Gratitude
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Gratitude

  1. 184 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Informazioni su questo libro

Ci son quelli che amano i bilanci, la nostalgia, tornare piuttosto che partire. Ci son quelli, invece, che guardano sempre avanti e preferiscono mille volte gli inizi alle conclusioni. Lorenzo Jovanotti Cherubini è uno cosí, uno che, non appena finisce un disco, non vede l'ora di farne uno nuovo. Ma anche per quelli come lui arriva prima o poi il momento di volgere lo sguardo all'indietro e fare, se non un vero e proprio bilancio, almeno un backup. Per liberare spazio salvando il passato.
A venticinque anni da È qui la festa?, il suo primo grande successo, Lorenzo Cherubini tira il fiato e si racconta: la passione per il rap, le notti in consolle, gli inizi a Radio Deejay e, all'improvviso, la sensazione di essere al centro della scena della musica italiana, senza sapere bene come. E poi i viaggi, le idee, le canzoni scritte di getto e subito incise, o quelle tenute in un cassetto per anni. Come Bella, rimasta musica fino all'arrivo della moglie Francesca. Sí, perché c'è anche questo in Gratitude, c'è forse soprattutto questo: l'ispirazione che viene dalle persone e dall'amore per le persone. La donna della vita, un fratello che non c'è piú ma che si sente sempre... Con una voce in cui risuonano tutto il ritmo, la passione e l'allegria della sua musica, Lorenzo Cherubini ci trascina in una festosa maratona all'indietro, la rincorsa che serve a spiccare il volo. Perché per quelli come lui, anche con venticinque anni di carriera alle spalle, la vita è sempre un nuovo viaggio.

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Informazioni

Lorenzo Jovanotti Cherubini

Gratitude

Einaudi

Thanks Mr. Piero Negri, Michele Dalai e Ms. Sandra Piana.

What’s Gonna Set You Free
Look Inside And You’ll See
When You’ve Got So Much To Say
It’s Called Gratitude, And That’s Right.

BEASTIE BOYS, Gratitude



In un giorno cosí
viene voglia di farsi fotografare.

GABRIEL GARCÍA MÁRQUEZ, Vivere per raccontarla
Lorenzo © Giovanni Stefano Ghidini
© Giovanni Stefano Ghidini

Sono a Riccione, in un residence di fronte al porto turistico. Sono qui per scrivere le mie memorie di 25 anni. A Riccione è iniziato tutto. Non è vero, qui c’è stato uno dei miei inizi, ma era già iniziato tutto prima, forse a Cortona, forse a Roma, forse in una discoteca in Sardegna, a Palinuro, o probabilmente a Milano con Radio Deejay. O forse quando militare di leva uscivo alle sei dalla caserma e mi buttavo in studio a fare pezzi. Oppure è iniziato tutto quando mi sono ritrovato all’inizio degli anni ’90 con un rosso in banca che non prometteva nulla di buono e invece di accettare di condurre Bim bum bam su Italia 1 andando sul sicuro ho fatto Una tribú che balla. O forse è iniziato tutto quando mi sono trovato di fronte all’Estasi di santa Teresa del Bernini, da bambino in gita con la scuola e poi ci ho ripensato per giorni, a quell’energia. O quando a 12 anni un mister di pallone mi disse in faccia che non ero tagliato per il calcio, non c’è verso, mi disse, sei una pippa. È iniziato tutto quando ho sentito Sex Machine di James Brown nella sua versione live da 12 minuti. O quando nel ’94 un volto di donna mi ha cambiato la vita. È iniziato tutto mille volte, non mi ricordo piú quante, in mille posti. Probabilmente è iniziato tutto quando ancora neanche c’ero. Nei desideri non messi bene a fuoco dei miei genitori. Ci sto pensando io a metterli a fuoco per loro, e se possibile anche a spingermi oltre.
La sensazione che mi sale se penso a questi 25 anni di musica è che non è iniziato un bel niente. C’è sempre stato, o è tutto da inventare.
La raccolta Backup io non la volevo fare, all’inizio. Volevo prendermi un po’ di tempo e poi mettermi su un disco nuovo. Mi guardo indietro controvoglia. Preferisco guardare avanti, finché si può. Non vado pazzo per le retrospettive, i bilanci, la nostalgia, specialmente se si tratta di me. Preferisco partire che tornare. Anche girare in tondo non mi prende bene. È vero che una raccolta andava fatta, e andava fatta ora o mai piú, che poi chissà cosa ne sarà dei cd tra qualche anno, questi dischetti che fanno già un po’ bei tempi andati. Quindi facciamola bene e poi però andiamo avanti.
Soffermiamoci giusto il tempo necessario poi via, subito a fare qualcosa di nuovo che il tempo stringe, lui stringe sempre.
Il titolo, Backup – perché mi ci vuole sempre un titolo per lavorare a qualcosa – ha dato una ragione al progetto: fare un backup che come tutti i backup serve a liberare spazio per cose nuove salvando il passato in qualche posto da dove potrà sempre essere richiamato nel desktop. È un po’ quello che faccio con le cose che ho in casa, ogni tanto le chiudo in cantina, non le butto, le rimuovo. Si dice che rimuovere non sia un bene dal punto di vista della salute della mente, vedremo.
Oggi ho l’età che aveva mio padre quando mi sembrava vecchissimo. Non ho piú vita di lui da archiviare, si dice che un cuore batta piú o meno lo stesso numero di volte per tutti, ma di sicuro ho piú cose da mettere via: piú viaggi, piú fotografie e filmati, piú oggetti, piú dischi, piú film, forse piú libri, certamente piú cappelli, giubbotti e scarpe da basket, magliette, piú magneti sul frigo, piú indirizzi, piú numeri di telefono, piú chilometri, piú abiti da cerimonia, piú luci sparate in faccia, piú parole, piú facce, piú nomi, piú timbri sul passaporto, piú chitarre, piú idee realizzate e piú idee non realizzate, piú gadget inutili. Non piú vita, perché quella avviene sempre in diretta, live, per l’appunto.
Salvo il tempo (passato) per avere piú spazio: voglio fare altre cose e mi serve terra libera per prendere la rincorsa e prepararmi allo scatto.
Scriverò come se preparassi uno spettacolo: non vado a riascoltare i pezzi del repertorio, quindi questo sarà un racconto incompleto e un po’ disordinato. Siete avvisati.
Quando preparo uno spettacolo montiamo i pezzi vecchi senza che io ascolti mai come sono nel disco originale. Li risuono a memoria: la cosa piú variabile che c’è.
Mi affido all’inaffidabilità della memoria, nel senso che non c’è nulla di meno oggettivo della memoria personale, che si scolpisce e si modifica sempre alla luce di dove uno si trova nel momento in cui decide di ricordare.
Se penso a questi 25 anni di dischi e di vita e alle vie che ho percorso anche prima che il mio fosse un mestiere vero, non so proprio cosa dire. In certi giorni mi sembra di aver fatto solo cose memorabili, in altri mi pare tutto frutto di un caso che io non ho mai governato neanche per un attimo.
A un certo punto mi sono ritrovato al centro della scena, dove prima di me ci avevo visto i pezzi grossi della musica italiana, e questa cosa non era per niente scontata, ma si sa come vanno certe cose, non si può mai dire che piega prenderà la vita. Certo, ho incontrato tanta gente che per qualche motivo ha creduto in me e ha soffiato il vento a mio favore. Comunque io non mi sono fermato un attimo, e per quanto un sacco di cose mi siano come cadute in testa vorrei dire che la testa ho cercato di infilarla ovunque proprio per aumentare le possibilità che ci cadesse sopra qualcosa.
«No input no output», diceva Joe Strummer. Io la penso proprio cosí, se non metti dentro roba non uscirà nulla. Bisogna avere fame di novità, è una condizione necessaria. E il mio lavoro non consiste nel fare canzoni ma nell’arrivare alle canzoni attraverso il continuo rinnovo di interesse verso le cose della vita. Persone, sentimenti, emozioni, casualità, chiacchiere, cinema, televisione, libri, viaggi, giornali, riviste, blog, scritte sui muri, cartelli stradali, annunci mortuari, mostre d’arte, orari dei treni, lavoro, sport, spiritualità, scienza, tutto è importantissimo per sentirsi immersi nel flusso delle cose e tornare a galla con una canzone tra le mani che sintetizzi quel flusso.
A proposito di Joe Strummer, qualche anno fa entrando nel vecchio Gramercy Hotel di New York, quando era ancora un posto veramente rock’n’roll, lo vidi nella hall, seduto su una poltrona di velluto consumato. Rientravamo da un giro a piedi, uno di quei bei giri a piedi che si fanno a New York, ero con la mia Francesca e me lo trovai lí, che se ne stava per conto suo. Non potei resistere e mi avvicinai e genuflettendomi come se fosse un cardinale gli dissi che lo ringraziavo per tutto quello che significava per me la sua arte, il suo modo di fare il musicista. Lui fu molto gentile, si alzò e mi abbracciò come si fa con un amico anche se non mi aveva mai visto in vita sua. Mi disse qualcosa di bello, di semplice e profondo che suonava come «non c’è di che» e ci separammo, lui tornò a sedersi nella sua posa da monarca del punk e io mi avviai verso la mia ragazza e poi verso l’ascensore con un bel sorriso stampato in faccia che mi durò per settimane, anzi forse ancora dura.
Ho una certa energia, questo lo so da me, e sono un’antenna come ce ne sono poche, ma non ho mai dovuto sbrigarmela con cose davvero serie. La mia, lo capisco e non è un vanto, è la generazione che non ha fatto né la guerra né il dopoguerra, che non ha visto mai una casa senza un televisore dentro.
A volte capire non serve molto, intendo dire che se sta arrivando un temporale puoi anche capire i motivi scientifici per cui sta arrivando ma di fatto sta arrivando e bisogna piuttosto capire come comportarsi. Io sono un temporale.
Lorenzo © Giovanni Stefano Ghidini
© Giovanni Stefano Ghidini

Jovanotti è un nome d’arte che può creare imbarazzo passati i 23 anni, e io adesso ne ho 46 quindi sarebbero 23 anni di imbarazzo. Forse sta lí la magia, se c’è una magia, di un viaggio che, nonostante in pochissimi lo avessero previsto, continua.
Quando mi sono dato il nome Jovanotti evidentemente non pensavo a qualcosa che potesse durare nel tempo. L’estate in cui Gimme five divenne un successo ci fu un critico che disse che ero di passaggio, e che l’estate dopo nessuno si sarebbe piú ricordato il mio nome: non pensai che avesse torto, perché non era un problema che riguardava me, io ero già da un’altra parte, come poi è sempre successo.
A me è capitato in dote un lato del carattere che, mettendo ceri a tutte le statue di santi che ci sono al mondo, per ora mi ha sempre assistito, ovvero che ho la propensione a credere che non c’è mai stato un periodo migliore, piú stimolante abbondante interessante e valido di ora, precisamente adesso, questo giorno di questo anno di questo decennio di questo secolo di questo millennio, questo… e questo… e questo. Sí, anche il periodo che stiamo vivendo, che sembra essere nero: se mi guardo intorno vedo un mondo che finisce con le conseguenze dolorose di ogni fine ma vedo altrettanto chiaramente un mondo che nasce, tutto da fare, tutto da immaginare, tutto da sviluppare: sarà una grande impresa collettiva, tanto quanto quella che fecero i nostri nonni ricostruendo l’Italia dopo la seconda guerra mondiale. Lo so che la parola «impresa» sembra nascondere un inganno, un’idea di mondo materialista, individualista e vagamente ricattatoria, ma non è cosí. Quando Ariosto all’inizio del suo Orlando furioso parla di AUDACI IMPRESE, le donne, i cavalier, l’arme, gli amori, sta parlando a noi gente di oggi tanto quanto ai suoi contemporanei.
Ho iniziato a fare dischi che era ancora tutto analogico, il cd era una grande novità ma a me è sempre sembrato un oggetto dalle gambe corte. Per certe sue caratteristiche che non sto qui a dire il cd è nato morto, il mondo digitale non prevede oggetti. Ultimamente, per esempio, mi sono convertito anche all’ebook che all’inizio mi era strano davanti agli occhi. Già adesso, quando prendo in mano un libro di carta, per quanto si tratti di un oggetto carico di emozione, sento di avere a che fare con qualcosa di simile a un ferro di cavallo o a una di quelle grosse chiavi che aprono i vecchi portoni in legno. Prevedo che tempo qualche anno nessuno comprerà piú i libri di carta abitualmente. Il libro di carta resterà, credo, ma non da solo, e comunque la letteratura ne guadagnerà. Sarà uno tsunami e poi affioreranno isole, come sempre.
Scrivo questo per arrivare al punto, ovvero che l’opera nasce immateriale: una parola, una melodia, un’immagine, sono fatte d’aria.

Nella mia famiglia di origine non ci sono mai stati, che io sappia, musicisti professionisti. Quel Luigi Cherubini non è mio parente neanche alla lontana.
Il fatto che nella mia famiglia non ci siano popstar prima di me non vuole dire molto. Sono convinto di aver ricevuto dal mio babbo qualche passaggio verso un certo esibizionismo mascherato da tutt’altro. Quando il mio babbo ci parlava del Vaticano lo faceva come se lavorasse a un grande spettacolo. Lavorava per la Santa Sede ma era come se lavorasse per gli Universal Studios o per la Pixar.
E comunque se penso a certi miei ragionamenti di bambino è dai tempi dei tempi che mi sento legato a un mondo che è quello del comunicare attraverso una forma d’arte, una qualsiasi.
Mi piaceva molto disegnare, ero portato per il disegno che è l’unica materia dove ho preso un dieci tondo tondo durante la mia carriera scolastica piuttosto mediocre. Il professore delle medie ci fece fare un ritratto a china di Charles Darwin e uno di Pietro Nenni, che all’epoca ignoravo chi fossero, se non che avevano facce interessanti da ritrarre, per via della barba l’uno e del basco e degli occhiali l’altro. Segni caratteristici: una fortuna quando si parla di fare un ritratto.
I ritratti piú difficili sono sempre quelli dei volti senza caratteristiche spiccate, perché si tratta di andare a cercare qualcosa di caratteristico anche se pare che non ci sia.
Con la musica è una faccenda simile, cercare qualcosa di caratteristico in quella zona in cui tutto sembra uguale e cercare di emergere con un pezzo che entro le prime due battute faccia dire: «Eccolo, è lui, alza il volume».
La musica è stata la via piú diretta per esprimere quello sfrigolio che mi sentivo addosso, specialmente il rap, perché se non fosse stato per il rap i dischi non li avrei mai fatti. Il rap è stata la grande novità della musica mondiale. Pensate alla musica che c’era prima del rap e a quella che c’è stata dopo e poi pensate al rap, è tutta un’altra cosa. Il rap è un linguaggio diverso, è totalmente diretto, nel rap tutto viene detto in faccia, come due che litigano o si telefonano per dirsi una cosa e poi vada come vada, senza tante manfrine o giri di parole. Se c’è da offendere si offende, se c’è da farsi il culo il rap è quello che ci vuole. Il rap è una musica di una potenza mostruosa, piú del rock, piú di tutto, perché è una non musica, si nutre di musica ma porta in scena altro, si nutre di poesia ma è un’altra cosa.
Non so perché il rap mi fece impazzire, parlo della fine...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Gratitude
  3. Il libro
  4. L’autore
  5. Dello stesso autore
  6. Copyright