il fucile dalla spalla, erano traditori, se potevano ci facevano la pelle, per loro eravamo nemici.
Nel 1913 torno a casa a marzo, e in agosto sono già a Bra richiamato. Poi la guerra del ’15, una guerra che ha rovinato le famiglie contadine, di certe famiglie ne sono partiti tre, noi eravamo quattro sotto le armi, in campagna non c’erano piú braccia, toccava alle donne lavorare per gli uomini… Eh, i giovani non volevano partire per la guerra. Un nostro parente diceva: «Mi vöi vene malavi, mi vöi vene malavi»12, aveva una pleurite e l’ha trascurata, non mangiava piú, fumava a gran forza. È morto a casa, è morto per non andare a morire in guerra! Chi si faceva togliere i denti, chi beveva i decotti di paglia: «Per morire là muoio a casa».
Come la pensavo io? La pensavo come la gran parte dei contadini, non volevo la guerra. La sità i’era piasà diferent13, in città la pensavano diversa. Sono stato sul Carso, in faccia a Gorizia, vite cattive: poi sul Trentino, sul Sabotino quasi un anno al comando di Badoglio, istu, i camminamenti pieni d’acqua, pioveva sempre… La guerra dell’ufficiale era diversa dalla guerra del soldato: l’ufficiale aveva un’altra situazione familiare, un’altra paga, e la carriera. Bella carriera ho fatto io, mi sono rovinato la salute, sono tornato a casa che sembravo morto, non mi hanno piú conosciuto. L’hanno menata lunga per darci poi questa piccola pensione di Vittorio Veneto!
Io non ho mai sparato in guerra. Perché sparare? A volte mi davano l’ordine di sparare, quando ero di vedetta: piantavo il calcio del fucile per terra e sparavo al cielo, poi ascoltavo che la pallottola tornasse giú, lú cunus nen chiellí, perché maselu…14. Sono rimasto ferito sul San Michele, schegge nel fianco, nella schiena, in un piede. Uscito dall’ospedale sono tornato al fronte e mi hanno preso prigioniero, sono finito in Austria nelle baracche a fare una gran fame, a vivere di rape e cavoli.
Nel 1916 ero sul Carso, di fianco al San Michele, dopo due mesi di trincea non ne potevo piú. Il mangiare e il bere arrivavano all’una dopo mezzanotte, quando arrivavano: una sete tra quelle pietre… E non veniva mai nuvolo, mai una goccia di pioggia. «Se scappo di qui…», mi dicevo. Mi dànno una licenza di quindici giorni, torno a casa e riprendo a vivere. Ero d’accordo con i miei amici rimasti al fronte, loro mi spedivano delle cartoline in franchigia, se c’erano dei combattimenti mettevano i saluti e poi un po’ di puntini, se i combattimenti erano brutti mettevano una fila di puntini, era un codice tra noi per capire, io avevo anche fatto cosí con loro quando erano in licenza. Mi arrivano tre o quattro cartoline con lunghe file di puntini, scade la licenza e dovrei tornare al fronte. Mio fratello Minot15 mi porta alla stazione di Bra, col cavallo. Ma come vedo il treno scappo, torno a casa, arrivo a casa prima del cavallo… L’indomani la stessa cosa: «Vadu a la mort, vadu a la mort»16, dico a Minot. Salgo sul treno, ma scendo subito dall’altra, e me ne torno a casa. A casa, mia madre si dispera e mio fratello anche, mia madre piange, la licenza è scaduta e rischio di finire male. Allora dico ai miei di casa che è meglio se vado alla stazione da solo. Vado alla stazione ma non parto, e non torno a casa: resto nascosto presso gli amici. Quando finalmente mi sento deciso di partire sono ormai passati molti giorni. Ad Asti vedo una fila di soldati attaccati uno con l’altro con le catene, li fanno salire su un vagone, li portano al fronte. Con un treno e l’altro arrivo fino a Modena, poi prendo una tradotta che mi porta al fronte. Arrivo in linea che sono ormai trascorsi quarantasette giorni, il mio reparto è impegnato in un’azione, non mi succede niente, mi confondo nella confusione.
Dopo la guerra riprendo a fare il contadino. Nel 1922 mi sposo, e subito con mia moglie parto per l’Argentina. Là avevamo dei parenti, erano andati giú a barca a vela tanti anni prima, erano ricchi, avevano una grossa ciatra, una grossa cascina a Maria Quara. Duemila lire a testa il viaggio sul barco «Duca degli Abruzzi», partenza da Genova, sognavamo di andare a fare fortuna. A Napoli cinque ore di sosta per caricare i meridionali, gente tutta differente da noi, mangiavano tanta pastasciutta e poi non la tenevano. A Napoli c’era un po’ di baraonda per via dei fascisti; «Si l’é mei che scapuma»17, ci siamo detti. Ventun giorni di viaggio, ’l mangé i’era pà marí18, mangiavamo nei piattini come i soldati, dormivamo nelle cucce, tutti sognavamo di fare fortuna in America… Tutti gli anni da Pollenzo ne partivano quindici o venti per l’America. Due o tre andavano solo a fare la cuseccia19, dietro la macchina a battere il grano, a fare i macchinisti, in tre mesi di lavoro si guadagnavano il viaggio e anche un buon profitto, tornavano subito qui dopo la cuseccia, qui non facevano piú niente sti bacan20, giravano da un’osteria all’altra a divertirsi fino al prossimo autunno.
Noi avevamo trovato lavoro a San Francisco di Cordoba, un paese come Alba, in un mulino. Mia moglie lavorava a cucire nelle famiglie. Tutti parlavano piemontese, i neri non lo parlavano ma lo capivano.
Nel 1927 siamo tornati qui, con il «Principessa Giovanna», con una nave dove si mangiava già a tavola e con i tovaglioli. Abbiamo ripreso a fare i contadini. Qui abbiamo trovato i fascisti, non andava mica bene. Meno si parlava meglio era, sempre attenti a chi ascoltava, si viveva sul sospetto, tutti sottomessi, si parlava di tutt’altro meno che di politica, anche a Rivalta prima di parlare… Io parlo già poco, in quei tempi parlavo ancora meno, bisognava stare in gamba, se non era proprio uno di fiducia non parlavo.
Poi nel 1935-36 è cominciata la guerra di Abissinia, la roba di campagna valeva niente. Mangiare polenta a tagliare i grani, era mai successo…21.
Poi un’altra guerra, qui c’erano i tedeschi, i fascisti, e i partigiani, na pau, na pau…22. I tedeschi, briganti, mettevano i posti di blocco, ore e ore in sosta perché controllavano i documenti a tutti. Venivano i partigiani, eravamo con loro: venivano i tedeschi e i fascisti, eravamo con loro. È arrivato un tedesco, mi ha detto: «Mamma scritto domani grande festa: coniglio, coniglio». «Sí sí, venga avanti», e gli ho indicato un mio coniglio da rubare! Alla sera sono venuti i partigiani e hanno voluto una gallina.
A Roddi i partigian...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Il mondo dei vinti
- Introduzione
- Capitolo primo
- Capitolo secondo
- Il mondo dei vinti - Testimonianze di vita contadina
- La collina
- La montagna
- Le Langhe
- Postfazione di Mario Fazio
- Il libro
- L’autore
- Dello stesso autore
- Copyright
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