Funzionari, scienziati, intellettuali, manager... Chi sono gli esperti a cui abbiamo affidato la gestione delle nostre vite? Quando, come e perché ci siamo messi nelle loro mani? E cosa succede se i risultati del loro lavoro non sono all'altezza delle nostre aspettative?Affidando le nostre vite agli esperti, ne siamo anche diventati dipendenti. È una storia lunga, la storia di come l'umanità ha ridotto l'incertezza del mondo delegandone la comprensione e l'amministrazione a un'élite di individui considerati «migliori». Il Novecento ha segnato il trionfo di questi operatori specializzati, mostrando la loro eccezionale capacità di assicurare decenni di sicurezza e sviluppo, finché qualcosa si è inceppato. Di fronte ai competenti si ergono oggi i loro nemici autoproclamati: chiamiamoli populisti, perché oppongono alla retorica della minoranza istruita quella del «popolo», ai radical chic un radical choc. La domanda che pongono è urgente e merita di essere presa sul serio: a cosa servono gli esperti se non garantiscono piú gli stessi rendimenti del passato? Come i cicli economici richiedono talvolta, per ripartire, la sostituzione drastica di un parco tecnologico obsoleto con macchine di ultima generazione, anche i cicli culturali hanno bisogno periodicamente di essere resettati e riavviati. Al prezzo, va sottolineato, di un rischio colossale: perché se in rari casi questa strategia di «distruzione creatrice» permette l'inizio di una rinnovata fase di crescita, piú spesso porta invece alla catastrofe. E se fosse giunta anche per noi la fine di un ciclo?

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Argomento
Politics & International RelationsCategoria
PoliticsFlashback
1. La rivolta globale contro le élite
Sbaglio o là fuori stanno impazzendo tutti quanti?
Joker (2019)
Crisi di legittimazione.
«Stai facendo quello che qualsiasi uomo sano di mente farebbe nella tua situazione: stai impazzendo». Sono le parole che il Joker rivolge al commissario Gordon in una celebre avventura di Batman scritta da Alan Moore nel 1988, The Killing Joke1. E questa è anche, in qualche modo, la storia che il regista Todd Phillips ha voluto raccontare nel suo Joker cinematografico, premiato con il Leone d’oro alla mostra del cinema di Venezia nel 2019: la storia di uomo che diventa un criminale psicopatico perché ha subito troppi soprusi e troppe delusioni nel percorso per realizzare il suo sogno, diventare un comico televisivo. Non stupisce che una simile morale abbia provocato nel pubblico un’ondata d’immedesimazione, facendo del film un argomento di dibattito inesauribile. La reazione del pubblico reale è anticipata in maniera didascalica nel film, all’interno del quale l’anonimo Arthur Fleck, mascherandosi da pagliaccio per uccidere i presunti responsabili della sua condizione, diventa l’icona di un sollevamento popolare. D’altronde chi non è deluso? Chi non ritiene di avere subito delle ingiustizie? Chi non si sente sopraffatto dalla confusione in un mondo che sembra diventato incomprensibile?
Non dovrebbe stupirci molto che nelle piazze di tutto il mondo il volto di Joker sia diventato il simbolo di una rivolta globale. Piú difficile è capire contro cosa. Ogni contesto, in verità, ha le sue specifiche cause locali: a Hong Kong la dominazione cinese, in Francia Emmanuel Macron e le sue riforme, nel mondo arabo la corruzione dei governi, negli USA Donald Trump e piú recentemente la violenza della polizia… In comune, tutte queste rivolte hanno la congiuntura globale, caratterizzata da un rallentamento della crescita economica. Generalmente gli emuli di Arthur Fleck contestano la legittimità di chi detiene il potere, identificandolo di volta in volta con una certa categoria sociale (i politici, i funzionari, gli intellettuali…), un certo gruppo etnico (gli arabi, i cinesi, gli ebrei…), un’istituzione (lo Stato, l’Unione europea, il Fondo monetario internazionale…), oppure con qualche concetto piú astratto come il capitalismo. Insomma, abbiamo a che fare con forme diverse di quella che negli anni Settanta alcuni intellettuali – a partire dai tedeschi Luhmann, Offe e Habermas – avevano individuato come una vera e propria crisi di legittimazione2.
Secondo Jürgen Habermas, che nel 1973 affrontava la questione operando una sintesi originale tra marxismo e teoria dei sistemi, questa crisi è il destino inesorabile di ogni società complessa nel momento in cui il sistema politico non riesce a garantire il livello di lealtà e obbedienza che gli è necessario per operare. Il sistema, in senso ampio, è composto non soltanto dai rappresentanti politici, ma anche dal personale amministrativo e da tutti gli attori che in vario modo partecipano alla produzione, alla comunicazione e all’esecuzione delle decisioni che ricadono sul corpo sociale, dai tecnici agli intellettuali alla polizia. Quella che stiamo vivendo sarebbe – ormai da mezzo secolo! – una fase di transizione in cui le istituzioni non sono piú in grado di dimostrare di essere all’altezza delle funzioni per le quali sono state istituite. Nel 1975 un famigerato rapporto della Commissione Trilaterale evocava in maniera simile il problema della governabilità delle democrazie a causa del sovraccarico (overload) di domande politiche che, espresse dalla popolazione, dovevano essere gestite3. L’analisi post-marxista e quella conservatrice sembravano in qualche modo convergere.
A metà degli anni Settanta, il sociologo americano Daniel Bell denunciava le «contraddizioni culturali del capitalismo», inscritte principalmente nel conflitto tra la rigida etica del lavoro necessaria al funzionamento della macchina produttiva e la cultura edonistica e consumistica propagandata per far funzionare i mercati a regime4. Da parte sua, Claus Offe segnalava la competizione tra i partiti nel promettere sempre piú cose e realizzarne sempre meno5. Nella traduzione inglese di un suo articolo sul tema dell’ingovernabilità, il sociologo tedesco evoca le teorie dell’overstretching («stiramento», in tedesco Überdehnung), piuttosto che quelle dell’overload: l’aggiustamento terminologico appare significativo, perché presuppone che la capacità della politica di gestire la società dipenda da una dinamica di espansione spaziale simile a quella di un governo imperiale. Bisogna insomma che le istituzioni non pretendano di «colonizzare» piú ambiti – territori, persone, situazioni… – di quanti non possano effettivamente permettersi con le risorse materiali e simboliche di cui dispongono. Altrimenti accade come nella celebre favola della Rana e del Bue, originariamente attribuita a Esopo e ripresa da Jean de La Fontaine: la Rana si gonfia e gonfia e gonfia finché non scoppia.
«Stai facendo quello che qualsiasi uomo sano di mente farebbe nella tua situazione: stai impazzendo». La società liberale ha prodotto un nuovo tipo di cittadino molto simile ad Arthur Fleck, schiacciato da un carico di aspirazioni identiche a quelle di tutti gli altri e perciò irrealizzabili. La verità, come dicono i giapponesi, è che tutti cerchiamo il nostro ikigai: il modo di far coincidere quello che amiamo, quello che siamo bravi a fare, quello di cui il mondo ha bisogno e quello per cui possiamo essere pagati. La tragedia di Arthur Fleck è che quello che amerebbe fare è lo stand-up comedian, quello per cui è pagato è fare il pagliaccio in strada, mentre quello in cui è davvero bravo, be’, è ammazzare innocenti. E questo non è un talento di cui il mondo ha bisogno.
Alla luce delle analisi pessimistiche di filosofi, sociologi e politologi, si inizia proprio negli anni Settanta a parlare di «tardo capitalismo», inteso come fase in cui le contraddizioni del sistema sembrano giunte a maturazione. Il loro effetto a lungo termine poteva essere uno soltanto: trasformare l’innocuo uomo medio nel terribile Joker. Se per le platee internazionali del film di Todd Phillips la reazione di Arthur Fleck appare in qualche modo giustificabile, è proprio nel quadro di questa crisi di lungo periodo. Nel momento in cui cade il rapporto di fiducia tra la popolazione e i suoi rappresentanti, la violenza torna a essere possibile.
La questione della legittimità era emersa in Germania a margine del dibattito generale sulla modernizzazione – dibattito consegnato in eredità da Max Weber quando, nel 1920, morí per le complicazioni dell’influenza spagnola, lasciando come opera postuma forse il libro di sociologia piú importante del Novecento, Economia e società. Weber si era interessato alla transizione interminabile della società verso forme sempre piú alte di organizzazione razionale. Lo sviluppo simultaneo delle forze produttive e delle istituzioni burocratiche si realizzava attraverso una serie di processi che caratterizzano la storia degli ultimi secoli6, dalla centralizzazione del potere politico al progresso tecnologico.
La dinamica della modernizzazione consiste nella crescente esternalizzazione di funzioni regolative dalla sfera sociale a quella tecnico-amministrativa: tutto quello che prima era gestito attraverso norme informali, non codificate, tradizionali, viene progressivamente trasferito a una specifica classe d’individui «competenti» che indicano le opzioni piú razionali in ogni campo: economia, urbanistica, psicologia, salute, ordine pubblico ecc. La razionalizzazione presuppone dunque la formazione e la selezione degli individui attraverso il sistema educativo: si tratta di un tassello fondamentale del circolo virtuoso dello sviluppo moderno, nel quale gli incrementi di produttività dovrebbero permettere di finanziare gli investimenti in competenza, che a loro volta dovrebbero garantire nuovi incrementi di produttività, all’infinito.
Questo circolo virtuoso si basa su un patto implicito tra la classe dei competenti e un’ampia massa che fornisce forzalavoro meno qualificata. Tuttavia, la divisione del lavoro secondo i reciproci gradi di competenza funziona solo finché viene percepita, appunto, come legittima. Non che nelle società premoderne non esistessero simili divisioni, ben piú rigide, ma esse erano fondate su principî trascendenti; invece la modernità sembra non poterle fondare altrimenti che sul calcolo dei costi e benefici nei quali incorrono i contraenti del patto.
Nel 1966 Hans Blumenberg aveva dedicato un imponente tomo alla questione della Legittimità dell’età moderna, chiedendosi su cosa si potesse fondare l’autorità in un’epoca che (contrariamente al Medioevo) non poteva piú fondarla su Dio. La società razionalizzata dalla rivoluzione scientifica, secolarizzata dall’Illuminismo e disincantata dal capitalismo, si trovava a fare i conti con la propria assenza di fondamento – una «catastrofe strutturale e semantica», secondo Niklas Luhmann7. Ma cosa c’entra tutto questo con la rabbia di Joker?
Mettiamola cosí: cancellato il trascendente dall’orizzonte, nell’età moderna la legittimità dei poteri e dei saperi è ricaduta sulla loro capacità di tener fede alle promesse, garantendo un costante aumento della sicurezza e del benessere. Alla fede in Dio si era sostituita la «fede nella Storia» come progresso cumulativo8. È la logica piramidale dello sviluppo economico che ha permesso di retribuire per la loro lealtà un numero crescente di individui; ma nel momento in cui la crescita si inceppa o rallenta è inevitabile, in assenza di un altro fondamento piú solido, che quella lealtà si sciolga come neve al sole.
«Stai facendo quello che qualsiasi uomo sano di mente farebbe nella tua situazione: stai impazzendo». Nel fumetto di Alan Moore, Joker lo dice a Gordon. Ma qual è la situazione in cui si trova il commissario? Gordon è stato rapito e trascinato in un luna park abbandonato, che il Joker ha trasformato in un inferno per dimostrare quanto sia facile far impazzire un uomo. E qual è invece la situazione di tutti coloro che, dentro o fuori dal film, si immedesimano in Arthur Fleck? L’equivalente reale di quel luna park abbandonato è l’ecosistema informativo che ci circonda: un flusso di segni che descrivono il mondo in maniera frammentata, incomprensibile, contraddittoria – dagli incidenti agli scandali, dalle crisi finanziarie al terrorismo. Il paradosso è curioso: in un momento storico in cui ci siamo convinti di padroneggiare con sufficiente destrezza la complessità della natura per manipolarla a nostro uso e consumo, è invece la complessità della realtà sociale, politica, economica a investirci in pieno, come se la macchina che abbiamo costruito fosse sfuggita al controllo. Habermas parlava appunto di una «crisi della razionalità». Messa sotto controllo un’incertezza di primo livello, quella prodotta direttamente dalla natura, è emersa un’incertezza di secondo livello, generata dai nostri stessi sforzi di ridurre quella prima incertezza: l’imprevedibilità dei mercati finanziari, delle catastrofi industriali, delle amministrazioni pubbliche, delle crisi sanitarie. Per non parlare delle patologie mentali prodotte dalla vita in società, che sono forse incertezze di terzo livello, causate cioè dai nostri sforzi di dare un senso al caos che abbiamo prodotto tentando di mettere in ordine il mondo.
Gli indizi piccoli e grandi di queste disfunzioni ci suggeriscono teorie del complotto, proiezioni finalistiche, capri espiatori. Impazzendo, la macchina spinge alla pazzia pure noi: non è certo l’ultimo dei suoi danni collaterali, quello di produrre in maniera pressoché spontanea uno stillicidio di segnali ambigui. Le contraddizioni individuate da filosofi e sociologi nel meccanismo di legittimazione dell’ordine capitalistico – in particolare la contraddizione tra gli imperativi di produzione e quelli di consumo – costituiscono il classico «doppio vincolo»: un’ingiunzione paradossale a fare contemporaneamente una cosa e il suo contrario, ricetta da manuale per produrre degli individui schizofrenici9. Se nel 1959 la teoria del doppio vincolo ispirava allo psicologo Harold F. Searles il celebre articolo Il tentativo di far impazzire l’altro10, oggi è l’intero discorso portato dai competenti a sembrare concepito per «far impazzire» la società, con la sua pretesa di universalit...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Premessa. di Raffaele Alberto Ventura
- Radical choc
- 0. Il virus nella macchina
- Flashback
- Epilogo
- Il libro
- L’autore
- Copyright
Domande frequenti
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