La lista degli stronzi
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La lista degli stronzi

  1. 240 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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La lista degli stronzi

Informazioni su questo libro

Anno 2026. Ivanka Trump è appena diventata il primo Presidente donna degli Stati Uniti. In un'America preda di un conservatorismo sfrenato - dove l'aborto è illegale e la xenofobia è alle stelle - Frank Brill scopre di avere un cancro con un'aspettativa di vita di sei mesi al massimo. Solo e senza piú niente da perdere, c'è un'unica cosa che vuole fare prima di tirare le cuoia: eliminare le cinque persone sulla sua «lista degli stronzi». Fino ad arrivare, una vittima dopo l'altra, al bersaglio dei bersagli: l'ex Presidente Donald J. Trump. Parte satira politica, parte thriller compulsivo, La lista degli stronzi ci mostra come il mondo di oggi rischi di lasciarci un'eredità fatta soltanto di odio, sopraffazione e intolleranza. A meno che, come Frank, non ci si rimbocchi le maniche per farsi giustizia da soli...

«I romanzi di Niven sono unici».
Irvine Welsh

«Niven è uno di quegli scrittori che non esauriscono mai l'inventiva».
The Guardian

Domande frequenti

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2020
Print ISBN
9788806244286

Tredici

«O ci state o ve ne andate…»
– Stiamo iniziando la fase di atterraggio verso l’aeroporto di Washington. Vi preghiamo di assicurarvi che lo schienale sia in posizione eretta e che il tavolino sia chiuso… – Frank osservò i campi fuori dal finestrino. Nella Virginia settentrionale c’era già stata una spolverata di neve. Presto sarebbe arrivato dicembre. Ormai era in viaggio da piú di una settimana.
La prima classe non era male. (E ci mancherebbe: a milleottocento dollari per un volo di quattro ore di sola andata). Perché no, che cazzo, si era detto. Anche se, quando aveva appoggiato la carta di credito sul bancone della United all’aeroporto Donald J. Trump (un tempo si chiamava McCarran), sapeva di correre un rischio. Il suo piano era stato di coprire il tragitto in macchina ma, imbaldanzito dai primi successi e stremato all’idea di guidare per tre giorni e ripercorrere il Paese in gran parte su strade che aveva già fatto, era crollato, aveva abbandonato la macchina in un parcheggio qualsiasi e si era svenato per un biglietto aereo. Lassú, nella prua dell’aereo, seduto sul suo enorme trono di cuoio grigio – mentre piluccava l’insalata di gamberi e assaggiava un boccone di filet mignon – aveva ripensato alla strada che s’era lasciato alle spalle e a quella che lo attendeva, perché di lí in poi, passando dalla sezione privata della Lista a quella politica, le cose sarebbero diventate molto ma molto piú difficili. E in verità non aveva idea di quanta strada sarebbe riuscito a fare.
Frank aveva volato in prima classe solo una volta in precedenza, per andare in luna di miele in Messico con Cheryl, la seconda moglie. Adesso, mentre scendeva da diecimila metri e nello stomaco aveva solo acqua e caffè, mentre occhieggiava gli altri passeggeri che scolavano quel che restava del vino, dello scotch, del gin tonic, si ricordò di quella settimana a Cabo. Le piña colada. Il cioccolatino sul cuscino tutte le sere. La frutta fresca a colazione. Il sesso. Le dichiarazioni d’amore. Le chiacchiere sulla famiglia che avrebbero voluto. Da lí passò direttamente all’immagine degli occhi di Cheryl, anni dopo, che avvampavano di rabbia mentre lo spintonava in cucina, gridando «Vattene affanculo! Vattene! Vattene!» e Frank cercava di zittirla perché al piano di sopra c’era Olivia che dormiva. Si ricordò che piú tardi, in quella stessa nottataccia – quasi vent’anni prima, la sera in cui lei aveva trovato tutti gli sms –, era entrato in camera di Olivia, con la valigia in spalla e il fiato che puzzava di whisky, a ravviarle i capelli con dolcezza per non svegliarla dai suoi sogni infantili (chissà che cosa sognano i bambini), e aveva detto «Ciao, tesoro», con la voce spessa, mentre sua moglie piangeva da qualche parte al piano di sotto. Quand’era che aveva visto per l’ultima volta Cheryl? Ma certo. Al funerale di Olivia. Lei l’aveva ignorato. Aveva lo sguardo vitreo: Valium o forse qualcosa di piú forte. Frank scolò il bicchiere d’acqua gasata e ripassò i Calcoli per quella che sembrava essere la miliardesima volta nella vita: Se non avessi tradito Cheryl e fossimo rimasti insieme allora non ci saremmo trasferiti e Olivia forse non sarebbe andata in quell’altro liceo e non avrebbe deciso di fare quei corsi e quindi forse avrebbe scelto un college diverso e non sarebbe mai rimasta incinta di quel tizio e allora non avrebbe… e io non mi sarei messo con Pippa e allora Adam non sarebbe mai nato e allora…
E come sempre i Calcoli facevano riemergere le immagini: la figlia con i piedi nelle staffe, il figlio sul pavimento dell’aula che cercava di tamponare la ferita. Che cosa doveva farsene di tutti quei pensieri? Servivano a qualcuno? Frank buttò giú uno Xanax e tornò agli appunti.
Il Bersaglio numero 3 aveva guardie del corpo armate a casa, dopo tante minacce di morte.
Il Bersaglio numero 3 di rado si spostava senza essere scortato dalle guardie del corpo.
L’ufficio del Bersaglio numero 3 sembrava inespugnabile: una specie di fortezza.
Frank non vedeva modo di avvicinarsi. E però il Bersaglio doveva pur entrare e uscire dall’ufficio, no? Forse si sarebbe presentata un’opportunità. In quel momento, leggendo tutta la roba che aveva scaricato dal web, Frank si accorse che, attaccato all’ufficio del Bersaglio, c’era anche un museo. Nello stesso palazzo.
Valutò seriamente se noleggiare un’auto all’aeroporto, ma sapeva che questo avrebbe comportato consegnare un documento d’identità e una carta di credito, lasciarsi altre tracce alle spalle, oltre a quelle che aveva già disseminato. Adesso era sera e lui doveva arrivare a Fairfax, in Virginia, il giorno dopo entro l’ora di pranzo, quando avrebbe dovuto incontrare nel parcheggio di un fast food questo tizio recuperato in rete, «patriotalibero1776».
E comunque non avrebbe potuto perlustrare Fairfax con le tenebre. Aveva bisogno di passeggiare per le strade, capire la situazione. Quindi Frank prese un taxi all’aeroporto, direzione Washington, e disse solo al tassista di portarlo a «un Ramada in centro». Quaranta minuti e sessanta dollari dopo si ritrovò di fronte alla classica insegna rossa.
Prese una camera per una notte, pagò in contanti lasciando una caparra in piú di cinquanta dollari per i danni eventuali, e andò a farsi un giro per la capitale del suo Paese.
C’erano ancora i segni dell’enorme corteo dei veterani che a casa aveva visto sfilare alla tv: le bandierine che penzolavano dagli alberi, le tribune abbandonate qui e là lungo la strada. Un enorme cartellone – Ivanka con Donald alle spalle – in cui entrambi scrutavano l’orizzonte con sguardo ispirato. Lo slogan: KEEPING AMERICA GREAT, AGAIN. Frank se la prese comoda, infagottato nel cappotto e nella sciarpa, a spasso nell’aria fredda, diretto a ovest lungo Constitution Avenue, con i musei e lo Smithsonian illuminati sulla sinistra. Ciondolò davanti a un grande magazzino, le tv erano tutte sintonizzate sulla Fox, c’era un servizio in onda sugli enormi guadagni che avrebbero ricavato dall’Iran, il sottopancia recitava: «TRUPPE A CASA PER NATALE?» A lettere molto piú piccole, c’era un’altra scritta che scorreva ancora piú sotto: «Otto morti per una sparatoria in una scuola di Seattle», le dimensioni del carattere lasciavano pensare che la Fox si stesse scusando con gli spettatori d’averli disturbati per una sparatoria cosí irrilevante. Terribile a dirsi, ma quelle parole invece rallegrarono Frank. Lo fecero sentire meglio in quella parte del viaggio. Era venuto a patti con il fatto che in Virginia avrebbe potuto non farcela. O che sarebbe potuto morire lí. E adesso l’immagine sulla Fox stava cambiando di nuovo, mentre il giornalista presentava il segmento serale con il «corpo di ballo Donald J. Trump» (ma perché adesso non si chiamava «corpo di ballo Ivanka Trump»?) e il quartetto di ragazze pompon bionde – in top a tubo, pantaloncini con la bandiera americana e cappellini MAKE AMERICA GREAT AGAIN – cominciò a fare il suo numeretto. Frank non sentiva la musica, ma la premurosa Fox faceva scorrere un sottopancia sullo schermo di modo che lui e gli spettatori a casa potessero imparare la canzone e intonarla insieme a loro…
Che noia questi comunisti, yeah yeah,
gli sparerei in faccia, bam!,
noi amiamo solo l’America,
ecco perché noi votiamo Trump…
Sul bam una delle ragazze sorrideva rivolta allo spettatore e mimava di puntare una pistola. Frank immaginava gli schermi, in tutti gli Stati Uniti d’America, che baluginavano negli ampi salotti delle ville in Florida, nelle casette tutte uguali una in fila all’altra del profondo Sud, negli appartamenti assediati dalla neve ad Anchorage e perfino nella regione dei Grandi Laghi intorno a Chicago, la gente che dondolava le spalle dietro quel goffo ritmo hip hop e cantava. I vecchi che gorgogliavano piano mentre ruminavano i loro brodini scialbi. I bambini che davanti allo schermo imitavano alla bell’e meglio le mosse delle ballerine e venivano applauditi dai genitori in adorazione.
Svoltò a destra, verso nord, lungo 15th Street, reggendo davanti agli occhi la cartina che aveva preso alla reception dell’albergo, come un vero turista, e là in fondo, illuminata dai riflettori, la vide: tutta chiara e abbagliante. Continuò a camminare e arrivò il piú possibile vicino alla Casa Bianca, che non era poi cosí vicino. Misure di sicurezza. Il giro di vite sui contestatori.
Frank sentí dei cori in lontananza e andò in quella direzione.
Erano in sei (gli assembramenti con piú di dieci persone senza previa autorizzazione erano diventati illegali grazie al Super Patriot Act): due ragazze e quattro ragazzi. Studenti, probabilmente, stando a com’erano vestiti. Cantavano «No alla guerra!» a ripetizione e agitavano cartelli che recitavano «VIA I SOLDATI!» e «IRAN LIBERO!» Le grida si spegnevano nella notte gelida, morivano in qualche punto a mezz’aria prima che potessero raggiungere la Casa Bianca. (Essendo un sabato sera invernale, ovviamente lí dentro non c’era nemmeno un membro della famiglia Trump, visto che tutti quanti, com’era ormai tradizione, s’erano trasferiti a Mar-a-Lago subito dopo il corteo dei veterani). Due poliziotti guardavano i manifestanti da una ventina di metri di distanza, masticando la cicca con aria annoiata, le mani appoggiate ai manganelli e alle pistole.
Un tizio sorpassò Frank, scostandolo quasi con una spallata. Era giovane, non molto piú vecchio dei manifestanti, portava una sudicia giacca militare e aveva la barba incolta. – OH! OH! – gridò il tizio, puntando dritto verso gli studenti. – O CI STATE O VE NE ANDATE, TESTE DI CAZZO!
– Wow, questa sí che è originale! – tubò una delle ragazze.
– Perché non me lo succhi, stronza? – disse il tizio, tastandosi il pacco.
– Accetti volontari? – disse uno dei ragazzi.
– Frocio del cazzo, – sbraitò l’altro.
– Ops, beccato! – rispose il ragazzo in tono lezioso, con gli amici che se la ridevano.
Giacchetta Militare si avvicinò all’asiatica del gruppetto, la ragazza che non aveva ancora aperto bocca. – Perché non te ne torni al tuo Paese del cazzo, stronza? – Frank si girò a guardare i poliziotti. Contemplavano la scena senza scomporsi.
– Vaffanculo, razzista del cazzo, – disse uno dei ragazzi. Adesso non stavano piú scherzando. Frank tirò fuori il telefono e cominciò a filmare.
– Vaffanculo a me? Vaffanculo a te e a quella stronza musa gialla, frocio di merda. Su, dammi ’sto affare… – Il tizio cercò di afferrare il cartello della ragazza asiatica. Riuscí a prenderlo e cominciarono ad azzuffarsi. – Ehi. EHI! – gridò un ragazzo.
Sfruttando il palo del cartello, il tizio con la giacca militare tirò la ragazza a sé e le rifilò una testata in faccia. Gli altri amici lanciarono un urlo e gli saltarono addosso.
A quel punto finalmente i poliziotti si fecero sotto e tirarono fuori i manganelli. Uno di loro mormorò qualcosa alla radio. Frank sentí la parola «rinforzi» mentre si scostava e continuava a filmare. I poliziotti cominciarono a picchiare, calando i manganelli sui manifestanti, che fossero maschi o femmine: ne sbatterono due a terra mentre, con una sgommata, un cellulare della polizia inchiodava e ne uscivano altri quattro agenti, tutti pronti a manganellare. Ci vollero solo un paio di minuti ad ammanettarli tutti e sei e a trascinarli in lacrime, coperti di sangue, dentro il cellulare. Frank, tutto tremante, con la bocca secca, si girò a filmare il tizio con la giacca militare che si allontanava a piedi, illeso, libero, e cantava: – U-S-A! U-S-A!
– Signore? Signore? – Frank si girò. Aveva davanti un poliziotto, uno della coppia che era lí fin dall’inizio. – Mi dispiace ma deve consegnarmi il suo telefono –. Gli stava già porgendo un sacchettino per le prove.
– Cosa? – disse Frank.
– Clausola 14, sottosezione 11b del Super Patriot Act del 2022: «È illegale interferire in qualsiasi modo con le autorità nell’espletamento delle loro funzioni, effettuando sia registrazioni video che audio».
– Ma io…
– Oh, vuoi raggiungere i tuoi amichetti sul furgone?
Frank gli consegnò il telefono e il poliziotto cominciò ad armeggiare sullo schermo. – Mi deve dare le password dei suoi account social, – disse.
– Cosa? Ma perché?
Il poliziotto sbuffò. – Clausola 18, sottosezione 2: «Gli agenti hanno il diritto di avere accesso agli account sui social media delle persone sospette di essere membri dell’Antifa o di altre organizzazioni terroristiche conosciute».
– Cosa? Non potete farlo.
– Vuoi passare la nottata in galera? Parlarne con un avvocato?
– Ma io non uso i social.
Era vero. Una volta aveva degli account. Li aveva cancellati poco dopo che Adam e Pippa erano stati uccisi. Gli insulti e le minacce di morte dai fuori di testa guerrafondai erano diventati intollerabili. Ma forse, ancora peggio delle minacce di morte, erano i tentativi di alcuni di quei tizi di portare avanti un cosiddetto «dibattito ragionevole». Discussioni infinite e ripetitive, farcite di dettagli sulle armi da fuoco e statistiche di siti sconosciuti…
@Frank14Brilly: Non te ne frega niente che mia moglie e mio figlio siano stati uccisi?
@AmericaWarLord666: È una tragedi...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. La lista degli stronzi
  4. America, 2026.
  5. Uno
  6. Due
  7. Tre
  8. Quattro
  9. Cinque
  10. Sei
  11. Sette
  12. Otto
  13. Nove
  14. Dieci
  15. Undici
  16. Dodici
  17. Tredici
  18. Quattordici
  19. Quindici
  20. Sedici
  21. Diciassette
  22. Diciotto
  23. Diciannove
  24. Venti
  25. Ventuno
  26. Ventidue
  27. Ventitre
  28. Ventiquattro
  29. Venticinque
  30. Ventisei
  31. Ventisette
  32. Ventotto
  33. Ventinove
  34. Trenta
  35. Il libro
  36. L’autore
  37. Dello stesso autore
  38. Copyright