Fece gli oceani e fece fare il tempio a un capomastro,
di nome Betzalèl: In ombra di El.
Lo riempí di sapienza, in cuore, non nel cranio.
fece fare, l’artista è sempre un vice.
Il tempio non di marmo, era di acacia,
di tela, di tappeto, stanghe, anelli,
smontabile viaggiava nel deserto, il tempio,
si accampava beduino senza dimora fissa, la migliore.
Non voleva saperne di edifici, la divinità,
era nomade e nomade è restata.
Non è l’oppositore dei poteri, lui è l’opposto.
Alla potenza oppone l’impotenza, un’altra volontà.
Non sta all’opposizione, che non c’è, sta nell’antipodo.
I poteri si affollano nei centri, da lui spazio ce n’è,
l’opposto è largo, diffamato, sparso.
Quando incontra un suo simile fonda una repubblica
su una stretta di mano, una città
senza sindaco, polizia, giudice, borsa.
Lo rinfresca ogni voce antipatica ai poteri,
ma alla rivoluzione dice: troppo poco,
buttare gambe all’aria, sovvertire non basta,
bisogna sradicarsi dal petto, dal respiro
la volontà di assumere potere, se no si ricomincia.
L’opposto ha un solo articolo della costituzione,
a ognuno fare quello che si vorrebbe fatto a sé.
La bandiera è lo straccio di nessuno,
l’unico panno appeso a infradiciare
quando piove e le mani delle donne
corrono al soccorso del bucato.
Mentre l’Europa stava a guardare, voi stavate lí
a fare i cittadini aggiunti della Bosnia, delle sue città incudini.
Mentre l’Europa neanche guardava voi eravate naso,
udito, gusto, tatto e vista di un continente assente.
Se esiste un senso sesto, riassunto dei cinque,
è la misericordia, mescola di affetto, sdegno, slancio.
Negli anni del ritorno della guerra in Europa
contava stare là, con la malora delle parti lese.
Vi siete aggiunti al mucchio dei rinchiusi,
per soccorrere il numero, migliorare il tasso
tra granate e persone, tra fucili e corpi,
condividere il tirassegno all’uomo.
Si entrava in Sarajevo da un cunicolo
con gli zaini imbottiti dei contrabbandieri,
portatori di zucchero, farina, rossetto per sorrisi,
manciate di calorie per reggere l’assedio.
Voi siete stati allons enfants,
liberi senza scelta di stare alla finestra,
liberi di lasciare famiglie sbigottite,
pasque, natali, ferragosti, ferie, di tasca propria,
senza baracconi di stato, scialacquatori di dolore pubblico.
Voi siete stati i liberi di andare dove bisogna stare.
Battersi per Madrid fu il compito assegnato ai genitori,
andare in Bosnia è stato quello nostro,
voi siete stati il noi, pronome impersonale della fraternità.
Davide fu re, ma non il primo, venne dopo Saúl,
non con il regno ebbe l’onore di essere antenato del messía.
Fu guerriero, ma piú di lui invincibile Giosuè:
non sta nella battaglia la superiorità.
Però Davide prese uno strumento a corde e scrisse salmi,
inventò le sillabe infallibili e le musiche.
Intravide i cieli nuovi fatti a mano,
cantò lo squarcio dell’aurora e il vento che divide le montagne,
l’arrembaggio del mare sulla terra:
cosa può farmi l’uomo, di polvere e di sangue?
Perciò di un cantautore è il sangue necessario del messía,
unghia che gratta via dal mondo la crosta della rogna,
regni, potenze, satrapi, sultani.
Dà la parola ai calpestati in cuore,
rompe le serrature, scardina le sbarre,
ripristina la manna, nessun boccone venga da elemosina.
Avrà seme di Davide, ultimo dei fratelli
mezzo nudo all’incontro col gigante,
nient’altro che una fionda e cinque pietre lisce,
salvatore di quelli senza niente.
Sulla salita di Gerusalemme non varrà piú la pena,
varrà la ricompensa.
Dov’è quella stanza, ragazza di autunno dell’80?
Ogni vento portava la polvere di tufo
scossa dal terremoto e strofinata in faccia.
Dov’è la tua schiena al soffitto, arrossata
per le carezze di carta vetrata del giovane amaro?
Dopo di te cent’anni di pazienza.
Ora tra noi si recita l’età,
per disgusto di essere attraenti.
Qualunque destino è stato minore, perduto il migliore con te.
Di guerra giusta ce n’è stata una, e nessun’altra,
quella di Troia: due popoli alle armi
per chi dei due doveva tenersi la bellezza.
Salivano a Montedidio a vendere i pettini, le olive,
l’acqua sulfurea, l’aglio, salivano le voci, calavano i canestri.
Materassai, arrotini, barbieri, calzolai bussavano alle porte,
la città camminava in visita a se stessa.
Le voci, ’e vvoce, pure tra le campane a festa
salivano scendevano, saglievano scennevano.
Le voci si ficcavano, entravano, trasèvano,
si aprivano la breccia, erano traseticce.
Gli occhi invece sbattev...