Il primo che sorride
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Il primo che sorride

  1. 168 pagine
  2. Italian
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Il primo che sorride

Informazioni su questo libro

Nicòl ha undici anni e mezzo. Vive in una roulotte nel cortile di casa, insieme alla sorella tatuata e ribelle. La madre di giorno lavora in una sala scommesse, e di sera recita Lady Macbeth in un circolo Arci: ha una girandola di uomini intorno, e quando incrocia una delle figlie si limita ad accertarsi che si sia lavata i denti. La testa di Nicòl è piena di domande che non farà mai, forse per questo osserva il mondo come una mappa del tesoro: ogni cosa ha un senso preciso, basterebbe sapere quale. E così, se oggi tutti i segnali annunciano una sorpresa che comincia per B, quella B potrebbe stare per bugia, per bambola, o per bacio: il suo primo bacio. Inizia da qui un percorso a ostacoli che sembra procedere alla cieca ma segue una logica ferrea, perché «quando uno una cosa se la sente, o è così, o è così per forza». Quando nessuno ci sta a sentire, tanto vale parlare da soli. E infatti Nicòl ha un suo personalissimo sistema per cercare di spiegarsi tutto ciò che la circonda: riordina le cose con le parole. Lei ha undici anni e mezzo e una certa faccia tosta, ma non sempre riesce a orientarsi nella foresta di segnali che raccoglie lungo la strada, legami magici quanto misteriosi che sembrano far rimbalzare le cose una contro l'altra. Oggi, per esempio, tutto lascia pensare che ci sarà una sorpresa che inizia per B... Poco importa se per scoprirla Nicòl si troverà a ricattare un compagno di scuola, a seguire un uomo per Firenze di notte, a entrare in un cinema a luci rosse, a scappare di casa: lei procede a testa bassa verso l'obiettivo, e nel suo microscopico angolo visuale finiscono per rifrangersi le molte facce della disattenzione del mondo. Più che un romanzo di formazione, Martino Ferro ha scritto un romanzo di conformazione, il cammino accidentato e vivissimo di chi non ha ancora imparato ad accordare il passo con quello degli altri. *** « Il primo che sorride ha la virtù rara di non smettere mai di sorprendere il lettore. Sorpresa complessa, effetto di una scrittura tesa ed ironica, che riferisce con un tono impassibile e tenero insieme le mille avventure dell'imprevedibile Nicòl, ragazzina dell'oggi più concreto e distratto, che da sola, ostinatamente, con tutta l'energia dell'infanzia, cerca il Senso. E comunica così attesa e fiducia nelle nuove, anzi nuovissime, generazioni». Jacqueline Risset

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2013
eBook ISBN
9788858411216
Print ISBN
9788806178345

Sei

Stavo già cominciando ad annoiarmi quando ho visto uscire dal sottopassaggio due persone. Nel momento esatto in cui sono uscite (questo non me lo posso perdonare) ero distratta da una lamina di metallo, dall’altra parte della strada, che potrebbe servirmi per il pugnale di Macbeth. Cosí quando li vedo stanno già attraversando la strada, per fortuna nella stessa direzione. Quello di destra è un ragazzo piuttosto robusto, con una giacca marrone e una cartella sottobraccio. L’altro invece è un signore anziano, calvo e poco piú alto di me. Hanno entrambi i baffi: il vecchio folti e grigi, il giovane castani e sottili. Io li seguo a testa bassa, sollevando lo sguardo quel tanto che basta per controllare i loro passi.
Da come camminano, uno di fianco all’altro, si direbbe che si conoscano e che stiano andando insieme da qualche parte. Mi domando come farò a scoprire chi dei due è uscito per primo. Potrei provare a fermarli con una scusa qualsiasi, magari inventando di essermi persa, e poi raccontare una bugia, per esempio che ho fatto una scommessa con un’amica, oppure che sto facendo una ricerca per la scuola, un’indagine statistica su quante persone e in che ordine escono ogni giorno dal sottopassaggio.
Intanto il marciapiede si restringe e il vecchio passa davanti al giovane costringendolo a rallentare. Da come ho visto incrociarsi i loro piedi, direi però che non si conoscono affatto. E infatti poco piú avanti, raggiunto l’angolo della strada, il vecchio svolta a destra mentre il giovane prosegue diritto.
– Scusate! – grido.
Entrambi si fermano e si voltano verso di me.
– Sapreste dirmi che ore sono?
Il vecchio mi guarda con sospetto, mentre il ragazzo controlla l’orologio al polso e risponde:
– Sei e venti.
Lo ringrazio. Il vecchio si volta e riprende il suo cammino.
– Mi scusi, signore! – grido ancora, e di nuovo lui si ferma e mi osserva, ancora piú diffidente.
– Sapreste dirmi chi di voi è uscito per primo dal sottopassaggio?
I due si scambiano uno sguardo, poi il vecchio riprende la sua strada senza degnarmi di una risposta mentre il giovane continua a osservarmi con l’aria di non aver capito la domanda.
– Buongiorno, – dico, e mi avvicino.
– Buongiorno, – risponde lui con un tono di voce molto basso.
– Grazie di avermi detto l’ora.
– Prego.
– Le dispiace se l’accompagno per un po’? – gli domando. Lui mi guarda stupito, poi si schiarisce la voce, sorride e risponde:
– Ti ringrazio ma sto andando di fretta.
– Non si preoccupi, – lo rassicuro. – Anch’io vado di fretta, – e lo affianco mentre lui (non subito, a dire il vero) riprende il cammino lungo il marciapiede.
– Mi perdoni se vado cosí, a testa bassa, – dico dopo qualche metro. – Ho un problema alla vista. Non posso guardare l’orizzonte altrimenti perdo l’equilibrio.
Lui non commenta, e io non posso vedere l’espressione del suo viso.
– Il problema è solo quando cammino, però, – continuo. – Se sto ferma posso guardare dove mi pare.
Ha delle scarpe di tela marrone, calzini bianchi e un marsupio sportivo legato in vita che non si intona per niente col resto del vestito.
– Vuole sapere come mi chiamo? – gli domando. Lui prova a indovinare:
– Francesca.
– No.
– Paola.
– No.
– Giulietta.
– No. Nicòl.
Giriamo l’angolo, e dalla direzione che prende si direbbe che stia andando verso casa mia.
– Scritto: «N-i-c-o-l-e»?
– No, scritto: «N-i-c-ò-l», senza «e» finale e con l’accento sulla «o».
Arriviamo sulla provinciale e la seguiamo svoltando a sinistra. Ho come l’impressione che sia lui ad accompagnare me, e non io lui.
– Ma non è un nome francese, Nicole? – mi chiede.
– Può darsi, ma io sono italiana.
– Se fosse in italiano, però, – insiste, – non avrebbe l’accento sulla «o».
– E invece ce l’ha, perché altrimenti si leggerebbe «Nícol», – dico. – E comunque penso di sapere meglio di lei come si scrive il mio nome, non crede?
– Certo, – risponde lui. – Non te la prendere, – e andiamo avanti in silenzio.
– Non me la sono presa, – dico dopo qualche metro. – Pensavo solo di aver fatto una cosa carina a presentarmi, – e appena pronunciata la frase provo un forte senso di fastidio nei suoi confronti.
Proseguiamo ancora una ventina di metri finché non arriviamo alla fermata dell’autobus, che è quella da cui parto ogni mattina per andare a scuola.
– Io mi fermo qui, – dice lui.
– Va bene, – dico io. – Aspetto l’autobus con lei e poi vado a casa.
Lui mi guarda di nuovo e poi guarda l’orologio. Adesso che siamo fermi posso osservarlo meglio: ha occhi grigi e trasparenti e un’aria piuttosto intelligente.
– Posso sapere che mestiere fa? – gli chiedo.
– Perché lo vuoi sapere?
– È un segreto?
Lo osservo e lui sorride.
– Ricercatore di matematica, – dice.
– Davvero? Non ci credo.
Davanti a noi passa un carro dei pompieri con i segnali lampeggianti e le sirene spente.
– Come sarebbe a dire «non ci credo»?
– Lei non ha la faccia da matematico, – dico, e mi volto dall’altra parte fingendo di seguire con lo sguardo il carro dei pompieri.
– E che faccia ho? – mi domanda.
– Da cartolaio, – rispondo, senza guardarlo in faccia.
Lui rimane in silenzio e aspetta che io mi volti di nuovo dalla sua parte:
– Tu invece somigli a mia nipote. Hai gli stessi occhi, la stessa forma del viso, – dice, ma io non mi volto. – E comunque non sono un cartolaio. Sono un ricercatore di matematica.
– Certo, – dico io, con l’aria di continuare a non crederci.
Lui sorride e scuote la testa. Tira fuori dalla giacca un portafoglio e dal portafoglio un biglietto da visita che mi porge. Sul biglietto da visita è scritto in stampatello il nome, Carlo Morelli, e sotto: «Ricercatore di Statistica presso l’Università degli studi di Firenze».
– Statistica, – leggo, e mi maledico per non avergli raccontato subito la storia della ricerca scolastica.
– E di cosa si occupa esattamente? – gli domando.
– Sai cos’è la statistica?
– Certo che lo so, – rispondo. – Ho ottimi voti in matematica.
– Brava.
Guardo ancora il biglietto. La carta è morbida, piacevole al tatto. La M iniziale del cognome è rossa. In piccolo sono stampati il numero di telefono e l’indirizzo di posta elettronica.
– Vuoi sapere di cosa mi occupo?
– Altrimenti non gliel’avrei chiesto, – rispondo.
– Bene, – comincia, – mettiamo caso che tu voglia sapere quante probabilità ci sono che una certa cosa accada in un certo momento e in una certa situazione.
– Tipo cosa?
– Qualunque cosa.
– Qualunque cosa, – ripeto. – Un incidente stradale?
– Esatto, – dice lui. – Mettiamo che tu voglia sapere quante probabilità ci sono che avvenga un incidente su questa strada, proprio qui davanti a noi, in una giornata come questa.
– Lei lo può dire?
– Beh, posso trovare un sistema per dirti statisticamente quante probabilità ci sono.
– Cioè?
– Prima di tutto raccolgo i dati, per esempio quelli della polizia stradale sugli incidenti avvenuti in questo luogo negli ultimi dieci o vent’anni. Poi scelgo le variabili, per esempio il tempo, l’ora, la temperatura e cosí via, e poi faccio i calcoli.
– E questo vale anche per le persone?
– Cioè?
– Mettiamo caso che volessi sapere quante probabilità ci sono che una persona, che ne so… si rompa una gamba.
– Certo, e infatti le assicurazioni pagano apposta dei ricercatori per sapere…
– E se volessi sapere… – lo interrompo, e mi guardo intorno, – quante probabilità ci sono che due persone si diano un bacio?
Lui sorride:
– Beh, questo sarebbe un po’ piú complicato.
– Perché?
– Intanto perché sono due persone, e non una. E poi…
– E poi?
– E poi ci sono troppe variabili.
– Che variabili? – domando, e lui ci pensa.
– Dunque: il sesso prima di tutto, ma immagino che tu stia parlando di un uomo e di una donna.
– Naturalmente.
– Poi ci sono l’età, il luogo, la condizione fisica, i rapporti personali…
– In che senso?
– Se sono marito e moglie, per esempio, o se sono fida...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Il primo che sorride
  3. Zero
  4. Uno
  5. Due
  6. Tre
  7. Quattro
  8. Cinque
  9. Sei
  10. Sette
  11. Otto
  12. Nove
  13. Dieci
  14. Undici
  15. Dodici
  16. Tredici
  17. Quattordici
  18. Quindici
  19. Sedici
  20. Il libro
  21. L’autore
  22. Dello stesso autore
  23. Copyright