Scegliere il dramma di Shakespeare fra quelli in programma per la stagione, individuare l'abito giusto - verde pistacchio, quest'anno, lucido, svasato e stretto in vita -, montare su un treno che porta lontano dalle zavorre domestiche, calare in un altro mondo, il mondo delle magiche permutazioni sul palcoscenico e della libertà intorno ad esso. E accogliere l'imprevisto che s'insinua in questo collaudato rituale, coltivarlo, affidargli un'anticipazione di nuova vita, addirittura, con la generosità e la risolutezza delle donne di Alice Munro, che sono poi le donne tutte. E restare a guardare, quasi con equanime curiosità, come il destino interviene a scherzare col fuoco che ci tiene vivi.

- 32 pagine
- Italian
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Scherzi del destino
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Scherzi del destino
1.
– Mi ammazzo, – disse Robin una sera di tanti anni fa. – Se quel vestito non è pronto, io mi ammazzo.
Erano nel portico di una casa in legno dipinta di verde scuro, in Isaac Street. Willard Greig, il vicino di casa, giocava a ramino seduto al tavolo con Joanne, la sorella di Robin. Robin sedeva sul divano, sfogliando accigliata una rivista. Il profumo della nicotiana in fiore lottava con l’odore di salsa rubra messa a bollire in qualche cucina della via.
Willard osservò Joanne accennare un sorriso, prima di domandare con voce inespressiva: – Come hai detto?
– Ho detto, mi ammazzo, – ribatté Robin provocatoria. – Mi ammazzo, se entro domani quel vestito non è pronto. In tintoria.
– Mi era sembrato che avessi detto cosí. Ti ammazzi?
Una dichiarazione del genere non sarebbe mai uscita dalla bocca di Joanne. Si esprimeva in modo cosí pacato, lei, con uno sdegno talmente composto, mentre il suo sorriso, già svanito, non era altro che un’impercettibile tensione agli angoli delle labbra.
– Sí, certo, – disse Robin in tono di sfida. – Mi serve.
– Le serve, si ammazza, deve andare a teatro, – disse Joanne a Willard, sottovoce.
– Dai, Joanne, – disse Willard. I suoi genitori e lui stesso erano stati amici dei genitori delle due ragazze – le chiamava ancora cosí nella sua testa, le ragazze – e ora che padri e madri erano tutti morti, sentiva come un dovere cercare di evitare per quanto possibile che le due sorelle si accapigliassero.
Joanne aveva ormai trent’anni; Robin, ventisei. Joanne era acerba di corpo: stretta di torace, viso lungo e giallastro, capelli castani, dritti e sottili. Non provava mai a fingere di essere altro che una sventurata, a metà strada fra l’infanzia e la maturità. Bloccata, mutilata, in un certo senso, da una violenta forma di asma cronica, fin da bambina. Da una persona del genere, una che d’inverno non metteva il naso fuori di casa e di notte non poteva essere lasciata sola, non ci si aspettava uno spirito tanto incline a devastare a parole la stupidità di gente ben piú fortunata. Né che potesse attingere a tali riserve di disprezzo. Nella memoria di Willard, era una vita che si assisteva alla scena di Robin con gli occhi pieni di lacrime per la rabbia, mentre Joanne le diceva: – Si può sapere che cos’hai adesso?
Ma quella sera Robin registrò appena la stangata. Domani andava a Stratford, era il suo giorno, e già si sentiva fuori dalla giurisdizione di Joanne.
– Cosa danno, Robin? – chiese Willard, nel tentativo di appianare la crisi, se possibile. – Qualcosa di Shakespeare?
– Sí. Come vi piace.
– E tu riesci a seguirlo? Shakespeare?
Robin disse di sí.
– Sei eccezionale.
Lo faceva ormai da cinque anni. Uno spettacolo per ogni stagione estiva. Aveva incominciato quando risiedeva a Stratford, per il corso da infermiera. La prima volta con una compagna che aveva avuto un paio di biglietti gratis dalla zia costumista. La ragazza dei biglietti si era annoiata a morte – davano il Re Lear – perciò Robin non aveva detto niente su come si sentiva. Non ci sarebbe riuscita comunque: avrebbe preferito uscire dal teatro da sola, e non dover parlare con nessuno per ventiquattr’ore almeno. Decise allora che sarebbe tornata. E non in compagnia.
Non sarebbe stato difficile. Il paese dove era cresciuta, e dove in seguito aveva dovuto trovarsi un impiego, a causa di Joanne, distava appena trenta miglia. La gente sapeva che a Stratford allestivano spettacoli di Shakespeare, ma Robin non aveva mai sentito nessuno manifestare l’intenzione di assistervi. La gente come Willard temeva di essere guardata con sufficienza dal pubblico, e di avere problemi a stare dietro alle parole del testo. Mentre quelli come Joanne erano sicuri che Shakespeare non potesse piacere sul serio a nessuno, mai, e che perciò chiunque fosse andato a teatro l’avrebbe fatto soltanto per mescolarsi con persone piú altolocate, le quali a loro volta non si divertivano, ma lasciavano credere il contrario. I pochissimi frequentatori di sale teatrali del paese preferivano andare a Toronto, al Royal Alex, quando c’era un musical di Broadway in tournée.
Robin ci teneva ad avere un buon posto, perciò si poteva permettere solo una matinée del sabato. Sceglieva uno spettacolo in cartellone per uno dei fine settimana in cui non era di turno all’ospedale. Non leggeva mai prima il testo e non le importava che fosse una tragedia o una commedia. Neanche una volta le era capitato di imbattersi in qualcuno di sua conoscenza, a teatro come in strada, e la cosa le piaceva moltissimo. Una delle sue colleghe infermiere le aveva detto: – Io non avrei mai il coraggio di fare una cosa del genere, da sola, – e quella frase le aveva fatto capire quanto dovesse ritenersi diversa dagli altri. Non le capitava mai di sentirsi a proprio agio quanto in quelle circostanze, circondata da estranei. A spettacolo finito, si incamminava verso il centro, costeggiando il fiume, e si cercava un posticino economico per mangiare qualcosa – di solito un panino, consumato al banco. Tutto lí. Eppure quelle poche ore le procuravano la certezza che l’esistenza a cui faceva ritorno, precaria e insoddisfacente come appariva, fosse provvisoria e dunque tollerabile. E che ci fosse un chiarore dietro quella vita, dietro ogni cosa, simboleggiato dalla luce del sole che filtrava attraverso i finestrini del treno. Dalla luce e dalle ombre lunghe sui prati estivi: piú o meno ciò che, nella sua testa, restava della rappresentazione appena conclusa.
L’anno prima aveva visto Antonio e Cleopatra. Dopo lo spettacolo, passeggiando lungo il fiume, aveva notato un cigno nero – il primo della sua vita –, un silenzioso intruso che scivolava sull’acqua e mangiava a breve distanza da quelli bianchi. Forse fu la candida lucentezza delle ali di quei cigni a farle considerare l’ipotesi di concedersi un ristorante vero quella volta, anziché il solito bancone di un bar. Tovaglia bianca, fiori freschi, un bicchiere di vino, un piatto un po’ insolito, come frutti di mare o faraona. Allungò la mano, per controllare quanto denaro avesse in borsetta.
Ma la borsa non c’era. La catena d’argento della piccola tracolla a disegni cachemire poco utilizzata non era al suo posto sulla spalla, era sparita. Robin aveva percorso da sola quasi tutto il tragitto dal teatro al centro senza accorgersi che non l’aveva piú. Il vestito ovviamente era senza tasche. Non aveva perciò il biglietto di ritorno, il rossetto, il pettine e neanche un soldo. Non un centesimo.
Si ricordò che durante lo spettacolo aveva tenuto la borsetta in gremb...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Scherzi del destino
- Il libro
- L’autore
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